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venerdì 28 dicembre 2012

Milano Mortaccina: Dracula in Triennale e Cimitero Monumentale Tour!

7 commenti

Ieri sono stato a Milano, non ci andavo da secoli. La giornata era buona: meno confusione del solito e clima adeguato. Persino i treni in orario. Sì, puntuali. Da non credere, eh? Anche se gli annunci della stazione invitavano a controllare che il proprio treno non fosse in anticipo. Anticipo? In quale piega del tempo e dello spazio mi sono infilato? È stata la prima volta che mi è capitato di sentire un annuncio simile, però ho elaborando una teoria secondo la quale i treni in anticipo di oggi sono quelli in ritardo di ieri. Purtroppo non ho le prove scientifiche per dimostrarla, ma se là fuori ci sono ricercatori volenterosi in grado di fornirmi dati a conferma o smentita della mia ipotesi, gliene sarò grato.

Sì, ma che ci sono andato a fare? Lo scopo principale era la Mostra di Dracula alla Triennale, ma in mattinata ho visitato prima il Cimitero Monumentale della città. Monumentale è la parola giusta, anche nelle marmoree forme dell’ego umano. 

Mentre i miei compagni di avventura scattavano foto, io mi soffermavo sulle lapidi. Alcune più tradizionali (e altre di una tristezza fantozziana) recavano incisioni del tipo: una vita spartana e laboriosa culminata nel rapporto con dio rende onore alla memoria del geometra pinco pallino. Mi sono brevemente immaginato la sua triste vita, almeno finché non ho posato gli occhi su quella della moglie, che parlava solo di devozione ai figli e obbedienza al marito. Eccone un’altra che se l’è goduta, mi dico. 
Alcuni dei residenti vengono lodati per essere stati creature dallo spirito semplice, il che non può fare a meno di suonarmi vagamente offensivo, ma tanto se erano sempliciotti non se la saranno presa. Forse. 
C’erano anche molte tumulazioni di bambini, due in particolare le ricordo bene per motivi diversi. 
La prima era una tomba di famiglia dove facevano capolino un bimbo di nome Gino, vissuto per un anno, e un altro con lo stesso nome campato per quattro giorni. Perdonatemi l’umorismo macabro che comunque è in tema e nell’aria, ma usare il nome del bimbo morto per il fratello di backup non ha portato molta fortuna a lui e neppure alla famiglia. Io avrei cambiato nome, anche perché – rispetto a Gino – c’è in giro di meglio. 
L’altra tomba infantile, e la più inquietante che ho visto, è stata quella di una bambina con la statua mozzata del capo e una bambola di pezza appoggiata alla lapide. Dettaglio interessante: la bambola nuova di pacca. Soprattutto perché la piccina è defunta nel 1923, ma nonostante ciò qualcuno le porta ancora i doni. 
Il giro comunque mi è piaciuto, è stato interessante e il cimitero è davvero enorme, una specie di Città dei Morti meneghina di lusso, un poco fuori mano rispetto alla Necropoli di Tebe. Oh, c’erano anche obelischi, piramidi e torri di babele, eh! Insomma, bella, se vi piace il genere.

Dopo Milano of the Dead, Dracula!
No, aspetta! Frena. Prima di Dracula, pausa ristoro alla Triennale. Voi. Non. Fatelo. Capito? 14,50 € per un piattino di tortelli di zucca (neanche eccezionali) e l’acqua. Noi eravamo stanchi e abbiamo ceduto, ma voi piuttosto, se non trovate altro, portatevi dei panini da casa. 
Il cameriere, che ci vede pezzenti, aggiunge che possiamo lasciare le giacche al guardaroba, che tanto è gratuito. Com’è come non è, ogni volta che vado a Milano qualcuno mi dà elegantemente del clochard (che poi sono anche ben distribuiti e alla fine mi orientavo grazie a loro, riconoscendoli come punti geografici).
Adesso sì, Dracula.
All’entrata vieni accolto dal film di Coppola trasmesso a ciclo continuo, poi entri nella prima sala che è una una stanza buia con pannelli della storia di Vlad Tepes appesi alle pareti e poi anche quella del Dracula di Bram Stoker sul per chi e sul percome un voivoda del 1400 diventa idolo delle teen-agers finché un balordo figlio di una Winx gli ruba la scena. 
In esposizione invece ci sono un paio di dipinti di Vladimiro, poi un abito, un turbante, una spada e un arco ottomani perché il Vlad ci ha fatto la guerra e quindi – anche se a te non sembrano indispensabili alla mostra – fanno colore. Dicono. Poi ci sono libri e appunti di Stoker e altra gente che ha scritto o disegnato di vampiri, una croce di legno e cartone della quale però non si specifica l’utilizzo e quello che per me è il pezzo più divertente: il diavolo sotto vetro. 
Oh, che poi sembra un’incrinatura in un cristallo che ricorda una figura umanoide, ma c’era un buio pesto alla genovese e io ho visto solo le gambe, il torso e un vago profilo che poteva essere il Diavolo, Dante Alighieri o la Strega Bacheca che fa tip tap. A me però l’idea del diavolo sotto vuoto, tipo che lo sfreghi come una lampada o lo metti in acqua come il risotto liofilizzato, m’è piaciuta.

