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mercoledì 16 ottobre 2013

Gravity (2013)

3 commenti

Gravity (2013) di Alfonso Cuarón,
con Sandra Bullock & George Clooney.
Bello. C’è poco da dire, Gravity è bello. Molto bello. Sorprendente. Un gran bel film che affascina, incanta, emoziona e fa tutte quelle cose per cui la gente va (o andava) al cinema. Ho letto pareri positivi e critiche negative, sono d’accordo coi primi e scuoto il capo sui secondi, ma intanto leggetevi la trama.
Gli astronauti Ryan Stone (Sandra Bullock) e Matt Kowalsky (George Clooney) sono intenti alle riparazioni di una stazione orbitante quando un’imprevedibile catena di eventi gli scaraventa contro una tempesta di detriti. L’impatto è devastante, distrugge la stazione e li lascia a vagare nello spazio nel disperato tentativo di sopravvivere e trovare un modo per tornare sulla Terra.
Ecco, due personaggi e poco più (voci via radio), tutta la scena appartiene a loro due e viene tenuta benissimo, soprattutto dalla Bullock. Non so voi, ma io adoro questo genere di cinema con un piccolo, piccolissimo cast. La prova attoriale non ha vie di fuga, deve reggere dall’inizio alla fine, è tutto sulle loro spalle. Spalle forti, spalle sane. Così esce un personaggio vero, tridimensionale. 

Ryan Stone esiste, è un eroina. Lo è per 90 minuti di pellicola. Un’ora e mezza – tempi inconsueti ormai, ma perfetti – è tutto quello che ci vuole per raccontare una storia. Esiste perché Sandra Bullock le ha dato vita (in un certo senso, come Sigourney Weaver creò Ellen Ripley, nonostante siano diverse). Anche Kowalsky è un’eroe, un veterano all’ultima missione, un personaggio ben caratterizzato e realizzato, ma Ryan è l’outsider. È una Specialista di Missione, il che vuol dire che ha avuto un addestramento di soli sei mesi per andare nello spazio, montare un programma e tornare indietro. Bello liscio. Naturalmente le cose non vanno mai secondo i piani, specie se siamo al cinema. Il disastro è dietro l’angolo e i nostri eroi, soli nello spazio, dovranno rimediare.

Locandina vintage trovata su Facebook.
Parlo di eroi nel senso vero del termine, perché l’isolamento nello spazio – che Cuarón sa trasmettere alla perfezione – è totale e avvolgente. Le loro paure sono le mie e anche le vostre. Non esiste nulla di più alieno del vuoto là fuori, niente di più alla deriva di un’astronauta smarrito. Galleggiare sopra il nostro pianeta senza poterlo raggiungere, vederlo come solo in pochi lo hanno visto e contare alla rovescia prima di morire, questo è abbastanza. C’è da disperarsi, arrendersi. Invece no, superando i propri limiti, l’eroe ce la fa.

Chiuderei qui, ma voglio dire un paio di cose sulle critiche che ho letto: Stronzate & Stupidaggini. Ehi, sono due di numero. Ok, scendiamo nel dettaglio.

L’impressione che ho io è che un po’ di gente – non tutta per fortuna, ma sempre troppa – non vada più al cinema per vedersi un bel film e magari meravigliarsi, immergersi in qualcosa di bello e goderne a pieno, ma solo per lamentarsi. Perché oggi siamo tutti critici, tutti esperti. Soprattutto, abbiamo una connessione (che alle volte è un po’ come la cassetta della frutta su cui i matti montano in piedi per arringare le folle).

Io non sono della NASA, non ho esperienza di missione né di fisica a gravità zero, ma pare che in giro ci siano più scienziati che connessioni libere. Incongruenze? Non chiedetelo a me. 

Quello che posso dirvi è che la storia fila e tutto quello che ho letto di negativo viene da interpretazioni errate, disattenzione dello spettatore/critico e problemi ormonali che portano qualche derelitta a lamentarsi del fatto che di George Clooney “si vede solo la faccia”. Per cortesia, collegate il cervello oltre al modem. Grazie.

martedì 16 luglio 2013

Battleship (2012)

6 commenti

Battleship (USA, 2012).
Durata: 131.
Regia: Peter Berg.

Ieri ho recuperato questo film, che avevo scartato perché poco convinto. In genere i film di guerra, anche se con una componente fantascientifica, mi perdono per strada. Non so come mai, ma le scene di battaglia mi distraggono e annoiano. Capita anche coi libri e non solo al cinema. Ieri invece mi sono detto che in attesa di Pacific Rim – no, non l’ho ancora visto – una bella guerra fantascientifica ci stava bene, e poi leggendo qualche recensione avevo capito che non sarà questo capolavoro, ma c’è di che divertirsi. Ebbene sì, mi sono divertito. Ok, non c’è montaggio analogico, occhio della madre, carrozzina e stivali dei soldati. Anzi no, gli stivali dei soldati ci sono in effetti, è un film di guerra dopotutto. Resta il fatto che fa il suo dovere. Insomma, mi è piaciuto.

Battleship è un film fatto per intrattenere, un grande giocattolo in tutti i sensi. Infatti si ispira al gioco Battaglia Navale della Hasbro, che è a sua volta la versione deluxe di quel giochino fatto con carta e penna che si faceva da piccoli. 
Ehi, non storcete troppo il naso, l’osannato – dai fans almeno – Pirati dei Caraibi era preso da una giostra, quindi buoni e mosca. 
Notizia Flash: il cinema d’intrattenimento non è il male, è anzi cosa buona e giusta. Quando fatto bene, certo. 
Ok, Battleship ha i suoi difetti, come gli alieni alquanto deludenti e un paio di cretinate, ma è riuscito a non perdermi neppure durante le scene di battaglia, le esplosioni e tutta l’azione – che è tanta – dall’inizio alla fine. Un suo pregio è che i ritmi delle riprese non sono sincopati e assurdi, come capita invece ormai fin troppo spesso, e anzi riesci anche a seguire l’azione e a godertela. 
Esiste anche una storia di fondo, per quanto secondaria all’attacco alieno, che non sfigura troppo e accompagna il tutto. Poi c’è Rhianna come non l’avevo mai vista, nella parte della soldatessa dura. Sorprendente e davvero brava. Diversi caratteristi di talento, perché uno spettacolo del genere ha bisogno dei caratteristi – troppo spesso considerati uno o più gradini sotto gli altri attori – tutti in grado di sostenere lo spirito giusto per la storia, creare momenti comici e drammatici. Io poi li adoro, sono professionisti veri. Liam Neeson invece l’ho trovato un po’ legnoso (ma è un militare, ci sta), sciogliendosi un attimo solo per i momenti “brillanti”, diciamo così.

Per concludere, c’è questo interrogativo espresso dal giovane scienziato: «È saggio lanciare messaggi nello spazio se poi quelli che verranno saranno per noi come Colombo per gli indios?»
Ecco, buona domanda. 
Io mi sono anche domandato: «È saggio invitare gente a casa se non siamo tutti d’accordo?»
Ok, alcune nazioni mandano segnali nello spazio – non parlo del film, ma della realtà – però qualcun altro potrebbe essere contrario. È come invitare a cena i colleghi all’insaputa del partner, non ne verrà nulla di buono. 
Il fatto, secondo me, è che non ci crediamo davvero. 
Ma sì, è un’ipotesi affascinante, magari anche un’idea romantica e ingenua dello spazio, ma se spediamo partecipazioni in giro è perché non crediamo davvero in questo party, altrimenti saremmo più cauti. Sono elucubrazioni e psicopippe, me ne rendo conto, ma sono stimolanti e divertenti. Almeno per me.

Visto? Alla fine ci ho trovato anche di che riflettere. 
Buona visione.

lunedì 13 maggio 2013

Iron Man III - Recensione

3 commenti

In questi giorni, aspettando di poterlo vedere al cinema, ho letto le polemiche in giro per la rete su questo film, accuse del tipo che la Disney avrebbe corrotto la Marvel con marmocchi fastidiosi, che ci sarebbero troppe battute eccetera eccetera. Va bene, vi ho sentiti. Mi avete convinto a restare a casa? No. Ieri sera – finalmente – sono andato e l’ho visto, e adesso dico la mia. 
Iron Man III è un bel film d’azione, avventura e fumetti. 
Stateci. Arrendetevi. Abbassate le manine. 
Giù. Così. Bravi. 
Posate anche il ditino accusatore. 
Lì. A posto.

