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giovedì 27 giugno 2013

Io e Tanith Lee

2 commenti

Era il 1985 quando scoprii Tanith Lee fra le pagine di Fantasy*, un’antologia (indovinate il genere) di Euroclub, coi racconti Rosso come il Sangue e La Terra dei Lupi (rispettivamente Biancaneve e Cappuccetto Rosso, entrambi tratti da Tales from the Sisters Grimmer). Fu colpo di fulmine, come ho ricordato oggi conversando con un’altra amica appassionata della Lee.

«Of what good is mankind’s affection?» asked the snake.
«Those they love», said Azhrarn, «fare well. And those they hate they harm».
In seguito ho letto e cercato tutto quello che era stato pubblicato di suo in italiano, pattugliando le librerie e spulciando devotamente le bancarelle. Oggi il mio inglese va un po’ meglio, e con gli e-book è diventato più semplice seguirla, ma la passione per lei nasce in quegli anni in cui scovarla era come trovare un filone d’oro nella roccia impenetrabile. 
Uno dei suoi scenari che preferisco è La Terra Piatta, dove divinità ambigue come il Signore delle Illusioni Chuz, il Signore della Morte Uhlume o il Signore della Notte Azhrarn, muovono le loro pedine nel vecchio gioco degli dei e degli uomini, ma con l’inventiva e la singolare estetica della Lee, che riesce a farne un quadro che si dipinge nella mente pagina dopo pagina. 
Per farvene un esempio e presentarvela, se già non la conoscete – il che è possibile, vista la scarsa distribuzione nel nostro paese – ecco una fiaba che viene raccontata all’interno del secondo volume de Le Cronache della Terra Piatta (Tales from the Flat Earth 1978 – 1987), Il Signore delle Illusioni (Delusion’s Master, 1981). Sì, è in inglese, ho trovato solo questa versione (sebbene ne avessi trascritta una in italiano io stesso anni fa, ma chissà dov’è finita), tuttavia credo che sia ottima anche per apprezzare la musicalità e la padronanza del linguaggio di Tanith. Perciò, buona lettura.

“The Tale of the Serpent and the Cat” 
The best beloved beast of Underearth was nothing other than the serpent. Down below in the bright shadows, he was admired for his grace and elegance, and for his cool blood and wicked self-command. Presently the demons, innocent then, or merely extremely cynical, brought the snake up to the earth, supposing thereby to make men also fall in love with him. But men took against the snake, scenting his demonical origins, mistrusting his lack of legs and ears, his smart teeth and implacable garment. Indeed, they turned on the snake, threw him out of doors when he came in, brained him with mallets when they were able and cursed him and spat on him when they were not.
The Eshva mourned for the serpent, for they loved him best of all. The Vazdru said to each other: «Let us trick mankind into adoration of the snake». And this they did by various means, causing him here and there to be elected a god and worshipped, or venerated as useful in magic. 
But one of the day-nights in Druhim Vanasta, certain Vazdru princes began to bet with each other that they could persuade men to like the snake himself. And this they tried, and this they failed at. 
At last the vexatious problem came to the notice of Azhrarn. And accordingly Azharn went by night to the world to listen to men’s opinion of the snake. «How we abhor his cold scales», they complained. «And his teeth, which are sometimes venomous, and his forked tongue, which might be. And how allergic we are to his leglessness. He is all tail, and the sound of his hiss causes our hair to rise up like bristles».
Then Azhrarn smiled, and he went back to the Druhim Vanasta. There he took up a snake and he inquired, «Would it be worth while to you, in order to win the affection of mankind, to be a little changed?»
«Of what good is mankind’s affection?» asked the snake. 
«Those they love», said Azhrarn, «fare well. And those they hate they harm».
The snake had heard reports from his cousins concerning mallets, and after some thought, he agreed.
Then Azhrarn conducted the snake to the Drin, and the Drin made for the snake particular extras, which had all to do with what men had said they disliked about him. First the Drin make him four muscular little legs with four round little paws on the ends of them. And then they make him two little pointed ears to stand up on top of his head. Then they bulked out his body with a cunning device, and straightened his tongue with another - but it remained in fact a thin tongue, and in fact a great deal of tail remained to him at the back. Next they made him an overcoat of long soft black grasses, and decorated his face – which was now very pretty – with ornaments of fine silver wire. His jewel-like eyes, which had always been quite wonderful, they had need to alter only a jot. Lastly, to compensate for removing his venom, (although they left the shape of his teeth alone), they presented him with some sharp slivers of steel to wear in his round feet for purposes of self-defense.
When Azhrarn beheld the result, he laughed, and ran his hand over the new animal’s spine. At which all was transmuted into flesh and muscle, and the coat of grass into luxuriant, velvety hair. And at the touch of Azhrarn also, the new animal made a strange sound, not a hiss, but --
«My dear, you are purring», said Azhrarn, and again he laughed. 
To this day, no cat can bear to be laughed at, even in love. 
However, sure enough, the animal, legged, eared and furry, was an enormous success on earth. Men were pleased by his grace and elegance, admired his cool blood and wicked self-command. And when he grew sometimes peeved, forgot himself, and hissed – they did not remember the snake, but remarked: «There is the cat, hissing». Nor did they notice how both the cat and the snake slew mice, or enjoyed milk, though both became the pets of sorcerers. And men never would credit that if they overlooked the fur and held flat the two pointed ears of the cat, then and now, you might see still the wedge-shaped demon head and the sharp teeth of the serpent, poised there, under your hand.  
  • from Tanith Lee’s Delusion’s Master, Part III, Chapter 2, “Mother and Daughter”.

*Nella stessa antologia è presente anche il racconto Il Drago di Ghiaccio (1980) di George R. R. Martin, che non è collegato al ciclo A Song of Ice and Fire, ma collega in sé i temi dell’inverno, dei draghi e della guerra. Perciò forse fu questo biglietto da visita a essere decisivo nel convincermi a iniziare la saga di Westeros, che seguo tuttora.

martedì 25 giugno 2013

I Robot di La Marmora di Alessandro Girola (e-book)

3 commenti

Non ci si legge da un po’, eh? Lo so, lo so, da queste parti capita, anche abbastanza spesso. Mi perdo via, non so cosa scrivere e il blog langue. Poveraccio, mi aspetta fedelmente accucciato in un angolo come Argo che attende Ulisse, e come lui mi faccio dei viaggi fantastici, ma solo con la mente. Beh, anche nella rete. Faccio cose, sento gente, eccetera. Una di queste cose è l’e-book che vi presento oggi. Ok, io ho fatto solo la copertina, ma ne vado piuttosto fiero e quindi eccovelo.