Nella seconda sala c’è una grossa cassa di legno grigio a mo’ di stanzetta nella quale sono raccolti vari oggetti tra cui un pipistrello mummificato con le ali spalancate e un video che illustra il perché e il percome di quell’allestimento, e appena dietro c’è il Peep Show of the Dead, un altro cassone coi fori che tu ci guardi attraverso e vedi un video coi baci di tutti i vampiri del cinema. Anche Twilight, fai te! Ma non c’è il sacchetto per il vomito e allora don’t do it, it’s just for the braves. Solo per i bravi. 

La terza sala ha tre grandi tele appese al soffitto e orientate elegantemente a cazzo sulle quali viene proiettato un misto di scene da vari film di vampiri intervallate da citazioni di autori e archibugieri della brigata fantasma degli ignoti, io per dire ne ricordo giusto una di Ammaniti che diceva tipo che i vampiri sono fighetti effeminati, invece gli zombie sono vivi e lottano insieme a noi. 
Complimenti, Niccolò. In parte ti do ragione, ma visto che sei lì che snoccioli luoghi comuni e scopri l’acqua calda, almeno butta la pasta che c’ho ancora fame dopo quei tortelli del menga. 
Dopo essere stati un po’ lì, dove sono esposti anche un pezzo di storyboard e due copioni del Bram Stoker’s Dracula di Coppola, ma dove soprattutto ci sono panche per sedersi, c’è l’ala dedicata alla costumista del Dracula di Coppola (che forse se facevano una mostra dedicata al film e basta a ‘sto punto era meglio, ma va be’). 

Come vi dicevo, la sala quattro è dedicata a Eiko Ishyoka, defunta il 21 gennaio di quest’anno. Il primo pezzo esposto è l’armatura rossa di Gary Oldman – quella con le orecchie a punta – che una tipa tutta compresa nella parte illustra così ai suoi amici meno fortunati: «Il disegno riprende l’anatomia delle fasce muscolari», annuendo a se stessa con aria saputa. No, ma dai? E io che pensavo fosse vestito da all you can eat di sashimi al tonno! 
Comunque c’è un video documentario con intervista alla Ishioka e backstage del film che è simpatico e istruttivo, o almeno interessante per quanto riguarda la scelta e l’importanza attribuita ai costumi durante la lavorazione, oltre che al rapporto recitazione-mobilità garantito e concesso dai medesimi, come – almeno parlando dell’armatura – diceva Oldman: «Mi sembra di essere un incidente automobilistico: ho le lamiere addosso e non ho ancora recuperato la mia mobilità». Mattacchione. 
Il resto dei costumi è solo in minima parte preso dal film, giustificato da qualche pannello appeso che parla del termine Vamp e di come derivi da vampiro – ma va – e che quindi questi costumi femminili bla bla bla tra cui la Regina della Notte dal Flauto Magico e la Turandot e va beh rappresentano la figura femminile sensuale e dominante pappappéro. Sì, ma due burqa afgani di seta? Proprio no. Dì a un’afgana che è una vamp e quella si mette a piangere pregandoti di risparmiarle la vita. 
I costumi però sono molto belli, anche se non tutti ci azzeccano col tema della mostra. 
In chiusura di Transilvania Vende Moda ci sono foto di abiti maschili realizzati nel periodo in cui uscì – tu guarda – il Dracula di Coppola (e lo dicevo io che era meglio fare solo quello, che il tour sta diventando monotono), quando improvvisamente la figheria vittoriana e l’occhialetto tondo (che prima era esclusivo di John Lennon) ispirarono il look mortaccino del dandy moderno, almeno finché questa moda non venne sfruttata a sangue da una gang bang di stilisti itifallici per poi abbandonarla riversa in un rigagnolo dove venne salvata dai dark a cui era stata sequestrata in principio. 

