giovedì 31 maggio 2012

Da Bambi a Barker in un post di formazione accazzo

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ATTENZIONE: questo è un post accazzo la cui ispirazione è nata su Facebook grazie a una domanda di Alessandro Girola: «Chi ha ucciso la mamma di Bambi?», che ha generato un cazzeggio alienante che non vi dico. Se quello che scrivo vi sembra non abbia senso, avete indovinato. O forse no.
Bambi (1942). C’era una volta un cerbiatto che aveva un nome da cheerleader. Suo padre non lo cagava neanche col Guttalax, sua madre morì e lui si mise a frequentare conigli e puzzole, poi riuscì a impietosire una cerbiatta abbastanza oca da dargliela, e quando suo padre andò in pensione rilevò la foresta. – FINE
Ho visto Bambi quando ero già grande, e quando dico grande intendo che mi facevo la barba. Non ho mai pianto per la madre impallinata, non ho mai provato particolari sentimenti per questo film e per anni – visto che da bambino non me lo facevano vedere – ho pensato che quel cerbiatto fosse una femmina. La cosa buffa è che da piccolo vidi La Collina dei Conigli, dove c’è sangue e morte, però tutto quello che mi portai a casa fu il desiderio di un coniglietto. Non credo di essere stato un bambino deviato, piuttosto siamo noi adulti a dimenticare quello che ci toccava davvero da piccoli, e così diventiamo paranoici. A distanza di anni ho rivisto La Collina e ho letto anche il libro, adorandoli entrambi. Invece, tutto quello che mi ha lasciato Bambi l’avete letto nel riassunto qui sopra.

Anche in Bambi c’è un coniglio, quel lagomorfo eccitato di Tamburino. I conigli di Watership Down gli farebbero un culo a presepe. Quello che mi piace della Collina è che ha una sua mitologia interna, che i conigli sono prede – d’accordo – ma proprio per questo devono impegnarsi per essere più cazzuti dei predatori. Bambi scappa dai cacciatori, dal fuoco e dai cani, ma il livello di identificazione che ho avuto con lui è pari all’empatia che provo per la saponetta sul lavabo. 
Probabilmente il tempo in cui l’avrei dovuto vedere era passato, un po’ come chi legge oggi Il Piccolo Principe e si fa due palle a manubrio. Per carità, li capisco. A me piacque – e sicuramente mi ha lasciato qualcosa più di Bambi – ma non è mai stato un pezzo forte della mia formazione. Ci sono libri e film che hanno una data di scadenza o un periodo indicato per la consumazione, perché alla fine si cresce e si cambiano gusti. Io per dire ho avuto un periodo di overdose da vampiro con la Rice, e adesso faccio una fatica infame a prenderli sul serio. Se poi Dario Argento ci mette del suo come ha fatto quest’anno, capite bene che con questo accanimento potrei non riprendermi mai più. 

Alla fine, il libro che mi ha segnato di più l’ho letto da adolescente, ed è Il Mondo in un Tappeto di Clive Barker. Rileggendolo a distanza di anni mi sono reso conto di quanto abbia formato e influenzato la mia immaginazione, i miei gusti, e in qualche misura il modo di vedere il mondo. Ci sono molti altri libri e film che potrei mettere in cima alla classifica, ma dovendone scegliere uno o due che mi facciano da Manifesto, la Collina e il Tappeto si guadagnano la vetta. In più, questi libri si ramificano in altri, la Collina richiama alla memoria il Bianconiglio e il Leprotto Marzolino. Il primo, tutto ansioso e obbediente, e l’altro matto come – beh – un Cappellaio. Il Tappeto si lega alla Guida Galattica, conflagrando in quest’idea di viaggiare attraverso mondi fantastici – quelli dell’immaginazione – con un senso di leggerezza e umorismo, che poi è il mio modo di essere, vive e affrontare qualunque cosa, specie quelle più serie. 