I Robot di La Marmora
Copertina di Giordano Efrodini
Editing di Germano M.
72 pagine circa, 1.53 euro
Disponibile nei formati ePub e Mobi
Mobi (Kindle Store)
EPub (Lulu store)

Sinossi

1864: Un’astronave-colonia degli alieni Nekton è naufragata sulla Terra, nel cuore dell’Impero Austriaco. Lontani anni luce dal loro pianeta, i Nekton hanno scelto di allearsi con gli Asburgo, ricevendo ospitalità in cambio di tecnologia. Grazie a questo patto, gli Austriaci dispongono ora di mostri guerrieri, di carri corazzati e di altre prodigiose armi con cui sfidare il mondo. Ma non tutti i Nekton hanno accettato la decisione del loro ammiraglio. Una minoranza di alieni, ritenendo tale strategia contraria alle direttive della missione, ha chiesto asilo politico nel vicino Regno d’Italia. La dote che questi disertori han portato con sé è quella dei Giganti: enormi automi pilotabili dagli esseri umani, unico baluardo contro le preponderanti forze nemiche.

Lo sto ancora leggendo, ma devo dire che mi sta prendendo. Soprattutto la parte legata agli alieni e alla loro tecnologia, a cui Alex ha anche dedicato il primo di una serie di post sulla lavorazione in backstage dell’e-book. Un’iniziativa che a me piace sempre. Non so voi, ma ho sempre adorato curiosare dietro alle cose che mi piacciono: le origini di un film, libro, personaggio e così via. È divertente e stimolante fare ipotesi, congetture, supposizioni e quant’altro. Vedere se ci hai azzeccato o scoprire cose del tutto nuove che non avevi previsto. Son un fan del processo creativo, e mi diverte e appassiona scoprire quello altrui, s’impara sempre qualcosa. Se non avete ancora acquistato I Robot de La Marmora, ve lo consiglio. No, dico: alieni, robot giganteschi, creature geneticamente modificate che non sto qui a dirvi per non fare troppi spoilers, il tutto nel quadro di Risorgimento di Tenebra. Non è abbastanza? Allora aggiungeteci la bella copertina qua sopra, confezionata apposta. Avanti, salite a bordo.

P.S. Questo risveglio del blog è dovuto anche a questo post di Strategia Evolutive che ho letto ieri. Amaro ma stimolante, così ho pensato. Sì, magari il pubblico negli ultimi tempi è sempre più distratto, e qualcuno considera i bloggers come dei cialtroni, forse utili a… beh, qualche idea Davide l’ha messa giù, e io ne ho voluto fare un modo per rianimare questo posto. Ho bisogno di stimoli, altrimenti sto fermo. Quindi, grazie a chi riesce a pungolarmi, che lo sappia o meno.

giovedì 9 maggio 2013

Aloys Zötl, ritratto e mistero d’artista

4 commenti

Aloys Zötl
(4/12/1803, Freistadt – 21/10/1887, Eferding)
Probabilmente vi state chiedendo chi sia costui, ma la cosa più interessante di Zötl è che, anche chi lo conosce, in realtà non sa rispondere a questa domanda. Non del tutto. Soprattutto, nessuno ha idea del perché un tintore e pittore autodidatta abbia realizzato, nell’arco di 55 anni, questi 170 acquerelli che compongono il suo Bestiario, che non è solo un’opera completa, ma il progetto di una vita. Di Zötl infatti sappiamo ben poco, come leggerete nel passo che segue.
«In difetto di qualsiasi dettaglio biografico», scrisse André Breton nel primo testo dedicato a  Zötl (e apparso nel catalogo di un’asta che ebbe luogo all’Hôtel Drouot di Parigi il 3 maggio 1956), «si può liberamente fantasticare sulle condizioni in cui si realizzò l’impresa di questo maestro tintore dell’Alta Austria che, dal 1832 al 1887, mise un tale zelo nel costruire il più sontuoso bestiario che mai si fosse visto». – Il Bestiario di Aloys Zötl (1831 – 1887), introduzione di Giovanni Mariotti (Franco Maria Ricci Editore, 1979).
Le sue magnifiche tavole, e queste poche nozioni sul suo conto, mi affascinarono subito, pertanto in questo articolo farò quello che suggerisce Breton, e fantasticherò sulle ragioni di questo che sembra essere stato un uomo ordinario quanto straordinario. 

venerdì 22 marzo 2013

Scott Westerfeld: Leviathan, La Trilogia (Leviathan, Behemoth, Goliath).

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Tre anni fa ho letto il primo volume, finito il quale sono rimasto col languorino per gli altri due che – aspetta aspetta – hanno pensato bene di uscire comodamente quest’anno sotto forma di Trilogia edita da Einaudi al prezzo di € 28,00 in un unico volume di 1064 pagine corredate dalle illustrazioni di Keith Thompson, un buon affare che vi consiglio e che vado a recensire.
Sarajevo, 1914: dopo l’attentato all'arciduca d’Austria scoppia la Prima guerra mondiale. Ma se a combattersi fossero bestie e macchine? Allora sareste nel mondo di Leviathan, Behemoth e Goliath.

Sareste nel mondo di Alek e Deryn. 
È come una guerra tra universi differenti. 
Da una parte, le potenze Cigolanti e le loro macchine. Dall’altra, gli alleati Darwinisti e le loro creature di sintesi. Carburante contro cibo, metallo contro pelle. Alek contro Deryn.
Aleksander è il figlio dell’arciduca assassinato, in fuga da un impero di cui nessuno lo vuole erede. Deryn è una ragazza arruolata in vesti maschili nell’Aviazione britannica, decisa a vivere come vuole. Si incontrano per caso ma si alleano per scelta e affrontano il conflitto insieme: da Istanbul a New York, tra battaglie aeree e rivoluzioni, Alek e Deryn impareranno che cosa sono il caos e l’odio, ma anche l’amicizia e la speranza – forse addirittura l’amore.
In una trilogia steampunk che incalza il lettore con colpi di scena e scontri all’ultimo sangue, Scott Westerfeld ci regala un viaggio appassionante nelle infinite possibilità della storia: che sia quella del mondo o di ciascuno di noi.
Quello che avete appena letto è il retro di copertina, forse un tantino melodrammatico, della trilogia. Tuttavia, per fortuna i toni del romanzo non sono questi. 
Intanto parliamo di loro due, Alek e Deryn. 
Niente smancerie, niente colpi di fulmine perché sì, ma un’amicizia che si sviluppa sulla base di eventi e difficoltà, che non nasce dal nulla ma che cambia e cresce in modo logico, e non perché deve esserci la storia d’amore a tutti i costi. No, siamo in guerra e ci sono eventi e forze più importanti a cui badare, responsabilità e ruoli da assumere, perciò qualunque cosa ci sia tra loro due – grazie al cielo – non è la colonna portante di chissà quale storia d’amore adolescenziale, ma un elemento corale della storia.
Questo per tranquillizzarvi, poiché di questi tempi fin troppa robaccia rosa e stereotipata ci viene spacciata per sci-fi allo scopo di abbindolarci. Con Leviathan potete stare tranquilli, il riflettore è puntato sullo scenario e le atmosfere steampunk. 

Mappa delle potenze Darwiniste e Cigolanti in Europa.
La Germania, l’Impero Austro-Ungarico e quello Ottomano (che, insieme a tutto l’Islam, aborre le creature di sintesi) sono le tre Grandi Potenze Cigolanti, esperti nella costruzione di macchine incredibili come i camminatori leggeri a due gambe e quelli pesanti a quattro, sei oppure otto, gli zeppelin e gli aerei che conosciamo già, i giganteschi automi di Istanbul, creati a immagine di animali o di creature mitiche, i terribili cannoni Tesla e altro ancora. 

