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domenica 7 ottobre 2012

Babau S.p.A.

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Ghostbusters - The Boogeyman
by TristJones
Quando nel 2001 usci Monsters & Co. della Pixar, conoscevo già da tempo i nursery bogies, ossia i babau del folklore anglosassone. Trovai il film divertente e molto affine al tema degli spauracchi infantili, in più realizzato con una nota moderna e imprenditoriale che anch’io avevo ipotizzato documentandomi al riguardo. Ho sempre cullato l’idea di scrivere un racconto o un articolo al riguardo, e oggi, dopo undici anni – caspita, come vola il tempo – trovo che i tempi siano maturi (e anche un po’ ammaccati).

I Babau sono l’unico gruppo di mostri che non intimorisce gli adulti, e dai quali anzi sono stati creati per educare i bambini al tenersi lontani dai pericoli, o mantenere un comportamento corretto, col metodo didattico più vecchio del mondo; la paura. Gli azionisti di questa Società sarebbero pertanto i genitori. Azionisti forti, tra l’altro, e con potere decisionale e amministrativo che ne tratteggia le linee guida. Questo punto in Monsters & Co. non viene affrontato, ma se ci riflettete è la verità. Il termine nursery bogies lo suggerisce molto bene, unendo il prefisso nursery, legato all’infanzia e alla puericultura, alla parola bogies, che identifica tutti quei folletti dispettosi che amano spaventare l’uomo. Questo ne fa le creature ideali da arruolare e mandare a spaventare i bambini affinché si comportino bene, i perfetti sicari di mamma e papà. 

lunedì 1 ottobre 2012

Dalla Wild Hunt al Cu Sith, le mute soprannaturali nel folklore anglosassone.

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Siamo dunque al post conclusivo di questa panoramica sui felini e i cani neri nel folklore britannico, ma visto che il discorso dei Black Dogs della volta scorsa si lega a quello delle mute soprannaturali di tipo spettrale o fairy, ho deciso di affrontarlo per amor di completezza. Ringrazio chi ha letto e apprezzato il lavoro svolto fin ora e, senza farvi perdere ulteriormente tempo, vado a incominciare.

Dobbiamo innanzitutto partire dalla Wild Hunt, «uno dei nomi dati ai Gabriel Hounds, ai Bellissimi Cani del Diavolo (Devil’s Dandy Dogs), alla Legione (Sluagh) e altri cacciatori di anime». Con questo termine possiamo pertanto intendere diverse mute (che vedremo più avanti una per una) o anche una nello specifico che – secondo la Briggs – era forse quella descritta nella Anglo-Saxon Chronicle del 1127, citata da Branston in The Lost Gods of England
«Un po’ in tutto il paese si racconta che alcune persone abbiano visto e udito, dopo il 6 febbraio, un gruppo di cacciatori che urlava; cavalcavano cavalli neri e cervi neri, i loro cani erano maculati con occhi feroci e brillanti. Furono visti nel parco di Peterborough e per tutta la notte si udì il suono dei loro corni da caccia, alcuni testimoni oculari dissero che erano circa venti o trenta che cavalcavano selvaggiamente. La Muta Selvaggia ha vissuto a lungo, nel 1940 si disse che era passata attraverso West Cocker vicino a Taunton nella notte di Ognissanti».
Noterete che non si parla più di Black Dogs, ma di cani comunque pericolosi e spettrali con aspetto e una funzioni diverse. Infatti, se i Cani Neri badavano al proprio territorio con fare aggressivo o si prendevano cura delle persona smarrite o del loro bestiame (come nel caso dei Guardian Black Dogs), quelli che incontreremo d’ora in poi sono per lo più segugi a caccia di anime dannate, legati agli Inferi cristiani o a leggende pagane più antiche, e guidati da un misterioso cacciatore per lo più ritenuto il Diavolo. Ma è davvero così? Come al solito, i miti si sovrappongono storicamente e localmente, riservando non pochi imprevisti:
Odin or Woden. Sembra che Odin fosse l’originario capo della Muta Selvaggia (Wild Hunt) in Inghilterra e, fino a tempi recenti, anche in Scandinavia, dove cacciava le inoffensive e piccole dame del bosco, invece delle anime degli uomini dannati. Odin, in qualità di capo e dispensatore di morte, aveva lo speciale diritto di assumere il ruolo del Diavolo. Brian Branston, in The Lost Gods of England, dedica un capitolo a Woden e ribadisce che egli era l’antico capo dei cacciatori selvaggi, dei Bellissimi Cani del Diavolo (Devil’s Dandy Dogs) e di altre creature malvagie dello stesso genere.
La presenza di una versione di Odino su suolo britannico non è così sorprendente, se consideriamo le incursioni vichinghe e tutti gli altri rapporti intercorsi storicamente fra questi popoli, così come ci è familiare il fatto che una divinità pagana venga demonizzata con tanto di titolo appropriato. Tuttavia questa rivelazione ci fa riflettere sul passato della Wild Hunt e delle altre mute, su quale poteva essere il loro ruolo e significato all’interno della mitologia originaria e di quello più recente, una volta che la superstizione del passato si è trasformata attraverso il cristianesimo. 

