
L’acchiapparatti
di Francesco Barbi
B.C. Dalai Editore
466 pagine, 18.50 euro.
B.C. Dalai Editore
466 pagine, 18.50 euro.
Pochi a Tilos conoscono il nome di Ghescik. Lui è soltanto il becchino, l’ometto gobbo e storpio che vive al cimitero, ai margini del paese. Pochissimi sanno che coltiva una passione insana per la feldspina e gli scritti antichi. Solo lo strambo acchiapparatti gli è amico. Notte fonda. Al sicuro tra le mura della casa-torre diroccata, Zaccaria sta rimproverando uno dei suoi gatti quando qualcuno bussa alla porta. Il becchino si presenta con un libro rilegato in pelle scura, che sostiene di aver vinto grazie a una scommessa con lo speziale. Risale a epoche in cui la magia non era stata ancora messa al bando e sembrerebbe contenere le memorie di un defunto negromante. Ghescik non fa parola dello strano diadema rinvenuto in un sotterraneo della “torre maledetta”, ma ha un solo modo per scoprire se certi suoi sospetti sono fondati: far tradurre il libro a Zaccaria che, inspiegabilmente, ha sempre avuto grandi doti come decifratore delle lingue arcane... Inseguiti dagli sgherri dello speziale, becchino e acchiapparatti verranno catapultati nei meandri di una vicenda terribile che non coinvolgerà i soliti eroi, ma una compagine di personaggi inconsueti: un cacciatore di taglie sfigurato, una prostituta dalle molte risorse, un gigante che parla per proverbi sgrammaticati e una schiera di feroci tagliagole. Ma quale legame esiste tra il misterioso diadema e la terrificante creatura rinchiusa da secoli nelle segrete di Giloc?Incuriosito dal titolo e da queste note di copertina, mi ci sono tuffato dentro. Beh, premetto che l’ambientazione non è niente male e che la storia ha i suoi momenti suggestivi e coinvolgenti, ma restano tre cose (neanche piccole) che disturbano parecchio la lettura:
- Malgrado una sanguinaria Inquisizione abbia spazzato via la magia – e quindi ci si potrebbe aspettare d’incontrare un clero molto potente, erede di quella vittoria schiacciante – in tutto il libro non s’incontra una chiesa, un tempio, un prete, un sacerdote, un diacono o una perpetua. Quando finalmente spunta un campanile, salta fuori che viene impiegato a mansioni di magazzino nei giorni di mercato. Mi domando: è sufficiente dire che c’è questo potere senza darsi la pena di mostrarlo? Non dico esplicitamente, ma almeno facendolo “sentire”? No, perché al di là di questi accenni a una “comoda” Inquisizione (la magia proibita, le consocenze perdute, gli stregoni antichi, ecc.), nel presente non c’è nulla che richiami a un’istituzione religiosa! Si parla dei Guardiani dell’Equilibrio che secoli fa hanno mandato al rogo streghe e stregoni coi loro tomi oscuri, e poi di questo Culto della Luce che sarebbe l’unica vera fede, eppure... nulla. Nessuna traccia concreta in tutto il libro. Va bene, è successo secoli fa... ma se c’è un tipo d’istituzione in grado di durare, è proprio quella religiosa (specie dopo aver spazzato via la concorrenza), eppure – come dicevo – latita come l’ombra nel deserto.
- L’imprecazione preferita di Ghescik, «Per Belzebù!», che all’interno di un’ambientazione fantasy – che dovrebbe essere originale – porta una figura che è di tradizione giudaico-cristiana. Magari sembra una cosa da niente, eppure disturba la sospensione d’incredulità su cui si basa l’ambientazione: sei portato a immedesimarti in un luogo e un tempo sconosciuti, una realtà che non è questa... e poi ti nominano un diavolo della superstizione popolare. Per tutto il libro ho pensato che sarebbe stato meglio – a questo punto – ambientarlo in un’Italia medievale in cui le cose sono andate in modo diverso, un ucronìa in cui la magia funzionava davvero e l’Inquisizione ha fatto strage di streghe e stregoni veri, anziché poveracci accusati più per ignoranza che per una ragione concreta.
- La prevedibilità di dati eventi e personaggi. Già a un terzo del libro (anche meno) si ha un’idea di dove vuole andare a parare su alcune questioni o personaggi, il che sposta la tua prospettiva da “chissà cosa succede adesso” a “vediamo come lo fa succedere”, cosa che – inutile dirlo – rovina in parte la lettura, o comunque cambia la disposizione di spirito del lettore. Il motivo è che i personaggi sono piuttosto stereotipati: il matto che la sa più lunga di quel che sembra, l’appassionato di occultismo più curioso che saggio, la furba prostituta che in fondo ha un cuore d’oro, il cacciatore di taglie duro e inflessibile, il gigante tonto ma buono, ecc. libri aperti, tra l’altro con – infilati tra le pagine a mo’ di segnalibro – indizi troppo lampanti (e distribuiti troppo generosamente) su chi sono in realtà o cosa faranno. Alla fine, i miei personaggi preferiti sono risultati quelli minori, apparsi in brevi scene e caratterizzati senza dargli troppo risalto.