Istanbul. Un elefante cigolante della corte ottomana, mentre sullo sfondo si notano i golem a guardia del quartiere ebraico.

Di contro, Inghilterra, Francia e Russia sono le tre Grandi Potenze Darwiniste, maestre nella creazione delle bestie di sintesi, ottenute mediante la manipolazione dei filamenti della vita, ossia i giganteschi mostri marini, i terrificanti orsi da guerra russi, gli elefantiaci per il trasporto pesante e gli equinoidi per quello più leggero – ma soprattutto, ai fini della nostra storia – i respiranti a idrogeno come le meduse Huxley della taglia di una mongolfiera o lo stesso Leviathan, una balena che non è solo una bestia immensa, ma un ecosistema composto da varie creature di sintesi, come i vermi luminosi che garantiscono la visibilità a bordo, gli annusatori di idrogeno che brulicano sulla sua pelle cercano falle nella membrana della bestia d’aria, le lucertole messaggere in grado di mandare interi dialoghi a memoria, i falchi incursori coi loro terribili artigli e le tele di sintesi, i pipistrelli a freccette e il Lori perspicace, tutte creature che scoprirete solo in queste pagine. 
Prima di passare ad altro aggiungo un annotazione sugli schieramenti e le tecnologie nel mondo di Leviathan: in realtà anche altre nazioni sono passate alla tecnologia Darwinista, come l’Italia. Altre invece, come la Jugoslavia, sono Cigolanti. Nessuna di queste però è una superpotenza. Alcune poi tengono il piede in due scarpe, come il Giappone e gli Stati Uniti, dove le due tecnologie convivono in modo più o meno armonico.

Il quadro che ne emerge mi ha affascinato, incuriosito e coinvolto fino alla fine, facendomi fare anche le ore piccole per non lasciare un’eccitante missione in sospeso o per riuscire a svelare un segreto prima di chiudere gli occhi. Insomma, mi sono immerso con piacere in un misto di storia e fantascienza, futuro e passato, davvero sorprendente, qualcosa, per me, di così nuovo che non mi ritrovavo a leggere in uno stato di tale stupore ed eccitazione da quando ero un ragazzino. Leviathan infatti è il primo caso di steampunk che ho approcciato, ma per dire qualcosa in più a tale proposito (e citandolo dalla postfazione), lascio la parola allo stesso Scott Westerfeld, che ha parole migliori delle mie per spiegare quel che intendo.
«Leviathan, dunque, è una storia imperniata tanto sui futuri possibili quanto sui passati alternativi. Guarda avanti verso un futuro in cui le macchine somiglieranno a creature viventi, e le creature viventi potranno essere fabbricate come macchine. E tuttavia l’ambientazione del romanzo si rifà anche a un’epoca precedente, in cui il mondo era diviso in aristocratici e gente comune, e in molti Paesi le donne non potevano né arruolarsi nell’esercito, né votare. È questa la natura della letteratura steampunk: mescolare futuro e passato».
Bene, ma in conclusione e dopo tanto entusiasmo, sto dicendo che Leviathan è perfetto? No, certo. La rapida ascesa dei Darwinisti è dura da mandar giù anche sforzando la sospensione dell’incredulità, ma sarebbe ancora più stupido privarsi di una così bella idea facendo gli gne gne gne su un’opera che è pura finzione dall’inizio alla fine, e che anche se qualche scricchiolio lo si avverte sta in piedi – o in aria – e riesce a trasportarci lungo il suo viaggio. 
Anche il modo in cui è stato presentato Tesla non mi è andato troppo giù, ma non posso fare una colpa a Westerfeld se non gradisce il personaggio. Le simpatie o le antipatie di un autore riguardano solo lui, inoltre non posso e non voglio certo essere lo stupido troll che fa le pulci a qualcosa che in ogni caso funziona. 
Veniamo poi al finale, che mi ha lasciato con un senso di insoddisfazione per essere stato abbandonato troppo presto, una sensazione dovuta al fatto che non sarei più uscito da qual mondo ma avrei continuato ad esplorarlo, con Alek e Deryn oppure con altri personaggi, e ce ne sono di davvero affascinanti e singolari. Passato però il momento di delusione devo dire che è giusto così, il fatto che un libro mi lasci col desiderio di averne ancora significa solamente che è un buon libro, non che è finito male. Non in questo caso, comunque. 
Tuttavia, per sapere di cosa parlo non vi resta altro che leggerlo. Perciò, buona lettura.

domenica 6 gennaio 2013

Le mille e una notte

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Newton Compton, 2009.
Trad. Armando Dominicis.
959 p., brossura.
€ 14,90.

Ieri mi sono preso Le Mille e una Notte, uno di quei libri che ho sempre voluto ma che poi non ho mai acquistato, un po’ perché non l’ho mai trovato in edizione economica e un po’ perché dimentico regolarmente di cercare in modo attivo tutte quelle cose che ormai sono rumore bianco nella mia nebulosa lista dei desideri. Per fortuna era lì, posato accanto al banco informazioni, che mi aspettava. Bene, finalmente mi ha trovato lui. 

Tornato a casa erano le tre del mattino, ma il sonno non veniva e dovevo leggere almeno la prefazione. Bene, l’ho letta. Poi anche l’introduzione, la prima storia, la seconda e poi la terza. A pagina trenta mi sono fermato, ma sarei potuto andare avanti. Ora il proposito è questo, leggerne almeno una ogni sera prima di dormire. L’ho già fatto (tra alti e bassi) con la raccolta dei Grimm, perciò vorrei ripetere la bella esperienza. 

Come viene detto giustamente nella prefazione, la maggior parte del suo fascino non sta tanto nelle storie in sé – figlie di tempi, luoghi e classi sociali diverse, con racconti che vanno dal classico allo scurrile – ma la possibilità di accedere attraverso questa raccolta alla vita comune di tempi e luoghi lontani, usanze e tradizioni interessanti che suscitano e spero soddisfino la mia curiosità. 
La storia mi è sempre piaciuto studiarla così, partendo dagli usi e costumi, calandomi nei panni del periodo e incuriosendomene sempre più come un viaggiatore del tempo impiccione. La storia politica viene dopo, quando entrato nella pelle di una cultura voglio conoscerne la sorte. Certo, questo non è un saggio di storia e quindi il discorso cambia, mancheranno dati verificati eccetera, ma sono favole e a me sta bene. Uno non sa mai come e quando una curiosità si trasformerà in una passione, almeno finché non è troppo tardi, e poi ti ritrovi a cercare titoli, spulciare la rete e raccogliere informazioni come un invasato, ma è bello avere una piccola ossessione, un interesse che ti dia il senso di apprendere qualcosa di nuovo e sconosciuto, per andare là dove non eri mai stato prima. (cit.)

