lunedì 29 aprile 2013

The Amazing Spider-Man, Recensione

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Ho provato a mettere giù un cineracconto, ma sono tante le minchiate che mi viene il capogiro solo a ricordarle. Ieri me lo sono guardato per la prima volta, ma non è Spider-Man. Non è il mio o il vostro Amichevole Uomo Ragno di Quartiere, e non è neppure Peter Parker. No, questo è un tizio che va in giro in skateboard coi capelli alla cazzo d’istrice, le lenti a contatto e un look da Teen Choice Award, è solo un tizio in calzamaglia. Non è The Amazing Spider-Man, è Spandex-Man Vs. Godzilla Gorilla

Spandex-Man Vs. Godzilla Gorilla

Nella vita del protagonista non c’è vera emarginazione, manca un’autentica elaborazione del dolore alla morte di Zio Ben, non c’è neppure il motto: «Da grandi poteri derivano grandi responsabilità», che plasmerà tutta la vita di Peter/Spidey. È un film sull’Uomo Ragno senza l’Uomo Ragno
Spandex-Man in un momento Hipster.

Sapete chi è il personaggio più azzeccato? Flash Thompson. Perché lui, Peter all’inizio lo maltratta, ma alla fine ci si riconcilia, come nel fumetto (anche se in anticipo sui tempi), e poi sì, questa volta abbiamo Gwen Stacy al posto di Mary Jane Watson, ma non basta. 

C’è un Lizard dall’aria scimmiesca (che mi ricorda quelli di Super Mario Bros, 1993) e che ragiona troppo. Poi una storia assurda sui genitori di Peter e l’ombra di un Norman Osborn malato terminale di buco nella trama, il tutto solo per far scattare la corsa alla cura rigenerativa che metterà il povero Dott. Connors nei panni di Godzilla Gorilla
Santa Marvel, mancano il senso dell’umorismo di Peter e le continue battute di Spider-Man! Quando provano a farne fare qualcuna all’attore, si rivelano più che altro fastidiose. Infatti non se ne fa più niente per tutto il film. 

Attenzione però, anche se al solito viene additato come una minaccia – ma dal capitano Stacy, non da Jameson – salva la città come da programma. Già, ma per puro buco di culo! Sì, perché New York è piccola come Fontanellato. La sua ragazza è capo stagista ai laboratori Oscorp, e quindi può creare – non si sa come – un vaccino alla piaga rettilizzante con la quale Godzilla vuole infettare la città, e a capo delle gru nei cantieri di New York c’è il padre di un ragazzino che ha salvato. Quindi, grazie a un tiro favorevole dei dadi, ha chi gli dà una mano qua e là.

Il momento delle gru poi, quando le allineano nella scena finale per aiutarlo a raggiungere il punto dello scontro, dovrebbe essere la dichiarazione d’amore della città al suo eroe, ma non arriva neanche lontanamente all’analogo momento messo in scena da Raimi nel secondo Spider-Man, quando Peter ferma la metro con le ragnatele e il proprio corpo. Quella sì che era una scena, e quello era un eroe per cui fare il tifo. Questo no, questo è solo Spandex-Man

mercoledì 24 aprile 2013

Recensione di Da Vinci’s Demons su Book and Negative (più qualche nota di autoanalisi)

