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giovedì 27 giugno 2013

Io e Tanith Lee

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Era il 1985 quando scoprii Tanith Lee fra le pagine di Fantasy*, un’antologia (indovinate il genere) di Euroclub, coi racconti Rosso come il Sangue e La Terra dei Lupi (rispettivamente Biancaneve e Cappuccetto Rosso, entrambi tratti da Tales from the Sisters Grimmer). Fu colpo di fulmine, come ho ricordato oggi conversando con un’altra amica appassionata della Lee.

«Of what good is mankind’s affection?» asked the snake.
«Those they love», said Azhrarn, «fare well. And those they hate they harm».
In seguito ho letto e cercato tutto quello che era stato pubblicato di suo in italiano, pattugliando le librerie e spulciando devotamente le bancarelle. Oggi il mio inglese va un po’ meglio, e con gli e-book è diventato più semplice seguirla, ma la passione per lei nasce in quegli anni in cui scovarla era come trovare un filone d’oro nella roccia impenetrabile. 
Uno dei suoi scenari che preferisco è La Terra Piatta, dove divinità ambigue come il Signore delle Illusioni Chuz, il Signore della Morte Uhlume o il Signore della Notte Azhrarn, muovono le loro pedine nel vecchio gioco degli dei e degli uomini, ma con l’inventiva e la singolare estetica della Lee, che riesce a farne un quadro che si dipinge nella mente pagina dopo pagina. 
Per farvene un esempio e presentarvela, se già non la conoscete – il che è possibile, vista la scarsa distribuzione nel nostro paese – ecco una fiaba che viene raccontata all’interno del secondo volume de Le Cronache della Terra Piatta (Tales from the Flat Earth 1978 – 1987), Il Signore delle Illusioni (Delusion’s Master, 1981). Sì, è in inglese, ho trovato solo questa versione (sebbene ne avessi trascritta una in italiano io stesso anni fa, ma chissà dov’è finita), tuttavia credo che sia ottima anche per apprezzare la musicalità e la padronanza del linguaggio di Tanith. Perciò, buona lettura.

“The Tale of the Serpent and the Cat” 
The best beloved beast of Underearth was nothing other than the serpent. Down below in the bright shadows, he was admired for his grace and elegance, and for his cool blood and wicked self-command. Presently the demons, innocent then, or merely extremely cynical, brought the snake up to the earth, supposing thereby to make men also fall in love with him. But men took against the snake, scenting his demonical origins, mistrusting his lack of legs and ears, his smart teeth and implacable garment. Indeed, they turned on the snake, threw him out of doors when he came in, brained him with mallets when they were able and cursed him and spat on him when they were not.
The Eshva mourned for the serpent, for they loved him best of all. The Vazdru said to each other: «Let us trick mankind into adoration of the snake». And this they did by various means, causing him here and there to be elected a god and worshipped, or venerated as useful in magic. 
But one of the day-nights in Druhim Vanasta, certain Vazdru princes began to bet with each other that they could persuade men to like the snake himself. And this they tried, and this they failed at. 
At last the vexatious problem came to the notice of Azhrarn. And accordingly Azharn went by night to the world to listen to men’s opinion of the snake. «How we abhor his cold scales», they complained. «And his teeth, which are sometimes venomous, and his forked tongue, which might be. And how allergic we are to his leglessness. He is all tail, and the sound of his hiss causes our hair to rise up like bristles».
Then Azhrarn smiled, and he went back to the Druhim Vanasta. There he took up a snake and he inquired, «Would it be worth while to you, in order to win the affection of mankind, to be a little changed?»
«Of what good is mankind’s affection?» asked the snake. 
«Those they love», said Azhrarn, «fare well. And those they hate they harm».
The snake had heard reports from his cousins concerning mallets, and after some thought, he agreed.
Then Azhrarn conducted the snake to the Drin, and the Drin made for the snake particular extras, which had all to do with what men had said they disliked about him. First the Drin make him four muscular little legs with four round little paws on the ends of them. And then they make him two little pointed ears to stand up on top of his head. Then they bulked out his body with a cunning device, and straightened his tongue with another - but it remained in fact a thin tongue, and in fact a great deal of tail remained to him at the back. Next they made him an overcoat of long soft black grasses, and decorated his face – which was now very pretty – with ornaments of fine silver wire. His jewel-like eyes, which had always been quite wonderful, they had need to alter only a jot. Lastly, to compensate for removing his venom, (although they left the shape of his teeth alone), they presented him with some sharp slivers of steel to wear in his round feet for purposes of self-defense.
When Azhrarn beheld the result, he laughed, and ran his hand over the new animal’s spine. At which all was transmuted into flesh and muscle, and the coat of grass into luxuriant, velvety hair. And at the touch of Azhrarn also, the new animal made a strange sound, not a hiss, but --
«My dear, you are purring», said Azhrarn, and again he laughed. 
To this day, no cat can bear to be laughed at, even in love. 
However, sure enough, the animal, legged, eared and furry, was an enormous success on earth. Men were pleased by his grace and elegance, admired his cool blood and wicked self-command. And when he grew sometimes peeved, forgot himself, and hissed – they did not remember the snake, but remarked: «There is the cat, hissing». Nor did they notice how both the cat and the snake slew mice, or enjoyed milk, though both became the pets of sorcerers. And men never would credit that if they overlooked the fur and held flat the two pointed ears of the cat, then and now, you might see still the wedge-shaped demon head and the sharp teeth of the serpent, poised there, under your hand.  
  • from Tanith Lee’s Delusion’s Master, Part III, Chapter 2, “Mother and Daughter”.