Parliamoci chiaro e vediamo i tre punti più controversi, ok? Sentendo le critiche pensavo di trovarmi davanti a chissà cosa, e invece ecco qua.
  • Il ragazzino c’è ma non si vede tanto, e poi si rivela anche utile (ok, poteva essere sostituito da altri, ma non facciamo gne gne gne). 
  • La trovata del Mandarino è brillante! Un personaggio come il suo sarebbe stato troppo sopra le righe oggi, quindi – comico per comico – meglio gestirlo così che mandarlo in giro col super potere della bigiotteria da uomo. 
  • Sì ok, ci sono parecchie battute, ma – Grisù Benedetto – è Iron Man, mica IlBatmanDiNolan col raspino in gola! 
Ok, non sono uscito dal cinema con la sensazione di aver visto un capolavoro, ma sono rimasto incollato alla sedia anche se in corpo avevo farmaci che mi causavano sonnolenza (sono stato afono e influenzato fino a ieri) e la luce è andata via un paio di volte durante la proiezione. Questo vorrà pur dir qualcosa, o no? Mi sono divertito, ho gradito le trovate messe qua e là nella trama, mi sono piaciuti gli effetti speciali, gli attori e le battute. Cosa avrei potuto volere di più, che Tony Stark mi portasse un Crodino tra il primo e il secondo tempo? Ok, sarebbe stato bello, ma non è da lui.

E voi, che aspettate? Andateci, guardatelo, divertitevi. 
Oh, e poi fino al 16 maggio il cinema costa solo 3 euro, quindi approfittatene anche se siete incerti. Avete ancora tre giorni.

P.S. No, stavolta niente trama né cineracconto. Godetevelo con tutte le sorprese, che è meglio!

lunedì 29 aprile 2013

The Amazing Spider-Man, Recensione

4 commenti

Ho provato a mettere giù un cineracconto, ma sono tante le minchiate che mi viene il capogiro solo a ricordarle. Ieri me lo sono guardato per la prima volta, ma non è Spider-Man. Non è il mio o il vostro Amichevole Uomo Ragno di Quartiere, e non è neppure Peter Parker. No, questo è un tizio che va in giro in skateboard coi capelli alla cazzo d’istrice, le lenti a contatto e un look da Teen Choice Award, è solo un tizio in calzamaglia. Non è The Amazing Spider-Man, è Spandex-Man Vs. Godzilla Gorilla

Spandex-Man Vs. Godzilla Gorilla

Nella vita del protagonista non c’è vera emarginazione, manca un’autentica elaborazione del dolore alla morte di Zio Ben, non c’è neppure il motto: «Da grandi poteri derivano grandi responsabilità», che plasmerà tutta la vita di Peter/Spidey. È un film sull’Uomo Ragno senza l’Uomo Ragno
Spandex-Man in un momento Hipster.

Sapete chi è il personaggio più azzeccato? Flash Thompson. Perché lui, Peter all’inizio lo maltratta, ma alla fine ci si riconcilia, come nel fumetto (anche se in anticipo sui tempi), e poi sì, questa volta abbiamo Gwen Stacy al posto di Mary Jane Watson, ma non basta. 

C’è un Lizard dall’aria scimmiesca (che mi ricorda quelli di Super Mario Bros, 1993) e che ragiona troppo. Poi una storia assurda sui genitori di Peter e l’ombra di un Norman Osborn malato terminale di buco nella trama, il tutto solo per far scattare la corsa alla cura rigenerativa che metterà il povero Dott. Connors nei panni di Godzilla Gorilla
Santa Marvel, mancano il senso dell’umorismo di Peter e le continue battute di Spider-Man! Quando provano a farne fare qualcuna all’attore, si rivelano più che altro fastidiose. Infatti non se ne fa più niente per tutto il film. 

Attenzione però, anche se al solito viene additato come una minaccia – ma dal capitano Stacy, non da Jameson – salva la città come da programma. Già, ma per puro buco di culo! Sì, perché New York è piccola come Fontanellato. La sua ragazza è capo stagista ai laboratori Oscorp, e quindi può creare – non si sa come – un vaccino alla piaga rettilizzante con la quale Godzilla vuole infettare la città, e a capo delle gru nei cantieri di New York c’è il padre di un ragazzino che ha salvato. Quindi, grazie a un tiro favorevole dei dadi, ha chi gli dà una mano qua e là.

Il momento delle gru poi, quando le allineano nella scena finale per aiutarlo a raggiungere il punto dello scontro, dovrebbe essere la dichiarazione d’amore della città al suo eroe, ma non arriva neanche lontanamente all’analogo momento messo in scena da Raimi nel secondo Spider-Man, quando Peter ferma la metro con le ragnatele e il proprio corpo. Quella sì che era una scena, e quello era un eroe per cui fare il tifo. Questo no, questo è solo Spandex-Man

mercoledì 24 aprile 2013

Recensione di Da Vinci’s Demons su Book and Negative (più qualche nota di autoanalisi)

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Ieri è iniziata la mia partecipazione con Book and Negative, si tratta della recensione al Pilot di Da Vinci’s Demons. Hell mi aveva già ospitato col guest-post sul Tredicesimo Episodio della Terza Stagione di The Walking Dead, ma adesso sarò un autore ricorrente – più o meno, tempo e idee permettendo – del suo blog. 
Sì ok, ho presente le vostre domande: «Perché scrivere su un blog altrui se trascuri già il tuo?» Semplice, perché mi conosco. 
In autonomia e lasciato a me stesso divento pigro, demotivato e poco stimolato. Invece partecipare a qualcosa di collettivo e avere qualcuno che – anche senza fare pressioni – mi tenga in riga, aiuta. Vorrei ritrovare la voglia di scrivere, visto che mi piace ancora, ma da solo finisco col combinare ben poco e terminare anche meno. 
«Nosce te ipsum», dicevano i latini (citando a loro volta quel “Gnôthi seautón” posto all’entrata dell’Oracolo di Delfi), ossia «Conosci te stesso», e io ho imparato a conoscermi negli anni, a non fidarmi, e quindi a escogitare trabocchetti per farmi fare quel che va fatto. Si tratta di capire con chi hai a che fare e agire di conseguenza, non meno di quanto accade nei rapporti interpersonali, arrivando a “imbroglioare” anche se stessi per il proprio bene. 

venerdì 22 marzo 2013

Scott Westerfeld: Leviathan, La Trilogia (Leviathan, Behemoth, Goliath).

6 commenti

Tre anni fa ho letto il primo volume, finito il quale sono rimasto col languorino per gli altri due che – aspetta aspetta – hanno pensato bene di uscire comodamente quest’anno sotto forma di Trilogia edita da Einaudi al prezzo di € 28,00 in un unico volume di 1064 pagine corredate dalle illustrazioni di Keith Thompson, un buon affare che vi consiglio e che vado a recensire.
Sarajevo, 1914: dopo l’attentato all'arciduca d’Austria scoppia la Prima guerra mondiale. Ma se a combattersi fossero bestie e macchine? Allora sareste nel mondo di Leviathan, Behemoth e Goliath.

Sareste nel mondo di Alek e Deryn. 
È come una guerra tra universi differenti. 
Da una parte, le potenze Cigolanti e le loro macchine. Dall’altra, gli alleati Darwinisti e le loro creature di sintesi. Carburante contro cibo, metallo contro pelle. Alek contro Deryn.
Aleksander è il figlio dell’arciduca assassinato, in fuga da un impero di cui nessuno lo vuole erede. Deryn è una ragazza arruolata in vesti maschili nell’Aviazione britannica, decisa a vivere come vuole. Si incontrano per caso ma si alleano per scelta e affrontano il conflitto insieme: da Istanbul a New York, tra battaglie aeree e rivoluzioni, Alek e Deryn impareranno che cosa sono il caos e l’odio, ma anche l’amicizia e la speranza – forse addirittura l’amore.
In una trilogia steampunk che incalza il lettore con colpi di scena e scontri all’ultimo sangue, Scott Westerfeld ci regala un viaggio appassionante nelle infinite possibilità della storia: che sia quella del mondo o di ciascuno di noi.
Quello che avete appena letto è il retro di copertina, forse un tantino melodrammatico, della trilogia. Tuttavia, per fortuna i toni del romanzo non sono questi. 
Intanto parliamo di loro due, Alek e Deryn. 
Niente smancerie, niente colpi di fulmine perché sì, ma un’amicizia che si sviluppa sulla base di eventi e difficoltà, che non nasce dal nulla ma che cambia e cresce in modo logico, e non perché deve esserci la storia d’amore a tutti i costi. No, siamo in guerra e ci sono eventi e forze più importanti a cui badare, responsabilità e ruoli da assumere, perciò qualunque cosa ci sia tra loro due – grazie al cielo – non è la colonna portante di chissà quale storia d’amore adolescenziale, ma un elemento corale della storia.
Questo per tranquillizzarvi, poiché di questi tempi fin troppa robaccia rosa e stereotipata ci viene spacciata per sci-fi allo scopo di abbindolarci. Con Leviathan potete stare tranquilli, il riflettore è puntato sullo scenario e le atmosfere steampunk. 