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Ieri è iniziata la mia partecipazione con Book and Negative, si tratta della recensione al Pilot di Da Vinci’s Demons. Hell mi aveva già ospitato col guest-post sul Tredicesimo Episodio della Terza Stagione di The Walking Dead, ma adesso sarò un autore ricorrente – più o meno, tempo e idee permettendo – del suo blog. 
Sì ok, ho presente le vostre domande: «Perché scrivere su un blog altrui se trascuri già il tuo?» Semplice, perché mi conosco. 
In autonomia e lasciato a me stesso divento pigro, demotivato e poco stimolato. Invece partecipare a qualcosa di collettivo e avere qualcuno che – anche senza fare pressioni – mi tenga in riga, aiuta. Vorrei ritrovare la voglia di scrivere, visto che mi piace ancora, ma da solo finisco col combinare ben poco e terminare anche meno. 
«Nosce te ipsum», dicevano i latini (citando a loro volta quel “Gnôthi seautón” posto all’entrata dell’Oracolo di Delfi), ossia «Conosci te stesso», e io ho imparato a conoscermi negli anni, a non fidarmi, e quindi a escogitare trabocchetti per farmi fare quel che va fatto. Si tratta di capire con chi hai a che fare e agire di conseguenza, non meno di quanto accade nei rapporti interpersonali, arrivando a “imbroglioare” anche se stessi per il proprio bene. 

mercoledì 17 aprile 2013

2MM Nativity, Capitolo 10 – Backstage

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La copertina di 2MMN è opera mia.
Ho già parlato QUI e QUI di Due Minuti a Mezzanotte, la round-robin super eroistica firmata Alessandro “Alex McNab” Girola a cui ho partecipato l’anno scorso, quindi rieccomi a scrivere di Nativity, la seconda stagione alla quale non ho saputo resistere. L’altra volta ho partecipato come riservista, questa volta invece, entusiasta e ben memore dell’esperienza precedente, ho dato la mia disponibilità fin da subito e oggi è uscito il Capitolo 10 scritto con le mie mani. Sì, perché con 2MM e con Nativity (o 2MMN), ci si diverte. Non solo a scriverla, ma anche a leggerla. Quest’anno poi è stata varata anche la bellissima iniziativa del backstage, ossia il post sul come e il perché si è scritto quello che si è scritto e così via. Già, proprio come sui DVD, avrete i vostri dietro le quinte col making-of, perciò rispetto la nuova tradizione e faccio subito la mia parte.

In tutta onestà, non ero sicuro di cosa avrei scritto prima di un paio di settimane fa, così mi sono riletto tutti i capitoli valutando i vari spunti a disposizione. Alla fine però ho risposto al richiamo degli “antichi” affetti. Infatti nella stagione precedente mi sono occupato di Ammit, affascinato dal personaggio creato da Matteo Poropat sin dalla sua prima apparizione nel Capitolo 20, così ho voluto darle un ruolo da protagonista nella resa dei conti finale. La palla è stata poi magnificamente raccolta nell’Ultimo Capitolo da Angelo Benuzzi, che ne ha fatto un evento globale degno di un finale di stagione col botto, in tutti i sensi.
Ammit è morta, lunga vita ad Ammit!
La mia infatuazione però non si è spenta con la sua dipartita. Anzi, tra la prima e la seconda stagione di 2MM, ho rimuginato su vari stratagemmi per introdurre una sua eredità in Nativity, finché leggendo il Capitolo 2 di Giovanni Grotto non mi si sono illuminati gli occhi nello scoprire che qualcun altro ci aveva pensato. Perfetto, in qualche modo dovevo mettere mano ai Figli di Ammit e dare il mio contributo alla Causa. In seguito, quando nel Capitolo 4 si è palesato un Grande Toth multitasking come una colonia di formiche online, ho capito che questi due andavano messi insieme, come il Mastro di Chiavi e il Guardia di Porta
Di fronte all’ascesa di Whael, i fedeli di Isabelle non potevano starsene con le mani in mano. Se poi ci aggiungete quanto sia morta incazzata nei confronti del marito e tutto il resto – proprio mentre la sua mente era in contatto con tutti – capirete il perché di questa vendetta (che, come ho letto recentemente su Facebook, non è un piatto da servire freddo ma da spaccare in fronte). Ecco quindi la necessità di colpire duro, a partire da Heavy Rain e l’ambizioso progetto di rinverdire il Sahara come un giardino trascurato (era necessario abbattere un simbolo), fino alla devastazione delle Baraccopoli con lo scopo di tagliare le gambe al Progetto Girini e punire l’eretica arroganza del Presidente. Il resto invece è nelle mani di chi vorrà prendere la palla che ho lanciato e continuare il gioco a modo suo. Per loro ho solo poche indicazioni o consigli.
I nuovi Super, ma chi sono?
Inizialmente volevo usare solo Vayu, ma documentandomi sul dio indiano dei venti da cui prende il nome ho scoperto che fa parte dei Lokapāla o Guardiani del Mondo, è stato quindi – capirete – colpo di fulmine. Da lì è nata l’idea di un corpo speciale dei Figli di Ammit, fedelissimi alla Dea e diretti sottoposti di Ram Dao. Sbirciando le varie formazioni dei Lokapāla – che variano in base alla tradizione induista, buddista, ecc. – ho scovato Agni, divinità del fuoco perfetta per i miei scopi.