*Nella stessa antologia è presente anche il racconto Il Drago di Ghiaccio (1980) di George R. R. Martin, che non è collegato al ciclo A Song of Ice and Fire, ma collega in sé i temi dell’inverno, dei draghi e della guerra. Perciò forse fu questo biglietto da visita a essere decisivo nel convincermi a iniziare la saga di Westeros, che seguo tuttora.

venerdì 22 marzo 2013

Scott Westerfeld: Leviathan, La Trilogia (Leviathan, Behemoth, Goliath).

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Tre anni fa ho letto il primo volume, finito il quale sono rimasto col languorino per gli altri due che – aspetta aspetta – hanno pensato bene di uscire comodamente quest’anno sotto forma di Trilogia edita da Einaudi al prezzo di € 28,00 in un unico volume di 1064 pagine corredate dalle illustrazioni di Keith Thompson, un buon affare che vi consiglio e che vado a recensire.
Sarajevo, 1914: dopo l’attentato all'arciduca d’Austria scoppia la Prima guerra mondiale. Ma se a combattersi fossero bestie e macchine? Allora sareste nel mondo di Leviathan, Behemoth e Goliath.

Sareste nel mondo di Alek e Deryn. 
È come una guerra tra universi differenti. 
Da una parte, le potenze Cigolanti e le loro macchine. Dall’altra, gli alleati Darwinisti e le loro creature di sintesi. Carburante contro cibo, metallo contro pelle. Alek contro Deryn.
Aleksander è il figlio dell’arciduca assassinato, in fuga da un impero di cui nessuno lo vuole erede. Deryn è una ragazza arruolata in vesti maschili nell’Aviazione britannica, decisa a vivere come vuole. Si incontrano per caso ma si alleano per scelta e affrontano il conflitto insieme: da Istanbul a New York, tra battaglie aeree e rivoluzioni, Alek e Deryn impareranno che cosa sono il caos e l’odio, ma anche l’amicizia e la speranza – forse addirittura l’amore.
In una trilogia steampunk che incalza il lettore con colpi di scena e scontri all’ultimo sangue, Scott Westerfeld ci regala un viaggio appassionante nelle infinite possibilità della storia: che sia quella del mondo o di ciascuno di noi.
Quello che avete appena letto è il retro di copertina, forse un tantino melodrammatico, della trilogia. Tuttavia, per fortuna i toni del romanzo non sono questi. 
Intanto parliamo di loro due, Alek e Deryn. 
Niente smancerie, niente colpi di fulmine perché sì, ma un’amicizia che si sviluppa sulla base di eventi e difficoltà, che non nasce dal nulla ma che cambia e cresce in modo logico, e non perché deve esserci la storia d’amore a tutti i costi. No, siamo in guerra e ci sono eventi e forze più importanti a cui badare, responsabilità e ruoli da assumere, perciò qualunque cosa ci sia tra loro due – grazie al cielo – non è la colonna portante di chissà quale storia d’amore adolescenziale, ma un elemento corale della storia.
Questo per tranquillizzarvi, poiché di questi tempi fin troppa robaccia rosa e stereotipata ci viene spacciata per sci-fi allo scopo di abbindolarci. Con Leviathan potete stare tranquilli, il riflettore è puntato sullo scenario e le atmosfere steampunk. 

