lunedì 4 ottobre 2010

Giochi d’infanzia

Ci riflettevo su e devo dire – con la coscienza di poi – che in quei giochi c’erano i semi che sono poi germogliati nella mia età adulta. Per dire, uno dei miei preferiti era “Facciamo finta che...”, aprendomi così la strada ai giochi di ruolo e a tutto un mondo geek o nerd, come vi pare, nel quale – tutto sommato – non sono venuto su malino, dai! Per dire, a quest’ora potevo essere truzzo o che so io.

Il Nascondino, invece, mi ha quasi arrestato lo sviluppo: una volta mi sono rotto un polso – e va beh, capita – e la seconda ho preso una legnata in faccia, che per fortuna, malgrado mi abbia graffiato la palpebra, non ha fatto danni. La dinamica è stata piuttosto cretina, ma queste cose – si sa – vanno sempre così: eravamo al parco, così pensai bene di nascondermi tra i cespugli, ma chi stava sotto – non ricordo chi fosse – pensò (altrettanto bene) di stanare gli imboscati lanciando un ramo nel folto della “foresta”, dove il sottoscritto alzò il capo sentendo un woosh! e prendendosi il bastone in faccia con una bella diagonale che dalla tempia sinistra prendeva la palpebra dello stesso lato e andava – per così dire – a corteggiarmi il naso. Praticamente, sì, mi aveva centrato l’occhio. Di piatto, per fortuna!
Anyway
, ancora oggi vado di tanto in tanto col polpastrello a sentire quella piccola cicatrice sulla palpebra e quell’altro segno vicino alla narice sinistra, invisibili all’occhio ma non al tatto. In seguito, quando ho avuto seri problemi di vista e l’occhio destro ha avuto la peggio, il fatto che il sinistro mi fosse stato risparmiato è sembrato anche un colpo di culo. Così mi sono convinto che se l’Universo ha il senso dell’umorismo, è sicuramente nero.

Altri giochi che hanno avuto esiti imprevisti sono stati i Lego (per me, Lego è sempre stato al plurale), da cui ho appreso l’importanza dell’immaginazione e dell’inventiva, oltre al piacere di costruire qualcosa di nuovo e totalmente mio, “tecnica o filosofia” che poi ho impiegato nel disegno, ma soprattutto nella scrittura. Inoltre, non lo direste mai, gli animali di pezza e di plastica (sì, avevo orsacchiotti e simili, va bene?) che mi hanno incuriosito nei confronti di quelli veri, portandomi a una religiosa frequentazione di Quark e di ogni documentario sugli animali (ma in seguito, su quasi tutto) su cui riuscissi a mettere gli occhi. Ero uno di quei bimbi che magari non sanno neanche chi allena l’Inter (non lo so ancora) ma conosceva tutti i nomi dei dinosauri. E avevo anche il mio preferito! Ho sempre avuto un debole per lo Pteranodon, ma anche per tutti gli altri pterosauri – che tecnicamente non sono proprio dinosauri, ma va beh, avete capito – e da lì è venuta la curiosità per la preistoria, la zoologia e poi l’evoluzione dell’uomo, e anche lì ho il mio preferito, ossia l’Homo sapiens neanderthalensis*, su cui cerco di tenermi aggiornato (le scoperte si fanno ogni giorno, e tutto cambia quando un nuovo dato ne smentisce uno precedente) arrivando a mangiarmi con gli occhi ogni cosa mi passi davanti su questo argomento. Va beh, ma se avete letto Mistero, lo sapete già (sì, faccio pubblicità occulta in casa mia, embèh?)... invece, mi sono reso conto di non aver mai dato un nome ai miei giocattoli, neppure all’orsacchiotto preferito. Che era semplicemente “L’Orsetto Magro”, così detto perché invece di essere tondo e pelosetto era secco e indossava (veramente era cucita addosso) una salopette giallo senape e una “camicia” scozzese del tipo da boscaiolo. Anzi, dovrei chiamarla Orsetta, perché – vai a sapere il motivo (magari le gambe lunghe e il look vistoso) – pensavo a lei come a una femmina. Ma fermiamoci qui, prima che dica cosa (più) imbarazzanti, magari rivelando i gradi di parentela tra i miei peluches o i tentativi di costruire un megarobottone transformer coi Lego (o la segreta passione nel fare a pezzi i giocattoli vecchi per innestare e incrociarne i pezzi al fine di costruirne di nuovi). Però una volta – coi Technic – sono riuscito a fare un meccanismo che gli faceva muovere le braccia girando una leva sulla schiena (eh eh, son trionfi!).

Adesso però basta per davvero, giro la palla a voi.
Ci sono giochi o momenti della vostra infanzia che (oggi ve ne rendete conto) hanno influenzato i vostri interessi e passioni attuali e/o che in qualche modo hanno contribuito a realizzare una parte importante di chi siete oggi? Se ricordate quei giochi o quei momenti e vi va di sputtanarvi un po’, potete raccontarmeli nei commenti. Tanto, sono curioso come una scimmia in un campo di banane arcobaleno, perciò vi starò a sentire. Giuro sulla memoria di Orsetta!

* Veramente sarebbe Neandertal (senza l’h), poiché prende il nome dalla Valle (Tal) del fiume Neander, dove venne trovato il primo scheletro, ma gli anglosassoni – a forza di scriverlo e pronunciarlo con suono th – l’hanno fatto entrare talmente nella consuetudine che oggi, benché tecnicamente errato, viene considerato accettabile**.

** Sì, su queste cose sono un’irriducibile cagacazzi, arrendetevi.

3 commenti:

  1. Soldatini e Lego, senza ombra di dubbio, come giocattoli. Ma ho sempre giocato ai cowboy e alla guerra, mai preso in considerazione nascondini e altri giochi con le femmine (da piccolo):-)

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  2. Soldatini ne ho avuti pochi, e anche con quelli giocavo sì alla guerra ma che pretendeva una sua trama. Per dire, avevo un commando giapponese e la croce rossa francese, più un fortino della legione straniera. Inventavo storie sull’assedio giappo all’ospedale da campo nel deserto e una straziante storia d’amore e morte tra il capo della Croce Rossa e l’infermiera gnocca, coi portantini che trasportavano qua e là cadaveri di giappi e franciosi, e loro che restavano a guardarsi languidi fino a morire sotto le bombe. Eh, guardare le soap e le telenovelas con mia madre (il patto era “prima guardiamo i tuoi cartoni e poi i miei”, cioè General Hospital, Una vita da vivere, ecc.) ha lasciato il segno, ma da bravo ragazzino, dopo un po’ di pomicio per la trama, dovevano morire, altrimenti non c’era storia. Con le bambine invece giocavo senza problemi, anche se devio dire non ce n’erano tantissime nel gruppo... e alla fine “Nascondino” e “Facciamo che” erano i giochi che andavano bene a tutti, invece quando si parlava di calcio (dopo un paio di esperienze più che deludenti) me ne andavo proprio a leggere per i fatti miei.

    Ma non c’è nessun ricordo che oggi, mettendo sul lettino dell’analista il bambino che eri, diresti portava in sé i semi di chi sei diventato oggi? Sarà che io mi perdo nelle psicopippe come uno speleologo a Lascaux, però è il genere di domande che mi faccio abbastanza spesso.

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  3. Non l'ho detto ma anche con me i soldatini avevano una trama. Avventure una dietro l'altra e credo fossero lì i germi dello scrittore:-)

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