lunedì 19 novembre 2012

Premio UNIA

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Stamattina scopro che mi è stato assegnato il Premio UNIA. Lì per lì, non capendo di che si tratti, in stato confusionale (metteteci pure il raffreddore, col cervello che fa il pesce nel vaso di muco) mi domando quando, se e dove possa aver spedito un racconto per poi dimenticarmene del tutto. Poi leggo e scopro che quel buontempone di Helldoom mi ha passato un meme sulla lettura. Domenico, ma proprio “premio” bisognava chiamarlo? No, perché qui si ha un’età e certe emozioni virano al coccolone! Va bene, fa lo stesso. Anzi, ti ringrazio e ti perdono così ho modo di aggiornare il blog. Ma poi che vuol dire UNIA? Sono andato a guardare anche a casa di Paolo, ma non si capisce. Va beh, ci rinuncio. Intanto spiego le regole che sono semplici come rompere il tonno con un grissino, ossia rispondere alle sette domande e passare il meme ad altre sette persone da taggare in fondo al post. Sì, è una catena di Sant’Anbloggo, ma non sentitevi costretti, è solo coercizione bella e buona.
Qual è il primo libro che hai letto in assoluto? 
Eh, ricordarselo! Con tutta probabilità sarà stata una fiaba illustrata, ma i primi che ricordo sono stati un libro illustrato sulla mitologia classica per ragazzi e uno sulla preistoria, le due D fondamentali della mia fanciullezza: divinità e dinosauri. Poi se parliamo di libri libri, quelli senza le figure e con le parole da cima a fondo, non ne ho idea ma era sicuramente un fantasy di qualche tipo. Alle medie ho provato a leggere il Silmarillion ma era un tantino troppo, non l’ho finito ma ci ho fatto il tema prendendo anche un buon voto perché l’insegnante non l’aveva letto e quindi non mi ha scoperto. Prof. se mi legge adesso, il reato è caduto in prescrizione, sia messo agli atti. 
Hai mai fatto un sogno ispirato a un libro che hai letto? Se sì, racconta. 
Probabilmente sì, anche se non saprei ricordarne uno con precisione. Mi capita abbastanza spesso di mescolare libri, film, telefilm e fumetti nei miei sogni, dopotutto fanno parte del mio background quanto le esperienze avute nel mondo reale, anzi sono convinto che ognuno porti in sé una mitologia personale che poi diventa – cito i Live – la subcultura dei sogni
Qual è la prima cosa che ti colpisce in un libro? La copertina, la trama o il titolo? 
Il titolo, poi la copertina e l’autore, diciamo che nell’insieme tutto quello che è sulla confezione crea un colpo d’occhio unico. Naturalmente subito dopo leggo la trama e magari una pagina o due all’inizio, infatti scelgo solo in base all’ambientazione e alla storia. Ci sono generi che apprezzo più di altri ma se l’ambientazione mi intriga diventa una buona occasione anche per sperimentare un genere che bazzico poco, visto che fondamentalmente sono un lettore curioso. 
Ti è mai capitato di piangere per la morte di un personaggio? 
Coi lacrimoni e singhiozzando? No, però mi commuovo. Magari si inumidiscono anche gli occhi, però non ho mai pianto davvero. Mi capita più che altro di restare lì, chiudere un attimo il libro e assorbire il colpo, poi riprendo la lettura.  
Qual è il tuo genere preferito? 
Ho una passione per il fantastico in generale, ma non importa che sia fantasy, horror o fantascienza, di recente però ho scoperto di avere un debole per l’urban-fantasy. Mi piace come il soprannaturale e il quotidiano possono scontrarsi e fondersi, come l’elemento alieno può introdursi in un quadro normale e modificarlo. Più che ai generi però guardo agli argomenti, magari un’ambientazione geografica o storica che mi affascina e incuriosisce, un tema particolare o qualcosa che si ricolleghi a una mia passione. Ecco, per fare un esempio; io non vado pazzo per i thriller investigativi, ma quando ho scoperto Anonymus Rex, nel quale l’investigatore è un Velociraptor che si aggira in un mondo nel quale i dinosauri non si sono mai estinti ma vivono nascosti tra di noi, indossando Edgar-abiti (cit. MIB) umani per passare inosservati, dovevo averlo. 
Hai mai incontrato uno scrittore? 
Mi piace pensare di conoscerne qualcuno online, visto che ne apprezzo il lavoro, e ne ho anche incontrati alcuni tempo fa. Se poi si parla di quelli grossi che vendono di brutto, allora no. Oddio, sono stato a qualche presentazione di libri ma non è che ci abbia fatto conversazione, a meno che non si parli di incontro in termini di bird-watching e allora sì, ne ho writer-watchato qualcuno.  
Posta un’immagine che rappresenti cosa significa per te le lettura. 
Direi che questa è perfetta, non solo si lega più o meno al periodo in cui ho iniziato a leggere sul serio ma rappresenta bene l’immersione totale che mi piace vivere coi libri.
«Merda, di questo passo quando sarò grande porterò occhiali grossi come posacenere».
Fatta la mia parte, ladies and gentlemen, la prossima sta a voi. Vi avverto che l'elenco è stato fatto in modo quasi del tutto casuale, nel senso che ho tirato su i primi che mi ricordavo e dei quali ho trovato il link, l'ordine però è rigorosamente alfabetico. Complimenti ai vincitori! Che coolo, eh?


domenica 11 novembre 2012

Christopher Moore

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Christopher Moore (Toledo, Ohio 1957).
La mia prima volta con Moore fu nel 1993, avevo vent’anni quando finalmente Euroclub mi propose due titoli ai quali non potei resistere, La Commedia degli Orrori (Practical Demonkeeping, 1992) e Il Ritorno del Dio Coyote (Coyote Blue, 1993). Fu amore a prima lettura, maledetto tuttavia dall’impossibilità di reperire altri titoli fino agli anni più recenti, quando quella macchina distratta che è l’editoria italiana si accorse di questo autore per me eccezionale.

La Commedia mi introdusse alla conoscenza di Travis e del demone Catch, al quale il protagonista è legato per colpa di un patto infernale dagli esiti più seccanti che possiate immaginare. Altro che Faust e Mefistofele, Catch non è per niente ammaliante e sinistro ma piuttosto un fastidioso mostriciattolo invisibile a tutti tranne che a Travis, tranne quando ha fame e… vedrete vedrete, certe cose vanno scoperte tra le risate che vi farete leggendolo, perché per fortuna oggi lo potete reperire in libreria col titolo Demoni, istruzioni per l’uso, edito dalla Elliot che cura tutte le sue pubblicazioni recenti.

Quanto al Dio Coyote, ho brutte notizie per voi. Da noi non è stato ancora tradotto e quindi se avete difficoltà con l’inglese dovrete attendere. Per me fu una rivelazione, e da questo libro nacque anche l’interesse per i nativi americani e le loro molte e diverse culture. In questo caso si tratta della Nazione Crow del Montana, di Sam Hunter e del Vecchio Coyote, il Dio imbroglione dalla sua gente che torna a ricordargli le sue origini e la sua vita passata attraverso una serie di avventure che solo un trickster potrebbe infliggere a un essere umano. Riuscite a immaginare cosa voglia dire andarsene in giro col proprio dio che ha uno spiccato gusto per bacco, tabacco e venere? Beh, dovete assolutamente scoprirlo.

Anni dopo quell’incontro felice passarono molti anni durante i quali ci avevo messo ormai una pietra sopra, finché la Elliot non pubblicò nuovi titoli. Evviva!

