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sabato 2 ottobre 2010

Minuti Contati

5 commenti
Una cosa che mi piace fare regolarmente – va beh, diciamo quando c’è – è partecipare a Minuti Contati, un’iniziativa di Daniele Picciuti e dell’Aguzzino (quest’entità mefistofelica che lo possiede una volta al mese ma che non gli sta mai troppo lontano), trasmessa sugli schermi di XII, forum della relativa casa editrice e associazione culturale. In pratica, si tratta di una “competizione” a tempo variabile (già, come il meteo) in cui un gruppo di aspiranti scrittori o buontemponi dalla penna (va beh, dalla tastiera) facile s’incontrano in rete per scrivere – a partire dal VIA! dato dall’Aguzzino medesimo, in carne e zolfo – un racconto che deve rientrare nei parametri assegnati: un tema preciso, un tempo limitato e un numero massimo di battute.
So che può sembrare ansiogeno – e in effetti un po’ lo è – ma vi assicuro che il divertimento, almeno per il sottoscritto, supera di gran lunga lo stress! Inoltre, per un peso massimo della pigrizia come me, uno stimolo del genere è non dico indispensabile ma utile e necessario.
Certo, a questo – nel tempo – si è aggiunto il piacere di essermi piazzato bene in alcune edizioni e averne vinta una, ma non immaginatevi chissà che... quello che si vince è l’onere e l’onore di scegliere la traccia o il tema per l’edizione successiva. Ciò che invece non potete capire (a meno che non la proviate) è la soddisfazione di aver creato qualcosa di buono in quel tempo scarso e maledetto, o di averci provato con tutto l’impegno possibile. La parte più divertente però non è “vincere” o piazzarsi. Alla fine, più che una gara, è un confronto aperto; ogni concorrente giudica i racconti degli altri da cui viene giudicato a sua volta, spesso imparando qualcosa di utile sulla scrittura.
Io partecipo ogni volta che posso, e fin’ora credo di essermi perso solo due delle dodici edizioni (l’ultima si è svolta lunedì 25, corrente mese), e la consiglio a chiunque voglia imparare a scrivere e/o divertirsi mettendo alla prova la sua immaginazione. E la tecnica! Perché oltre a quello che scrivi c’è anche come lo scrivi.
Se poi va male, beh... perdere non è una vergogna. L’ambitissimo ultimo posto è stato occupato da gente che è risalita nel corso delle edizioni successive, proprio perché a Minuti Contati, s’impara (che non è poco)! Impari a gestire l’ansia e la fretta, a scrivere partendo da un’idea e lavorandoci sopra fino a spremerti l’ingegno fuori dalle meningi, e magari anche a non spaventarti troppo per quella che all’inizio sembra una prova impossibile ma in breve si traduce in un’esperienza stimolante.
Insomma, se vi piace scrivere o vi ho semplicemente incuriosito (voi, quattro gatti che mi seguite), non dovete fare altro che loggarvi al forum (prima presentatevi nella sezione apposita, magari) leggete il Regolamento e, una volta annunciata la data fatidica (tenete d’occhio la sezione), fiondarvi lì per leggere il vostro destino: tema, tempo, battute... VIA!
Quale impegno vi è richiesto? Leggere i racconti altrui e commentarli, dopodiché postate una classifica dei racconti in base al vostro gradimento. Niente di astruso e complicato, no? Beh, pensateci.

giovedì 15 luglio 2010

Mistero, una raccolta di racconti fantastici

4 commenti
Torno su Mistero, presentando gli autori con gli incipit dei loro racconti e parlando un po’ di quello che è Mistero, e lo faccio spendendo due parole anche per Paola Preziati, che ha realizzato la veste grafica e le illustrazioni che accompagnano la lettura, immagini suggestive nel loro chiaroscuro e nell’ammiccante richiamo alle tematiche dei racconti, istantanee che sembrano suggerire il mistero senza svelarlo, incuriosendo e titillando l’occhio del lettore.
Un po’ come dice Nicola Roserba nell’introduzione, «Non è questione di terrore – o di orrore. Non si tratta di quella paura che ti attanaglia le budella e ti toglie il respiro. Parlo di quella sensazione agrodolce che ti carezza la spina dorsale con un tocco leggero, gelido». Ecco, Paola – come gli autori di questa raccolta – coglie ciò che è il vero mistero, non la semplice paura ma il limbo del non rivelato. Un’eccezione dalla normalità che è la promessa di qualcos’altro, forse paura o forse no. Di certo, mistero.