Mappa delle potenze Darwiniste e Cigolanti in Europa.
La Germania, l’Impero Austro-Ungarico e quello Ottomano (che, insieme a tutto l’Islam, aborre le creature di sintesi) sono le tre Grandi Potenze Cigolanti, esperti nella costruzione di macchine incredibili come i camminatori leggeri a due gambe e quelli pesanti a quattro, sei oppure otto, gli zeppelin e gli aerei che conosciamo già, i giganteschi automi di Istanbul, creati a immagine di animali o di creature mitiche, i terribili cannoni Tesla e altro ancora. 

Istanbul. Un elefante cigolante della corte ottomana, mentre sullo sfondo si notano i golem a guardia del quartiere ebraico.

Di contro, Inghilterra, Francia e Russia sono le tre Grandi Potenze Darwiniste, maestre nella creazione delle bestie di sintesi, ottenute mediante la manipolazione dei filamenti della vita, ossia i giganteschi mostri marini, i terrificanti orsi da guerra russi, gli elefantiaci per il trasporto pesante e gli equinoidi per quello più leggero – ma soprattutto, ai fini della nostra storia – i respiranti a idrogeno come le meduse Huxley della taglia di una mongolfiera o lo stesso Leviathan, una balena che non è solo una bestia immensa, ma un ecosistema composto da varie creature di sintesi, come i vermi luminosi che garantiscono la visibilità a bordo, gli annusatori di idrogeno che brulicano sulla sua pelle cercano falle nella membrana della bestia d’aria, le lucertole messaggere in grado di mandare interi dialoghi a memoria, i falchi incursori coi loro terribili artigli e le tele di sintesi, i pipistrelli a freccette e il Lori perspicace, tutte creature che scoprirete solo in queste pagine. 
Prima di passare ad altro aggiungo un annotazione sugli schieramenti e le tecnologie nel mondo di Leviathan: in realtà anche altre nazioni sono passate alla tecnologia Darwinista, come l’Italia. Altre invece, come la Jugoslavia, sono Cigolanti. Nessuna di queste però è una superpotenza. Alcune poi tengono il piede in due scarpe, come il Giappone e gli Stati Uniti, dove le due tecnologie convivono in modo più o meno armonico.

Il quadro che ne emerge mi ha affascinato, incuriosito e coinvolto fino alla fine, facendomi fare anche le ore piccole per non lasciare un’eccitante missione in sospeso o per riuscire a svelare un segreto prima di chiudere gli occhi. Insomma, mi sono immerso con piacere in un misto di storia e fantascienza, futuro e passato, davvero sorprendente, qualcosa, per me, di così nuovo che non mi ritrovavo a leggere in uno stato di tale stupore ed eccitazione da quando ero un ragazzino. Leviathan infatti è il primo caso di steampunk che ho approcciato, ma per dire qualcosa in più a tale proposito (e citandolo dalla postfazione), lascio la parola allo stesso Scott Westerfeld, che ha parole migliori delle mie per spiegare quel che intendo.
«Leviathan, dunque, è una storia imperniata tanto sui futuri possibili quanto sui passati alternativi. Guarda avanti verso un futuro in cui le macchine somiglieranno a creature viventi, e le creature viventi potranno essere fabbricate come macchine. E tuttavia l’ambientazione del romanzo si rifà anche a un’epoca precedente, in cui il mondo era diviso in aristocratici e gente comune, e in molti Paesi le donne non potevano né arruolarsi nell’esercito, né votare. È questa la natura della letteratura steampunk: mescolare futuro e passato».
Bene, ma in conclusione e dopo tanto entusiasmo, sto dicendo che Leviathan è perfetto? No, certo. La rapida ascesa dei Darwinisti è dura da mandar giù anche sforzando la sospensione dell’incredulità, ma sarebbe ancora più stupido privarsi di una così bella idea facendo gli gne gne gne su un’opera che è pura finzione dall’inizio alla fine, e che anche se qualche scricchiolio lo si avverte sta in piedi – o in aria – e riesce a trasportarci lungo il suo viaggio. 
Anche il modo in cui è stato presentato Tesla non mi è andato troppo giù, ma non posso fare una colpa a Westerfeld se non gradisce il personaggio. Le simpatie o le antipatie di un autore riguardano solo lui, inoltre non posso e non voglio certo essere lo stupido troll che fa le pulci a qualcosa che in ogni caso funziona. 
Veniamo poi al finale, che mi ha lasciato con un senso di insoddisfazione per essere stato abbandonato troppo presto, una sensazione dovuta al fatto che non sarei più uscito da qual mondo ma avrei continuato ad esplorarlo, con Alek e Deryn oppure con altri personaggi, e ce ne sono di davvero affascinanti e singolari. Passato però il momento di delusione devo dire che è giusto così, il fatto che un libro mi lasci col desiderio di averne ancora significa solamente che è un buon libro, non che è finito male. Non in questo caso, comunque. 
Tuttavia, per sapere di cosa parlo non vi resta altro che leggerlo. Perciò, buona lettura.

giovedì 14 marzo 2013

Dracula 3D

8 commenti

Finalmente ho visto Dracula 3D, ero curioso e l’ho fatto. Sapete il detto, tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino? Ecco, consideratemi zoppo. È un film talmente cialtrone che all’inizio mi sono anche divertito, ma dopo un po’… diciamo che l’interesse si ammoscia per noia, anche se la curiosità rimane. Cercherò di farvene una panoramica o un riassunto, ma vi avverto che ci saranno spoiler perciò ecco il solito banner esplicativo. Buona lettura.


Come dicevo, mi ci sono approcciato con curiosità, volevo vedere fino a che punto il disastro annunciato nei traliers fosse vero, così mi son messo lì – cioè qui, perché l’ho visto al computer – con buona volontà. L’inizio cialtronesco che vi ho preannunciato è così composto: una scena gratuita di sesso tanto per, effetti speciali sorpassati, recitazione imbarazzante, lupi doppiati per farli ringhiare (che quei poverelli stavano beati con la lingua a penzoloni) e altri pasticci, come la donzella che chiude le imposte nella Notte di Valpurga ma i vetri sono bianchi per la luce che viene da fuori. 

Dopo un inizio così verrebbe da liquidarlo come dilettantesco a dir poco, ma dietro c’è un regista che in passato ha fatto grandi film, solo che ultimamente non ne azzecca uno neanche per sbaglio. Poi non aiuta neanche il cast, legnoso e alle prese con dialoghi imbarazzanti, né gli effetti speciali o qualsiasi cosa vi venga in mente. Sembra quasi un’inconscia richiesta d’aiuto di Argento che implora: «Fermatemi». Idea non malvagia, a mio avviso. Lasciatelo in pace, concedeteci di ricordarlo per i titoli validi del passato e non per gli scivoloni più recenti.
Mettiamo un fermo a tutto ciò e andiamo avanti, sono sicuro che in questo paese ci sono giovani cineasti talentuosi col desiderio di mettersi alla prova dietro una telecamera, magari per un horror o un thriller che non abbia il fastidioso retrogusto della farsa. Perché, in tutta onestà, devo dire che è un film stupido e cialtrone con un finale orrendo, attori incapaci e ingessati, effetti speciali imbarazzanti e una sceneggiatura talmente cretina da lasciare storditi e balbettanti. Non esagero, controllate.

Unico guizzo, se vogliamo, la famigerata Mantide. 
Ecco, il 50% della mia motivazione alla visione è stato vedere questa scena e, forse, capirne il senso. Missione fallita. Una mantide della taglia di un uomo o anche di più sale le scale, aggredisce il padre di Lucy (che in questa versione allegramente adattata dal libro di Stoker è il sindaco di Passburg, o Passo Borgo), Mina assiste alla scena, fa una faccia spaventata tipo “ho visto un topo” e sviene, subito raccolta da Dracula che è già in forma umana. Stop. Dissolvenza.
Siete avvertiti, questo Dracula è tanto liberamente adattato che mancano personaggi, eventi e persino città dell’originale. Per dire, niente Londra. 