Il Vangelo secondo Biff (Lamb: The Gospel According to Biff, 2002), talmente bello che mi ha quasi convertito al cristianesimo. Quasi. Il migliore amico di Gesù racconta cosa accadde veramente, compresi gli anni che non figurano nei vangeli, ossia quelli tra l’infanzia e l’età adulta. Forse anche voi a catechismo vi siete domandati se mancassero delle pagine al vostro libro o se nessuno ne parlasse per qualche motivo losco e idiota, ma per fortuna la vostra curiosità verrà soddisfatta da Moore meglio di quanto abbiano fatto i Padri della Chiesa con tutto il resto che vi è stato propinato a messa. Inoltre qui avrete il notevole vantaggio di non addormentarvi ma di ridere un bel po’.

Sesso e lucertole a Melancholy Cove (The Lust Lizard of Melancholy Cove, 1999) è… beh, un mostro marino antichissimo e arrapato, Prozac e placebo in quantità, un vice sceriffo dallo spinello facile, un anziano musicista blues e inspiegabili fenomeni e delitti che descrivere o elencare rovinerebbe solo la scoperta di questo libro. Moore riesce a sopraffare il suo lettore con trovate e battute inaspettate, crea un mondo apparentemente normale che nasconde una serie di prodigi che aspettano solo di essere scoperti da eroi così improbabili da dover fare uso di parecchia ironia e qualche birra per mandare giù questo boccone soprannaturale, perché nonostante i suoi libri siano indipendenti e auto-conclusivi si citano tra loro, e alcuni personaggi viaggiano dall’uno all’altro portandosi appresso citazioni di altre avventure.

Ho detto un’istante fa che i libri di Moore sono auto-conclusivi, ma devo correggere immediatamente il tiro nel caso di Suck! (You suck! A love story, 2007) che è in realtà il secondo volume di una trilogia, disgraziatamente pubblicato in Italia prima del volume precedente che quindi rischiate di spoilerarvi completamente leggendo questo. Esattamente come è capitato a me che non lo sapevo. Prima infatti verrebbe Bloodsucking Fiends: A Love Story (1995) e poi Bite Me: A Love Story (2010), entrambi ancora non tradotti. In questo caso mi rimetto a voi, scegliete se attendere che la trilogia esca nell’ordine corretto o buttarvi nella lettura di questa improbabile storia d’amore di vampiri, con la mia garanzia personale che non troverete in essa neanche un briciolo della stucchevole porcheria che riempie la Saga di Twilight.

Un lavoro sporco (A Dirty Job, 2006) è stata la mia penultima lettura, davvero affascinante. L’inizio ti spiazza quando Charlie si ritrova istantaneamente padre e vedovo in seguito alla morte di parto della moglie, poi strane voci nelle fogne, creature che si muovono nel buio e gente che gli muore intorno lo introducono al mondo dei Mercanti di Morte, e da quel momento la sua vita prenderà una direzione imprevista. Personaggi esilaranti, mastini infernali e divinità della morte riempiono ogni pagina di sorprese che mi sono goduto dall’inizio alla fine, volendone ancora anche di fronte alla pagina bianca dopo la parola fine. 

Attualmente sto leggendo e sono quasi in conclusione di Sacré Bleu (Sacré Bleu, 2012), la sua penultima uscita che tratta del mondo dei pittori impressionisti in una Parigi infestata dal Colorista, un misterioso personaggio che lascerò scoprire a voi. Un assaggio però ve lo regalo, è un’istantanea del protagonista da bambino, Lucien, figlio di un panettiere appassionato di pittura dal quale eredita sia il mestiere che l’arte., a giudicate voi.
Poi salirono sull’imperiale dell’omnibus e andarono al Louvre ad ammirare i quadri, per dare a Lucien un punto di riferimento da cui iniziare la sua carriera d’artista.
«Ci sono tanti quadri con la Madonna» disse Lucien. «Ma non ce ne sono due uguali».
«La madonna ha tanti volti, ma la riconosci dal manto azzurro. Dicono che sia lo spirito che vive in tutte le donne».
«Guarda, qui è nuda e Gesù Bambino ha le ali» disse Lucien.
«Questa non è la Madonna, è Venere, e quello non è Gesù ma Cupido, il dio romano dell’amore».
«Lei non ce l’aveva lo spirito della Madonna?»
«No, Venere è un mito pagano».
«E mamma? Lei ce l’ha, lo spirito della Madonna?»
«No, Lucien, anche tua madre è un mito pagano. Vieni, guarda questi lottatori».
Di ultimissima pubblicazione è Uno stupido Angelo, che mi dovrò assolutamente procurare, specie trattandosi di un romanzo natalizio su un bambino convinto di aver assistito all’omicidio di Babbo Natale e che quindi prega per la sua resurrezione finché l’Arcangelo Raziel, non certo la mente più brillante del paradiso, decide di correre in suo soccorso con risultati che dovrò scoprire come tutti voi. 

Nell’elenco delle pubblicazioni ho saltato Fool (Fool, 2009) perché purtroppo non sono ancora riuscito a procurarmelo, ossia la storia del buffone di corte di Re Lear. Farò di tutto per avere anche questo, e grazie a una segnalazione che mi hanno fatto oggi – grazie un sacco – potrei recuperarlo con un acquisto online, evviva! 

Bene, non potrei aggiungere altro a parte qualche nota biografica come si fa di solito negli articoli seri sugli scrittori, ma io non sono mai stato un blogger serio e quindi vi rimando alla Pagina su Chris della Wiki, che poi è da dove avrei comunque pescato i dati da rifilarvi in un bel pacchetto di copia e incolla. Perciò, con questo concludo e all I’m saying is give Moore a chance. Buona lettura!

venerdì 28 settembre 2012

Romanzo Rosa, di Stefania Bertola (2012)

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di Stefania Bertola 
Einaudi (disponibile anche in eBook).
pp. 208 
€ 6,99
ISBN 9788858405871

Una delle mie autrici preferite è Stefania Bertola, nel caso quest’informazione fondamentale vi fosse mancata fino a quest’oggi. Oltre a divertimi e intrattenermi in modo piacevole ha anche uno stile leggero e fluido che apprezzo molto; il suo modo di raccontare le cose mette a suo agio il lettore portandolo in una Torino dove può succedere di tutto – beh, non troverete mostri o alieni nei suoi libri, questo no – ma in qualunque imbarazzante circostanza o inconveniente possa incorrere la protagonista, siate certi che verrà affrontata con spirito.