Mappa delle potenze Darwiniste e Cigolanti in Europa.
La Germania, l’Impero Austro-Ungarico e quello Ottomano (che, insieme a tutto l’Islam, aborre le creature di sintesi) sono le tre Grandi Potenze Cigolanti, esperti nella costruzione di macchine incredibili come i camminatori leggeri a due gambe e quelli pesanti a quattro, sei oppure otto, gli zeppelin e gli aerei che conosciamo già, i giganteschi automi di Istanbul, creati a immagine di animali o di creature mitiche, i terribili cannoni Tesla e altro ancora. 

Istanbul. Un elefante cigolante della corte ottomana, mentre sullo sfondo si notano i golem a guardia del quartiere ebraico.

Di contro, Inghilterra, Francia e Russia sono le tre Grandi Potenze Darwiniste, maestre nella creazione delle bestie di sintesi, ottenute mediante la manipolazione dei filamenti della vita, ossia i giganteschi mostri marini, i terrificanti orsi da guerra russi, gli elefantiaci per il trasporto pesante e gli equinoidi per quello più leggero – ma soprattutto, ai fini della nostra storia – i respiranti a idrogeno come le meduse Huxley della taglia di una mongolfiera o lo stesso Leviathan, una balena che non è solo una bestia immensa, ma un ecosistema composto da varie creature di sintesi, come i vermi luminosi che garantiscono la visibilità a bordo, gli annusatori di idrogeno che brulicano sulla sua pelle cercano falle nella membrana della bestia d’aria, le lucertole messaggere in grado di mandare interi dialoghi a memoria, i falchi incursori coi loro terribili artigli e le tele di sintesi, i pipistrelli a freccette e il Lori perspicace, tutte creature che scoprirete solo in queste pagine. 
Prima di passare ad altro aggiungo un annotazione sugli schieramenti e le tecnologie nel mondo di Leviathan: in realtà anche altre nazioni sono passate alla tecnologia Darwinista, come l’Italia. Altre invece, come la Jugoslavia, sono Cigolanti. Nessuna di queste però è una superpotenza. Alcune poi tengono il piede in due scarpe, come il Giappone e gli Stati Uniti, dove le due tecnologie convivono in modo più o meno armonico.

Il quadro che ne emerge mi ha affascinato, incuriosito e coinvolto fino alla fine, facendomi fare anche le ore piccole per non lasciare un’eccitante missione in sospeso o per riuscire a svelare un segreto prima di chiudere gli occhi. Insomma, mi sono immerso con piacere in un misto di storia e fantascienza, futuro e passato, davvero sorprendente, qualcosa, per me, di così nuovo che non mi ritrovavo a leggere in uno stato di tale stupore ed eccitazione da quando ero un ragazzino. Leviathan infatti è il primo caso di steampunk che ho approcciato, ma per dire qualcosa in più a tale proposito (e citandolo dalla postfazione), lascio la parola allo stesso Scott Westerfeld, che ha parole migliori delle mie per spiegare quel che intendo.
«Leviathan, dunque, è una storia imperniata tanto sui futuri possibili quanto sui passati alternativi. Guarda avanti verso un futuro in cui le macchine somiglieranno a creature viventi, e le creature viventi potranno essere fabbricate come macchine. E tuttavia l’ambientazione del romanzo si rifà anche a un’epoca precedente, in cui il mondo era diviso in aristocratici e gente comune, e in molti Paesi le donne non potevano né arruolarsi nell’esercito, né votare. È questa la natura della letteratura steampunk: mescolare futuro e passato».
Bene, ma in conclusione e dopo tanto entusiasmo, sto dicendo che Leviathan è perfetto? No, certo. La rapida ascesa dei Darwinisti è dura da mandar giù anche sforzando la sospensione dell’incredulità, ma sarebbe ancora più stupido privarsi di una così bella idea facendo gli gne gne gne su un’opera che è pura finzione dall’inizio alla fine, e che anche se qualche scricchiolio lo si avverte sta in piedi – o in aria – e riesce a trasportarci lungo il suo viaggio. 
Anche il modo in cui è stato presentato Tesla non mi è andato troppo giù, ma non posso fare una colpa a Westerfeld se non gradisce il personaggio. Le simpatie o le antipatie di un autore riguardano solo lui, inoltre non posso e non voglio certo essere lo stupido troll che fa le pulci a qualcosa che in ogni caso funziona. 
Veniamo poi al finale, che mi ha lasciato con un senso di insoddisfazione per essere stato abbandonato troppo presto, una sensazione dovuta al fatto che non sarei più uscito da qual mondo ma avrei continuato ad esplorarlo, con Alek e Deryn oppure con altri personaggi, e ce ne sono di davvero affascinanti e singolari. Passato però il momento di delusione devo dire che è giusto così, il fatto che un libro mi lasci col desiderio di averne ancora significa solamente che è un buon libro, non che è finito male. Non in questo caso, comunque. 
Tuttavia, per sapere di cosa parlo non vi resta altro che leggerlo. Perciò, buona lettura.