Oh, e adesso trasgressione! Un gabbiotto, che più che una stanza pare il retro di un videonoleggio dove ci tengono i film per adulti (giuro, infatti si entra da una tendina nera) ospita tavole del Dracula illustrato da Crepax, che poi è un paio di immagini di Valentina che incontra il Conte – un roito mostruoso – e mille e uno modi di disegnare i genitali femminili tracciando le linee dell’inguine e scarabocchiando come un forsennato finché non fai un nerino del buio ma senza gli occhioni. 

Poi niente, fine. Siete fuori. Per la precisione, siete fuori di otto euro, che poi è il prezzo del biglietto. Oh, ma giù al book-shop potete acquistare il catalogo per venticinque euro! Che io no, grazie. Potrei giurare di aver sentito la zip del portafogli mentre mi sibilava: «Se mi apri, ti sputo!»

Conclusioni. Ambiziosa, fin troppo. Confezionata bene, ma per vendere qualcosa che poi è più pacchetto che regalo. Orientata male nei suoi intenti e articoli esposti, ammiccante nella scelta dei pezzi più popolari esagerando un bel po’ con Coppola e tralasciando parecchio di tutto il resto. La mia teoria – che poi non ha prove come quella dei treni, ma anche qui vi invito a fare ricerche – è che abbiano speso per fare le cosine cool e farsi prestare la roba ottomana dai musei, ma che poi fossero rimasti un po’ a secco per fare la mostra che si proponevano. O peggio, che abbiano preso sottogamba questi fans di Dracula che poi dai sono ragazzetti che guardano horror e non capiscono niente, gli metti due cosine che luccicano e loro battono le manine. Solo che io con le manine ci carico l’Uzi, che per te è gratis, come il guardaroba.

martedì 12 aprile 2011

Dino-fan trip to Dinosauri a Piacenza

16 commenti
Dopo che la corteggiavo da un pezzo, stamattina sono andato alla mostra Dinosauri a Piacenza, ma andiamo con ordine perché è stata una piccola avventura.