L’ultima sua fatica che ho divorato – come avrete già intuito dall’immagine e dai dati qui sopra – è Romanzo Rosa, e di questo ho intenzione di parlarvi subito dopo la trama espressa in un assaggio dalla quarta di copertina.
«Per scrivere un romanzo rosa in una settimana ci vogliono otto giorni», ha detto la Signora Leonora Forneris, posando la borsetta lilla sul tavolo. Poi ci ha guardati come per dire: non voglio sentire risatine, e in effetti nessuno ha ridacchiato, siamo rimasti lì come quindici pesci muti, noi iscritti al laboratorio Come scrivere un romanzo rosa in una settimana. 
[…] 
Mentre parla, passa fra noi distribuendo a ciascuno dei fogli. Poi torna al suo posto e sta zitta, mentre noi leggiamo. Non ho mai visto nessuno stare zitto in modo tanto denso. Non si limita a non parlare, è come se emanasse silenzio, voglio dire, normalmente il silenzio è una cosa passiva, l’assenza di parole o suoni, il silenzio di Leonora Forneris invece è attivo, è sostanzioso, come una schiuma, ecco, sì, è come se da lei uscisse una schiuma di silenzio. 
E avvolta in quella schiuma, leggo.
In breve la nostra protagonista, Olimpia Ceschino, bibliotecaria 58’enne, si iscrive a un corso che ha lo scopo di insegnare a scrivere un autentico romanzo Melody – chi ha detto Harmony? – con tutte le regole, schemi, stratagemmi e solidi cliché che ne determinano il successo globale da sempre. Inoltre, la nota divertente aggiuntiva è la struttura dei capitoli, che si suddividono in tre parti: l’esperienza del corso raccontata giorno per giorno da Olimpia, le irrinunciabili dispense con tutte le regole Melody e le imprevedibili lezioni della Signora Forneris, e infine i capitoli del romanzo di Olimpia, che prende forma passo passo. Vi dirò che oltre ad avermi divertito, mi ha anche stimolato nel voler tentare la via del Melody, magari con qualche variante sul mio stile (che la Forneris mi perdoni). 

Avevo quasi intenzione di trascrivere le regole base e postarvele, ma poi mi sono reso conto che per capirle e interpretarle avreste bisogno comunque di leggere questo libro, perciò ve ne consiglio la lettura perché – mi ripeto – è davvero divertente, e anche se non cambierà la vostra vita potrebbe suggerirvi qualche riflessione sulla scrittura, i lettori e l’appropriata gestione di certe velleità artistiche. Comunque voglio presentarvi un panorama di alcuni titoli, tanto per incuriosirvi.
  • Appunti per i partecipanti al corso, grazie ai quali studiamo le varie soluzioni di coppia e creiamo i nostri personaggi, scegliamo i loro nomi e un’ambientazione secondo le inflessibili regole Melody.
  • Cosa impedisce ai protagonisti di un Melody di amarsi senza problemi fin da pagina due? il capitolo nel quale studiamo i contrattempi, malintesi, stratagemmi e impedimenti assorti per tenere lontani i nostri eroi evitando di arrivare subito al “felici e contenti”.
  • Approfondimento uno. Gli ostacoli. Perché in un Melody se non capitasse una sciagura o un malinteso ogni tot pagine, i due sciagurati finirebbero per amarsi e mettere su casa provocando la noia immediata della lettrice.
  • L’altra, l’altro. Niente di meglio di un/a rivale per creare scompiglio, inoltre le dispense vi insegneranno anche come crearli nel modo migliore e più efficace.
  • Taccheggiare in attesa della conclusione. Servono spiegazioni? Con onestà, la Forneris insegna che se non saprete menare il can per l’aia per un numero sufficiente di pagine, l’esilissima trama del Melody potrebbe consumarsi molto presto, è necessario quindi saper allungare il brodo da veri chef (sempre presumendo che gli chef lo facciano, ma non lo dicano a nessuno tenendoselo per sé).

In itinere vi verrà anche suggerito di e come creare un nome d’arte, rigorosamente femminile e anglosassone, pertanto non mi resta che augurarvi una buona lettura, e chissà che non venga voglia anche a voi di scrivere un Melody con tutti i crismi.

giovedì 31 maggio 2012

Da Bambi a Barker in un post di formazione accazzo

8 commenti

ATTENZIONE: questo è un post accazzo la cui ispirazione è nata su Facebook grazie a una domanda di Alessandro Girola: «Chi ha ucciso la mamma di Bambi?», che ha generato un cazzeggio alienante che non vi dico. Se quello che scrivo vi sembra non abbia senso, avete indovinato. O forse no.
Bambi (1942). C’era una volta un cerbiatto che aveva un nome da cheerleader. Suo padre non lo cagava neanche col Guttalax, sua madre morì e lui si mise a frequentare conigli e puzzole, poi riuscì a impietosire una cerbiatta abbastanza oca da dargliela, e quando suo padre andò in pensione rilevò la foresta. – FINE
Ho visto Bambi quando ero già grande, e quando dico grande intendo che mi facevo la barba. Non ho mai pianto per la madre impallinata, non ho mai provato particolari sentimenti per questo film e per anni – visto che da bambino non me lo facevano vedere – ho pensato che quel cerbiatto fosse una femmina. La cosa buffa è che da piccolo vidi La Collina dei Conigli, dove c’è sangue e morte, però tutto quello che mi portai a casa fu il desiderio di un coniglietto. Non credo di essere stato un bambino deviato, piuttosto siamo noi adulti a dimenticare quello che ci toccava davvero da piccoli, e così diventiamo paranoici. A distanza di anni ho rivisto La Collina e ho letto anche il libro, adorandoli entrambi. Invece, tutto quello che mi ha lasciato Bambi l’avete letto nel riassunto qui sopra.

Anche in Bambi c’è un coniglio, quel lagomorfo eccitato di Tamburino. I conigli di Watership Down gli farebbero un culo a presepe. Quello che mi piace della Collina è che ha una sua mitologia interna, che i conigli sono prede – d’accordo – ma proprio per questo devono impegnarsi per essere più cazzuti dei predatori. Bambi scappa dai cacciatori, dal fuoco e dai cani, ma il livello di identificazione che ho avuto con lui è pari all’empatia che provo per la saponetta sul lavabo. 
Probabilmente il tempo in cui l’avrei dovuto vedere era passato, un po’ come chi legge oggi Il Piccolo Principe e si fa due palle a manubrio. Per carità, li capisco. A me piacque – e sicuramente mi ha lasciato qualcosa più di Bambi – ma non è mai stato un pezzo forte della mia formazione. Ci sono libri e film che hanno una data di scadenza o un periodo indicato per la consumazione, perché alla fine si cresce e si cambiano gusti. Io per dire ho avuto un periodo di overdose da vampiro con la Rice, e adesso faccio una fatica infame a prenderli sul serio. Se poi Dario Argento ci mette del suo come ha fatto quest’anno, capite bene che con questo accanimento potrei non riprendermi mai più. 

Alla fine, il libro che mi ha segnato di più l’ho letto da adolescente, ed è Il Mondo in un Tappeto di Clive Barker. Rileggendolo a distanza di anni mi sono reso conto di quanto abbia formato e influenzato la mia immaginazione, i miei gusti, e in qualche misura il modo di vedere il mondo. Ci sono molti altri libri e film che potrei mettere in cima alla classifica, ma dovendone scegliere uno o due che mi facciano da Manifesto, la Collina e il Tappeto si guadagnano la vetta. In più, questi libri si ramificano in altri, la Collina richiama alla memoria il Bianconiglio e il Leprotto Marzolino. Il primo, tutto ansioso e obbediente, e l’altro matto come – beh – un Cappellaio. Il Tappeto si lega alla Guida Galattica, conflagrando in quest’idea di viaggiare attraverso mondi fantastici – quelli dell’immaginazione – con un senso di leggerezza e umorismo, che poi è il mio modo di essere, vive e affrontare qualunque cosa, specie quelle più serie. 

