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venerdì 25 febbraio 2011

La memoria a colori

4 commenti
Sì, ho cambiato ancora la veste grafica, è stato un colpo di fulmine per questa carta da parati a limoni. Avete presente quando un’immagine, un suono un odore o una qualunque sciocchezza liberano i ricordi? Ecco, questo sfondo mi ha riportato a una parte della mia infanzia che è legata a mia nonna: le visite alle zie – anzi, alle prozie – e/o alle sue amiche, naturalmente con nipote al seguito. Già, perché mio padre non ha mai voluto che andassi all’asilo, memore di quando ne uscì col naso rotto e una serie di spiacevoli ricordi. Non gli ho mai chiesto di raccontarle, ma ho sempre immaginato una scena vagamente alla Dickens. Dicevo, l’alternativa all’asilo era mia nonna, che oltre a portare me e mio fratello al parco e sorvegliare i nostri giochi, spesso violenti – d’altra parte, quelli tra maschi ne hanno la tendenza – ci trascinava alle visite cui accennavo prima. Col tempo ho dimenticato i nomi delle zie e non zie, ma non la scenografia di quegli incontri, anche perché il più delle volte, mentre chiacchieravano di fatti e persone a me sconosciute, avevo molto tempo per guardarmi intorno.
Ricordo una zia con la casa dalle tonalità rosa, o forse sono io a ricordarla così perché ogni volta che ci andavamo mi faceva trovare carta e pennarelli per disegnare, uno in particolare che era rosa antico e per questo m’è rimasto impresso. Neppure sapevo esistesse quel colore finché non ho iniziato a vederlo dappertutto, soprattutto in casa di quella particolare zia, che col tempo è diventata Zia Rosa Antico.
Di un’altra ricordo i piattini e i piccoli quadretti appesi al muro, anche se non riesco più a mettere a fuoco quelle immagini, e quel che mi rimane sono – di nuovo – i colori. In questo caso il giallo, il bianco, il verde e il nero, ma accostati in modo fantasioso e allegro. Mi sembra anche di ricordare dove abitasse, ma non ci giurerei. Quella zia non ha neppure un soprannome, è solo una fantasia d’immagini indistinte che sembrano però sempre sul punto di venire a galla per poi restare cocciute sotto il pelo dell’acqua, ma possiamo chiamarla Zia Decorata. Sì, penso le stia bene.
La terza che ricordo era la zia di Rimini, e la collego subito ai delfini che mi avevano promesso avrei visto andandola a trovare, ma che naturalmente sto ancora aspettando di vedere. Però ricordo le porcellane in casa sua, bianche e colorate, messe un po’ ovunque con tanto di centrini all’uncinetto come se ne sorgessero a mo’ di Venere dalle acque, tra cui – neanche a farlo apporta – un delfino. Potevo toccarlo? Meglio di no. E allora eccone uno piccolo, e di plastica, come contentino. Per fortuna ero un bambino dalla fervida immaginazione, così me lo feci bastare. O almeno credo, magari invece ho pianto come un disperato e non me lo ricordo più. Da lì, in qualche modo, i delfini, le porcellane e Rimini si sono mescolati in un ricordo grigio, bianco e rosato. Strano come ricordi i colori del mio passato più di ogni altro dettaglio.
Anche il ricordo di mia nonna ha un colore, quello di un azzurrino pallido, a volte con sfumature lilla, che attribuivo sia al suo abbigliamento che a una delle sue pentole. Giuro, doveva essere smaltata o che so io perché era di quel colore all’esterno e bianca all’interno. Ecco, ora che ci penso quello è anche il colore di quei minuscoli fiorellini di campo che mia nonna – me l’insegnò un pomeriggio al parco – chiamava Occhi della Madonna, ossia i Myosotis o nontiscordardimé, che scopro ora grazie a Wikipedia essere il fiore ufficiale della festa dei nonni. Caspita, meno male che cade il 31 luglio e non oggi, altrimenti mi prendeva un colpo per l’abuso di coincidenze. E ora che il colore sale a galla, come quando si diluiscono le tempere, ricordo che anche i suoi capelli avevano quella sfumatura azzurrina, tipica di tante altre vecchine che abusano di lacca dopo aver fatto la permanente ai capelli bianchi.
Questa cosa me l’avevano spiegata meglio e in modo più tecnico grazie alle dritte di un parrucchiere, ma se non mi vengono in mente i colori di quel discorso sarà dura che che me ne ricordi i dettagli. Va beh, fidatevi. Comunque tutto questo tour nella memoria era per giustificare la nuova veste del blog, e dalla via che c’ero ho messo un po’ di passato dove magari un giorno posso rileggerlo, nel caso che oltre a miope, astigmatico, eccetera diventassi pure daltonico.

lunedì 4 ottobre 2010

Giochi d’infanzia

3 commenti
Ci riflettevo su e devo dire – con la coscienza di poi – che in quei giochi c’erano i semi che sono poi germogliati nella mia età adulta. Per dire, uno dei miei preferiti era “Facciamo finta che...”, aprendomi così la strada ai giochi di ruolo e a tutto un mondo geek o nerd, come vi pare, nel quale – tutto sommato – non sono venuto su malino, dai! Per dire, a quest’ora potevo essere truzzo o che so io.

