La settimana scorsa mi è capitato di prenotare le analisi per il Lupus. Avrei voluto dire alla signora: «Non si preoccupi, non è mai Lupus» ma credo non avrebbe capito.
«Io, la gente non provo neanche più a capirla. Mi siedo, la guardo, e aspetto le risate registrate».
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domenica 10 maggio 2009
lunedì 23 marzo 2009
Arance e minacce
Oggi è ripassata l’autrice della celeberrima marmellata di merda sotto spirito. Mentre eravamo lì a prenotare, tremavo al pensiero della domanda che è poi puntualmente giunta: «Ti è piaciuta la marmellata?» Dispiaciuto e un po’ intenerito, mi è uscito un “sì...” credibile come una promessa elettorale di Berlusconi. Ma per lei è stato sufficiente, così non s’è fatta pregare: «Ah, ne sto preparando una all’arancia, che fa bene ed è piana di vitamine!» Brivido. «Adesso ho solo un barattolo con me, e l’ho promesso alla C». “Che culo”, mi dico. «Però», riprende lei, «la prossima volta la porto anche a te per ringraziarti, perché siete tutti bravi e non voglio fare preferenze». Intanto io penso: “La prego, le faccia!” E invece niente, la signora tornerà armata di buone intenzioni e cattive marmellate. Aiuto. Menomale che ho i bidoni (raccolta differenziata compresa) dietro l’ufficio.
mercoledì 18 marzo 2009
L'ira funesta della babbiona razzista
Rabbiosa e acida come solo una cariatide incattivita dalla vita riesce a essere, oggi la babbiona ha colpito. Eravamo ormai sul filo della chiusura e stavo prenotando un paio di cose per una signora marocchina, quando la babbiona spalanca la porta esclamando: «E allora, dobbiamo aspettare ancora!?» Sbalordito, rispondo: «Signora, ci vuole il tempo che ci vuole...» Ancora furibonda (forse per aver involontariamente scoperto di non essere più una teen-ager a causa della data di nascita stampata sulla tessera sanitaria) esce in malo modo, esclamando qualcosa di poco carino sugli extracomunitari che fanno perdere tempo alla brava gente. Indignato, mi scatta un: «Basta, eh!» che era lì lì nel farsi insulto, ma l'ho trattenuto per la collottola prima che mi sfuggisse. Lei non mi fila di mezza pezza, e invece esce in corridoio blaterando a gran voce: «Ma non è possibile! Questi stranieri che vengono qui a curarsi... ma andassero al loro paese! E poi è colpa anche dell'impiegato, che li lascia passare! Dovrebbero fargli uno sportello separato, mica mescolarli con noi brava gente che paghiamo le tasse!» eccetera. Forse la signora aveva una voglia di apartheid che la sfigurava, e già pianificava gli autobus con posti separati per italiani ed extracomunitari o i cartelli alle fontanelle per proibire agli immigrati di abbeverarsi alla stessa fonte cui si ristorano i “bravi cittadini” secondo la concezione della babbiona. Io ero pietrificato, e con imbarazzo – vergognandomi a morte per quel discorso, che dal corridoio arrivava comunque a volume alto anche in ufficio – ho guardato la signora che avevo davanti, dispiaciuto per lei che certe cose (da certa gente) deve sentirle fin troppo spesso. Allora lei, serafica come il monaco che medita sotto la cascata, mi fa: «La lasci parlare, basta non ascoltarli». Una volta finito tutto, aspettiamo la stampa, ed ecco la seconda interruzione: «E allora? Ci vuole molto? Dobbiamo andare di là?» riferendosi all'altro CUP. Rispondo: «Guardi, avrei dovuto chiudere dieci minuti fa. Perciò, se crede di far prima...» come a dire: non è la signora qui presente a rompere i coglioni, ma lei, «ad ogni modo stiamo aspettando che completi la stampa, dopodiché riesco a fare anche il suo». Beccati la mia superiorità, razzista rompi cazzo! Risposta di cui mi sono pentito un nanosecondo dopo, ma ormai era fatta. Quindi, una volta terminata la stampa e consegnati i documenti alla gentile signora dotata di Santa Pazienza coi contro cosiddetti, procedo rapidamente alla babbiona per poi andarmene a casa, fotografandomi l'arpia nella memoria con l'aggiunta di un bigliettino recante la dicitura “vecchia di merda”, che non sarà politically correct, ma è sicuramente corretto a livello etimologico.
mercoledì 4 marzo 2009
My Office
Allora, nel mio lavoretto come servo della gleba AUSL ho a che fare con la Coordinatrice Responsabile, che nel giro di neanche una settimana (in cui m’ha sballato la data del corso di aggiornamento, incasinato gli orari d’ufficio più altre castronate varie) è stata ribattezzata Scoordinata Irresponsabile. Per gli amici, la SI. Poi ci sono le colleghe: la N, che per fortuna è sveglia (una che si salva), e la A, che secondo me è rotta ma non si capisce il guasto né a chi mandarla per il reso di fabbrica. Poi, per bontà divina o cattiveria diabolica, ci sono gli utenti.