Siamo i libri che leggiamo e i film che guardiamo, non c’è niente da fare. Tutto questo crea una mitologia personale, delle chiavi interpretative e degli idoli, così come degli eroi e delle divinità laiche della creatività che possono farsi muse col tempo, e portarci a scrivere storie a nostra volta. Allo stesso tempo ci sono anche gli dei che uccidiamo o ai quali ci ribelliamo, personaggi che odiamo e persino che amiamo odiare, che distruggiamo e ricostruiamo in una nuova forma, perché si cresce e i gusti cambiano; perché il cinema e la lettura sono come il cibo, e magari qualche gusto lo perdiamo mentre altri ne acquisiamo, così come ci sono cose che ameremo e odieremo per sempre. Il bello però resta sempre la varietà a nostra disposizione, e il fatto che si può cambiare idea a ogni pagina e a ogni fotogramma. 

domenica 27 maggio 2012

STICCON XXVI

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Nel caso vi fosse sfuggito, sono un nerd e un trekkie, ossia un fan di Star Trek (non chiamateci trekkers, quelli fanno trekking), infatti ieri sono stato alla STICCON, l’annuale – questa era la XXVI Edizione – convention dello Star Trek Italian Club

Sono tornato molto soddisfatto, ho anche trovato Il Signore delle Tempeste di Tanith Lee, che adoro dal suo primo racconto capitatomi tra le mani, fu amore alla prima lettura, e Creatori di Continenti di Lyon Sprague de Camp, di cui ho il vago ricordo di aver letto un racconto tanto tempo fa ma del quale mi è stato parlato benissimo di recente. Quindi, visto che sono entrambi introvabili, ne ho approfittato. Visto che era ospite Paul Di Filippo ho acquistato anche Steampunk. Quando sono passato al suo stand non ho trovato l’autore, ma il libro era già autografato, perciò mi sono aggiudicato comunque il pacchetto completo. Mi sono poi imbattuto nella Serie Animata Completa di Star Trek in quattro DVD per dieci euro, quindi lo shopping è stato ottimo. 

Alla Convention erano ospiti Garret Wang, Barbara Bouchet – intervenuta al posto di Alice Krige – e Gates McFadden, ma andiamo con ordine. 

«Merda!»
Garret Wang, il Guardiamarina Harry Kim di Star Trek Voyager, si è rivelato molto divertente oltre che un’abile imitatore dei suoi colleghi. Ha poi raccontato un aneddoto su John de Lancie (Q in Star Trek) col quale ha partecipato a uno spettacolo in USA tempo fa; in quell’occasione le quinte caddero intorno a de Lancie che restò illeso, dopodiché per tranquillizzare il pubblico Wang fece qualche battuta sul potere di Q e inventò lì per lì la sua invocazione in stile Masters of the Universe: «By the Power of de Lancie!» Garret ha l’aria un po’ nerd e un po’ metallara, coi capelli lunghi e la maglietta nera – quindi il modello fico-nerd, beato lui – perciò non è scioccante sentirgli fare citazioni di questo tipo. Il Verbo pare si sia sparso, tanto che diversi fans hanno informato Wang di aver usato il potere di de Lancie per risolvere diversi problemi, facendo nascere quella che viene nerdescamente chiamata la Church of de Lancie, secondo la regola dello: «Speak loud with feeling, and if you grab a staff-like-thing it could help. But», si raccomanda Garret, «speak in english, ‘cause de Lancie don’t understand italian». Wang invece qualcosa d’italiano l’ha imparato, infatti non la smetteva di ripetere la sua parola preferita che potete leggere sotto la foto.