Per concludere, ecco un assaggio degli otto Misteri.
I monacheddi, di Simone Lega

All’epoca – erano gli anni quaranta – dicevano tutti di vivere a Siracusa, ma in realtà parlavano dell’isolotto di Ortigia. Oggi Ortigia è solo un quartiere, ma allora oltre il mare non c’era che campagna incolta. L’isola era piccola, stretta tra edifici bassi e storti, puzzolente e grigia, vecchia e marcia. Era bellissima.
Ai tempi o eri pescatore, o muratore. Mio padre né l’uno né l'altro: faceva il netturbino. La spazzatura la lasciavano dietro le porte, e mio padre doveva salire le strette e viscide rampe di gradini caricandosi i sacchi sulle spalle. Era magrolino, e a sera tornava a casa distrutto. Ma sorrideva sempre. Aveva un gran bel carattere.
I pantaloni, però, li portava mia madre. Me la ricordo seduta sulla sedia di paglia, che cuce o legge dal suo libro di cucina.
Intendiamoci: all’epoca la fame ci divorava. C’era gente che si sarebbe scannata per un pezzo di pane, e lei possedeva questo libro grosso come un mattone e leggeva ricette che non avrebbe mai cucinato. Che senso avesse, non l’ho mai capito; e a chiederglielo rispondeva: «Così appena mi fate arrabbiare ben bene, con un colpo in testa vi ammazzo!».
Scherzava, ma noi bambini avevamo sempre paura che i genitori ci uccidessero, perché sapevamo leggere l’angoscia sui loro volti quando non avevano di che sfamarci.

Ranocchio, di Stefano Pastor

È quasi un rito: alla sera, dopo cena, quando Mario e i ragazzi sono di sotto a guardare la partita, io mi ritiro in camera. Non sono molto appassionata di sport, e ho sempre qualcosa da fare. Stasera, per esempio, mi sono rimasti ancora alcuni temi da correggere.
Mi affaccio alla finestra a guardare la vecchia quercia di fronte a me; basterebbe allungare una mano per toccare i suoi rami. È bellissima, ma presto le sue foglie ingiallite riempiranno di nuovo il prato, e sarò costretta a litigare con Mario, come tutti gli anni, perché lui la vuole tagliare.
Non restano molti temi da correggere, nel pomeriggio ho lavorato parecchio. Armata della mia matita bicolore, mi accomodo alla scrivania e comincio.
Il tema che ho assegnato potrebbe sembrare banale: La mia famiglia. Eppure è un espediente essenziale per conoscere meglio i miei alunni, e sono solita proporlo ogni anno.
Amo i bambini, e amo il lavoro che mi sono scelta. È piacevole entrare in menti così giovani, scoprire i loro sogni, i loro desideri.
Le parole scorrono davanti ai miei occhi e io sorrido spesso della loro ingenuità.

Il libro di Malanina, di Luigi Musolino

In quella ventosa nottata di novembre, quando il cordless mi trascinò fuori da un sonno ostinato, pensai subito a mia madre.
Era anziana, affetta da una brutta forma di enfisema: sembrava l’opzione più logica. Tirai su la cornetta. Sbagliavo.
«Pronto?» dissi. Dall’altra parte un debole singhiozzo.
«Chi è?».
«Gigi... sono Sara». Parole spezzate da respiri affannosi, un suono liquido di lacrime e catarro. Sara, la moglie del mio migliore amico, Piero Scola; un omone di cinquant’anni che portava cravatte vistose, adorava Cesare Pavese e aveva fatto dell’antropologia il fulcro della sua vita. Insegnava presso il Dipartimento di Scienze Antropologiche dell’Università di Torino, ed era uno dei migliori. Fino a quella notte, quando intraprese il definitivo salto nel buio.
«Sara, che è successo?».
«Vieni subito, Gì. Sono alle Molinette. Piero... è caduto, io non so. Non so come ha fatto». Era sconvolta. Scoppiò in un pianto disperato che mi parve più terribile di tutto ciò che poteva essere accaduto. «Aveva... aveva le ossa delle gambe di fuori!».

Oltre la collina, di Nicola Roserba

Nubi candide rotolavano nel cielo blu delle Orcadi, incorniciate nella finestra della camera.
Lei sedeva, ai piedi del suo letto, e ammirava l’immensità degli spazi fuori dalla stanza. Lo faceva tutte le mattine. Un sorso d’infinito prima di iniziare una nuova giornata.
Viveva sola, Rowena, nella fattoria che sua madre le aveva lasciato insieme a tanti ricordi di un’infanzia che era durata troppo poco.
Coltivava la sua terra, senza vedere all’orizzonte altro, per il suo futuro, che quello che le donava la natura tutte le mattine.
Che fosse bello o brutto, il tempo, colorava la natura intorno alla ragazza di colori e profumi che lei aveva imparato ad amare. La sua esistenza scivolava placida, come l’acqua fresca del ruscello che dava vita ai campi, e a lei non serviva altro che quella sensazione di pace, e di comunione col Creato.
Non era tanto un farsi andar bene gli scherzi che la vita le aveva giocato, quanto un sentirsi al proprio posto, e non avvertire alcun bisogno di avere di più.