domenica 6 gennaio 2013

Le mille e una notte

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Newton Compton, 2009.
Trad. Armando Dominicis.
959 p., brossura.
€ 14,90.

Ieri mi sono preso Le Mille e una Notte, uno di quei libri che ho sempre voluto ma che poi non ho mai acquistato, un po’ perché non l’ho mai trovato in edizione economica e un po’ perché dimentico regolarmente di cercare in modo attivo tutte quelle cose che ormai sono rumore bianco nella mia nebulosa lista dei desideri. Per fortuna era lì, posato accanto al banco informazioni, che mi aspettava. Bene, finalmente mi ha trovato lui. 

Tornato a casa erano le tre del mattino, ma il sonno non veniva e dovevo leggere almeno la prefazione. Bene, l’ho letta. Poi anche l’introduzione, la prima storia, la seconda e poi la terza. A pagina trenta mi sono fermato, ma sarei potuto andare avanti. Ora il proposito è questo, leggerne almeno una ogni sera prima di dormire. L’ho già fatto (tra alti e bassi) con la raccolta dei Grimm, perciò vorrei ripetere la bella esperienza. 

Come viene detto giustamente nella prefazione, la maggior parte del suo fascino non sta tanto nelle storie in sé – figlie di tempi, luoghi e classi sociali diverse, con racconti che vanno dal classico allo scurrile – ma la possibilità di accedere attraverso questa raccolta alla vita comune di tempi e luoghi lontani, usanze e tradizioni interessanti che suscitano e spero soddisfino la mia curiosità. 
La storia mi è sempre piaciuto studiarla così, partendo dagli usi e costumi, calandomi nei panni del periodo e incuriosendomene sempre più come un viaggiatore del tempo impiccione. La storia politica viene dopo, quando entrato nella pelle di una cultura voglio conoscerne la sorte. Certo, questo non è un saggio di storia e quindi il discorso cambia, mancheranno dati verificati eccetera, ma sono favole e a me sta bene. Uno non sa mai come e quando una curiosità si trasformerà in una passione, almeno finché non è troppo tardi, e poi ti ritrovi a cercare titoli, spulciare la rete e raccogliere informazioni come un invasato, ma è bello avere una piccola ossessione, un interesse che ti dia il senso di apprendere qualcosa di nuovo e sconosciuto, per andare là dove non eri mai stato prima. (cit.)

mercoledì 12 dicembre 2012

Due Minuti a Mezzanotte, gran finale!

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Se qualcuno nell’immenso Web si fosse perso la round robin Due Minuti a Mezzanotte, lanciata e creata da quel geniaccio di Alex “McNab” Girola, sappiate che è finita la prima stagione, conclusa con un episodio magistrale di Angelo Benuzzi che ha scritto anche un interessante back-stage del finale. No, non fate quei musi lunghi! Adesso potete scaricarla e leggervela tutta in santa pace avendo a disposizione i formati ePub e Mobi realizzati da quell’altro bravo ragazzo di Matteo Poropat, che paziente e certosino li ha aggiornati di puntata in puntata lungo tutti i 34 episodi della serie. A proposito, io ho scritto il numero 31 e me ne vanto, non solo perché ne sono soddisfatto ma soprattutto perché mi sono divertito. È stata un’esperienza da capelli grigi, bianchi e in caduta libera ma anche di entusiasmo e divertimento a non finire, poi dietro a 2MM c’è una bella squadra di gente e un mondo che Alex ha saputo farci amare come aveva già fatto col Survival Blog, quindi lo ringrazio anche stavolta e gli ripeto per l’ennesima volta che fargli le copertine non è mai un peso ma piuttosto uno spasso, infatti per 2MM ho realizzato qualche illustrazione e le copertina di alcuni spin-off, perché circolano pure quelli e ve li potete leggere sempre gratis scaricandoli dalla rete. No, dico, supereroi gratis. Cosa volete di più, le mie adenoidi su un piatto d’argento? 

lunedì 20 agosto 2012

Happy Lovecraft Birthday to you, dear monsters!

