Sì, ho cambiato ancora la veste grafica, è stato un colpo di fulmine per questa carta da parati a limoni. Avete presente quando un’immagine, un suono un odore o una qualunque sciocchezza liberano i ricordi? Ecco, questo sfondo mi ha riportato a una parte della mia infanzia che è legata a mia nonna: le visite alle zie – anzi, alle prozie – e/o alle sue amiche, naturalmente con nipote al seguito. Già, perché mio padre non ha mai voluto che andassi all’asilo, memore di quando ne uscì col naso rotto e una serie di spiacevoli ricordi. Non gli ho mai chiesto di raccontarle, ma ho sempre immaginato una scena vagamente alla Dickens. Dicevo, l’alternativa all’asilo era mia nonna, che oltre a portare me e mio fratello al parco e sorvegliare i nostri giochi, spesso violenti – d’altra parte, quelli tra maschi ne hanno la tendenza – ci trascinava alle visite cui accennavo prima. Col tempo ho dimenticato i nomi delle zie e non zie, ma non la scenografia di quegli incontri, anche perché il più delle volte, mentre chiacchieravano di fatti e persone a me sconosciute, avevo molto tempo per guardarmi intorno.
Ricordo una zia con la casa dalle tonalità rosa, o forse sono io a ricordarla così perché ogni volta che ci andavamo mi faceva trovare carta e pennarelli per disegnare, uno in particolare che era rosa antico e per questo m’è rimasto impresso. Neppure sapevo esistesse quel colore finché non ho iniziato a vederlo dappertutto, soprattutto in casa di quella particolare zia, che col tempo è diventata Zia Rosa Antico.
Di un’altra ricordo i piattini e i piccoli quadretti appesi al muro, anche se non riesco più a mettere a fuoco quelle immagini, e quel che mi rimane sono – di nuovo – i colori. In questo caso il giallo, il bianco, il verde e il nero, ma accostati in modo fantasioso e allegro. Mi sembra anche di ricordare dove abitasse, ma non ci giurerei. Quella zia non ha neppure un soprannome, è solo una fantasia d’immagini indistinte che sembrano però sempre sul punto di venire a galla per poi restare cocciute sotto il pelo dell’acqua, ma possiamo chiamarla Zia Decorata. Sì, penso le stia bene.
La terza che ricordo era la zia di Rimini, e la collego subito ai delfini che mi avevano promesso avrei visto andandola a trovare, ma che naturalmente sto ancora aspettando di vedere. Però ricordo le porcellane in casa sua, bianche e colorate, messe un po’ ovunque con tanto di centrini all’uncinetto come se ne sorgessero a mo’ di Venere dalle acque, tra cui – neanche a farlo apporta – un delfino. Potevo toccarlo? Meglio di no. E allora eccone uno piccolo, e di plastica, come contentino. Per fortuna ero un bambino dalla fervida immaginazione, così me lo feci bastare. O almeno credo, magari invece ho pianto come un disperato e non me lo ricordo più. Da lì, in qualche modo, i delfini, le porcellane e Rimini si sono mescolati in un ricordo grigio, bianco e rosato. Strano come ricordi i colori del mio passato più di ogni altro dettaglio.
Anche il ricordo di mia nonna ha un colore, quello di un azzurrino pallido, a volte con sfumature lilla, che attribuivo sia al suo abbigliamento che a una delle sue pentole. Giuro, doveva essere smaltata o che so io perché era di quel colore all’esterno e bianca all’interno. Ecco, ora che ci penso quello è anche il colore di quei minuscoli fiorellini di campo che mia nonna – me l’insegnò un pomeriggio al parco – chiamava Occhi della Madonna, ossia i Myosotis o nontiscordardimé, che scopro ora grazie a Wikipedia essere il fiore ufficiale della festa dei nonni. Caspita, meno male che cade il 31 luglio e non oggi, altrimenti mi prendeva un colpo per l’abuso di coincidenze. E ora che il colore sale a galla, come quando si diluiscono le tempere, ricordo che anche i suoi capelli avevano quella sfumatura azzurrina, tipica di tante altre vecchine che abusano di lacca dopo aver fatto la permanente ai capelli bianchi.