«Scusi, ma lei chi è?»
Alice Krige, la Regina Borg di Primo Contatto – che era già stata in Italia qualche anno fa – non è potuta venire, e al suo posto è stata invitata Barbara Bouchet, che interpretò un aliena nella serie classica, dove le toccò di baciare Kirk come a tutte le altre. Devo dire che è stata davvero una bella sorpresa. La signora è divertente, ironica e piacevolmente pettegola. Entrando in scena attraverso il Tardis di Doctor Who ha detto: «Scusate, non sono abituata; di solito mi fanno uscire dalla doccia». Poi ha inanellato una serie di aneddoti sul mondo del cinema, uno più spassoso dell’altro, a partire dall’episodio di Star Trek a cui partecipo’, raccontando di come Shatner bussò alla sua roulotte domandandole di andare a cena con lui, al che lei – perplessa – gli domandò: «Scusi, ma lei chi è?» Il Capitano si era infatti dimenticato il parrucchino, rendendosi irriconoscibile. Ha giustamente poi aggiunto una riflessione utile ai fans più alienati, ossia che per gli attori andare sul set è come andare in ufficio, perciò, a meno che in quel giorno non sia successo qualcosa di memorabile, probabilmente l’hanno dimenticato come qualunque altro essere umano. Una considerazione molto logica e sensata, che qualche fondamentalista della fantascienza farebbe bene tenere a mente quando inquisisce gli attori su oscure questioni tecniche riferite a vecchi episodi dimenticati da dio Q e dagli uomini. 

«Ce l’hanno tutti con mio figlio».
Gates McFadden, la Dottoressa Beverly Crusher di The Next Generation, è stata molto disponibile e ha raccontato del set di TNG, della sua attività di direttore artistico in tre teatri di Los Angeles, di membro di un quarto teatro a New York e dei provini per Star Trek. Durante il suo turno ha subito con grazia un paio di domande cretine, una delle quali al limite dell’offensivo, e si è rivelata una vera signora e una seria professionista, oltre a una donna dalla mente curiosa che ragiona sulla politica del suo tempo e del proprio paese senza paura di criticarlo o sostenerlo dove, secondo il suo punto di vista, sbaglia o agisce correttamente. Qualcuno le ha fatto presente che Wesley non è amatissimo dai fans italiani, ma lei ci ha tenuto a difendere il personaggio del figliolo assicurandoci che Wheaton è un ragazzo fico, ma non come appare in The Big Bang Theory. Ci toccherà scoprirlo ospitandolo, speriamo. È stata meno divertente e di intrattenimento rispetto agli altri due, ammetto di essermi distratto un paio di volte, ma ha chiuso bene la sessione di interventi sul palco per aprire poi quella degli autografi. 

A proposito di autografi, io non ne ho mai subito granché il fascino. Mi metto ordinatamente in fila a riceverli perché fanno parte del pacchetto della convention – e quindi, avendoli già pagati, tanto vale andarseli a prendere – ma se non fossero inclusi, tanto meglio. Deciderei di volta in volta se ne vale la pena, limitandomi a pagare l’ingresso complessivo di accesso agli stands, alle attività, e al palco con le interviste, che poi è tutto ciò che mi attrae lì, oltre al piacere di rivedere qualche volto familiare. Non ho mai ben capito la passione per gli autografi, che per me ha un gusto vagamente feticista, tanto che quelli raccolti negli anni stanno di là in uno scatolone, e solo uno – perché piccolo e facile da collocare – è appoggiato in bellavista ai libri sulla mensola. Mentre scrivo però mi rendo conto che non sono poi tanto sicuro di volermene separare, perché in qualche modo testimoniano le conventions passate come souvenirs un po’ nerd, così non so definire la concezione che ho di questi oggetti simbolici, e vorrei pertanto chiudere questo post chiedendo a voi cosa ne pensate. Ogni feed-back è gradito.

venerdì 18 maggio 2012

Dark Shadows, recensione e cineracconto.

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“Dark Shadows” (Tim Burton, 2012).  
Sono stato a vedere Dark Shadows, il più recente e disperato tentativo di Tim Burton per risultare simpatico al grande pubblico. Tutto sommato si è rivelata un’innocua commediola, sebbene ignori quante libertà il vecchio Tim si sia preso rispetto alla serie originale del ‘66, perciò non ho sofferto delle crisi da reboot che sono costate parecchia sofferenza ai fans dell’originale. 
Sembrano lontani i tempi in cui si usciva dal cinema pienamente soddisfatti dopo la visione di un suo film, eppure non si può dire – in tutta onestà – che si sia messo a girare Lammerda© com’è capitato ad altri suoi colleghi. Più che altro questo Dark Shadow è un simpatico cabaret, una rivista in costume nella quale Burton fa finta di tornare ai suoi temi cupi originali e Johnny Depp gigioneggia da capocomico. Non brutto, ma neppure un capolavoro. Tiepido. Chi ha detto insignificante? No, sarà stato uno spiffero.