Intanto mi alzo tranquillo e vado in stazione, dove naturalmente il treno del paesello con cui devo fare la prima tappa del mio viaggio fino a Fidenza è guasto – visto che si rompe un po’ più che spesso – così tocca aspettare l’autobus sostitutivo che arriva bel bello a suo comodo e mi porta a Borgo San Donnino (che se non lo sapete è l’antico nome di Fidenza, e qui c’è la nota colta per il lettore curioso) quando ormai ho perso la prima coincidenza utile. Va bene, tanto ce n’è un’altra dopo, dovrò solo passare un’oretta in stazione a leggere. E invece, mentre sto lì già rassegnato e paziente, ecco che la mia temperanza viene premiata dall’arrivo – con ampio ritardo – della coincidenza che credevo perduta.
Ah, l’inefficienza di Trenitalia! Chiude una porta e apre un portone.
Bene, sono sulla via di Piacenza e durante il viaggio butto un’occhiata alla stazione di Fiorenzuola che sembra il solito cesso a cielo aperto, un po’ per l’aroma di gabinetto non lavato che ricordo bene, e in parte per le mattonelle bianche da bagno che “decorano” il sottopassaggio e parte della pensilina, ma è solo un’istante e il viaggio prosegue.
Arrivo a destinazione e via, esco dalla stazione e mi fiondo subito nella direzione sbagliata, ma per fortuna me ne accorgo subito e torno sui miei passi, guardo i nomi delle strade (che sarebbe carino indicare meglio, eh Piacenza?) e trovo la via per la mostra. Qui però faccio una breve digressione, perché proprio mentre sono in dirittura d’arrivo mi telefona la collega A annunciando che sta poco bene e non verrà a fare il pomeriggio, anzi è molto probabile che non ci sia neanche giovedì. A stento trattengo la gioia e dico che va bene, non c’è problema, e felice come una pasqua m’incammino verso l’Urban Center. All’entrata vedo un bel cioppo di persone immobili – e già metto la modalità fila in banca/poste – ma per fortuna è una scolaresca delle superiori che ascolta la guida, così entro, faccio il biglietto e via.
La prima cosa davanti alla quale m’incanto è il fossile – una riproduzione, credo (visto che non c’era teca né protezione di sorta, e l’originale è a Berlino) – dell’Archeopteryx, e subito dopo la mano/artiglio di un Allosaurus e il cranio di un Tarbosaurus che mi fanno scodinzolare come un cucciolo mentre me li guardo da ogni angolazione, soprattutto quelle che non vengono mai riportate in fotografia sui libri. Fatto il mio giretto tra i fossili (e un pieno d’ombra, perché stamattina faceva un caldo becco) si passa alla sezione esterna, dove vado in estasi davanti alle riproduzioni a grandezza naturale dei nostri cari estinti.
Il primo è uno Spinosaurus che resto ad ammirare malgrado il sole a picco. Chi se ne frega! Inforco le lenti da sole e via, non sarà una nana gialla di classe spettrale G2 V (quest’ultima cosa l’ho dovuta controllare su Wikipedia per fare il figo di balsa) a impedirmi di ammirare i miei eroi dell’infanzia e beh, di tutta una vita. Subito dopo Spino, passo al Gallimimus, che mi ha sempre fatto una gran simpatia insieme a tutta la famiglia Ornithomimidae, in particolare l’Ornithomimus in persona che però non è potuto essere dei nostri. Anche qui resto un po’ in contemplazione dell’esemplare, osservando soprattutto come sia stata resa la copertura di piume dalla meticolosa texture applicata dall’artista sul materiale. Ho avuto anche un crossover mentale – si può dire così? – mentre mi domandavo se al giorno d’oggi sarebbe potuto diventare una cavalcatura in grado non solo di reggere il peso del cavaliere ma di mostrare una certa resistenza nel trasportarlo per un tratto anche lungo come fa un cavallo, e allora è partita l’immagine dei tipici incidenti di maneggio con l’amico Gallo, tipo una delle sue codate o una zampata non esattamente da canarino, per non parlare del becco corneo che a occhio deve fare un male cane arrabbiato.
Okay, ma lasciamo perdere le elucubrazioni e andiamo avanti. Non poteva mancare l’amico Tyrannosaurus rex, anche se a me – forse proprio per il fatto che è da sempre l’eroe di tutti – non ha mai suscitato una simpatia esagerata. Oh, però è fatto da dio e resta un colosso mica da ridere, anche se appena lo vedo,  faccio: «Hm, lo facevo più alto».  Sì, proprio come – dicono – succede con gli attori famosi. Certo, non che Rex sia un nano, ma vatti a fidare di illustrazioni e scale di riferimento in libri e compagnia, perché quando ce l’hai davanti in – ehm – plastica (?) e vetroresina (?), è tutta un’altra cosa. Anche qui, mi giro e mi sposto per vederlo da ogni prospettiva, di fronte con le fauci spalancate, da dietro con la coda possente e le “gambe” in movimento, tutto un muscolo che terrorizzava il Cretaceo. Oh, e subito dopo una sorpresa, Dracorex hogwartsia! Un bel “draghetto” il cui nome omaggia la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts frequentata da Harry Potter nella saga di J. K. Rowling. Me lo guardo un po’ e capisco bene il motivo, quel musetto è davvero da drago cinematografico. Con tutte quelle corna e protuberanze sembra fatto e decorato apposta da un artista per un film, peccato le zampine anteriori corte al posto di un paio d’ali esagerate. Però meglio così, no? Almeno non ci sputerà fuoco sulla testa. Poi si cambia ambiente, pur restando all’aperto, ed ecco un bel Pachyrhinosaurus, con la sua bella patata sul naso che gli dà il nome, e la stazza imponente e coccolosa – ehm – dei ceratopsidi.