Per chi verrà dopo e vorrà farne uso, ho lasciato aperta quella porta: «I Lokapāla, i Guardiani del Mondo, erano su suolo egiziano. Ram Dao li aveva scelti personalmente, la sua élite tra i Figli di Ammit. Due di loro erano già all’opera, iniziando la Vendetta della Dea». 
Un consiglio, i Figli di Ammit sono una setta “deviata”, pertanto, anche se io ho seguito la linea induista, questo non vi obbliga a fare lo stesso, perciò se doveste trovare una divinità più adatta ai vostri scopi nelle altre formazioni, non credo dovreste farvene un problema. Oppure potete infischiarvene e non farne apparire altri, lasciando tutto nelle mani di Vayu e Agni.

Adesso però parliamo dei miei ragazzi, anche se tutto quello che c’è da sapere su di loro è in quelle poche righe che li caratterizzano.

Vayu è interpretato da Arya.
Vayu è di buona famiglia, ha avuto un’educazione occidentale di alto livello, è colto ed è uno sbruffone. Quando dice che avrebbe potuto fare questo e quello a Heavy Rain probabilmente non mente, ma forse esagera almeno un po’ per eccesso di fiducia in se stesso. Ha un Ego importante, ma io lo immagino anche insicuro. Per esempio, ammetterebbe mai di fronte ai suoi colti amici occidentali di far parte di una setta come questa? Probabilmente proverebbe “imbarazzo”, ma anche se la sua Fede in Ammit potrebbe non essere così profonda, la sua fedeltà a Ram Dao – a cui deve il suo potere e l’opportunità di sfoggiarlo – è innegabile. Di nuovo, lo ammetterebbe di fronte alla sua cerchia snob? Oggi come oggi, probabilmente la spazzerebbe via senza degnarli di una risposta.