Prima di venire al cineracconto però voglio sottoporvi brevemente una manche di Sosia accazzo in tema con questo film, poi ditemi voi se non è azzeccato. Io ho pensato a Rheon nell’esatto istante in cui ho visto la faccia di Depp truccata come una maschera kabuki. Giuro.


ATTENZIONE: segue cineracconto con tanti di quegli spoiler che ne avrete visti altrettanti solo sugli aerei di linea o sull’auto di un tamarro, perciò siete avvertiti e invitati a non venite a piangnucolare perché il blogger cattivo vi ha rovinato la sorpresa. Gne gne gne!

sabato 12 maggio 2012

Chronicle: recensione

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Forse anche voi avete visto il trailer aspettandovi la solita storiella giovanile con punte di alta coglioneria, e magari come ho fatto io gli avrete dato comunque un’opportunità per curiosità e perché in fondo i super poteri hanno sempre quell’ascendente lì su noi giovanotti attempati. Se lo avete fatto, bene, il mio lavoro sarà molto più semplice. Se invece siete ancora lì che tentennate gne gne gne, adesso vi spiego tutto, evitando gli spoilers.


“Chronicle” (UK/USA, 2012).
Regia: Josh Trank.
Sceneggiatura: Max Landis.
Distribuzione: 20th Century Fox.

Girato come un mockumentary, Chronicles racconta le gesta di tre adolescenti che entrano in possesso di straordinari poteri. E già questo potrebbe portare a Lammerda©, invece scopriamo che i personaggi sono ben delineati e hanno motivazioni chiare fin da subito, che tuttavia si evolvono durante la storia per portare a un finale che non è poi così annunciato come sembra. 

Mancano i buoni che sono buoni e i cattivi che sono cattivi – motivo che può aver portato il pubblico di IMDb a un tiepido 7.2 in mancanza di una dicotomia più netta e classica – perché in Chronicles la natura dei protagonisti è determinata dalle loro esperienze che vengono comunque documentate in corso d’opera. Andrew vive una condizione familiare estrema, in più a scuola è un nerd reietto. Suo cugino Matt è un ragazzo popolare che, dietro ai discorsi filosofici, nasconde un’insicurezza che fa capolino soprattutto con le ragazze. Steve è il figo della scuola candidato alle elezioni scolastiche, e tanto basterebbe a farne uno snob, ma in realtà è un ragazzo socievole, amico di Matt e che non giudica e impara a conoscere Andrew. Hanno vite che non sono interamente loro, che non vogliono o che gli stanno un po’ strette, a chi più e a chi meno. Poi capita questa cosa, e tutto cambia.

Tutto sommato, nell’economia del film la tecnica del mockumentary non era indispensabile – a tratti risulta anche forzata – anche se all’inizio, e successivamente in un paio di altri momenti, ha la sua plausibilità come desiderio di Andrew di filmare la sua vita difficile o, come fa notare Matt, per mettere un filtro tra se stesso e la realtà (fosse anche una telecamera) per sfuggirle in qualche modo. Diciamo che questo metodo ha alti e bassi, ma alla fine quel che conta è la storia. A questo proposito, Hell faceva notare come i poteri e la perdita di controllo ricordino il film di animazione Akira di Katsuhiro Ohtomo, cosa a cui non avevo pensato ma che in effetti si rivela come un precedente illustre e azzeccato. Come in Akira, assistiamo alla caduta degli dei – ancorché in formato ridotto – attraverso una picchiata nel delirio causata dall’impotenza di controllare la propria vita, e allora ecco che i grandi poteri danno alla testa e la storia si racconta da sé, ma quel che conta è come viene raccontata, e vi assicuro che il risultato è positivo. Dategli una possibilità, non saranno eroi in calzamaglia ma è un bel modo di guardare ai nostri amati super. Sicuramente, un punto di vista originale.