Ecco, e qui, mentre mi sdilinquisco nuovamente, sento la guida di un gruppo di bambini parlare di estinzioni di massa e delle colpe dell’uomo. Loro sono già al Dodo e io mi sto godendo un colossale Indricotherium, ma appizzo l’orecchio e sento un paio di cose che vengono ripetute ad nauseam, “Estinzione di Massa” e “l’Uomo!”.
«Perché?», mi chiedo.
Sì, qualche pasticcio coi mammut magari l’abbiamo fatto, ma non è cosa certa, mentre sì, l’Uro e qualche altra specie, quelle le abbiamo asfaltate noi, ma un’Estinzione di Massa è altra cosa, e noi – la maggior parte delle volte – neanche c’eravamo. Poi le sento dire che l’Uomo, l’Uomo, sempre l’Uomo (nome e cognome, please!) ha sterminato il Dodo per puro piacere (io sapevo che era stata la concorrenza con gli animali importati dai portoghesi, come capre e maiali, i quali si mangiavano pure le uova di quei super piccioni, ma potrei sbagliare) e insiste che l’Uomo – sempre Lui – ha causato l’estinzione di questo, quello e quest’altro, che è colpevole dell’Estinzione di Massa… va bene, avete capito. Insomma, ho avuto l’impressione che si perdesse più in retoriche ambientaliste che in un’oggettiva presentazione dei fatti (e scusate, ma quando vado al museo io voglio dati istruttivi, non sermoni) premurandosi di instillare in quei bambini, che non hanno ancora avuto il tempo di fare alcunché di male al mondo, il senso di colpa globale per l’ambiente e quant’altro. Non fraintendetemi, sono d’accordo che vadano educati e istruiti si ciò che è stato, ma in modo spassionato e oggettivo, spiegando i fatti senza introdurre una retorica che non possono ancora interpretare in modo critico, perché è facile manipolare ma più difficile educare. Sì, abbiamo fatto e ancora facciamo e faremo i nostri danni a molte specie, ma quando spieghi un’Estinzione di Massa o Globale (che non è la distruzione di una sola o alcune specie, ma di molte e tutte contemporaneamente) a dei bambini che non possono neanche contraddirti, non puoi fare pasticci del genere. Poi è anche vero che i piccini non se la filavano granché di pezza e stavano più che altro a guardare le riproduzioni a grandezza naturale e gli sciami di moscerini nella luce del sole, perciò tanto meglio. Ah sì, di fianco al dodo c’era anche un tilacino, ma pare abbia riscosso meno successo del pollo piccione gigante.
Si passa poi all’ultima sala dove vengono esposte opere pittoriche (sotto forma di poster) di vari paleoartisti, più le ricostruzioni incomplete di un Triceratopo e una Latimeria (erano blu, perciò presumo fosse una fase di realizzazione), tre teste di dinosauri e qualche realizzazione artistica più piccola. Qui ho guardato faccia a muso un piccolo Anurognathus ancora abbozzato, e mi sono intristito un po’ per la mancanza di pterosauri, da sempre i miei preferiti.
Avviandomi verso l’uscita mi sono detto parzialmente deluso, speravo che la mostra fosse più grande e che la sua esplorazione durasse di più. Certo, con una guida doveva essere molto meglio, ma visto che fanno gruppi e io ero solo, non è stato possibile. Pazienza.
Uscendo ho salutato un sauropode di cui non ricordo il nome, e che all’arrivo – tanta era la fretta di entrare – non avevo neanche notato. No, dico, vi pare possibile passare accanto a un bestione alto come un palazzo senza farci caso? Sì, proprio dove gli studenti facevano capannello e io ho creduto di dover fare la fila! Va bene, sono un distratto cronico, ma per lo meno quell’ultima botta di dinomania mi ha messo di buon umore per il rientro.
Ecco, e ne avevo bisogno!, perché guardando gli orari scopro che nel migliore dei casi dovrò aspettare un’ora per il treno, e una volta a Fidenza sarò nelle mani del Fato quanto ad autobus per tornare a casa. Ehi, ma c’è un Intercity che parte prima! Ottimo, vado a pagare il supplemento e torno al binario a leggere finché non si parte. Et voilà, siamo di nuovo in viaggio. Dopo la botta di culo dell’Intercity – va beh, diciamo che facendo due conti è venuto fuori che mi è costato più il viaggio della mostra, ma fa lo stesso – arrivo a Borgo San Donnino (siete stati attenti all’inizio? occhio che interrogo!) e mi dicono che forse l’autobus non parte, per fortuna non faccio in tempo a gettarmi nello sconforto che l’autista arriva e dice che si va ma è l’ultima corsa. Evviva, un’altra botta di culo! Mi sa che per quest’anno è tutto, come minimo d’ora in poi pioveranno sangue e rane mentre sciami di cavallette mi tormenterano in quanto primogenito e bla bla bla, piaghe a piacere.
Alla fine torno a casa e tutto bene, riesco pure a pranzare e arrivare in ufficio in tempo per il turno pomeridiano, dove tutto solo soletto rendo più che con quella palla al piede della collega deficiente. «Com’è stato veloce!», mi fa una signora dopo averle sbrigato qualche prenotazione, ma non posso commentare che senza cretina mi sento leggero come una farfalla sul naso di un  Pachyrhinosaurus.
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