Poco fa mi è passato davanti lo spot col quale Rai Uno annuncia raggiante la Seratona Natalizia Disney col Libro della Giungla, Bambi e il Re Leone. No, non è per fargli pubblicità, è che mi sono ricordato di quando – da bambino – sotto le feste andavo su di giri per simili notizie, era l’occasione d’oro per rivedere i vari Asterix, i film Disney animati o meno e tanta programmazione in più per noi bimbi. Magari, se proprio ci passava una botta di culo, pure qualcosa di nuovo o uscito da relativamente poco al cinema.
Oggi, anche se certe cose mi piacciono ancora – magari più Asterix che Bambi, per dire – l’entusiasmo non è più lo stesso, intanto perché sono cresciuto, ma anche perché oggi ci sono i DVD, il satellite, lo streaming e in fine il download.
Chi se la prende con la tecnologia (specie quella malvagia dell’Infernet) dice che viola i diritti d’autore, danneggia la televisione e magari – visto che è stagione – ruba il Natale come il Grinch, chissà. Il mio punto di vista invece è un po’ diverso. Riflettendo sulla povera TV che s’impegna tanto a trasmettere film che tutti hanno già acquistato o scaricato, mi viene in mente che in fondo campa sul reblogging. Se la televisione italiana vuole offrire qualcosa di unico deve realizzare progetti originali e di qualità, il fatto che poi ci riesca o meno è un altro lungo, tristo e periglioso discorso.
«If you ever get close to a human and human behaviour, be ready to get confused. There’s definitely, definitely, definitely no logic to human behaviour. But yet so, yet so irresistible. And there’s no map, and a compass wouldn’t help at all». – Bjork, “Human Behaviour” (Debut, 1993).
Inizio con una citazione che è spesso vera, stavolta però la applichiamo ai personaggi di The Walking Dead perché there’s definitely, definitely, definitely no logic to TWD behaviour, credetemi. Tutti i personaggi si comportano in base alle necessità di una trama isterica malamente adattata da un fumetto di successo (che non ho letto ma del quale mi si dicono grandi cose), che qui viene amputato e decomposto come quegli zombie che dovrebbero fare la parte del leone di TWD e invece fanno timidamente capolino ogni tanto. Personaggi come Lori, Rick, Shane, ecc. cambiano idea dall’oggi al domani solo per regalare un colpo di scena senza capo né coda. Eppure questa serie piace, e a chi non piace regala comunque una dipendenza da cazzata più grossa. Dopo un po’ resti a seguirla per vedere che altro s’inventano, è un gioco al massacro sulla minchiata, una scuola circense di alta coglioneria. Dopo aver visto due stagioni, una più assurda dell’altra – nelle quali abbiamo sfiorato picchi di teatro dadaista – attendo anch’io la terza con un moto di reverente stupore (del tipo che ti coglie davanti a un’orca che emerge dal gabinetto e ti morde il culo). All’inizio inorridivo, poi grazie a Hell ho capito che non stavo guardando una rivoluzionaria serie sugli zombie (venuta così male da far rimpiangere puttanate mostruose come Maial Zombie), ma la soap opera non morta Centovetrine of the Dead (leggete tutti i riessunti della seconda stagione se siete curiosi). Accettato questo, è stato più facile andare avanti ridendone serenamente malgrado le bottarelle buoniste alla “dobbiamo conservare la nostra umanità” per poi fare l’esatto contrario, tanto facciamo un po’ come cazzo che ci pare.
Sull’onda di questo buonismo che mi ha un po’ trifolato i coglioni con ricetta classica, la FOX – dopo un battage pubblicitario esagerato che è ingrediente principe della trifolatura – ci ha recentemente regalato Touch, degli stessi autori di Heroes che però stavolta devono aver preso una porta girevole contromano e battuto la testa ripetutamente contro il vetro rinforzato. Ho visto la prima puntata con perplessità. La botta di matematica del caos trattata come mistica e il ragazzino autistico ma geniale col padre uomo d’azione, pareva la fiera dell’avanzo di cinema già visto. Il finale poi, con la morale e lo schema ripetitivo in cui il tocco di un angelo (mamma mia che orrore) salva le vite di alcune persone facendole incontrare, è da crisi diabetica. Ogni episodio è un esercizio di stile per mostrare come riescono a intrecciare storie apparentemente slegate in un nodo gordiano di melassa. Ne ho guardato un secondo episodio per vedere se ci fosse qualche margine di miglioramento, ma già a metà della puntata mi sono reso conto che non volevo sprecare il mio tempo e la mia vita davanti a quel programma.