Il caso ideale per introdurvi alla superstizione “moderna” che gira intorno alle mute è quello di Dando, un prete che viveva nel villaggio di St. Germans in Cornovaglia:
Egli era crapulone e lascivo ed aveva una grande passione per la caccia e non faceva nessuna differenza tra la domenica e gli altri giorni della settimana, non sognando neppure lontanamente di trascurare una partita di caccia per santificare il Signore. Una bella domenica Dando e la sua compagnia stavano cacciando nella piana di Earth – che significa piana della Terra; – la selvaggina era abbondante. Quando si fermarono per dar da mangiare ai cavalli, Dando si accorse che non c’era più nulla da bere, allora alzò la voce, dicendo: «Se non riuscite a trovare niente da bere nella Terra, allora andate a cercarlo all’Inferno!» In quel momento uno straniero che, senza farsi notare, si era unito al gruppo si fece avanti e gli offrì da bere., dicendogli che quanto gli stava offrendo era un liquore che si distillava nel posto di cui egli aveva appena parlato. Dando bevve avidamente, svuotando la bottiglia poi disse: «Se all’Inferno si beve roba simile, mi piacerebbe passarci l’Eternità». Nel frattempo lo straniero si era preso gran parte della selvaggina; Dando s’infuriò e gli gridò di lasciarla stare. «Quel che prendo me lo tengo» rispose l’uomo. Allora Dando saltò giù dal cavallo e si precipitò contro di lui che però l’acchiappò per il bavero, mentre il prete urlava: «Ti seguirò all’Inferno per riavere la selvaggina!», e lo straniero aggiunse: «Verrai con me». E detto ciò dopo aver caricato Dando spronò il suo cavallo con una violenta scudisciata. Lo straniero, il cavallo e dando scomparvero nel fiume antistante la pianura e, per un attimo, la gente vide una fiammata devastante che usciva dal gorgo in mezzo all’acqua. Dando non fu mai più visto, ma da quel giorno in poi la gente udì lui e i suoi cani intenti a cacciare selvaggiamente. 
Questa favola è narrata da Hunt in Popular Romances of the West of England.
Leggendo questo estratto potreste esservi interrogati come me sullo scopo ultimo della caccia; se si trattasse di una mera raccolta di anime destinate all’Inferno o di una sorta di arruolamento, così come – ma potrei sbagliare – il fatto che i Black Dogs siano spiriti di uomini defunti potrebbe lasciare supporre. Per questa domanda tuttavia non ho risposta, siamo quindi nel magico mondo delle ipotesi e delle psicopippe a grappolo. Si aggiunga che, personalmente, trovo che almeno in parte la Wild Hunt ricordi The Legend of Sleepy Hollow di Washington Irving, se non altro per la caccia all’uomo a opera di un malvagio cavaliere, ancorché privo di cani al seguito.