L’intera storia si svolge a Passburg, che è il villaggio vicino al castello del Conte, infatti Jonathan Harker non è lì per vendergli appartamenti londinesi ma per riordinargli la biblioteca, Lucy insegna piano e Mina non si capisce quale beata cosa faccia nella sua vita, a parte essere timida come un topino e farsi insidiare dal Conte alla fine. 
C’è un Renfield che ricorda più Hodor di Game of Thrones che Tom Waits in Bram Stoker’s Dracula, ma sarebbe profondamente ingiusto e sbagliato fare paragoni tra questi due film che si somigliano come le mutande e la canottiera (già, perché se riuscite a infilarvi le mutande dalle braccia allora avete una testa da ci siamo capiti, eh). 
Van Helsing appare a due terzi del film a dir tanto, è un Rutger Hauer messo alle strette, costretto a recitare battute che, se pensiamo alle immortali parole di Roy Batty (da lui stesso ideate per la scena di Blade Runner), struingono il cuore dallo sconforto. Ci rendiamo conto di quanto stanco e poco motivato sia, e non posso certo dargli torto. Nonostante ciò, ha comunque la grazia di fare il suo lavoro, forse al minimo sindacale ma non è che da solo avrebbe potuto salvare questo film dall’essere l’inesausto tentativo di qualche scriteriato di spillare argento da un filone da tempo estinto. Il Re è morto, viva il Re. Fermiamoci qui prima di far di peggio.
Ah già, il peggio.
Senza un perché o un percome, Mina s’innamora del Conte che le rivela di essere la reincarnazione della sua amata Durlinger. No. Dulingendegraz? Dulingandegraz? Va beh, Durlindana. Lei è tutta un ti amo, poi arriva Van Helsing e allora lei: «Uccidilo, amore mio!» Il Conte non si fa pregare, ma nonostante abbia gli artigli taglienti come pagine, la velocità di un SMS e la forza di un buttafuori, prende il povero Rutger a pizze in faccia. Gira il vento e Mina banderuola cambia idea: «No, fermati!» e gli spara, lo ammazza con una pallottola d’argento. 
Sì, è per i lupi mannari, ma chi se ne frega. Se questa fosse la stronzata più grossa di tutto il film, allora staremmo a cavallo. Il peggio (quello vero) viene dopo. 
C’è uno scambio d’idee confuse tra Van Helsing e Mina che non si capisce, ma tanto i dialoghi fanno spavento più del vampiro, perciò meglio così. Finalmente i due si allontanano ma la telecamera indugia. Eh no, eh, non farmi questo. E invece sì, la telecamera torna sulle ceneri di Dracula che si sollevano nell’aria, prendono vaga forma di lupo e corrono verso lo spettatore (vi ricordo che è in 3D) per fare buh! Poi niente, fine e titoli di coda. Giuro. 

Il resto lo lascio scoprire a voi, ho omesso e dimenticato eventi, personaggi e dettagli, ma il succo è quello e in base allo stesso non vi resta che fare una bella cosa, decidere se vi ho incuriosito e intendete guardarlo per farvene un’opinione più circostanziata o fidarvi del mio giudizio, che a titolo personale è negativo ma anche a titolo oggettivo non è che migliori di molto, anzi. Decidete voi, questo è il bello del libero arbitrio.

domenica 30 dicembre 2012

Lo Hobbit: un viaggio inaspettato (recensione)

14 commenti

Ieri sera mi sono visto Lo Hobbit: un viaggio inaspettato, primo di tre – dico tre – film nei quali Peter Jackson ha deciso di ampliare e suddividere l’omonimo romanzo di John R. R. Tolkien (1892 – 1973), che di suo conta giusto 342 pagine (edizione Adelphi). Gli altri due film che ci aspettano sono La desolazione di Smaug (2013) e Andata e Ritorno (2014). Per giustificare questo gran dispiegamento di pellicola e maestranze cinematografiche, basta la frase iniziale di un Bilbo anziano (sempre interpretato da Ian Holm, come nel Signore degli Anelli) intento a mettere su pergamena le sue memorie con una postilla: «Mio caro Frodo, forse non ti ho detto proprio tutto tutto», ecco allora che in poche righe P. J. giustifica un reboot (?) de Lo Hobbit a cui è possibile aggiungere retroscena della storia recuperati dal Silmarillion, licenze poetiche e forse altre cose che non ho ricordato o riconosciuto perché ormai è passato qualche tempo da quando l’ho letto.

Bene, mi è piaciuto? Tutto sommato, sì. È stato divertente, piacevole da seguire e da guardare. Non ho trovato la storia d’amore tra il nano e l’elfa di cui avevo sentito parlare in giro e che mi aveva causato pelle d’oca, perciò ottime notizie per chi temeva questo punto. I nani, soprattutto alcuni fra loro, hanno un impianto decisamente comico, ma la loro storia sfortunata gli garantisce comunque momenti di dignità che poi sono il filo conduttore della storia. Certo, 173 minuti sono una bella prova di resistenza, infatti se i primi due tempi sono andati lisci (sì, al cinema del paese fanno ancora gli intervalli), nel terzo mi è scappato qualche sbadiglio, e non perché la storia diventi noiosa ma perché tre ore di cinema rischiano di essere propedeutiche alla pennichella nonostante l’azione sullo schermo. 

Ora, senza fare un vero cineracconto dei miei o un bignami, vorrei toccare alcuni punti che mi hanno divertito o perplesso: 
  • gli elfi, che per qualche ragione devono essere eterei, diciamo sulla soglia della drag queen ma appena più sobri, a partire da Thranduil che nonostante risponda perfettamente ai requisiti transgender di un elfo peterjacksoniano, ha due sopracciglia fatte a “bruchi che limonano” da ricordare Lily Collins in Biancaneve
  • Gandalf a Gran Burrone che fa piedino telepatico con Galadriel mentre Saruman fa la figura del vecchio borbottone;
  • Radagast il fattone jamaicano, che io non ricordavo proprio così e okay è buffo – Saruman fa anche accenno al suo abuso di funghi allucinogeni –  ma, santo cielo, siamo a rischio Jar Jar Binks quanto a personaggio idiota che fa colore;
  • il doppiaggio del Re dei Goblin (detto Mento Pallonio, cit. MIB) con una vocina troppo leggera;
  • il doppiaggio di Gandalf con la voce di Gigi Proietti, che magari è un problema solo mio perché Proietti non mi piace granché e allora pace, ma questo è il mio blog e quindi lo dico;
  • il drago che ti fanno intravedere e sospirare, ma che riesce comunque ad essere il protagonista di una scena di devastazione all’inizio del film, che mentre la guardavo facevo i complimenti a Jackson per averla giocata così bene;
  • Azog che da personaggio minore (io neanche me lo ricordavo, ho controllato oggi) diventa questo spettacolare cattivo da videogame, un grosso orco pallido a cavallo di un mannaro bianco. Fico, eh? Peccato che Peter si sia inventato tutto; 
  • Gandalf con la farfalla Nokia o Samsung (non ho letto la marca) che chiama le aquile come al solito (e magari è l’unico numero che ha in agenda).

… e poi direi di fermarci qui, perché è bene che il resto lo scopriate voi e vi divertiate anche nel farlo. Che poi sono tutte cose soggette a gusti e interpretazioni personali, e magari qualcosa che ha fatto ridere me fa commuovere qualcun altro e viceversa, boh. Chi lo sa, tanto la gente è matta. Quello che so per certo è che lo vorrei vedere in lingua originale, ma non c’è fretta. Voi prendetelo come vi pare, guardatelo rilassati, portatevi da bere per evitare la disidratazione e presentatevi ben nutriti, che 173 minuti sono lunghi se vi prende un languorino. That’s all folks!

martedì 25 dicembre 2012

La Collina dei Papaveri.

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di Gorō Miyazaki, 2011.

Yokohama, 1963. Umi è una liceale che si occupa a tempo pieno della casa e della famiglia. Sua madre è una professoressa universitaria che lavora negli Stati Uniti, mentre il padre è morto nella Guerra di Corea. Umi non manca mai un giorno di alzare le bandierine al vento, dalla casa sul porto, senza sapere che il rimorchiatore del padre di Shun risponde regolarmente al saluto. Umi (che significa mare) e Shun si incontrano durante la lotta intrapresa da un collettivo di studenti per contrastare lo smantellamento del Quartier Latin, un edificio storico che fa parte del complesso scolastico. Sono estranei ma presto si scopriranno uniti da un segreto più grande e più vecchio di loro.

Dopo la delusione di Tales from Earth-nonsicapisceuncazzo-sea ero un po’ diffidente nei confronti di Gorō, ma dopotutto Hayao l’aveva detto che il figlio – alla tenera età di 39 anni – non era pronto per la regia, mentre stavolta ha fatto un lavoro decisamente più pulito. Non succedono cose folli e rocambolesche come nei film di Hayao, ma La Collina dei Papaveri ha una compostezza e un ché di sobrio nella narrazione che mi sono piaciuti davvero. Bravo Gorō. Non è ancora eccezionale come il papà, ma ha fatto passi avanti. L’ho davvero apprezzato e ringrazio Alex per questo regalo di Natale.