L’occhio di Arge, di Daniele Picciuti

La tenebra è come il mare di notte. Mi scivola sulla pelle con movenze calde, vischiose, accogliendomi nel suo invisibile abisso. Non è solo una sensazione, ma qualcosa di tangibile, che avviluppa ogni respiro, mozzandomi il fiato, soffocando questa gola riarsa dalla salsedine.
La porta davanti a me è chiusa. Ne intravedo il profilo al chiarore di quella luna lontana che brilla oltre la finestra, gialla come un melone maturo.
Tocco la maniglia, abbassandola piano, e spingo avanti l’uscio.
Dentro è ancora più buio che nel corridoio.
Entro cauto, richiudendomi la porta alle spalle, poi aspetto qualche secondo, in modo che gli occhi si abituino a quella tetra assenza di luce. Potrei cercare l’interruttore e illuminare la stanza, ma sarebbe più semplice aprire la finestra e buttarmi nel vuoto, lasciando che il mare mi accolga tra i suoi neri flutti. Forse soffrirei meno che se mi prendessero loro. Cerco di non pensarci, di concentrarmi su quello che sto cercando.
Mi basta un coltello, una cosa qualsiasi da poter usare.
Non so se Maria sia qui ora, in ogni caso devo procurarmi un’arma. Non doveva andare così!
È tutto sbagliato...

La ragazza spezzata, di Alfredo Mogavero

La testa in frantumi, la schiena spezzata
In fondo al burrone se ne sta adagiata

Sempre da sola, di notte e di giorno

Parla coi corvi che le volano attorno


«Forse la mia anima è troppo pesante per staccarsi e salire in Paradiso», disse la ragazza spezzata. «Non ricordo di aver commesso peccati gravi, Sybil, eppure deve esserci qualche motivo se sono ancora prigioniera di questo ammasso di carne marcia e ossa rotte quaggiù nella scarpata».
«I tuoi peccati non c’entrano niente, bambina», la rassicurò il corvo, zampettandole su un braccio laddove i tendini venivano risparmiati dalle formiche. «Avevi solo diciassette anni quando ti ho vista volare giù dall’orlo dello strapiombo come un angelo disperato, ed eri più pura della prima neve d’inverno».
«Ero bella, allora, Sybil?».
«Lo sei ancora. Sei tanto bella».
Una nuvola transitò dinanzi alla fetta di luna che se ne stava a picco su di loro, coprendola, e per alcuni istanti le tenebre furono padrone incontrastate della notte. Il corvo sfregò il piccolo capo contro una guancia della giovane, per farle sentire che le era vicino.

Il Canto di Cuculo, di Giordano Efrodini

Udite il mio Canto, voi che vivete tra cielo e terra. Genti del nord, dell’est, del sud e dell’ovest. Questo Canto, che scorre nel sangue e vola nel vento, giunge fino a voi.

Le Custodi c’insegnano che il Popolo degli Uomini nacque dal Vecchio Padre e dalla Vecchia Madre, cielo e terra sopra e sotto di noi, uniti al principio del tempo per concepire la vita. Da loro vennero la Piccola Madre, colei che ci disseta, e il Piccolo Padre, che ci riscalda e protegge. In fine Sole e Luna, che vegliano sulla creazione.
Ma il mondo era avido di altra vita, così vennero gli Amma, spiriti della natura che crearono animali e piante a loro immagine, secondo la volontà del Vecchio e della Vecchia. Il più astuto di questi era la Volpe, colui che intrecciò i destini di uomini e Spiriti.
Pelorosso vide che tra tutte le creature, poiché generato dal Vecchio e dalla Vecchia, il Popolo degli Uomini non poteva essere ferito o distrutto. Forti e coraggiosi, non temevano nulla, arrivando a paragonarsi agli stessi Amma.
Così, il Briccone non resistette alla sfida, e con bei discorsi si disse ammirato dalla nostra gente, che avrebbe meritato la conoscenza degli Spiriti.

Sa Filonzana, di Federica Maccioni

Il turno di guardia volgeva al termine.
Efisio si muoveva cauto. Sotto le querce possenti si udivano solo i suoi passi e il lieve tintinnio della cartucciera, che urtava il fucile a tracolla.
Di notte era poco probabile che qualche viandante si avventurasse lassù; ma i gendarmi avrebbero potuto farlo, nel tentativo di sorprenderli nel sonno. Se fossero venuti i carabinieri, loro quattro contro chissà quanti, non avrebbero avuto altro scampo che una fuga silenziosa. Per questo Efisio rendeva leggeri i passi sulle foglie, e tendeva l’orecchio ai suoni portati dalla brezza, fra i tronchi segnati dalle ferite sanguigne della sughereta.
Il ruscello cantava la sua canzone sempre uguale, poco lontano.
L’acqua brillava dei radi riflessi di luna filtrati attraverso le foglie, e pareva d’argento.
Il giovane bandito sedette a terra, appoggiò le spalle al fusto di una quercia e aprì la bisaccia.

Ecco, grazie a Il Mondo Digitale Editore, siamo lieti di presentarvi questa raccolta. Spero vi abbia incuriosito, datele un’opportunità e non ve ne pentirete.
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