Però è giusto esordire con qualche racconto di gente capitatomi quando ero nel vecchio ufficio della Prefettura F della Città F. All’epoca stavo in uno stabile occupato solo da me e dalla CGIL, eppure:
Poi c’è stato il caso della stronza che s’era messa in coda e già rompeva le balle sbraitando che la fila era lenta, che in centro erano più veloci (certo, ma hanno code di quaranta persone e io no, vacci!), e quando arriva il suo turno fa la difficile, si lamenta, rompe i coglioni e ciao, mentre se ne va le tiro un canchero che le tenga compagnia. Bon. Qualche mese dopo ripassa, tutta tranquilla, fin gentile e remissiva. Leggo l’impegnativa: «Richiedo Visita Neurologica per la paziente, in quanto colpita da un fulmine». Non so se scoppiare a ridere o sbiancare, ma prenoto e la saluto.
Una settimana fa…
Ogni volta che faccio il pomeriggio con la collega A mi cadono le braccia e mi sale l’incazzatura. Ma porco zio, tutte le volte che risponde al telefono sbaglia (e il telefono è pure dalla sua parte, perciò arriva sempre prima lei).
Vabbè, per fortuna la tizia non è passata perché probabilmente pensava di essere al telefono con l’altro CUP (una telefonata fra alti intelletti, insomma). C’è di buono che via Roma è dietro l’angolo, sfortunatamente hanno file di venti o trenta persone (quando non toccano le quaranta).
Poi c’era da prendere la visita oculistica per un tizio che di solito va dalla Dott.ssa G e quando lei non c’è va dalla Dott.ssa T, così le dico di fare una semplice ricerca incrociata. Dopo qualche passaggio sbagliato, imbrocca e trova la G, che però ha posto troppo in là. Allora le dico di cercare la T e lei sbotta come una ragazzina: «Ah no, io adesso non cerco più niente!» E lì sento pulsare la vena, così rispondo piccato: «Cosa? No, adesso vediamo quando c’è la T, perché se il signore deve andare da lei, noi gliela troviamo». Al che non ha risposto, allora le ho detto i passaggi che doveva fare, passo passo, per evitare che rispondesse facendomi uscire parole grosse. Vabbè, alla fine anche la T aveva date troppo lontane, e così l’abbiamo dirottato su un ambulatorio locale per fine mese. Ma resta il fatto che il nostro lavoro è quello, e se ti rifiuti di farlo allora puoi anche stare a casa. Poi se deve fare i capricci, prima o poi mi tira fuori un vaffanculo. E per cavarlo fuori a me, ci vuole un impegno che non avete idea.
Ah, sì. Mi ha chiesto: «Se quest’estate vado via per un po’, è un problema?» Trattenendomi dal rispondere: «Problema? No, è la soluzione!» ho detto che era okay.
Questa settimana…
Ieri la collega A non m’ha fatto incazzare (anche se è vero che sono andato via un’ora prima) e domani non ci sarà per via di un impegno, così me ne potrò stare tranquillo per i fatti miei.
In compenso, stamattina sono andato dalla SI per comunicare le ore svolte nel mese di febbraio, e lei non si ricordava se aveva ancora gli attestati che doveva darci o se li aveva consegnati alla collega N (attestati inutili, fra l’altro). Ovviamente ce li aveva la N, che quando ha saputo della SI, ha commentato: «Ma se me li ha dati apposta ieri per non scordarsene?» Si commenta da sé.
Naturalmente, la SI non aveva i moduli di marzo (quelli che invece ci servono), e ha concluso il nostro breve colloquio dicendo: «Vi chiamo quando ce li ho». La N ha chiosato: «Sì, cioè: la chiamiamo noi, perché non si ricorderà mai».
Quando la N mi va in ansia e pensa di mollare, tremo… perché ho PAURA al pensiero d’essere lasciato con le altre due.