In settimana però grazie al satellite ho avuto una piacevole sorpresa che magari ai più parrà una cazzata, ma che a me divertì un sacco la prima volta che c’inciampai. Si tratta di Bubble Boy, una storiella bizzarra su questo ragazzo che vive in una camera sterile perché nato senza anticorpi. Nonostante le premesse, non è un film drammatico. Il protagonista è interpretato da Jake Gyllenhaal (e questo è anche il primo film in cui l’abbia mai visto recitare) e la sua missione è raggiungere le Cascate del Niagara per impedire alla ragazza che ama di sposare un’imbecille allo stadio terminale della stupidità. Per farlo si costruisce una tuta isolante a forma di bolla, da cui il titolo. Nel cast appare anche Danny Trejo in un ruolo divertente e sopra le righe (Danny-fans, non perdetevelo), ma anche gli altri personaggi sono un coro di bizzarri soggetti che meritano almeno una rapida menzione, a partire dalla madre isterica e iperprotettiva e il padre sottomesso che non parla mai ma rincorrono il figlio per tutti gli stati, poi la setta dei Brillanti e Luminosi (dove tutti i ragazzi si chiamano Todd, le ragazze Lorraine, e vivono insieme in castità) che appaiono nel video qui sotto e che vi consiglio di ascoltare (e guardare, visto che è una sorta di trailer) perché adoro questa canzone (non solo per il ritmo orecchiabile e coinvolgente, ma anche perché è così cheeful & creepy), seguono il Dottor Phreak e i suoi mostri, un gelataio indiano che gira con un furgone bardato da carro di Shiva e vende anche curry, poi il terzetto Pappy, Pippy e Puttana (o Punani), eccetera. Forse non è un capolavoro indimenticabile della cinematografia e non ha mai aspirato all’Orso di Berlino, ma ha un buon ritmo e non si prende troppo sul serio. Anche i momenti che potrebbero scivolare nello zucchero hanno il loro bravo freno dell’ironia. Insomma, dopo qualche fregatura rivedermi a sorpresa qualcosa di divertente e ben fatto è stato bello.
Se vi propinano merda, il mio consiglio è di non prendervela. Ridetene e guardatevi una cazzata, magari una fatta bene. Non di solo Essai vive l’uomo, ci sono anche film che senza essere pretenziosi fanno il loro lavoro. E sinceramente, questa cosa di snobbare la comicità in favore di roba seria e tragica mi ha un po’ rotto le palle. Si può dire di tutto facendo ridere la gente, che poi se ne ricorderà meglio che se ci avesse pianto sopra (altrimenti non esisterebbe la satira). La verità è ancora là fuori, e fa sempre ridere. Che vi piaccia o no.
Mi sfogo un attimo, portate pazienza. Non ho visto Sanremo né me ne frega niente, ma pare non ci sia modo di evitare di essere perseguitati per giorni da polemiche e cazzi vari. Ora, il motivo per cui non lo guardo è che mi è musicalmente più lontano d’un bramito mesozoico (che peraltro troverei più interessante, però il tempo e lo spazio mi fottono), trovo non faccia nulla per la musica ma tanto per i talk-show, e chiunque dica che il Festival non è solo polemiche, vive su un pianeta dove non lo trasmettono. Detesto il fatto che la RAI chieda soldi per queste vaccate, e ancor di più m’irrita il fatto che le sue produzioni si rivolgano sempre al solito target di pubblico ma il pizzo lo debbano pagare tutti, affinché vengano fatti programmi per alcuni che pagheranno tutti quanti. Ecco, a me del Festival sta sul culo che è proprio come la RAI, tanto nazional-popolare quanto una barzelletta sui Carabinieri, e ugualmente sterile e già sentita, ma che a qualcuno – il target di cui sopra – strappa ancora una risata. Io invece non ci trovo niente da ridere, davvero.