Agni è interpretato da Kunal Kapoor.
Agni è l’opposto di Vayu. Viene da una casta povera, forse è un Intoccabile, ma questo non l’ho specificato per lasciarvi libertà di manovra. Potrebbe essere stato un servitore, un necroforo, un macellaio o quello che vi pare. Ha una profonda fede in Ammit e una grande fedeltà verso Ram Dao, alle quali è grato per l’affrancamento dalla sua precedente condizione più che per il suo potere. L’uso che ne fa è infatti strettamente legato alla volontà di Ram Dao e agli obbiettivi della setta. Non è un fanatico nel senso comune e violento del termine, perciò anche quando dà alle fiamme una città e i suoi abitanti lo fa con un senso di perdita, ma agisce comunque per uno scopo che ritiene superiore. Viste le sue umili origini non ha mai ricevuto un’educazione superiore, perciò probabilmente parla solo hindi o giusto un po’ di inglese (ma solo nel caso in cui fosse stato il servitore di una famiglia importante, con ospiti o soci stranieri). Questo lo dico perché sarebbe assurdo prendere un ex paria e farlo parlare fluentemente con gli altri personaggi, visto che prima di questa missione potrebbe non essere mai uscito dall’India (per non dire dalla sua città o villaggio, qualunque esso sia).
Che hai fatto al Grande Toth?
Il Grande Toth è infine impazzito. L’ho deciso perché era troppo. Troppo forte, troppo onnisciente, troppo ovunque. Troppo. Inizialmente il suo potere consisteva nel creare Canopi e controllarli come un burattinaio, perciò nel momento in cui è diventato i suoi burattini, intricando i fili delle loro coscienze, uno di questi doveva spezzarsi da qualche parte. Sono curioso di vedere come verrà gestita la follia di Whael, in questo senso esiste ampia manovra. Ho accennato al fatto che non tutti i Canopi la pensano allo stesso modo, che altri vogliono una decimazione interna e che ognuno di loro vuole vivere. Lo stesso Whael originale, nella sua vasca di contenimento, deve essere molto in ansia. Mi piace anche l’idea – anche se l’ho cullata ma non espressa – che questo potere insidioso sia una Maledizione inflittagli dalla stessa Isabelle come dono d’addio.
Conclusioni.
Ram Dao doveva vendicare Ammit, fermare Whael e rivelare al mondo la sua presenza. Tutti questi elementi si chiamavano tra loro, era solo necessario metterli insieme. Mi auguro di averlo fatto nel modo migliore che spero sia gradito a tutti, soprattutto ai lettori e a chi dovrà prendere in mano questo materiale nei prossimi capitoli. 

Solo un’ultima cosa. Siate buoni coi miei ragazzi, sono la gioia di papà.

martedì 16 aprile 2013

Consigli ecologici e igienici da Folco Quilici, weirdo inside!

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Oggi in radio ho sentito Folco Quilici che dava consigli per evitare lo spreco dell’acqua. 

Una doccia al mese, dice il Folco – che deve condurre la vita sociale di un monaco eremita o mancare di traspirazione – è sufficiente, basta farla bene. Intanto, niente sapone, che si spreca. Usare sempre quello liquido col dosatore. Gallata, se non fosse che il sapone si consuma usandolo, invece il dosatore lascia il contenitore di plastica da riciclare (sempre che qualcuno lo faccia ‘sto riciclo). Il dosatore però, dice il Folco, è fondamentale per le quattro dico quattro gocce da usare: due per le ascelle e due per i piedi (una, una, una e una, non facciamo scherzi). Poi giù a strofinare su tutto il corpo facendosele bastare. Se siete bassi e mingherlini okay, ma se siete alti e massicci sono cazzi. Quattro gocce di sapone per un metro e novanta e altrettanti – se non di più – rispettabili chili, sono una goccia nel deserto. È come lavare la Panda col boccetto delle bolle di sapone. 

Il Folco affronta anche il problema bucato, dicendo che è inutile lavare troppo spesso, basta mettere all’aria i panni per mandare via quel vago sentore di cagnusso. Discorso analogo per la biancheria intima. Le mutande, dice, si cambiano ogni 4-5 giorni, perché se hai fatto bene la doccia (come precedentemente illustrato) è impossibile che si sporchino (sudare all’inguine è proibito, anche d’estate), e in ogni caso per una questione “mimetica” consiglia di prenderle nere. 

Adesso, io non so se è sempre stato così “originale” o se il fatto di essere fuori come un geranio sul balcone sia una suggestiva new entry, ma questo è quanto.

lunedì 1 aprile 2013

Due cose sulla scrittura dalla penna di Patrick Dennis

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Ho scoperto Patrick Dennis (Edward Everett Tanner III) quattro anni fa grazie a Zia Mame (Auntie Mame, 1955 – Adelphi, 2009), poi ho proseguito con Around the world with Auntie Mame (1958) – il primo libro in inglese che ho letto, oggi disponibile anche in italiano (Intorno al mondo con zia Mame, Adelphi 2011) – Povera piccina (Little me, 1961 – Adelphi, 2010) e adesso Genio (Genius, 1962 – Adelphi, 2012). Lo consiglio a tutti. Il pezzo seguente viene dall’ultimo che sto leggendo, che come tutti gli altri è la romanzata ed esagerata vita dell’autore stesso alle prese con formidabili personaggi che forse ha conosciuto e forse no, ma che certamente ha saputo raccontare in modo esilarante. 