Tuttavia, prima che vi precipitiate a guardarlo, voglio regalarvi un avvertimento e una riflessione basati sulle premesse che avete appena letto.
Qualcuno, nel malaugurato caso in cui si aspettasse un film pieno di azione e follia alla Studio Ghibli, potrebbe non apprezzarlo e addirittura annoiarsi. Errore. Mai presumere che un film debba rispondere a standard dettati da altri, perché – per l’appunto – è un altro film. 
Una storia come questa poteva essere raccontata anche in un film tradizionale con attori in carne e ossa eccetera eccetera, ma io credo che l’animazione non debba essere un accessorio o un espediente da usare solo per numeri pirotecnici allo scopo di risparmiarsi una scenografia impossibile o complicata. Credo, anzi, che il fatto di raccontare storie come questa ne dimostri la dignità di mezzo narrativo completo e indipendente. L’animazione non è la sorellina povera e bambinesca del cinema, è una forma artistica in grado di esprimere qualunque cosa, e per questo va rispettata.

domenica 11 novembre 2012

Christopher Moore

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Christopher Moore (Toledo, Ohio 1957).
La mia prima volta con Moore fu nel 1993, avevo vent’anni quando finalmente Euroclub mi propose due titoli ai quali non potei resistere, La Commedia degli Orrori (Practical Demonkeeping, 1992) e Il Ritorno del Dio Coyote (Coyote Blue, 1993). Fu amore a prima lettura, maledetto tuttavia dall’impossibilità di reperire altri titoli fino agli anni più recenti, quando quella macchina distratta che è l’editoria italiana si accorse di questo autore per me eccezionale.

La Commedia mi introdusse alla conoscenza di Travis e del demone Catch, al quale il protagonista è legato per colpa di un patto infernale dagli esiti più seccanti che possiate immaginare. Altro che Faust e Mefistofele, Catch non è per niente ammaliante e sinistro ma piuttosto un fastidioso mostriciattolo invisibile a tutti tranne che a Travis, tranne quando ha fame e… vedrete vedrete, certe cose vanno scoperte tra le risate che vi farete leggendolo, perché per fortuna oggi lo potete reperire in libreria col titolo Demoni, istruzioni per l’uso, edito dalla Elliot che cura tutte le sue pubblicazioni recenti.

Quanto al Dio Coyote, ho brutte notizie per voi. Da noi non è stato ancora tradotto e quindi se avete difficoltà con l’inglese dovrete attendere. Per me fu una rivelazione, e da questo libro nacque anche l’interesse per i nativi americani e le loro molte e diverse culture. In questo caso si tratta della Nazione Crow del Montana, di Sam Hunter e del Vecchio Coyote, il Dio imbroglione dalla sua gente che torna a ricordargli le sue origini e la sua vita passata attraverso una serie di avventure che solo un trickster potrebbe infliggere a un essere umano. Riuscite a immaginare cosa voglia dire andarsene in giro col proprio dio che ha uno spiccato gusto per bacco, tabacco e venere? Beh, dovete assolutamente scoprirlo.

Anni dopo quell’incontro felice passarono molti anni durante i quali ci avevo messo ormai una pietra sopra, finché la Elliot non pubblicò nuovi titoli. Evviva!

Il Vangelo secondo Biff (Lamb: The Gospel According to Biff, 2002), talmente bello che mi ha quasi convertito al cristianesimo. Quasi. Il migliore amico di Gesù racconta cosa accadde veramente, compresi gli anni che non figurano nei vangeli, ossia quelli tra l’infanzia e l’età adulta. Forse anche voi a catechismo vi siete domandati se mancassero delle pagine al vostro libro o se nessuno ne parlasse per qualche motivo losco e idiota, ma per fortuna la vostra curiosità verrà soddisfatta da Moore meglio di quanto abbiano fatto i Padri della Chiesa con tutto il resto che vi è stato propinato a messa. Inoltre qui avrete il notevole vantaggio di non addormentarvi ma di ridere un bel po’.

Sesso e lucertole a Melancholy Cove (The Lust Lizard of Melancholy Cove, 1999) è… beh, un mostro marino antichissimo e arrapato, Prozac e placebo in quantità, un vice sceriffo dallo spinello facile, un anziano musicista blues e inspiegabili fenomeni e delitti che descrivere o elencare rovinerebbe solo la scoperta di questo libro. Moore riesce a sopraffare il suo lettore con trovate e battute inaspettate, crea un mondo apparentemente normale che nasconde una serie di prodigi che aspettano solo di essere scoperti da eroi così improbabili da dover fare uso di parecchia ironia e qualche birra per mandare giù questo boccone soprannaturale, perché nonostante i suoi libri siano indipendenti e auto-conclusivi si citano tra loro, e alcuni personaggi viaggiano dall’uno all’altro portandosi appresso citazioni di altre avventure.

Ho detto un’istante fa che i libri di Moore sono auto-conclusivi, ma devo correggere immediatamente il tiro nel caso di Suck! (You suck! A love story, 2007) che è in realtà il secondo volume di una trilogia, disgraziatamente pubblicato in Italia prima del volume precedente che quindi rischiate di spoilerarvi completamente leggendo questo. Esattamente come è capitato a me che non lo sapevo. Prima infatti verrebbe Bloodsucking Fiends: A Love Story (1995) e poi Bite Me: A Love Story (2010), entrambi ancora non tradotti. In questo caso mi rimetto a voi, scegliete se attendere che la trilogia esca nell’ordine corretto o buttarvi nella lettura di questa improbabile storia d’amore di vampiri, con la mia garanzia personale che non troverete in essa neanche un briciolo della stucchevole porcheria che riempie la Saga di Twilight.

Un lavoro sporco (A Dirty Job, 2006) è stata la mia penultima lettura, davvero affascinante. L’inizio ti spiazza quando Charlie si ritrova istantaneamente padre e vedovo in seguito alla morte di parto della moglie, poi strane voci nelle fogne, creature che si muovono nel buio e gente che gli muore intorno lo introducono al mondo dei Mercanti di Morte, e da quel momento la sua vita prenderà una direzione imprevista. Personaggi esilaranti, mastini infernali e divinità della morte riempiono ogni pagina di sorprese che mi sono goduto dall’inizio alla fine, volendone ancora anche di fronte alla pagina bianca dopo la parola fine. 

Attualmente sto leggendo e sono quasi in conclusione di Sacré Bleu (Sacré Bleu, 2012), la sua penultima uscita che tratta del mondo dei pittori impressionisti in una Parigi infestata dal Colorista, un misterioso personaggio che lascerò scoprire a voi. Un assaggio però ve lo regalo, è un’istantanea del protagonista da bambino, Lucien, figlio di un panettiere appassionato di pittura dal quale eredita sia il mestiere che l’arte., a giudicate voi.
Poi salirono sull’imperiale dell’omnibus e andarono al Louvre ad ammirare i quadri, per dare a Lucien un punto di riferimento da cui iniziare la sua carriera d’artista.
«Ci sono tanti quadri con la Madonna» disse Lucien. «Ma non ce ne sono due uguali».
«La madonna ha tanti volti, ma la riconosci dal manto azzurro. Dicono che sia lo spirito che vive in tutte le donne».
«Guarda, qui è nuda e Gesù Bambino ha le ali» disse Lucien.
«Questa non è la Madonna, è Venere, e quello non è Gesù ma Cupido, il dio romano dell’amore».
«Lei non ce l’aveva lo spirito della Madonna?»
«No, Venere è un mito pagano».
«E mamma? Lei ce l’ha, lo spirito della Madonna?»
«No, Lucien, anche tua madre è un mito pagano. Vieni, guarda questi lottatori».
Di ultimissima pubblicazione è Uno stupido Angelo, che mi dovrò assolutamente procurare, specie trattandosi di un romanzo natalizio su un bambino convinto di aver assistito all’omicidio di Babbo Natale e che quindi prega per la sua resurrezione finché l’Arcangelo Raziel, non certo la mente più brillante del paradiso, decide di correre in suo soccorso con risultati che dovrò scoprire come tutti voi. 

Nell’elenco delle pubblicazioni ho saltato Fool (Fool, 2009) perché purtroppo non sono ancora riuscito a procurarmelo, ossia la storia del buffone di corte di Re Lear. Farò di tutto per avere anche questo, e grazie a una segnalazione che mi hanno fatto oggi – grazie un sacco – potrei recuperarlo con un acquisto online, evviva! 