Vediamo quindi un caso analogo che può mostrarci una diversa soluzione all’incontro con la muta del Diavolo (o di Odin), ossia i Devil’s Dandy Dogs, termine cortese e lusinghiero per una delle peggiori mute in circolazione poiché, come superstizione vuole, a certe forze oscure che potrebbero farti a pezzi senza pensarci due volte, è meglio rivolgersi con appellativi quanto meno gentili.
Il Diavolo e i suoi Bellissimi Cani sono la muta demoniaca più temibile. Hunt in Popular Romances of the West of England riporta un racconto di T. Quiller Couch nel quale un pastore si salvò dalla furia dei Bellissimi Cani grazie alle preghiere: 
Durante una notte ventosa, un povero pastore stava tornando a casa, quando udì alcuni cani che abbaiavano e, immediatamente, capì che erano i Bellissimi Cani. Era a circa tre, quattro miglia da casa e, molto preoccupato, cominciò a correre – per quanto glielo permetteva il terreno sconnesso e sassoso – ma, ahimè! Il tremendo latrare dei cani e l’orribile grido di richiamo del cacciatore si facevano sempre più vicini. Dopo una lunga corsa, l’avevano quasi raggiunto, ed egli guardandosi indietro poteva – che orrore! – vederli distintamente; erano davvero orrendi, avevano occhi rotondi ed enormi, corna e coda. Il Diavolo era tutto nero e teneva in mano un bastone da caccia. I cani, un’immensa muta, oscuravano il piccolo tratto di brughiera che era visibile, ognuno di essi sputava fuoco e abbaiava in modo indescrivibilmente spaventoso. Non vi erano case, né rocce, né alberi che potessero offrire rifugio al pastore e, apparentemente, non gli restava che abbandonarsi alla furia di quelle bestie ma, improvvisamente, gli balenò in testa un’idea che fu la sua salvezza. Proprio mentre stavano per saltargli addosso, egli si gettò in ginocchio e si mise a pregare; vi era uno strano potere nelle sante parole che stava pronunciando, infatti i cani infernali, come se qualcuno stesse opponendo loro resistenza, latrarono e urlarono più ferocemente e il cacciatore gridò «Bo Shrove» che (così mi ha detto il mio informatore) nella lingua antica significa «Il ragazzo sta pregando».
A quelle parole tutti scomparvero. 
Il Diavolo in Cornovaglia è considerato un cacciatore di anime umane. Si può notare infine, come, in tutti i racconti di caccia infernale, sia stretta la connessione tra diavoli, esseri fatati e morte.
Interessante è anche il fatto che il Diavolo – oltre a essere cacciato con le preghiere, come facilmente prevedibile – si esprima nella vecchia lingua, rivelando una connessione di cui abbiamo già parlato col passato storico e pagano dell’isola. A questo punto dell’evoluzione/storia del mito la preghiera cristiana ha un potere sul demonio, o sul nume demonizzato che nasconde, ma nonostante ciò le tracce di quel passato sono ancora lì. In altri casi invece la presenza del cacciatore non è così certa:
Wish Hounds, sometimes called Yell-Hounds or Yeth-Hounds (Cani fantasma detti anche uggiolatori). I cani fantasma senza testa di Darthmoor, che talvolta si potevano incontrare anche nella valle di Dewerstone. Presumibilmente il cacciatore che essi accompagnavano era il Diavolo, sebbene alcuni dicevano fosse il fantasma di Sir Francis Drake.
