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giovedì 10 marzo 2011

Imprinting

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Da che ricordo, ho sempre avuto un debole per i gatti, tanto che interagire coi cani non mi viene molto naturale. Sospetto che questo handicap canino sia stato causato dall’imprinting (addestramento subconscio) ricevuto dalla mia gatta, dalla quale ho imparato a riconoscere e interpretare molto bene il linguaggio felino. Questa settimana però, non so perché, sono tornati a galla alcuni ricordi d’infanzia legati a un cane. Era un bestione bonaccione, un maremmano-abruzzese appartenuto a un amico di mio nonno, e ricordo ancora distintamente noi ragazzini che in cinque lo tenevamo per il guinzaglio, anche se poi era sempre lui a “portarci a spasso”. Certo, all’epoca andavo alle elementari, quindi è probabile che lo ricordi più colossale di quanto in realtà non fosse, ma in ogni caso i maremmani nani non sesitono, perciò non poteva essere molto più piccolo di quanto lo ricordi (e a me sembrava un pony!). La cosa interessante però – dal mio punto di vista gattaro – è stato il rendermi conto che il primo imprinting non l’ho ricevuto da un micio, ma da un cane. Anzi, da più cani, perché ricordo anche il Corgi – Yes, like Betty’s ones! – d’una coppia di clienti dei miei. Perciò un tempo ero in grado d’interagire tranquillamente col mondo canino senza trovare indecifrabili le sue epressioni e atteggiamenti. Alla luce di questa rivelazione, ho dovuto riconsiderare tutto il lavoro fatto dalla mia defunta gatta, che perciò non mi avrebbe solo addestrato a riconoscere i suoi segnali e desideri ordini, ma avrebbe persino de-programmato e riprogrammato la mia attitudine per i cani su un’onda radio felina sicura, forte e chiara. Beh, tanto di cappello alla micia!, a cui pertanto dedico con affetto questo post semi-inutile.

 Wendy AKA Vomitilla
1989 – 2005
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