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Howard Phillips Lovecraft (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937), oggi è il suo compleanno perciò fate gli auguri a lui e a tutti i suoi mostri. Lo ammetto, a me il suo stile narrativo non è mai piaciuto granché, però ho un debole per il suo immaginario grottesco, dai Grandi Antichi ai Profondi passando per quelli che conosco meno, come i Mi-go. Uno così incasinato poi non può che farmi simpatia, almeno fino a un certo punto, ovvero quando si tocca la politica che – pare – il vecchio Howard abbia preso per il verso sbagliato con un occhiolino al nazionalsocialismo hitleriano, ma qui non è dell'uomo che si parla ma dell'autore, o anche meglio del creatore di mondi. Mi piace la gente che riesce a crearsi un mondo in testa, denota immaginazione e intelligenza, curiosità e una buona dose di follia costruttiva. Quindi se oggi incontrate un mostro o un adoratore deforme di Dagon, fategli gli auguri, perché  non sarebbero qui senza il loro papà.

giovedì 31 maggio 2012

Da Bambi a Barker in un post di formazione accazzo

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ATTENZIONE: questo è un post accazzo la cui ispirazione è nata su Facebook grazie a una domanda di Alessandro Girola: «Chi ha ucciso la mamma di Bambi?», che ha generato un cazzeggio alienante che non vi dico. Se quello che scrivo vi sembra non abbia senso, avete indovinato. O forse no.
Bambi (1942). C’era una volta un cerbiatto che aveva un nome da cheerleader. Suo padre non lo cagava neanche col Guttalax, sua madre morì e lui si mise a frequentare conigli e puzzole, poi riuscì a impietosire una cerbiatta abbastanza oca da dargliela, e quando suo padre andò in pensione rilevò la foresta. – FINE
Ho visto Bambi quando ero già grande, e quando dico grande intendo che mi facevo la barba. Non ho mai pianto per la madre impallinata, non ho mai provato particolari sentimenti per questo film e per anni – visto che da bambino non me lo facevano vedere – ho pensato che quel cerbiatto fosse una femmina. La cosa buffa è che da piccolo vidi La Collina dei Conigli, dove c’è sangue e morte, però tutto quello che mi portai a casa fu il desiderio di un coniglietto. Non credo di essere stato un bambino deviato, piuttosto siamo noi adulti a dimenticare quello che ci toccava davvero da piccoli, e così diventiamo paranoici. A distanza di anni ho rivisto La Collina e ho letto anche il libro, adorandoli entrambi. Invece, tutto quello che mi ha lasciato Bambi l’avete letto nel riassunto qui sopra.

Anche in Bambi c’è un coniglio, quel lagomorfo eccitato di Tamburino. I conigli di Watership Down gli farebbero un culo a presepe. Quello che mi piace della Collina è che ha una sua mitologia interna, che i conigli sono prede – d’accordo – ma proprio per questo devono impegnarsi per essere più cazzuti dei predatori. Bambi scappa dai cacciatori, dal fuoco e dai cani, ma il livello di identificazione che ho avuto con lui è pari all’empatia che provo per la saponetta sul lavabo. 
Probabilmente il tempo in cui l’avrei dovuto vedere era passato, un po’ come chi legge oggi Il Piccolo Principe e si fa due palle a manubrio. Per carità, li capisco. A me piacque – e sicuramente mi ha lasciato qualcosa più di Bambi – ma non è mai stato un pezzo forte della mia formazione. Ci sono libri e film che hanno una data di scadenza o un periodo indicato per la consumazione, perché alla fine si cresce e si cambiano gusti. Io per dire ho avuto un periodo di overdose da vampiro con la Rice, e adesso faccio una fatica infame a prenderli sul serio. Se poi Dario Argento ci mette del suo come ha fatto quest’anno, capite bene che con questo accanimento potrei non riprendermi mai più. 