Bene, non potrei aggiungere altro a parte qualche nota biografica come si fa di solito negli articoli seri sugli scrittori, ma io non sono mai stato un blogger serio e quindi vi rimando alla Pagina su Chris della Wiki, che poi è da dove avrei comunque pescato i dati da rifilarvi in un bel pacchetto di copia e incolla. Perciò, con questo concludo e all I’m saying is give Moore a chance. Buona lettura!

venerdì 12 ottobre 2012

Black Mirror (2011)

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Ieri sera ho visto Black Mirror, questa miniserie inglese in tre episodi, in realtà tre brevi film slegati fra loro. Mi ci sono accostato per curiosità non sapendone nulla, ma neanche un attimo dopo ero incollato allo schermo per vedermeli tutti e tre in stecca. Il tema generale è il potere della tecnologia sulla società nell’accezione più negativa che potreste immaginare. Controllo e alienamento, ma anche manipolazione. Questa volta non farò il cineracconto e ometterò gli spoilers perché ve ne consiglio la visione, d’altra parte qualunque riassunto o bignami non gli renderebbe merito, perciò mi limiterò a riportarvi le trame e le mie impressioni.

lunedì 8 ottobre 2012

Il buio si avvicina (Near Dark, 1987)

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La Manson Family di Near Dark
Quando vidi questo film per la prima volta – stiamo parlando della Prima Visione TV, quindi fine anni ‘80 inizio ‘90 – mi piacque e impressionò un sacco. Era la prima volta che incontravo vampiri poveracci, brutti, sporchi e cattivi, anziché elegantissimi damerini o signori delle tenebre in smoking e mantello. Non posso giurarci né scommetterci alcunché, perché la memoria mi fa difetto quanto le diottrie, ma credo sia stato quello l’istante in cui i vecchi dandy mi vennero a noia e iniziai a preferire i vampiri moderni. Quello che non ricordavo è che la banda di Near Dark fosse una manica di stronzi, dal primo all’ultimo, ma anche questo fa parte del loro fascino, dalla distanza di sicurezza di una TV.

venerdì 28 settembre 2012

Romanzo Rosa, di Stefania Bertola (2012)

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di Stefania Bertola 
Einaudi (disponibile anche in eBook).
pp. 208 
€ 6,99
ISBN 9788858405871

Una delle mie autrici preferite è Stefania Bertola, nel caso quest’informazione fondamentale vi fosse mancata fino a quest’oggi. Oltre a divertimi e intrattenermi in modo piacevole ha anche uno stile leggero e fluido che apprezzo molto; il suo modo di raccontare le cose mette a suo agio il lettore portandolo in una Torino dove può succedere di tutto – beh, non troverete mostri o alieni nei suoi libri, questo no – ma in qualunque imbarazzante circostanza o inconveniente possa incorrere la protagonista, siate certi che verrà affrontata con spirito.

L’ultima sua fatica che ho divorato – come avrete già intuito dall’immagine e dai dati qui sopra – è Romanzo Rosa, e di questo ho intenzione di parlarvi subito dopo la trama espressa in un assaggio dalla quarta di copertina.
«Per scrivere un romanzo rosa in una settimana ci vogliono otto giorni», ha detto la Signora Leonora Forneris, posando la borsetta lilla sul tavolo. Poi ci ha guardati come per dire: non voglio sentire risatine, e in effetti nessuno ha ridacchiato, siamo rimasti lì come quindici pesci muti, noi iscritti al laboratorio Come scrivere un romanzo rosa in una settimana. 
[…] 
Mentre parla, passa fra noi distribuendo a ciascuno dei fogli. Poi torna al suo posto e sta zitta, mentre noi leggiamo. Non ho mai visto nessuno stare zitto in modo tanto denso. Non si limita a non parlare, è come se emanasse silenzio, voglio dire, normalmente il silenzio è una cosa passiva, l’assenza di parole o suoni, il silenzio di Leonora Forneris invece è attivo, è sostanzioso, come una schiuma, ecco, sì, è come se da lei uscisse una schiuma di silenzio. 
E avvolta in quella schiuma, leggo.
In breve la nostra protagonista, Olimpia Ceschino, bibliotecaria 58’enne, si iscrive a un corso che ha lo scopo di insegnare a scrivere un autentico romanzo Melody – chi ha detto Harmony? – con tutte le regole, schemi, stratagemmi e solidi cliché che ne determinano il successo globale da sempre. Inoltre, la nota divertente aggiuntiva è la struttura dei capitoli, che si suddividono in tre parti: l’esperienza del corso raccontata giorno per giorno da Olimpia, le irrinunciabili dispense con tutte le regole Melody e le imprevedibili lezioni della Signora Forneris, e infine i capitoli del romanzo di Olimpia, che prende forma passo passo. Vi dirò che oltre ad avermi divertito, mi ha anche stimolato nel voler tentare la via del Melody, magari con qualche variante sul mio stile (che la Forneris mi perdoni). 

Avevo quasi intenzione di trascrivere le regole base e postarvele, ma poi mi sono reso conto che per capirle e interpretarle avreste bisogno comunque di leggere questo libro, perciò ve ne consiglio la lettura perché – mi ripeto – è davvero divertente, e anche se non cambierà la vostra vita potrebbe suggerirvi qualche riflessione sulla scrittura, i lettori e l’appropriata gestione di certe velleità artistiche. Comunque voglio presentarvi un panorama di alcuni titoli, tanto per incuriosirvi.
  • Appunti per i partecipanti al corso, grazie ai quali studiamo le varie soluzioni di coppia e creiamo i nostri personaggi, scegliamo i loro nomi e un’ambientazione secondo le inflessibili regole Melody.
  • Cosa impedisce ai protagonisti di un Melody di amarsi senza problemi fin da pagina due? il capitolo nel quale studiamo i contrattempi, malintesi, stratagemmi e impedimenti assorti per tenere lontani i nostri eroi evitando di arrivare subito al “felici e contenti”.
  • Approfondimento uno. Gli ostacoli. Perché in un Melody se non capitasse una sciagura o un malinteso ogni tot pagine, i due sciagurati finirebbero per amarsi e mettere su casa provocando la noia immediata della lettrice.
  • L’altra, l’altro. Niente di meglio di un/a rivale per creare scompiglio, inoltre le dispense vi insegneranno anche come crearli nel modo migliore e più efficace.
  • Taccheggiare in attesa della conclusione. Servono spiegazioni? Con onestà, la Forneris insegna che se non saprete menare il can per l’aia per un numero sufficiente di pagine, l’esilissima trama del Melody potrebbe consumarsi molto presto, è necessario quindi saper allungare il brodo da veri chef (sempre presumendo che gli chef lo facciano, ma non lo dicano a nessuno tenendoselo per sé).

In itinere vi verrà anche suggerito di e come creare un nome d’arte, rigorosamente femminile e anglosassone, pertanto non mi resta che augurarvi una buona lettura, e chissà che non venga voglia anche a voi di scrivere un Melody con tutti i crismi.

domenica 23 settembre 2012

Prometheus (2012)

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Ieri sera ho visto Prometheus. Secondo me, un film visivamente spettacolare e ben recitato, ma con una sceneggiatura… ve lo devo dire, la sceneggiatura di Prometheus mi ha ricordato Voyager di Giacobbo nella prima parte e un Festival del Dadaismo nelle scelte successive. Ho persino sospettato che Ridley Scott iniziasse a soffrire della Sindrome di Dario Argento, mostro sacro che accieca la vista dei suoi stessi fans incapaci di vederne il declino. Bene, sono felice di dire che sbagliavo, perché la sceneggiatura e tutto quello che non funziona dipendono invece da Damon Lindelof, sceneggiatore proveniente da prodezze televisive dadaiste come la supercazzola di Lost. Perciò posso accusare Scott solamente di aver lesinato scappellotti e buone vecchie badilate sul testone di Lindelof, che ha scritto una boiata dietro l’altra e andrebbe pertanto punito stando in ginocchio sui ceci a guardare la Corazzata Cotionkin col montaggio analogico e cineforum a seguire. 

Il film mi è piaciuto? Non esattamente. Mi ha intrattenuto? Sì. Difficile quindi applicare un giudizio completo, è un film diviso tra arte e mestiere da una parte e sgangherata cialtroneria dall’altra. Per scendere nel dettaglio dobbiamo entrare nel regno dello spoiler, quindi allacciate le cinture o cambiate canale.


Questa volta, niente cineracconto. Non esattamente. elencherò solo le parti che mi hanno lasciato perplesso o che ho apprezzato, perché raccontare qualcosa del genere in una parodia – per quanto ci abbia provato – non può essere esaustivo. 

venerdì 21 settembre 2012

Highlander The Source (2007)

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Come promesso nello scorso articolo, ho visto The Source. Gente, se per caso siete convinti che la saga degli immortali non ha niente altro da dire, e che sarebbe stato un bene per tutti se ci fossimo fermati al primo film del 1986, avete ragione da vendere. Lo sostenevo prima e lo sostengo adesso, anche con un tot di fervore in più. 