Questa cosa me l’avevano spiegata meglio e in modo più tecnico grazie alle dritte di un parrucchiere, ma se non mi vengono in mente i colori di quel discorso sarà dura che che me ne ricordi i dettagli. Va beh, fidatevi. Comunque tutto questo tour nella memoria era per giustificare la nuova veste del blog, e dalla via che c’ero ho messo un po’ di passato dove magari un giorno posso rileggerlo, nel caso che oltre a miope, astigmatico, eccetera diventassi pure daltonico.
Ricordo una zia con la casa dalle tonalità rosa, o forse sono io a ricordarla così perché ogni volta che ci andavamo mi faceva trovare carta e pennarelli per disegnare, uno in particolare che era rosa antico e per questo m’è rimasto impresso. Neppure sapevo esistesse quel colore finché non ho iniziato a vederlo dappertutto, soprattutto in casa di quella particolare zia, che col tempo è diventata Zia Rosa Antico.
Di un’altra ricordo i piattini e i piccoli quadretti appesi al muro, anche se non riesco più a mettere a fuoco quelle immagini, e quel che mi rimane sono – di nuovo – i colori. In questo caso il giallo, il bianco, il verde e il nero, ma accostati in modo fantasioso e allegro. Mi sembra anche di ricordare dove abitasse, ma non ci giurerei. Quella zia non ha neppure un soprannome, è solo una fantasia d’immagini indistinte che sembrano però sempre sul punto di venire a galla per poi restare cocciute sotto il pelo dell’acqua, ma possiamo chiamarla Zia Decorata. Sì, penso le stia bene.
La terza che ricordo era la zia di Rimini, e la collego subito ai delfini che mi avevano promesso avrei visto andandola a trovare, ma che naturalmente sto ancora aspettando di vedere. Però ricordo le porcellane in casa sua, bianche e colorate, messe un po’ ovunque con tanto di centrini all’uncinetto come se ne sorgessero a mo’ di Venere dalle acque, tra cui – neanche a farlo apporta – un delfino. Potevo toccarlo? Meglio di no. E allora eccone uno piccolo, e di plastica, come contentino. Per fortuna ero un bambino dalla fervida immaginazione, così me lo feci bastare. O almeno credo, magari invece ho pianto come un disperato e non me lo ricordo più. Da lì, in qualche modo, i delfini, le porcellane e Rimini si sono mescolati in un ricordo grigio, bianco e rosato. Strano come ricordi i colori del mio passato più di ogni altro dettaglio.
Anche il ricordo di mia nonna ha un colore, quello di un azzurrino pallido, a volte con sfumature lilla, che attribuivo sia al suo abbigliamento che a una delle sue pentole. Giuro, doveva essere smaltata o che so io perché era di quel colore all’esterno e bianca all’interno. Ecco, ora che ci penso quello è anche il colore di quei minuscoli fiorellini di campo che mia nonna – me l’insegnò un pomeriggio al parco – chiamava Occhi della Madonna, ossia i Myosotis o nontiscordardimé, che scopro ora grazie a Wikipedia essere il fiore ufficiale della festa dei nonni. Caspita, meno male che cade il 31 luglio e non oggi, altrimenti mi prendeva un colpo per l’abuso di coincidenze. E ora che il colore sale a galla, come quando si diluiscono le tempere, ricordo che anche i suoi capelli avevano quella sfumatura azzurrina, tipica di tante altre vecchine che abusano di lacca dopo aver fatto la permanente ai capelli bianchi.
Questa cosa me l’avevano spiegata meglio e in modo più tecnico grazie alle dritte di un parrucchiere, ma se non mi vengono in mente i colori di quel discorso sarà dura che che me ne ricordi i dettagli. Va beh, fidatevi. Comunque tutto questo tour nella memoria era per giustificare la nuova veste del blog, e dalla via che c’ero ho messo un po’ di passato dove magari un giorno posso rileggerlo, nel caso che oltre a miope, astigmatico, eccetera diventassi pure daltonico.