Questa è una delle mute più inquietanti delle quali ho letto, non so se ne converrete, ma immaginatevi una notte nella brughiera rincorsi da un branco di cani decapitati e forse sarete anche voi della mia opinione. La nota interessante però è il fatto che al cacciatore non solo venga attribuito un nome, ma che sia quello di un personaggio storico. Dunque è possibile che nell’immaginario popolare esistano più cacciatori e altrettante mute (così come le differenze fisiche tra Wish Hounds e Dandy Dogs ci lasciano palesemente supporre), così come il modo in cui Dando viene apparentemente arruolato alla Wild Hunt, e l’attribuzione a Drake di una muta tutta sua, suggeriscono che un’anima catturata possa diventare un cacciatore di anime se il Diavolo (oppure Odin) lo ritiene opportuno. 
Infatti un’altra muta dall’aspetto peculiare sono i Gabriel Hounds, che la Briggs riporta dopo aver specificato che talvolta il suono e il verso degli uccelli migratori – in particolare le anatre – veniva scambiato per l’uggiolare di una muta, eppure «nel Lancashire si pensava che fossero cani mostruosi con la testa umana che volavano. Brockie, citato in County Folk-Lore, afferma che essi, talora volteggiavano sui tetti delle case e ciò era considerato un presagio di sventura» e similmente riporta a proposito dei Seven Whistler – collegati nell’immaginario popolare ai Gabriel Hounds, ai Wish Hounds e altri – che diversamente dalle altre mute erano considerati presagi di morte come la Banshee e si trattava sempre di sette (come il nome suggerisce) senza fare accenno a nessun cacciatore che li accompagnasse. 
Interessante è anche scoprire quanto radicata fosse la paura e la superstizione che la Briggs ci mostra citando William Henderson, che in Folklore of the Northern Countries, parla di un pescatore di Fokstone che, pur conoscendo la causa del fischiare, continuava a temere i Seven Whistler
«Li ho uditi in una notte oscura l’inverno scorso» disse un vecchio pescatore. «Vennero sopra le nostre teste improvvisamente, cantando. “Ewe, ewe” e gli uomini della barca volevano tornare indietro. Subito dopo cominciò a piovere e a tirare un forte vento e fu una notte tremenda! E sono sicuro che in mattinata una barca affondò e che sette poveri uomini affogarono. So quale era la causa di quel rumore, sono i chiurli dal becco lungo ma non mi piace sentirli ugualmente».
La ragione scossa dalla superstizione rivela qualche incertezza nell’approccio logico del soggetto, ma ci aiuta a inquadrare la profonda e radicata presenza di queste figure nell’immaginario locale. Così come può capitare oggi anche ad alcuni tra gli scettici di tentennare di fronte a uno specchio rotto, del sale caduto o una scala sotto cui passare, è tanto più immaginabile in una cultura che oltre a questi atti di scaramanzia accompagna leggende e personaggi ben più cupi di un gatto nero che attraversa la strada, quando ne hanno di grossi come vitelli che la strada potrebbero bloccarla a piacimento. 