ATTENZIONE: come al solito piovono spoilers come rane in Egitto, quindi sapete cosa fare. No? Va bene, uscite a fare due passi, altrimenti prendete un ombrello e leggete quanto segue. 

domenica 5 agosto 2012

Super 8

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Ho appena visto Super 8, che poi sarebbe J. J. Abrams che gioca a fare Spielberg, ma giusto un pelino meno buonista di Steven
Estate 1979, un gruppo di ragazzini sta girando il suo film di zombie ma un incidente ferroviario libera un alieno in città all’insaputa degli abitanti. I militari sono da tutte le parti, i ragazzini corrono di qua e di là per finire il loro film ma finiscono nei tradizionali casini da film di fantascienza per ragazzi. Da segnalare la strizzata d’occhio al Maestro nella comunicazione empatica tra umani e alieno. Come al solito i buoni sentimenti prevalgono, anche se stavolta muore un po’ di gente (tanto chi schiatta non è essenziale alla trama). 
Tutto sommato niente di ché e non capisco perché SKY lo classifichi per bambini accompagnati, visto che quanto a violenza e azione sono di scorza ben più dura di quella che serve per guardare questo E.T. del XXI secolo. In conclusione, diciamo che ci si passa il tempo, ma in giro c’è decisamente di meglio.

venerdì 18 maggio 2012

Dark Shadows, recensione e cineracconto.

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“Dark Shadows” (Tim Burton, 2012).  
Sono stato a vedere Dark Shadows, il più recente e disperato tentativo di Tim Burton per risultare simpatico al grande pubblico. Tutto sommato si è rivelata un’innocua commediola, sebbene ignori quante libertà il vecchio Tim si sia preso rispetto alla serie originale del ‘66, perciò non ho sofferto delle crisi da reboot che sono costate parecchia sofferenza ai fans dell’originale. 
Sembrano lontani i tempi in cui si usciva dal cinema pienamente soddisfatti dopo la visione di un suo film, eppure non si può dire – in tutta onestà – che si sia messo a girare Lammerda© com’è capitato ad altri suoi colleghi. Più che altro questo Dark Shadow è un simpatico cabaret, una rivista in costume nella quale Burton fa finta di tornare ai suoi temi cupi originali e Johnny Depp gigioneggia da capocomico. Non brutto, ma neppure un capolavoro. Tiepido. Chi ha detto insignificante? No, sarà stato uno spiffero.

Prima di venire al cineracconto però voglio sottoporvi brevemente una manche di Sosia accazzo in tema con questo film, poi ditemi voi se non è azzeccato. Io ho pensato a Rheon nell’esatto istante in cui ho visto la faccia di Depp truccata come una maschera kabuki. Giuro.


ATTENZIONE: segue cineracconto con tanti di quegli spoiler che ne avrete visti altrettanti solo sugli aerei di linea o sull’auto di un tamarro, perciò siete avvertiti e invitati a non venite a piangnucolare perché il blogger cattivo vi ha rovinato la sorpresa. Gne gne gne!

sabato 12 maggio 2012

Chronicle: recensione

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Forse anche voi avete visto il trailer aspettandovi la solita storiella giovanile con punte di alta coglioneria, e magari come ho fatto io gli avrete dato comunque un’opportunità per curiosità e perché in fondo i super poteri hanno sempre quell’ascendente lì su noi giovanotti attempati. Se lo avete fatto, bene, il mio lavoro sarà molto più semplice. Se invece siete ancora lì che tentennate gne gne gne, adesso vi spiego tutto, evitando gli spoilers.


“Chronicle” (UK/USA, 2012).
Regia: Josh Trank.
Sceneggiatura: Max Landis.
Distribuzione: 20th Century Fox.

Girato come un mockumentary, Chronicles racconta le gesta di tre adolescenti che entrano in possesso di straordinari poteri. E già questo potrebbe portare a Lammerda©, invece scopriamo che i personaggi sono ben delineati e hanno motivazioni chiare fin da subito, che tuttavia si evolvono durante la storia per portare a un finale che non è poi così annunciato come sembra. 

Mancano i buoni che sono buoni e i cattivi che sono cattivi – motivo che può aver portato il pubblico di IMDb a un tiepido 7.2 in mancanza di una dicotomia più netta e classica – perché in Chronicles la natura dei protagonisti è determinata dalle loro esperienze che vengono comunque documentate in corso d’opera. Andrew vive una condizione familiare estrema, in più a scuola è un nerd reietto. Suo cugino Matt è un ragazzo popolare che, dietro ai discorsi filosofici, nasconde un’insicurezza che fa capolino soprattutto con le ragazze. Steve è il figo della scuola candidato alle elezioni scolastiche, e tanto basterebbe a farne uno snob, ma in realtà è un ragazzo socievole, amico di Matt e che non giudica e impara a conoscere Andrew. Hanno vite che non sono interamente loro, che non vogliono o che gli stanno un po’ strette, a chi più e a chi meno. Poi capita questa cosa, e tutto cambia.

Tutto sommato, nell’economia del film la tecnica del mockumentary non era indispensabile – a tratti risulta anche forzata – anche se all’inizio, e successivamente in un paio di altri momenti, ha la sua plausibilità come desiderio di Andrew di filmare la sua vita difficile o, come fa notare Matt, per mettere un filtro tra se stesso e la realtà (fosse anche una telecamera) per sfuggirle in qualche modo. Diciamo che questo metodo ha alti e bassi, ma alla fine quel che conta è la storia. A questo proposito, Hell faceva notare come i poteri e la perdita di controllo ricordino il film di animazione Akira di Katsuhiro Ohtomo, cosa a cui non avevo pensato ma che in effetti si rivela come un precedente illustre e azzeccato. Come in Akira, assistiamo alla caduta degli dei – ancorché in formato ridotto – attraverso una picchiata nel delirio causata dall’impotenza di controllare la propria vita, e allora ecco che i grandi poteri danno alla testa e la storia si racconta da sé, ma quel che conta è come viene raccontata, e vi assicuro che il risultato è positivo. Dategli una possibilità, non saranno eroi in calzamaglia ma è un bel modo di guardare ai nostri amati super. Sicuramente, un punto di vista originale.

Bene, la recensione è finita e potreste anche andare in pace, ma vi rubo solo un momento per condividere una riflessione nata proprio sulla questione Chronicle e l’accoglienza che sta ricevendo.

Noto sempre più spesso come il grande pubblico non voglia essere sorpreso ma assecondato, rassicurato e accontentato negli schemi che gli sono più cari. Non pensa troppo ed è poco critico, tanto che quasi mai lo sento lamentarsi per la sceneggiatura, ma piuttosto per gli eventi infausti occorsi ai loro eroi, quasi che il cinema e la TV non siano i prodotti creativi realizzati da terzi che sono in realtà. Non riflettendo su questo, lo spettatore dimentica il suo ruolo rinunciando al suo senso critico, e quindi al progresso del cinema che – infatti – non fa che servire precotti a una clientela che ha perso il palato.

Forse sbaglierò, ma questa è la mia impressione.

mercoledì 28 marzo 2012

Un po’ di cinema e TV accazzo!

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«If you ever get close to a human and human behaviour, be ready to get confused. There’s definitely, definitely, definitely no logic to human behaviour. But yet so, yet so irresistible. And there’s no map, and a compass wouldn’t help at all». – Bjork, “Human Behaviour” (Debut, 1993).
Inizio con una citazione che è spesso vera, stavolta però la applichiamo ai personaggi di The Walking Dead perché there’s definitely, definitely, definitely no logic to TWD behaviour, credetemi. Tutti i personaggi si comportano in base alle necessità di una trama isterica malamente adattata da un fumetto di successo (che non ho letto ma del quale mi si dicono grandi cose), che qui viene amputato e decomposto come quegli zombie che dovrebbero fare la parte del leone di TWD e invece fanno timidamente capolino ogni tanto. Personaggi come Lori, Rick, Shane, ecc. cambiano idea dall’oggi al domani solo per regalare un colpo di scena senza capo né coda. Eppure questa serie piace, e a chi non piace regala comunque una dipendenza da cazzata più grossa. Dopo un po’ resti a seguirla per vedere che altro s’inventano, è un gioco al massacro sulla minchiata, una scuola circense di alta coglioneria. Dopo aver visto due stagioni, una più assurda dell’altra – nelle quali abbiamo sfiorato picchi di teatro dadaista – attendo anch’io la terza con un moto di reverente stupore (del tipo che ti coglie davanti a un’orca che emerge dal gabinetto e ti morde il culo). All’inizio inorridivo, poi grazie a Hell ho capito che non stavo guardando una rivoluzionaria serie sugli zombie (venuta così male da far rimpiangere puttanate mostruose come Maial Zombie), ma la soap opera non morta Centovetrine of the Dead (leggete tutti i riessunti della seconda stagione se siete curiosi). Accettato questo, è stato più facile andare avanti ridendone serenamente malgrado le bottarelle buoniste alla “dobbiamo conservare la nostra umanità” per poi fare l’esatto contrario, tanto facciamo un po’ come cazzo che ci pare.