Il Nascondino, invece, mi ha quasi arrestato lo sviluppo: una volta mi sono rotto un polso – e va beh, capita – e la seconda ho preso una legnata in faccia, che per fortuna, malgrado mi abbia graffiato la palpebra, non ha fatto danni. La dinamica è stata piuttosto cretina, ma queste cose – si sa – vanno sempre così: eravamo al parco, così pensai bene di nascondermi tra i cespugli, ma chi stava sotto – non ricordo chi fosse – pensò (altrettanto bene) di stanare gli imboscati lanciando un ramo nel folto della “foresta”, dove il sottoscritto alzò il capo sentendo un woosh! e prendendosi il bastone in faccia con una bella diagonale che dalla tempia sinistra prendeva la palpebra dello stesso lato e andava – per così dire – a corteggiarmi il naso. Praticamente, sì, mi aveva centrato l’occhio. Di piatto, per fortuna!
Anyway
, ancora oggi vado di tanto in tanto col polpastrello a sentire quella piccola cicatrice sulla palpebra e quell’altro segno vicino alla narice sinistra, invisibili all’occhio ma non al tatto. In seguito, quando ho avuto seri problemi di vista e l’occhio destro ha avuto la peggio, il fatto che il sinistro mi fosse stato risparmiato è sembrato anche un colpo di culo. Così mi sono convinto che se l’Universo ha il senso dell’umorismo, è sicuramente nero.

Altri giochi che hanno avuto esiti imprevisti sono stati i Lego (per me, Lego è sempre stato al plurale), da cui ho appreso l’importanza dell’immaginazione e dell’inventiva, oltre al piacere di costruire qualcosa di nuovo e totalmente mio, “tecnica o filosofia” che poi ho impiegato nel disegno, ma soprattutto nella scrittura. Inoltre, non lo direste mai, gli animali di pezza e di plastica (sì, avevo orsacchiotti e simili, va bene?) che mi hanno incuriosito nei confronti di quelli veri, portandomi a una religiosa frequentazione di Quark e di ogni documentario sugli animali (ma in seguito, su quasi tutto) su cui riuscissi a mettere gli occhi. Ero uno di quei bimbi che magari non sanno neanche chi allena l’Inter (non lo so ancora) ma conosceva tutti i nomi dei dinosauri. E avevo anche il mio preferito! Ho sempre avuto un debole per lo Pteranodon, ma anche per tutti gli altri pterosauri – che tecnicamente non sono proprio dinosauri, ma va beh, avete capito – e da lì è venuta la curiosità per la preistoria, la zoologia e poi l’evoluzione dell’uomo, e anche lì ho il mio preferito, ossia l’Homo sapiens neanderthalensis*, su cui cerco di tenermi aggiornato (le scoperte si fanno ogni giorno, e tutto cambia quando un nuovo dato ne smentisce uno precedente) arrivando a mangiarmi con gli occhi ogni cosa mi passi davanti su questo argomento. Va beh, ma se avete letto Mistero, lo sapete già (sì, faccio pubblicità occulta in casa mia, embèh?)... invece, mi sono reso conto di non aver mai dato un nome ai miei giocattoli, neppure all’orsacchiotto preferito. Che era semplicemente “L’Orsetto Magro”, così detto perché invece di essere tondo e pelosetto era secco e indossava (veramente era cucita addosso) una salopette giallo senape e una “camicia” scozzese del tipo da boscaiolo. Anzi, dovrei chiamarla Orsetta, perché – vai a sapere il motivo (magari le gambe lunghe e il look vistoso) – pensavo a lei come a una femmina. Ma fermiamoci qui, prima che dica cosa (più) imbarazzanti, magari rivelando i gradi di parentela tra i miei peluches o i tentativi di costruire un megarobottone transformer coi Lego (o la segreta passione nel fare a pezzi i giocattoli vecchi per innestare e incrociarne i pezzi al fine di costruirne di nuovi). Però una volta – coi Technic – sono riuscito a fare un meccanismo che gli faceva muovere le braccia girando una leva sulla schiena (eh eh, son trionfi!).

Adesso però basta per davvero, giro la palla a voi.
Ci sono giochi o momenti della vostra infanzia che (oggi ve ne rendete conto) hanno influenzato i vostri interessi e passioni attuali e/o che in qualche modo hanno contribuito a realizzare una parte importante di chi siete oggi? Se ricordate quei giochi o quei momenti e vi va di sputtanarvi un po’, potete raccontarmeli nei commenti. Tanto, sono curioso come una scimmia in un campo di banane arcobaleno, perciò vi starò a sentire. Giuro sulla memoria di Orsetta!