Alla fine, il libro che mi ha segnato di più l’ho letto da adolescente, ed è Il Mondo in un Tappeto di Clive Barker. Rileggendolo a distanza di anni mi sono reso conto di quanto abbia formato e influenzato la mia immaginazione, i miei gusti, e in qualche misura il modo di vedere il mondo. Ci sono molti altri libri e film che potrei mettere in cima alla classifica, ma dovendone scegliere uno o due che mi facciano da Manifesto, la Collina e il Tappeto si guadagnano la vetta. In più, questi libri si ramificano in altri, la Collina richiama alla memoria il Bianconiglio e il Leprotto Marzolino. Il primo, tutto ansioso e obbediente, e l’altro matto come – beh – un Cappellaio. Il Tappeto si lega alla Guida Galattica, conflagrando in quest’idea di viaggiare attraverso mondi fantastici – quelli dell’immaginazione – con un senso di leggerezza e umorismo, che poi è il mio modo di essere, vive e affrontare qualunque cosa, specie quelle più serie. 

Siamo i libri che leggiamo e i film che guardiamo, non c’è niente da fare. Tutto questo crea una mitologia personale, delle chiavi interpretative e degli idoli, così come degli eroi e delle divinità laiche della creatività che possono farsi muse col tempo, e portarci a scrivere storie a nostra volta. Allo stesso tempo ci sono anche gli dei che uccidiamo o ai quali ci ribelliamo, personaggi che odiamo e persino che amiamo odiare, che distruggiamo e ricostruiamo in una nuova forma, perché si cresce e i gusti cambiano; perché il cinema e la lettura sono come il cibo, e magari qualche gusto lo perdiamo mentre altri ne acquisiamo, così come ci sono cose che ameremo e odieremo per sempre. Il bello però resta sempre la varietà a nostra disposizione, e il fatto che si può cambiare idea a ogni pagina e a ogni fotogramma. 

giovedì 20 ottobre 2011

La fine del mondo, gli zombie innamorati e la simbologia del mostro, tutto questo in un post di delirante lunghezza!

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Siccome non riesco a star dietro a tutto o a scrivere e commentare ogni cosa che vorrei, ho optato per un post di massa. Portate pazienza perché è lungo, ma se mi seguite fino alla fine vedrete che c’è una logica. Forse.

Parto dandovi la notizia che questo 21 ottobre – domani, quindi – è prevista la Fine del Mondo, con buona pace dei maya che si vedono superati da lui, il Reverendo Harold Camping, ex ingegnere che ha visto il signore (anche in un ictus, di recente) e ha deciso di calcolare la fine del mondo usando la Bibbia come una tabellina schizofrenica o un sudoku per invasati. E non è il primo schema in cui il vecchio Harold si cimenta, versioni precedenti avevano indicato persino lo scorso agosto (ma forse è stato tutto posticipato causa ferie), in ogni modo questo discorso ridicolo mi ha portato a riflettere sulle apocalissi varie, e in particolare sugli zombie. Sì, i buoni, vecchi morti viventi, perché comunque – se non l’avete dimenticato – i morti si alzeranno dalle tombe e tutte quelle cose lì, resurrezione della carne, guerra, pestilenza, carestia e morte. 
Ce n’è abbastanza per parlar di loro, non credete? E proprio questo mi porta all’avvento di Warm Bodies, libro e film sul genere Twilight, ma stavolta lui è uno zombie che s’innamora della ragazza della sua vittima. Eh già, si fa un po’ fatica a vedere un cadavere in decomposizione (che avanza spinto solo dal bisogno di nutrirsi), tutto preso dall’amore per questa tizia, vero? Se hanno ridicolizzato il vampiro con abuso di lustrini e un’eternità al liceo, chissà che faranno alla buona vecchia salma. In questo caso mi spiace particolarmente perché lo zombie è un mostro affidabile, semplice nella sua concezione e di sicuro effetto. Le variazioni sul tema parlano di agente patogeno, virus naturali o artificiali, magari prioni coreani, maledizioni o un bel nulla di nulla, lasciando allo zombie il suo mistero chiuso in sé, meglio di una Turandot. 