Sull’onda di questo buonismo che mi ha un po’ trifolato i coglioni con ricetta classica, la FOX – dopo un battage pubblicitario esagerato che è ingrediente principe della trifolatura – ci ha recentemente regalato Touch, degli stessi autori di Heroes che però stavolta devono aver preso una porta girevole contromano e battuto la testa ripetutamente contro il vetro rinforzato. Ho visto la prima puntata con perplessità. La botta di matematica del caos trattata come mistica e il ragazzino autistico ma geniale col padre uomo d’azione, pareva la fiera dell’avanzo di cinema già visto. Il finale poi, con la morale e lo schema ripetitivo in cui il tocco di un angelo (mamma mia che orrore) salva le vite di alcune persone facendole incontrare, è da crisi diabetica. Ogni episodio è un esercizio di stile per mostrare come riescono a intrecciare storie apparentemente slegate in un nodo gordiano di melassa. Ne ho guardato un secondo episodio per vedere se ci fosse qualche margine di miglioramento, ma già a metà della puntata mi sono reso conto che non volevo sprecare il mio tempo e la mia vita davanti a quel programma.

In settimana però grazie al satellite ho avuto una piacevole sorpresa che magari ai più parrà una cazzata, ma che a me divertì un sacco la prima volta che c’inciampai. Si tratta di Bubble Boy, una storiella bizzarra su questo ragazzo che vive in una camera sterile perché nato senza anticorpi. Nonostante le premesse, non è un film drammatico. Il protagonista è interpretato da Jake Gyllenhaal (e questo è anche il primo film in cui l’abbia mai visto recitare) e la sua missione è raggiungere le Cascate del Niagara per impedire alla ragazza che ama di sposare un’imbecille allo stadio terminale della stupidità. Per farlo si costruisce una tuta isolante a forma di bolla, da cui il titolo. Nel cast appare anche Danny Trejo in un ruolo divertente e sopra le righe (Danny-fans, non perdetevelo), ma anche gli altri personaggi sono un coro di bizzarri soggetti che meritano almeno una rapida menzione, a partire dalla madre isterica e iperprotettiva e il padre sottomesso che non parla mai ma rincorrono il figlio per tutti gli stati, poi la setta dei Brillanti e Luminosi (dove tutti i ragazzi si chiamano Todd, le ragazze Lorraine, e vivono insieme in castità) che appaiono nel video qui sotto e che vi consiglio di ascoltare (e guardare, visto che è una sorta di trailer) perché adoro questa canzone (non solo per il ritmo orecchiabile e coinvolgente, ma anche perché è così cheeful & creepy), seguono il Dottor Phreak e i suoi mostri, un gelataio indiano che gira con un furgone bardato da carro di Shiva e vende anche curry, poi il terzetto Pappy, Pippy e Puttana (o Punani), eccetera. Forse non è un capolavoro indimenticabile della cinematografia e non ha mai aspirato all’Orso di Berlino, ma ha un buon ritmo e non si prende troppo sul serio. Anche i momenti che potrebbero scivolare nello zucchero hanno il loro bravo freno dell’ironia. Insomma, dopo qualche fregatura rivedermi a sorpresa qualcosa di divertente e ben fatto è stato bello.




Se vi propinano merda, il mio consiglio è di non prendervela. Ridetene e guardatevi una cazzata, magari una fatta bene. Non di solo Essai vive l’uomo, ci sono anche film che senza essere pretenziosi fanno il loro lavoro. E sinceramente, questa cosa di snobbare la comicità in favore di roba seria e tragica mi ha un po’ rotto le palle. Si può dire di tutto facendo ridere la gente, che poi se ne ricorderà meglio che se ci avesse pianto sopra (altrimenti non esisterebbe la satira). La verità è ancora là fuori, e fa sempre ridere. Che vi piaccia o no.

venerdì 23 marzo 2012

Dylan Dog, il film: recensione.

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Tempo fa ho parlato del film su Dylan Dog paventandone l’avvento nei cinema, stasera però l’ho visto sul satellite. Oh, avevo ragione. Terribile. Adesso non dite che sono un nostalgico del fumetto o un fanatico purista, perché io DD non lo leggo da anni. No, il problema non è l’attinenza all’opera di Sclavi. Fosse solo quello stavamo a posto, perché a sistemarla bastava il casting. No, anche preso come fenomeno a sé, è un film scemotto. DD – il fumetto DD – è ben scritto, sarebbe bastato attingere a quelle trame e il gioco era fatto, cosa che è stata evitata con accorta e circospetta negligenza: «Hai visto mai che non ci venga la solita cagata? Shame on us!» dice il produttore, e di conseguenza si comporta.

Il mio incubo è questo film.

Il buon Dylan è interpretato dal bisteccone di Superman Returns (che in veste di Uomo d’Acciaio aveva comunque un’espressione di ghisa acconcia), qui invece è poco più di un modello che si aggira per la città dei mostri (New Orleans invece di Londra) a far domande. Poi, perché le creature della notte debbano rendere conto dei fatti loro a questo, che pare un tronista della de Filippi, non si sa. C’è anche la biondina in difficoltà, che gli è morto il papà e Dylan la vuole aiutare perché pappappéro, ma tanto DD ha sempre avuto un parterre di donne alla 007, e quindi ci sta (ci sta, ci sta). Quello che fa male, tanto male al cuore, è l’assenza di Groucho, ma gli eredi dei Marx non hanno voluto concedere l’utilizzo dell’immagine (dagli torto). Oh, però c’è Marcus. Che io non gli avrei dato un cinque all’assistente di rimpiazzo, proprio perché viene a coprire il ruolo di Groucho con un umorismo nettamente diverso, però alla fine è simpatico e poi l’attore mi piace (è quello che fa il licantropo nella versione USA di Being Human). La storia invece è un florilegio di cazzate, la solita menata dell’artefatto che dà un grande potere e tutti lo vogliono, roba da domandarsi se la quest sceneggiatura non l’abbia scritta il nipotino nerd del regista.
Il massimo però lo danno le citazioni. Tu sei lì che fai di tutto per dimenticarti DD e convincerti che quello che stai guardando non gli è manco parente (anche per conservare un minimo di sanità mentale) ma loro – sadici – non te lo permettono, e qua e là spunta un poster dei Fratelli Marx a coprire una cassaforte o passaggio segreto, poi un vampiro italiano di nome Borelli (povera Bonelli, pure citata male) e “Sclavi” che è l’ultima parola pronunciata da un testimone morente, dopo di che stai li a guardare ‘sto tronista vestito da Dylan Dog che rimugina: «Sclavi… Sclavi… cosa significherà questo nome?» Significa impiccati, che è ora.
Vabbè, poi battaglia campale per il superpotere risolta in trionfo di effetti speciali for dummies con tarallucci e vino serviti a parte, e il finale con… ve lo dico? Ma sì dai, tanto si capisce subito. Dylan e Marcus, finalmente soci alla pari, che s’incamminano verso l’alba scambiandosi battute di spirito. Oh, io ancora mi domando come mai, per i diritti di Casablanca, gli eredi non abbiano fatto le stesse storie dei Marx, perché in quel momento ho avuto un déjà-vu di Bogart e Rains al principiare della loro bella amicizia sulla via di Brazzaville.

Ecco, e questo è tutto. Quel che posso dirvi è di guardarlo se siete curiosi, o di passare oltre se avete poco tempo da perdere. Stavolta non ho fatto il cineracconto e ho evitato gli spoliers per quanto possibile, anche perché ogni tanto mi sono distratto per il semplice motivo che il film è pure noioso, a parte i momenti in cui c’è Marcus, ma a ‘sto punto spero di vedere Sam Huntington in una cosa tutta sua, una che non contempli ripetuti abusi su una trama originale che però viene ignorata.

Voglio solo aggiungere che secondo me questo film non andava fatto, perché una volta ricevuti i no per Groucho, le locations eccetera, era meglio desistere e passare a un soggetto originale. Quello che è stato realizzato non è DD, ma un prodotto che cita e scimmiotta l’Investigatore dell’Incubo prendendo in qualche modo per i fondelli il suo fandom. Anche se alla fine io non me la sono neppure presa, perché è come se tuo nipote di quattro anni disegnasse un Goldrake che somiglia più a Mazinga Z su un piatto di cozze. Che fai, t’incazzi? Allora sei scemo. Porta pazienza e spera che impari, se no amen. Poi, se insiste, gli nascondi i Gormiti.
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