Battleship (USA, 2012).
Durata: 131.
Regia: Peter Berg.
Ieri ho recuperato questo film, che avevo scartato perché poco convinto. In genere i film di guerra, anche se con una componente fantascientifica, mi perdono per strada. Non so come mai, ma le scene di battaglia mi distraggono e annoiano. Capita anche coi libri e non solo al cinema. Ieri invece mi sono detto che in attesa di Pacific Rim – no, non l’ho ancora visto – una bella guerra fantascientifica ci stava bene, e poi leggendo qualche recensione avevo capito che non sarà questo capolavoro, ma c’è di che divertirsi. Ebbene sì, mi sono divertito. Ok, non c’è montaggio analogico, occhio della madre, carrozzina e stivali dei soldati. Anzi no, gli stivali dei soldati ci sono in effetti, è un film di guerra dopotutto. Resta il fatto che fa il suo dovere. Insomma, mi è piaciuto.
Battleship è un film fatto per intrattenere, un grande giocattolo in tutti i sensi. Infatti si ispira al gioco Battaglia Navale della Hasbro, che è a sua volta la versione deluxe di quel giochino fatto con carta e penna che si faceva da piccoli.
Ehi, non storcete troppo il naso, l’osannato – dai fans almeno – Pirati dei Caraibi era preso da una giostra, quindi buoni e mosca.
Notizia Flash: il cinema d’intrattenimento non è il male, è anzi cosa buona e giusta. Quando fatto bene, certo.
Ok, Battleship ha i suoi difetti, come gli alieni alquanto deludenti e un paio di cretinate, ma è riuscito a non perdermi neppure durante le scene di battaglia, le esplosioni e tutta l’azione – che è tanta – dall’inizio alla fine. Un suo pregio è che i ritmi delle riprese non sono sincopati e assurdi, come capita invece ormai fin troppo spesso, e anzi riesci anche a seguire l’azione e a godertela.
Esiste anche una storia di fondo, per quanto secondaria all’attacco alieno, che non sfigura troppo e accompagna il tutto. Poi c’è Rhianna come non l’avevo mai vista, nella parte della soldatessa dura. Sorprendente e davvero brava. Diversi caratteristi di talento, perché uno spettacolo del genere ha bisogno dei caratteristi – troppo spesso considerati uno o più gradini sotto gli altri attori – tutti in grado di sostenere lo spirito giusto per la storia, creare momenti comici e drammatici. Io poi li adoro, sono professionisti veri. Liam Neeson invece l’ho trovato un po’ legnoso (ma è un militare, ci sta), sciogliendosi un attimo solo per i momenti “brillanti”, diciamo così.
Per concludere, c’è questo interrogativo espresso dal giovane scienziato: «È saggio lanciare messaggi nello spazio se poi quelli che verranno saranno per noi come Colombo per gli indios?»
Ecco, buona domanda.
Io mi sono anche domandato: «È saggio invitare gente a casa se non siamo tutti d’accordo?»
Ok, alcune nazioni mandano segnali nello spazio – non parlo del film, ma della realtà – però qualcun altro potrebbe essere contrario. È come invitare a cena i colleghi all’insaputa del partner, non ne verrà nulla di buono.
Il fatto, secondo me, è che non ci crediamo davvero.
Ma sì, è un’ipotesi affascinante, magari anche un’idea romantica e ingenua dello spazio, ma se spediamo partecipazioni in giro è perché non crediamo davvero in questo party, altrimenti saremmo più cauti. Sono elucubrazioni e psicopippe, me ne rendo conto, ma sono stimolanti e divertenti. Almeno per me.
Visto? Alla fine ci ho trovato anche di che riflettere.
Buona visione.