Già, ma adesso? Non dico che la mitologia horror sia intoccabile, perché dello stesso Dracula non ho ancora visto un film che rispetti l’immagine ritratta nel libro di Stoker. Neppure il celebrato Bram Stoker’s Dracula di Coppola riesce ad restare fedele all’originale, sostituendo brutalità e orrore con romanticismo e malinconia. Tuttavia siamo ancora nella patria dell’incubo, a casa del mostro che cambia la sua condotta ma resta fedele alla sua natura, quella di un assassino. Bene, questo discorso mi conduce direttamente al post di Hell Graeco sul simbolismo dietro al mostro, quello che alcuni vogliono vederci ma che forse non c’è. 
Chi sono costoro, nient’altro che spauracchi? 
Nel vampiro è stata di volta in volta presentata la paura della morte, della vecchiaia, del sesso e del diverso, finché alla fine non è diventato quasi un accessorio cinematografico e letterario, una maschera da mettere a ciò di cui si vuole veramente parlare. L’ultimo sviluppo, è Twilight. Non dico che il vampiro sia fuori contesto quando si parla di turbamenti adolescenziali, perché sarebbe come negare l’esistenza di generazioni di teenager – tra cui il sottoscritto – che hanno consumato le pagine di Anne Rice. Quest’ultima ondata però fallisce la prova della giuria di qualità perché tradisce il genere. L’horror non può essere innocuo e rassicurante, una scenografia da Harmony. No, deve portare inquietudine, disturbare, questa è la natura dello spauracchio, ricordare la caducità della vita e nascondere fino alla fine il suo mistero, compresa la sopravvivenza di chi o cosa. Con queste storielle di vampiri innamorati il plot è quello del romanzetto scadente, ed è chiaro che alla fine l’eroina e il suo bello trionferanno. 
E a questo proposito, concedetemi un breve sfogo: Non c’è nulla in queste pagine, è solo una vuota masturbazione che strizza l’occhio al lettore meno scafato dandogli quello che vuole; il lieto fine e un’atmosfera sovrannaturale che soddisfa il desiderio (tipicamente adolescenziale, ma non solo) di vedersi e sentirsi diverso, ma comunque fico e superiore agli altri. È una marchetta fatta al lettore, nulla di più. 
Non sto qui a discutere cosa debba rappresentare il mostro. Vampiro, licantropo, fantasma o zombie che sia. L’autore e il lettore verseranno in ciò che scrivono o leggono la propria mitologia personale. Lo vedranno come avversario o “romantico” alter ego, sapranno interpretarlo oppure no attraverso la propria conoscenza del genere o dell’esperienza pratica, e quindi subconscia (si spera). Può restare semplicemente il mostro, senza portare altro messaggio che non sia l’intrattenimento, ma non può e non deve essere trapiantato alla bell’e meglio in un contesto che non gli appartiene solo per dare un finto brivido al lettore che in altre circostanze lo eviterebbe come la peste. Le commistioni di genere vanno bene, ma tradire il senso e la logica di un orrore per trapiantarlo in un contesto sdolcinato, è ridicolo e improduttivo. Ci fosse almeno dell’ironia in questo, si giocherebbe alle regole del weird, ma la seriosità di questi fenomeni ne esalta solo il ridicolo. 

Concludo dicendo che non so quale sia il messaggio dietro il mostro, che questo cambia nel tempo e nello spazio, di libro in libro, autore in autore e lettore in lettore. Mitologia. Per me è una questione di mitologia moderna, globale e personale. Ormai ci siamo lasciati alle spalle le divinità classiche e i loro miti, tuttavia comunichiamo con citazioni legate a una cultura e a un background comuni, c’è la mitologia nerd fatta di fantasy, horror, fantascienza, ecc. e probabilmente esistono mitologie bimbomonkia e truzze, legate a che ne so… reality shows e libri di Moccia, per dire. 
Più nel dettaglio, ognuno di noi interpreta il mostro o qualunque altra cosa attraverso le proprie esperienze di lettura, visione e vita, abbiamo una mitologia personale più o meno inconscia con eroi, luoghi e creature che sono entrati a far parte di noi, della nostra natura e di come la viviamo. Possiamo ritrovarli sognando a occhi aperti, o mettendoli nelle pagine che buttiamo giù sognando di diventare scrittori o illustratori, o magari solo per il piacere personale di creare qualcosa dal nulla (o meglio, con quello che abbiamo dentro e non trova altra via per uscire). In ogni caso, qualunque cosa vediamo nel mostro o nell’eroe, probabilmente è un riflesso di noi stessi.
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