Bene, la recensione è finita e potreste anche andare in pace, ma vi rubo solo un momento per condividere una riflessione nata proprio sulla questione Chronicle e l’accoglienza che sta ricevendo.

Noto sempre più spesso come il grande pubblico non voglia essere sorpreso ma assecondato, rassicurato e accontentato negli schemi che gli sono più cari. Non pensa troppo ed è poco critico, tanto che quasi mai lo sento lamentarsi per la sceneggiatura, ma piuttosto per gli eventi infausti occorsi ai loro eroi, quasi che il cinema e la TV non siano i prodotti creativi realizzati da terzi che sono in realtà. Non riflettendo su questo, lo spettatore dimentica il suo ruolo rinunciando al suo senso critico, e quindi al progresso del cinema che – infatti – non fa che servire precotti a una clientela che ha perso il palato.

Forse sbaglierò, ma questa è la mia impressione.

martedì 8 maggio 2012

Sosia Accazzo: Glenn Close & Robin Williams

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Dopo Teschio Rosso & The Mask ho deciso di varare la serie dei Sosia Accazzo, così almeno avrò qualcosa – di profondamente idiota – da postare sul blog per tenerlo in vita. Lo so, non è altro che junk-food, e a nutrirlo così gli verrà un fegato come il Piemonte (dove tra l’altro fatto un ottimo paté, quindi è pure azzeccato), ma i blogs non hanno problemi di linea né di colesterolo (fortunati bastardi). 

Questa volta mi concentrerò su Glenn Close – una donna dalle doti più straordinarie e inconsuete – e Robin Williams, il buon vecchio Mork eccetera eccetera. Il motivo è Albert Nobbs, film nel quale la nostra Glenn interpreta il ruolo di una donna che si traveste per  lavorare come maggiordomo. 


Ecco, non vi sembra la versione snella e depilata di Williams? Io sono rimasto sbalordito. Certo, ha sempre avuto lineamenti forti, ma ve la ricordate quant’era magnifica ne Le Relazioni Pericolose? Va bene, questo per dire che vado pazzo per questa donna e per tutte le sue metamorfosi, anche le più estreme. Ci vuole coraggio, ci vuole personalità, ci vuole bravura. Qua e si parlava di dee o muse del blog, figure che ispirano eccetera. L’idea mi piaceva, ma non avrei saputo chi scegliere. Bene, Glenn è perfetta. E poi è anche un bell’omino, no? Beh, circa.

lunedì 7 maggio 2012

World wide… what?

2 commenti
Il WWW non è così Wide, dopotutto.
Bazzicavo le statistiche di Blogger quando mi ha rapito la mappa del traffico, ho visto una bella fetta di Asia verdolina e lì mi sono gonfiato di orgoglio orgoglione constatando di essere seguito dall’ex Blocco Sovietico. Oddio, giusto dalla Santa Madre Russia, per quel che vedo, ma tanto basta. Poi sbircio qua e là, vedo l’America (USA) e vedo la Polonia – e so chi c’è – stesso discorso per l’Inghilterra (almeno credo). Resto un attimo stercofatto sul Portogallo, che magari s’è risentito del fatto che quando ne devo dire una grezza annuncio il portoghese incoming invece del francioso (che comunque mi tiene d’occhio chissà perché ullallà), ma niente di tutto ciò mi perplime quanto la Germania, l’Ucraina e la Svezia! Ora: in Germania ci sono stato e mi piace, ma non conosco nessuno che ci abita; l’Ucraina so solo che esporta parecchie cose, tra cui le top models (tipo la Jovovich); la Svezia invece… oddio, mi piacciono gli ABBA e sono stato un paio di volte all’Ikea, ma tutto lì. Comunque ringrazio chi mi sta seguendo, anche se si tratta di un server malfunzionante o di un router col singhiozzo, e prometto che quando sarò ricco e famoso visiterò questi paesi e molti altri, nel frattempo accontentatevi di un post idiota come questo.

domenica 6 maggio 2012

Capitan America e il mistero della solanacea asgardiana!