Dopo aver affrontato le mute della Wild Hunt e quelle apparentemente sciolte dal giogo di un cacciatore, ci rivolgiamo ora agli Hounds of the Hills (bianchi e dalle orecchie rosse, le mute da caccia delle fate) e ai Cu Sith (verdi, grandi e spaventosi), ossia i Fairy Dogs propriamente detti e strettamente legati alla mitologia del vecchio o piccolo popolo, secondo l’appellativo cortese col quale intendete rivolgervi alle corti fatate che vivono sotto le colline o tumuli. 

Anzitutto il loro ruolo è quello di guardiani, cacciatori e pastori come possono esserlo i cani comuni, ma sono unicamente al servizio dei loro padroni fatati e costituiscono quasi sempre un pericolo per i mortali, sebbene Ruth Tongue, in Forgotten Folk-Tales of the English Counties, riporti un aneddoto udito nel 1917 nello Cheshire su un Cane della Collina che era diventato amico di un giovane operaio. 
Era grande come un vitello, aveva il pelo bianco e ricciuto e le orecchie rosse. Sembra che un giorno camminasse zoppo per un forte dolore alle zampe, allora il ragazzo lo curò con foglie di romice. Un giorno, mentre attraversava il bosco, il ragazzo fu assalito da un caprone fatato e allora il cane gli salvò la vita.
Sì, un caprone fatato. 
Vi avverto, se dovessimo parlare di ogni singolo animale fatato staremmo qui tutta la vita ripetendo sempre le medesime cose, pertanto vi delucido immediatamente sul fatto che le corti Seelie (La Corte Felice) e Unseelie (La Corte Malvagia) erano viste come quelle mortali, ma naturalmente più belle (o spaventose), ricche e naturalmente dotate degli animali più spettacolari, anche se spesso li rubavano agli uomini (una buona scusa per un pastore o un mandriano che perdessero un capo di bestiame dovendolo spiegare poi al padrone), ma esistono anche molte creature fatate col dono della metamorfosi, pertanto quella benedetta capra poteva essere un caprone dei tumuli, un Phooka o qualsiasi altro essere fatato in forma caprina, per non trascurare l’ipotesi ben più terrena di un becco qualsiasi che nel resoconto del ragazzo può essersi trasformato in una bestia colossale. 

Tuttavia l’esemplare canino più straordinario e temibile delle corti fatate era il Cu Sith (Cane Fatato), il Fairy Dog delle Highlands di colore verde scuro, e se state pensando allo Scrunt, quel cane verde che si mimetizza con l’erba nel film Lady in the Water di Shyamalan, allora avete fatto il mio stesso ragionamento.
È descritto da J. G. Campbell in Superstitions of the Scottish Highlands. Grande come una giovenca di due anni, peloso, con una lunga coda a spirale, aveva zampe enormi e, spesso, si potevano trovare le sue orme nel fango. Camminava silenzioso e guardingo, muovendosi in linea retta. Quando andava a caccia non abbaiava ma emetteva soltanto tre terribili latrati che potevano essere uditi anche dalle navi in alto mare. Di solito, i Cani fatati venivano tenuti legati all’interno del Borgo fatato (Brugh) ed erano aizzati contro gli intrusi; talvolta, accompagnavano le Guardiane di mandrie fatate per rubare il latte o portare via qualche animale. Solo ogni tanto, il Cane Fatato era libero di vagabondare a suo piacimento. In genere egli era molto aggressivo verso gli uomini e i loro animali.
Il Cu Sith a me ha ricordato anche un gigantesco segugio verde apparso in un episodio di The Real Ghostbusters, anche se il modo in cui veniva rappresentato non era esattamente ortodosso e fedele alla leggenda, tuttavia ricordo che mi fece una grande impressione e provocò una certa curiosità. 

Oggi molte di queste leggende trovano posto solo nei libri, mentre alcune si sono adattate evolvendosi in accordo coi tempi, anche sottomettendosi e fondendosi con altre, così non è escluso che il più popolare licantropo abbia inglobato i parenti canini meno fortunati. Localmente poi possono esistere varianti del mito, così come su storie più banali si possono ricamare dettagli di foggia mitica, per esempio sovrapporre lo spaventoso incontro con un segugio infernale al banale alterco tra un cane e un ubriaco, come deve essere già successo allora molte e molte volte. Le leggende nascono così, da due centimetri di verità cresce una pianta che – se avesse gli occhi – non vedrebbe più le sue radici, e se diventa abbastanza popolare ci sarà gente disposta a giurare di averne fatto parte, almeno una volta.

mercoledì 18 aprile 2012

Il tema del doppio o doppelgänger nel folklore delle isole britanniche, col prezioso contributo di Katharine Briggs.

9 commenti

Fate, gnomi, folletti e altri esseri fatati.
(
“A Dictionary of Fairies”, by Katharine Briggs, 1976).
Edizione italiana, 
Lucarini Editore S.r.l., 1985.