Siamo i libri che leggiamo e i film che guardiamo, non c’è niente da fare. Tutto questo crea una mitologia personale, delle chiavi interpretative e degli idoli, così come degli eroi e delle divinità laiche della creatività che possono farsi muse col tempo, e portarci a scrivere storie a nostra volta. Allo stesso tempo ci sono anche gli dei che uccidiamo o ai quali ci ribelliamo, personaggi che odiamo e persino che amiamo odiare, che distruggiamo e ricostruiamo in una nuova forma, perché si cresce e i gusti cambiano; perché il cinema e la lettura sono come il cibo, e magari qualche gusto lo perdiamo mentre altri ne acquisiamo, così come ci sono cose che ameremo e odieremo per sempre. Il bello però resta sempre la varietà a nostra disposizione, e il fatto che si può cambiare idea a ogni pagina e a ogni fotogramma. 

mercoledì 28 dicembre 2011

Shibumi vs. Satori: Trevanian, Winslow e le fan-fictions d'autore.

12 commenti
Anni fa ho letto Il Ritorno delle Gru (Shibumi, 1979) di Trevanian (pseudonimo di Rodney William Whitaker, 12/06/1931 – 14/12/2005) trovandolo affascinante, ma quest’anno, quando ho visto in libreria Satori di Don Winslow, che a Trevanian “fa il verso”, qualcosa in me ha detto no.
«Torna Don Winslow con una magistrale spy story ispirata a un libro di culto, Shibumi. Il ritorno delle gru di Trevanian, di cui Satori costituisce una sorta di prequel. E state certi che, dopo aver letto l’ultima riga del romanzo di Don Winslow, avvertirete il desiderio di leggere cosa ancora rimane della vicenda di Hel nel romanzo di Trevanian».
Perciò, con Satori, Winslow riprende il personaggio di Nicholaï Hel, protagonista eccezionale di Shibumi, di cui racconta una missione segretissima realizzando quella che mi pare più opportunamente definibile come una fan fiction. Magari d’autore, ma sempre fan fiction.

Non sto qui a sindacare sul valore di Satori o sullo stile di Winslow, visto che di suo non ho mai letto nulla, e neppure posso dirmi un fan sfegatato e indignato di Trevanian, avendo letto di suo quell’unico volume (d’altra parte, non è che in Italia i suoi lavori siano di così facile reperimento), eppure questa operazione per certi versi “mi ha turbato”.
 
2011
1979
Siamo già abituati a prequel, sequel e reeboot al cinema, mentre in letteratura fin’ora capitavano giusto alcuni volumi postumi messi insieme con gli appunti da assistenti e colleghi. Operazioni che in genere, dopo essermi scottato un paio di volte, schivo come le buche per strada. Ho in mente Gary Jennings (che ho amato molto, a partire da L’Azteco) e Marion Zimmer-Bradley, che è stata fan fictionata da qualche collega a cui ha lasciato volontariamente l’ambientazione di Darkover. Sul sito ufficiale di Trevanian leggo che dopo un’iniziale rifiuto, hanno considerato la possibilità di un rilancio delle pubblicazioni passate e di qualche inedito, perciò sembra che sia pace e profitto tra Winslow e gli eredi di Trevanian.

Quello che mi ha lasciato perplesso è lo sdoganamento della fan fiction a livello di pubblicazione editoriale, il gioco del prequel che già al cinema sta facendo i suoi danni, e quale sviluppo futuro comporterà per noi lettori. Sono curioso di sentire le vostre opinioni, perché io temo – nel caso prendesse piede in letteratura così com’è stato al cinema – la morte delle idee, o comunque una prognosi riservata.

giovedì 20 ottobre 2011

La fine del mondo, gli zombie innamorati e la simbologia del mostro, tutto questo in un post di delirante lunghezza!

2 commenti
Siccome non riesco a star dietro a tutto o a scrivere e commentare ogni cosa che vorrei, ho optato per un post di massa. Portate pazienza perché è lungo, ma se mi seguite fino alla fine vedrete che c’è una logica. Forse.

Parto dandovi la notizia che questo 21 ottobre – domani, quindi – è prevista la Fine del Mondo, con buona pace dei maya che si vedono superati da lui, il Reverendo Harold Camping, ex ingegnere che ha visto il signore (anche in un ictus, di recente) e ha deciso di calcolare la fine del mondo usando la Bibbia come una tabellina schizofrenica o un sudoku per invasati. E non è il primo schema in cui il vecchio Harold si cimenta, versioni precedenti avevano indicato persino lo scorso agosto (ma forse è stato tutto posticipato causa ferie), in ogni modo questo discorso ridicolo mi ha portato a riflettere sulle apocalissi varie, e in particolare sugli zombie. Sì, i buoni, vecchi morti viventi, perché comunque – se non l’avete dimenticato – i morti si alzeranno dalle tombe e tutte quelle cose lì, resurrezione della carne, guerra, pestilenza, carestia e morte. 
Ce n’è abbastanza per parlar di loro, non credete? E proprio questo mi porta all’avvento di Warm Bodies, libro e film sul genere Twilight, ma stavolta lui è uno zombie che s’innamora della ragazza della sua vittima. Eh già, si fa un po’ fatica a vedere un cadavere in decomposizione (che avanza spinto solo dal bisogno di nutrirsi), tutto preso dall’amore per questa tizia, vero? Se hanno ridicolizzato il vampiro con abuso di lustrini e un’eternità al liceo, chissà che faranno alla buona vecchia salma. In questo caso mi spiace particolarmente perché lo zombie è un mostro affidabile, semplice nella sua concezione e di sicuro effetto. Le variazioni sul tema parlano di agente patogeno, virus naturali o artificiali, magari prioni coreani, maledizioni o un bel nulla di nulla, lasciando allo zombie il suo mistero chiuso in sé, meglio di una Turandot. 