6 commenti

ATTENZIONE: la lettura di questo post è sconsigliata ai minori di spirito. Tuttavia, se intendete procedere nonostante tutto, ogni danno inferto alle vostre capacità mentali non sarà da ritenersi di mia responsabilità.

… tutto questo per dire che ho visto Capitan America. Bellissimo. Il personaggio, la storia, la scenografia, il mescolarsi di fantascienza e anni ‘40 – le Luger che sparano raggi laser! – tutto splendido, guardatelo. Anche voi che storcete il naso perché è un personaggio così politicizzato bla bla bla e troppo americano gne gne gne, aprite la mente e guardatelo. Non ve ne pentirete!

Oh, e poi c’è il Teschio Rosso, il super cattivo nazista dell’Hydra interpretato da Hugo Weaving, che ho visto per la prima volta in Priscilla, la regina del deserto dove era la favolosa Mizzi. Dico, da Drag Queen a Teschio Rosso passando per l’Agente Smith di Matrix, V per Vendetta e Elrond del Signore degli Anelli. Quest’uomo sa fare di tutto, e magari se guardate bene bene bene lo spot dei comodini Foppapedretti lo scoprite anche lì nel ruolo del terzo cassetto dal basso.

Va bene, ma lasciamo in pace Hugo che deve calarsi nella dura parte del legno e torniamo al Teschio Rosso – il cui make-up è perfetto, per inciso – che acquisisce potere da un cubo asgardiano dai grandi poteri (potere potere potere, la ridondanza ci vuole, stacci), perché l’Hydra nasce come reparto di ricerca sovrannaturale specializzato in tradizioni norrene, come piaceva al baffetto monopalla. Solo che il Teschio ce la fa, trova il potere e ne sfrutta l’energia, anche se prima ha cazzeggiato con la formula incompleta del super soldato che gli ha regalato quella gradevole sfumatura color San Marzano (poi la stessa formula verrà perfezionata per creare Capitan America, che invece non somiglia a una solanacea).


Ecco, ma è stato guardando il Teschio che si trastullava coi poteri asgardiani pappappéro che ho pensato a un altro tizio che si gingillava con la maschera di Loki, ossia quel pomodoro acerbo di Mask. Ci avete pensato anche voi, vero? Lo so, è inutile che guardate dall’altra parte e fate le smorfie, sono gemelli asgardiani separati alla nascita. Così mi sono domandato che accipotta ci vedono gli asgardiani (sì, godo come un riccio nell’usare questa parola, fatevela piacere) nei tizi senza capelli, tutti colorati e con la faccia a bandiera pirata. Vabbè, questi campano di battaglia e immagino che un teschio non gli faccia caldo né freddo; però è un bel dilemma, non trovate? O magari no, sono solo io che scivolo nella follia sulla solita buccia di banana. E vorrei proprio sapere chi le lascia sempre in terra.

venerdì 4 maggio 2012

Sono un Blogger Gracile!

9 commenti

Io lo so, voi lo sapete. Guardiamoci negli occhi, basta miagolare nel buio. Sono un Blogger Gracile, aggiorno poco e sono talmente pigro che quando l’Ozio si dà malato sono io che gli do il cambio. Poi, siccome è il padre dei vizi, dovreste vedere i pannolini che cambio a quei piccoli bastardi. In virtù di ciò, faccio coming out e dichiaro la mia gracilità con questo bell’Hulk di Entropia 2.0 che me ne ha concesso l’utilizzo. Grazie, Sandro! Ecco, e adesso non fate gne gne gne perché non posto mai, io ho messo le mani avanti. Ci si legge quando ci si legge, consideratemi un aperiodico caotico neutrale. Buon D&D! Cioè, buona bloggata.

Baci,
Giuda.
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