In questo breve estratto di Genio, Dennis accenna alle difficoltà incorse nel dover scrivere idiozie per tirare a campare tra un libro e l’altro (tutte le note sono sue). Chi fra di voi si arrabatta con la scrittura, e ha una anche seppur vaga familiarità con le magagne dell’editoria, è invitato a fare il gioco delle differenze (come sulla Settimana Enigmistica, sì) tra il 1962 e oggi. 
Salli[1] si diede un tocco di cipria sul nasino all’insù[2] e i suoi occhi viola[3] scrutarono a lungo l’immagine riflessa nello specchio.
«Caspiterina»[4] pensò. «Ventidue anni[5] domani, e sono ancora zitella[6]. Se solo arrivasse il mio principe azzurro!»[7] 
  1. Tendenzialmente piacciono i diminutivi di nomi vittoriani come Candy per Candace, Debby per Deborah, o Vicky per Victoria. Ma la grafia all’italiana – Patti, Susi, Jeri – al momento fa furore, e chi sono io per oppormi allo spirito dei tempi?
  2. Alle eroine dei racconti brevi non sono permessi nasi aquilini, romani, semitici o camusi. Ciò nonostante la rinoplastica è uno degli argomenti preferiti nella sezione bellezza: Vi piace il vostro naso?
  3. È un colore che ora come ora va per la maggiore, a causa di – o malgrado – Elizabeth Taylor. Gli occhi viola hanno completamente sostituito i verdi e i turchese.
  4. La gran parte delle ragazze avrebbe detto «Cazzo», ma tocca inchinarsi alla quota di lettrici integraliste che inviano missive con l’immutabile chiusa: «… cancellate il mio abbonamento a questa rivista oscena, che io ho già buttato nel posto che merita: il fuoco!»
  5. Poiché l’età media delle abbonate – se non il quoziente intellettivo – è ventidue e mezzo, non ci sono eroine più vecchie. Nell’ambiente questo si chiama «creare immedesimazione nel lettore».
  6. Ci si può stupire?
  7. Nel paragrafo successivo suoneranno alla porta e apparirà un Jeff, un Greg o un Tad – slanciato, con un bel naso, qualche lentiggine e sorriso spensierato – che ha sbagliato appartamento, mentre l’acida e malevola Claire, Sandra o Sybil pesta l’aristocratico piede sul pavimento del piano di sopra. Devo guadagnarmi da vivere.
– Patrick Dennis (Genio, 1962)
Un altro “consiglio” – se vogliamo chiamarlo così – di Dennis è il seguente:
«Eh… » ricominciò mia moglie, derelitta. Non è ancora riuscita a imparare l’arte della bugia in società, e questo benché le abbia spiegato che ciò che distingue uno scrittore veramente creativo è la capacità di improvvisare sull’istante storielle plausibili. Prima di raccontare una frottola, Mark Twain faceva sempre una premessa: «Oh, mi piacerebbe moltissimo, ma…», e nello spazio di quelle cinque parole sapeva inventare una scusa perfettamente valida. È un ottimo esercizio, per un romanziere. 
– Patrick Dennis (Genio, 1962).
Avete capito il tipo, dopodiché potete pensarne quel che vi pare, ma io sono prossimo all’adorazione.
Spero di avervi incuriosito e divertito, dopotutto questo breve post scritto in uno dei giorni più pigri e meno affollati della rete non si prefiggeva nessun altro scopo. Se invece vi siete annoiati o non ve ne frega nulla, qui non si fanno rimborsi. Buona giornata.
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