Però è giusto esordire con qualche racconto di gente capitatomi quando ero nel vecchio ufficio della Prefettura F della Città F. All’epoca stavo in uno stabile occupato solo da me e dalla CGIL, eppure:
Signora (dopo aver prenotato): «Ma dopo, i raggi, li vengo a fare qui da lei?»
Io: «Eh, no, signora… va in ospedale». Sì, guardi… viene qui e la sdraio sulla fotocopiatrice, poi la mando di sopra a farsi leggere la fotocopia da un sindacalista. Ma andiamo!
Poi c’è stato il caso della stronza che s’era messa in coda e già rompeva le balle sbraitando che la fila era lenta, che in centro erano più veloci (certo, ma hanno code di quaranta persone e io no, vacci!), e quando arriva il suo turno fa la difficile, si lamenta, rompe i coglioni e ciao, mentre se ne va le tiro un canchero che le tenga compagnia. Bon. Qualche mese dopo ripassa, tutta tranquilla, fin gentile e remissiva. Leggo l’impegnativa: «Richiedo Visita Neurologica per la paziente, in quanto colpita da un fulmine». Non so se scoppiare a ridere o sbiancare, ma prenoto e la saluto.
Una settimana fa…
Ogni volta che faccio il pomeriggio con la collega A mi cadono le braccia e mi sale l’incazzatura. Ma porco zio, tutte le volte che risponde al telefono sbaglia (e il telefono è pure dalla sua parte, perciò arriva sempre prima lei).
A (al telefono): «No, adesso non posso guardare perché ho gente, venga domattina. Va bene, buon giorno». Clic!
Io: «Cosa volevano?»
A: «Voleva sapere i tempi per una TAC, gli ho detto di passare domattina».
Io: «Ma se la TAC non possiamo prenderla? Lo sai che la prenotano in via Roma».
A: «Ma ha detto di essere passata stamattina».
Io: «Stamattina? Ma se martedì mattina siamo chiusi?»
Vabbè, per fortuna la tizia non è passata perché probabilmente pensava di essere al telefono con l’altro CUP (una telefonata fra alti intelletti, insomma). C’è di buono che via Roma è dietro l’angolo, sfortunatamente hanno file di venti o trenta persone (quando non toccano le quaranta).
Poi c’era da prendere la visita oculistica per un tizio che di solito va dalla Dott.ssa G e quando lei non c’è va dalla Dott.ssa T, così le dico di fare una semplice ricerca incrociata. Dopo qualche passaggio sbagliato, imbrocca e trova la G, che però ha posto troppo in là. Allora le dico di cercare la T e lei sbotta come una ragazzina: «Ah no, io adesso non cerco più niente!» E lì sento pulsare la vena, così rispondo piccato: «Cosa? No, adesso vediamo quando c’è la T, perché se il signore deve andare da lei, noi gliela troviamo». Al che non ha risposto, allora le ho detto i passaggi che doveva fare, passo passo, per evitare che rispondesse facendomi uscire parole grosse. Vabbè, alla fine anche la T aveva date troppo lontane, e così l’abbiamo dirottato su un ambulatorio locale per fine mese. Ma resta il fatto che il nostro lavoro è quello, e se ti rifiuti di farlo allora puoi anche stare a casa. Poi se deve fare i capricci, prima o poi mi tira fuori un vaffanculo. E per cavarlo fuori a me, ci vuole un impegno che non avete idea.
Ah, sì. Mi ha chiesto: «Se quest’estate vado via per un po’, è un problema?» Trattenendomi dal rispondere: «Problema? No, è la soluzione!» ho detto che era okay.
Questa settimana…
Ieri la collega A non m’ha fatto incazzare (anche se è vero che sono andato via un’ora prima) e domani non ci sarà per via di un impegno, così me ne potrò stare tranquillo per i fatti miei.
In compenso, stamattina sono andato dalla SI per comunicare le ore svolte nel mese di febbraio, e lei non si ricordava se aveva ancora gli attestati che doveva darci o se li aveva consegnati alla collega N (attestati inutili, fra l’altro). Ovviamente ce li aveva la N, che quando ha saputo della SI, ha commentato: «Ma se me li ha dati apposta ieri per non scordarsene?» Si commenta da sé.
Naturalmente, la SI non aveva i moduli di marzo (quelli che invece ci servono), e ha concluso il nostro breve colloquio dicendo: «Vi chiamo quando ce li ho». La N ha chiosato: «Sì, cioè: la chiamiamo noi, perché non si ricorderà mai».
Quando la N mi va in ansia e pensa di mollare, tremo… perché ho PAURA al pensiero d’essere lasciato con le altre due.
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