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| Gravity (2013) di Alfonso Cuarón, con Sandra Bullock & George Clooney. |
Bello. C’è poco da dire, Gravity è bello. Molto bello. Sorprendente. Un gran bel film che affascina, incanta, emoziona e fa tutte quelle cose per cui la gente va (o andava) al cinema. Ho letto pareri positivi e critiche negative, sono d’accordo coi primi e scuoto il capo sui secondi, ma intanto leggetevi la trama.
Gli astronauti Ryan Stone (Sandra Bullock) e Matt Kowalsky (George Clooney) sono intenti alle riparazioni di una stazione orbitante quando un’imprevedibile catena di eventi gli scaraventa contro una tempesta di detriti. L’impatto è devastante, distrugge la stazione e li lascia a vagare nello spazio nel disperato tentativo di sopravvivere e trovare un modo per tornare sulla Terra.
Ecco, due personaggi e poco più (voci via radio), tutta la scena appartiene a loro due e viene tenuta benissimo, soprattutto dalla Bullock. Non so voi, ma io adoro questo genere di cinema con un piccolo, piccolissimo cast. La prova attoriale non ha vie di fuga, deve reggere dall’inizio alla fine, è tutto sulle loro spalle. Spalle forti, spalle sane. Così esce un personaggio vero, tridimensionale.
Ryan Stone esiste, è un eroina. Lo è per 90 minuti di pellicola. Un’ora e mezza – tempi inconsueti ormai, ma perfetti – è tutto quello che ci vuole per raccontare una storia. Esiste perché Sandra Bullock le ha dato vita (in un certo senso, come Sigourney Weaver creò Ellen Ripley, nonostante siano diverse). Anche Kowalsky è un’eroe, un veterano all’ultima missione, un personaggio ben caratterizzato e realizzato, ma Ryan è l’outsider. È una Specialista di Missione, il che vuol dire che ha avuto un addestramento di soli sei mesi per andare nello spazio, montare un programma e tornare indietro. Bello liscio. Naturalmente le cose non vanno mai secondo i piani, specie se siamo al cinema. Il disastro è dietro l’angolo e i nostri eroi, soli nello spazio, dovranno rimediare.
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| Locandina vintage trovata su Facebook. |
Parlo di eroi nel senso vero del termine, perché l’isolamento nello spazio – che Cuarón sa trasmettere alla perfezione – è totale e avvolgente. Le loro paure sono le mie e anche le vostre. Non esiste nulla di più alieno del vuoto là fuori, niente di più alla deriva di un’astronauta smarrito. Galleggiare sopra il nostro pianeta senza poterlo raggiungere, vederlo come solo in pochi lo hanno visto e contare alla rovescia prima di morire, questo è abbastanza. C’è da disperarsi, arrendersi. Invece no, superando i propri limiti, l’eroe ce la fa.
Chiuderei qui, ma voglio dire un paio di cose sulle critiche che ho letto: Stronzate & Stupidaggini. Ehi, sono due di numero. Ok, scendiamo nel dettaglio.
L’impressione che ho io è che un po’ di gente – non tutta per fortuna, ma sempre troppa – non vada più al cinema per vedersi un bel film e magari meravigliarsi, immergersi in qualcosa di bello e goderne a pieno, ma solo per lamentarsi. Perché oggi siamo tutti critici, tutti esperti. Soprattutto, abbiamo una connessione (che alle volte è un po’ come la cassetta della frutta su cui i matti montano in piedi per arringare le folle).
Io non sono della NASA, non ho esperienza di missione né di fisica a gravità zero, ma pare che in giro ci siano più scienziati che connessioni libere. Incongruenze? Non chiedetelo a me.
Quello che posso dirvi è che la storia fila e tutto quello che ho letto di negativo viene da interpretazioni errate, disattenzione dello spettatore/critico e problemi ormonali che portano qualche derelitta a lamentarsi del fatto che di George Clooney “si vede solo la faccia”. Per cortesia, collegate il cervello oltre al modem. Grazie.