Tutto nasce col post di Hell, un’interessante finestra su un argomento – quello del doppelgänger – che non mi aveva mai coinvolto particolarmente, ma che questa volta è riuscito a stuzzicare la curiosità e la memoria. Mi sono ricordato infatti di aver letto qualcosa a tale proposito in Fate, gnomi, folletti e altri esseri fatati di Katharine Briggs (titolo originale “A dictionary of fairies”, mentre noi ci prendiamo la traduzione ridicola). In particolare un nome faceva capolino alla mia memoria, Fetch, ma questa comunque sarà solamente la seconda voce da me riportata (in ordine rigorosamente alfabetico) nel post. Questo libro (miracolosamente trovato in una bancarella a metà prezzo) riunisce le creature e tradizioni che fanno parte del folklore delle isole britanniche, puntualmente riportato dalla Briggs nel suo prezioso volume, che – neanche a dirlo – è uno dei migliori acquisti fatti in vita mia. Giudicate voi.

Katharine Mary Briggs (8 Novembre 1898 – 1980), ha studiato a Oxford dove si è laureata con una tesi sul folclore inglese del XVII secolo. Tra i suoi scritti ricordiamo: The Personnel of Fairyland, The Anatomy of Puck, Folktales of England, The Fairies in Tradition and Literature e British Folktales (Fiabe popolari inglesi, Torino 1984). È stata presidentessa della English Folklore Society ed ha insegnato in alcune università inglesi ed americane (informazioni ricavate dal volume in oggetto e Wikipedia).

Co-Walker (Compagno di strada). Kirk, in Secret Commonwealth, chiama il sosia «Co-walker» (Colui che cammina insieme). Nel Nord è detto Spettro (Waff) e si pensa che sia portatore di morte. Tuttavia, Kirk lo considera come un essere fatato e dice:
Ci sono uomini con la seconda vista che li vedono chiaramente mentre mangiano ai banchetti funebri; per questo molti degli scozzesi celtici non assaggiano il cibo a queste riunioni, sia per non essere in comunione con essi sia per paura di essere avvelenati. Sono stati visti anche mentre portavano la bara con il cadavere alla tomba. Alcuni uomini che, per arte o per natura, possiedono tale acutezza di vista mi hanno raccontato di aver visto in quelle riunioni un Uomo Doppio o la figura dello stesso uomo in due posti diversi, cioè una natura sotterranea e una terrestre che si assomigliavano come due gocce d’acqua; nonostante ciò si potevano facilmente distinguere l’uno dall’altro per qualche movimento o segreto indizio e, così, si poteva andare a parlare all’uomo che era suo vicino ed amico superando la sua riproduzione… Essi chiamano questo uomo-riflesso «compagno di strada»; infatti egli segue l’uomo reale come se fosse un’ombra e spesso li si riconosce tra gli uomini sia prima che dopo la morte dell’originale; talora, anticamente, lo si vedeva entrare in una casa e da ciò gli abitanti capivano che l’uomo originale li avrebbe visitati entro pochi giorni. Questa copia, eco o ritratto vivente, alla fine, torna al proprio gregge.
Noterete come i ricercatori parlino di questi fenomeni o creature come se fossero reali; ignoro se lo facciano per convinzione o comodità, in ogni caso resta encomiabile e affascinante la quantità di dati raccolti (ehi, si parla comunque di un bel po’ di creature in questo dizionario). Certo, io sarei più portato a pensare che un uomo – o un popolo – cresciuto in una particolare superstizione ne venga suggestionato, ma il modo di presentare i dati come fatti non mi dà fastidio e lascia spazio a interpretazioni. 
Per esempio, qui si nota chiaramente un timore reverenziale nei confronti della morte che acquista le sembianze di un volto più che noto, il proprio. Un modo come un altro per rapportarsi all’ignoto dandogli una parvenza familiare. Un po’ – ditemi voi se deraglio dal soggetto – come si dava un nome e un “carattere” ai fenomeni naturali facendone divinità dai tratti fin troppo umani. In quest’ottica trovo affascinante che la Morte non abbia un volto solo, ma tutti quanti. Se ci pensate, è perturbante quanto logico. 
L’ultima nota di Kirk poi suona come una dichiarazione secondo la quale ognuno di noi ha un’ombra o co-walker che ci accompagna per tutta la vita, e che può diventare visibile in determinate circostanze. Interessante, mi domando in quale modo questo tema si possa collegare alla tematica dei gemelli, anche questa spesso vista con occhio mistico dalle culture di tutto il mondo. Immagino però che per affrontare quest’argomento dovrei documentarmi al riguardo, perché così su due piedi non saprei cavare un ragno dal buco, neppure con l’aspirapolvere.
Fetch. Nome comune in tutta l’Inghilterra per un sosia o Compagno di Strada (Co-Walker), molto simile al Waff del North Country. Se lo si vedeva di notte era considerato presagio di morte o, comunque, cattivo augurio. Aubrey in Miscellanies dice:
La bella Lady Diana Rich, figlia del Conte d’Olanda, mentre camminava nel giardino del padre a Kensington per prendere un po’ d’aria fresca prima di cena, incontrò il proprio sosia, che ella disse essere simile a lei anche nel vestito e nella pettinatura. Circa un mese dopo morì di vaiolo. E si disse, anche, che sua sorella, Lady Isabella Thynne, vide prima di morire il proprio sosia. Queste cose mi sono state raccontate da una persona d’onore.
Ecco, e qui siamo venuti all’incontro tra l’uomo e Fetch (o il Fetch, ignoro se necessiti l’articolo), un nome che a me – non chiedete come né perché – fece istantanea simpatia la prima volta che lo lessi.  Inoltre non è sempre chiaro se appaia come avvertimento o sentenza, anche se il vaiolo suona più come la seconda. 