* Veramente sarebbe Neandertal (senza l’h), poiché prende il nome dalla Valle (Tal) del fiume Neander, dove venne trovato il primo scheletro, ma gli anglosassoni – a forza di scriverlo e pronunciarlo con suono th – l’hanno fatto entrare talmente nella consuetudine che oggi, benché tecnicamente errato, viene considerato accettabile**.

** Sì, su queste cose sono un’irriducibile cagacazzi, arrendetevi.

giovedì 17 dicembre 2009

Scary Christmas and Super Creeps

5 commenti
Dalle mie parti e in altre zone d’Italia il 13 Dicembre si festeggia Santa Lucia (Vissuta a Siracusa, sarebbe morta martire sotto la persecuzione di Diocleziano intorno all’anno 304) che nella notte tra il 12 e il 13 porterebbe i regali a tutti i bimbi buoni. Segnalo a chi non la conoscesse che l’iconografia la vuole giovane e piacente mentre reca un piatto su cui sono posati i suoi stessi occhi, cavati in corso di martirio, sebbene un altro paio del tutto sano faccia capolino dalle orbite (dove è bene che essi stiano), in virtù di ciò è patrona - oltre che di Siracusa - degli oculisti, dei ciechi e degli elettricisti per la simbologia della luce (sic.), inoltre viene invocata contro le malattie degli occhi. Sì, mi rendo conto che la festa è passata da qualche giorno ormai, ma oggi, leggendo il blog di Regina dei Tucani, mi è tornato alla mente un episodio legato a questa figura e alla mia infanzia, e siccome ho voglia di sputtanarmi un po’, vado a raccontare questo edificante quadretto.

Da piccolo avevo una gran paura di Santa Lucia, colpa di mia madre che non l’aveva mai festeggiata dalle sue parti, e quindi nel raccontarla a noi pargoletti ha prodotto un devastante crossover tra la Santissima Ciecata e la più celebre Befana, così da descriverla come una vecchia orba che girava di casa in casa con un asino carico di campanelle. Poi, mettendoci - ahimè - del mio, quando le chiedevo come faceva a trovarci raccontava che la vecchia aveva le chiavi delle case di tutti i bambini e una candela che - nella notte fredda - le indicava la strada col suo calore, così di solito la notte fatidica facevo incubi su questa strega (che immaginavo tipo quella di Biancaneve) mentre entrava in casa mia e mi guardava dormire, decidendo se ero buono o cattivo, perché ai bimbi che non erano stati buoni lasciava il carbone, ma quelli davvero cattivi (raccontavano gli zii e i nonni, altri criminali incoscienti) li infilava nel suo sacco e li portava via per sempre. Perciò, non conoscendo i parametri di bontà filiale della vecchia strega, ero parecchio in ansia anche per un vaso rotto o un centrino diventato rete da pesca dei Playmobil.

Poi una mattina presto del 13 dicembre di tanti anni fa, mi sveglio con una pipì che facevo fatica a trattenere, così mi decido di correre a testa bassa verso il bagno, chiudermi dentro, fare i bisogni e ripetere la procedura inversa per rituffarmi nel mio lettino a volo d’angelo. Bene, prendo coraggio e... a metà della manovra iniziale vedo la luce accesa in cucina! Solo per un miracolo idraulico non me la sono fatta addosso, pietrificato con lo sguardo sulla porta, da cui – con immenso sollievo – vedo mia madre sistemare i regali sul tavolo della colazione. Dimentico di tutto, mi avvicino e chiedo speranzoso: «Allora Santa Lucia non esiste?». Lei mi guarda un po’ delusa, un po’ imbarazzata e un po’ preoccupata, sia per essere stata colta in fallo che per il dilemma “adesso il mio bimbo non crederà più a Santa Lucia, crescerà e magari un domani non darà ascolto neanche a me”. Mentre io (infame) ero immensamente sollevato e non la smettevo di sorridere, guardando i giocattoli in bella mostra e gustando il pensiero che la stregaccia era morta. Va beh, non era mai esistita... ma più o meno era come se, scoprendolo, l’avessi fatta fuori per sempre dalle mie paure.
«Però non dirlo a tuo fratello, eh!», si raccomanda prima di rimandarmi a letto.
«No, non glielo dico», rispondo abbagliato, «però i regali ce li fai anche l’anno prossimo, vero?». Sì, ero un filo interessato, ma d’altra parte ogni bambino resta incantato dai giocattoli e dalle sorprese, e non vuole o non trova motivi per dovervi rinunciare. Così, dopo le rassicurazioni di rito, sono tornato a letto, dove non ho chiuso occhio in attesa di alzarmi per giocare e festeggiare la morte di Santa Lucia.
Nota: non sono riuscito a trovare il filmato originale a causa di problemi di copyright che hanno censurato o limitato l’utilizzo della pellicola su YouTube, ma anche questa versione non è niente male.
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