Pare sia ufficiale, la nuova serie di V è stata cancellata. Oh, proprio adesso che c’eravamo liberati della zavorra e tutto filava per il meglio? E la povera Morena Baccarin, che dopo Firefly si vede sbattere in faccia anche le porte della sua nave madre… Insomma, ce l’hanno con lei? Ecco, adesso diranno in giro che porta sfiga, e non le faranno fare più serie TV (ché se c’è gente superstiziosa, è quella di spettacolo). O magari sono io che mi sto facendo un film, in mancanza di questo.
Comunque, su Facebook ho trovato un’iniziativa promossa dallo zoccolo più duro dei fans. Dubito che otterranno qualcosa, ma la segnalo a chi potrebbe essere interessato. In alternativa, pray the Queen for her Bliss.
So che la serie non ha raccolto ottime critiche, ma – fatta pulizia di quei personaggi inutili e fastidiosi – l’ultima stagione si era chiusa alla grande, mettendo una gran voglia di vedere il resto (finalmente spurio della zavorra). Secondo me c’era del buon materiale, tralasciando qualche scivolata sulla ricerca dell’anima umana, che non portava da nessuna parte e suonava piuttosto ingenua per una razza aliena colonizzatrice. Il resto però è riuscito ad andare al di là delle ingenuità degli anni ‘80 (che occupano sempre un posto nel mio cuoricino nerd) e presentare qualcosa di coinvolgente. Okay, non dico sia stato un capolavoro fin da subito, ma si stava mettendo in piedi e fare lunghi e gloriosi passi quando… puf! Fine. Beh, a me è dispiaciuto. Un po’ come alla signora Lovejoy.
The poor Miss Baccarin! Won’t somebody please think of Morena Baccarin!?
Odio i dibattiti in TV, i talk show di politica, cronaca nera e costume, qualunque sia il tema. Non sopporto l’accavallarsi maleducato e malevolo di voci e toni, quasi la ragione si guadagnasse col volume della voce e la mancanza di decoro. Quando poi qualcuno esprime la sua opinione in un programma di cui è ospite lui soltanto, l’opposizione, di qualunque genere sia, grida a gran voce il suo diritto di replica, fosse anche la maggioranza al governo o una testata sostenuta dal Vaticano, le cui idee mandiamo giù ogni giorno come pillole amare. In nome della par condicio o di un’opportunità di replica, chi ha la voce più grossa chiede comunque di essere tutelato quando si sente minacciato dall’esposizione dell’altra parte (rivelando, se posso dire, anche una certa insicurezza nelle proprie idee). Non credo abbiano ben chiaro il concetto di pluralità dei punti di vista, ma non gliene faccio biasimo, infatti, con tutti che urlano e non si ascoltano, nessuno capisce mai niente, restando immobili sulle proprie rigide posizioni. Il dialogo poi non può esserci finché, dovendo invitare le due parti in un confronto, queste non discuteranno in modo civile o cercando di comprendersi l’un l’altro (e laddove possibile, venendosi in contro), ma urlando più forte la propria idea, sempre in accordo alla tacita teoria che il volume faccia la ragione. Per questo considero inutili i dibattiti in TV; tutto quello che dimostrano è l’inciviltà delle parti. No, in Italia non è possibile farlo senza cadere nel trash più rivoltante. Sono bambini maleducati, iperattivi e irragionevoli, perciò vanno presi uno per uno e intervistati in separata sede. Anzi, interrogati, di modo che espongano il proprio punto/programma/idea in modo preciso e circostanziato. Non si possono mettere a confronto diretto perché si azzufferrebbero inevitabilmente, non sono maturi per questo e non conoscono le regole del vivere civile. Se poi uno volesse ribattere alle affermazioni dell’altro, dovrebbe farlo in forma scritta, tramite le testate giornalistiche a sostegno del suo schieramento politico/ideologico o, ancora meglio, su un giornale indipendente (ce ne sono?) e così soltanto. Lo scontro verbale è impraticabile, non c’è abbastanza civiltà in Italia e in TV per consentirlo. In queste avverse condizioni, non dà frutto e finisce solo con lo svilire tutto e tutti.