Non so voi, ma io trovo deliziosamente inglese il fatto che Aubrey concluda il suo aneddoto con quelle parole, riferendosi alla sua fonte come a una persona d’onore e tanto ci basti. Quanto sarebbe bello vivere in un mondo nel quale tale affermazione abbia qualche valore, una nazione di gentiluomini.
Waff (Spettro). Nome dello Yorkshire per indicare un sosia o doppio; in altre parole è una specie di Compagno di Strada (Co-Walker), che si pensava fosse presagio di morte. William Henderson ne cita alcuni esempi in Folk-Lore of the Northern Counties. Se un uomo vede il proprio spettro, può evitare il destino parlando con quella figura in modo duro e severo.
Un uomo di Guinsborough, entrando in un negozio a Whitby, vide il proprio spettro e coraggiosamente gli disse: «Che stai facendo qui? Allora, che stai facendo qui? Giuro che se non te ne vai ti farò del male. Vattene subito e torna da dove sei venuto!». Lo spettro se ne andò tutto vergognoso e non lo disturbò mai più.
Non so voi, ma a me questo tipo di risposta/atteggiamento fa morir dal ridere, però, se ci pensiamo, fa parte dell’idea di uno spirito combattivo nei confronti della morte, o della malattia, del tutto condivisibile; anche se confesso che non m’era mai passato per la mente di minacciare fisicamente i miei problemi di salute. D’altra parte, colpa loro che non si presentano in forma di Fetch (o Waff, anche se mi piace di meno perché suona tipo waffle). Quindi il doppio suggerirebbe l’idea di un’ombra, forse un’eco dell’anima, o di qualche parte del nostro subconscio e quelle cose lì che farebbero di Freud un bimbo felice. 

Personalmente dubito che ci sia un co-walker che se ne viene a spasso con me, così come sono poco persuaso dell’idea di anima, tuttavia da un punto di vista “narrativo” la trovo un’idea affascinante – e anche un po’ perturbante, perché no – ma il bello delle cose che ci affascinano (e il motivo per cui lo fanno) è che in una qualche misura devono lasciare un’impressione profonda, e quindi è giusto che abbiano un risvolto cupo della medaglia. Almeno, è quel che penso oggi. Domani è un altro giorno, e s’impara sempre qualcosa di nuovo.
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