Già, ma adesso? Non dico che la mitologia horror sia intoccabile, perché dello stesso Dracula non ho ancora visto un film che rispetti l’immagine ritratta nel libro di Stoker. Neppure il celebrato Bram Stoker’s Dracula di Coppola riesce ad restare fedele all’originale, sostituendo brutalità e orrore con romanticismo e malinconia. Tuttavia siamo ancora nella patria dell’incubo, a casa del mostro che cambia la sua condotta ma resta fedele alla sua natura, quella di un assassino. Bene, questo discorso mi conduce direttamente al post di Hell Graeco sul simbolismo dietro al mostro, quello che alcuni vogliono vederci ma che forse non c’è. 
Chi sono costoro, nient’altro che spauracchi? 
Nel vampiro è stata di volta in volta presentata la paura della morte, della vecchiaia, del sesso e del diverso, finché alla fine non è diventato quasi un accessorio cinematografico e letterario, una maschera da mettere a ciò di cui si vuole veramente parlare. L’ultimo sviluppo, è Twilight. Non dico che il vampiro sia fuori contesto quando si parla di turbamenti adolescenziali, perché sarebbe come negare l’esistenza di generazioni di teenager – tra cui il sottoscritto – che hanno consumato le pagine di Anne Rice. Quest’ultima ondata però fallisce la prova della giuria di qualità perché tradisce il genere. L’horror non può essere innocuo e rassicurante, una scenografia da Harmony. No, deve portare inquietudine, disturbare, questa è la natura dello spauracchio, ricordare la caducità della vita e nascondere fino alla fine il suo mistero, compresa la sopravvivenza di chi o cosa. Con queste storielle di vampiri innamorati il plot è quello del romanzetto scadente, ed è chiaro che alla fine l’eroina e il suo bello trionferanno. 
E a questo proposito, concedetemi un breve sfogo: Non c’è nulla in queste pagine, è solo una vuota masturbazione che strizza l’occhio al lettore meno scafato dandogli quello che vuole; il lieto fine e un’atmosfera sovrannaturale che soddisfa il desiderio (tipicamente adolescenziale, ma non solo) di vedersi e sentirsi diverso, ma comunque fico e superiore agli altri. È una marchetta fatta al lettore, nulla di più. 
Non sto qui a discutere cosa debba rappresentare il mostro. Vampiro, licantropo, fantasma o zombie che sia. L’autore e il lettore verseranno in ciò che scrivono o leggono la propria mitologia personale. Lo vedranno come avversario o “romantico” alter ego, sapranno interpretarlo oppure no attraverso la propria conoscenza del genere o dell’esperienza pratica, e quindi subconscia (si spera). Può restare semplicemente il mostro, senza portare altro messaggio che non sia l’intrattenimento, ma non può e non deve essere trapiantato alla bell’e meglio in un contesto che non gli appartiene solo per dare un finto brivido al lettore che in altre circostanze lo eviterebbe come la peste. Le commistioni di genere vanno bene, ma tradire il senso e la logica di un orrore per trapiantarlo in un contesto sdolcinato, è ridicolo e improduttivo. Ci fosse almeno dell’ironia in questo, si giocherebbe alle regole del weird, ma la seriosità di questi fenomeni ne esalta solo il ridicolo. 

Concludo dicendo che non so quale sia il messaggio dietro il mostro, che questo cambia nel tempo e nello spazio, di libro in libro, autore in autore e lettore in lettore. Mitologia. Per me è una questione di mitologia moderna, globale e personale. Ormai ci siamo lasciati alle spalle le divinità classiche e i loro miti, tuttavia comunichiamo con citazioni legate a una cultura e a un background comuni, c’è la mitologia nerd fatta di fantasy, horror, fantascienza, ecc. e probabilmente esistono mitologie bimbomonkia e truzze, legate a che ne so… reality shows e libri di Moccia, per dire. 
Più nel dettaglio, ognuno di noi interpreta il mostro o qualunque altra cosa attraverso le proprie esperienze di lettura, visione e vita, abbiamo una mitologia personale più o meno inconscia con eroi, luoghi e creature che sono entrati a far parte di noi, della nostra natura e di come la viviamo. Possiamo ritrovarli sognando a occhi aperti, o mettendoli nelle pagine che buttiamo giù sognando di diventare scrittori o illustratori, o magari solo per il piacere personale di creare qualcosa dal nulla (o meglio, con quello che abbiamo dentro e non trova altra via per uscire). In ogni caso, qualunque cosa vediamo nel mostro o nell’eroe, probabilmente è un riflesso di noi stessi.

venerdì 18 febbraio 2011

La vita scritta dagli altri

6 commenti
Non so voi, ma ogni tanto mi chiedo una cosa senza riuscire a dare una risposta, così provo a girarvela per farmi un quadro generale e curiosare impunemente nei fatti vostri. Okay, ma veniamo al punto prima che scada come il latte, la domanda è questa: guardando voi stessi e la vostra vita, avete mai provato a immaginare quale autore potrebbe averne scritto la sceneggiatura e tutte le altre parti che la compongono? Ecco, mi rendo conto che la domanda è piuttosto complessa (oltre che una pugnetta mentale da campioni), così provo a scomporla in più parti.
  1. Secondo voi, chi è l’autore che avrebbe potuto creare il vostro personaggio? Magari vi sarà capitato di leggere un libro o vedere un film trovandone uno in cui, nel bene e nel male, vi siete riconosciuti. Ehi, dopotutto non è colpa vostra… è che vi hanno scritti così! Già, ma chi è stato?
  2. Molto bene, e adesso passiamo all’atmosfera o all’ambientazione che vi circonda, perché quello è lo scenario in cui si sviluppano le vostre avventure. Secondo voi, chi può averla scritta? Di nuovo, forse c’è un autore o un regista che ha evocato inavvertitamente i tempi e luoghi della vostra vita, o se non l’ha fatto, magari ne esiste uno che secondo voi potrebbe riuscirci. 
  3. Veniamo a quella che è forse la parte più importante: la sceneggiatura. Chi, con generosità o sadismo – dipende dai casi – può aver scritto la trama della vostra vita e averla raccontata, facendo succedere questo e quello o lasciandovi sospesi nel limbo per interi capitoli? È ora di tirare fuori i vostri sospetti! 
  4. Ecco, concediamoci una domanda più leggera, tanto per farci un quadro generale. Ditemi, in tutta onestà; secondo voi, a quale genere o combinazione di generi letterari o cinematografici (non più di tre, se non non ne usciamo più) appartiene la vostra vita? Comico, romantico, drammatico, azione, avventura, horror… beh, quest’ultimo speriamo di no! 
  5. Per finire, concludiamo con una domanda più leggera e liberatoria. Se invece poteste scegliere voi lo staff di sceneggiatori, tutti a vostra completa disposizione per realizzare ogni punto alle vostre condizioni, chi vorreste?
Bene, spero che queste domande stimolino una serie di risposte interessanti che invece io non ho ancora trovato (mica per niente ho scritto il post perché intendo curiosare e ragionare sulle vostre conclusioni). Se la risposta è complessa, invece di lasciare un commento potete scrivere un post sul vostro blog (magari citando questa fonte), e se poi dovesse piacervi l’idea… beh, siete liberi di farla girare come un Meme. O anche no.

venerdì 21 gennaio 2011

I 100 LIBRI PER SEMBRARE FIGHI

9 commenti
Io sparpaglio la voce, più che spargerla, sull’iniziativa di quel gran Cagunzio di gelostellato – tutto minuscolo, che ci tiene (al Cagunzio invece no, mi sa, però a quello non ho saputo resistere) – riguardo ai 100 LIBRI PER SEMBRARE FIGHI di cui ha parlato qui e qui e insomma un po’ ne ho accennato già anch’io, perché diciamolo, a me sembra un’idea che poteva avere solo lui, quindi tanto fiqua quanto folle. E bravo Gelo, ti faccio Pat-pat! sul capino!
Sì, ma per voi che non ne sapete nulla e vi sento che fate Tonf! giù dal pero (oh, farete bene un tonfo cadendo, o no?), sarà bene spendere due parole.  E allora cosa sono questi libri per sembrare fighi? Beh, sono quelli di cui tutti parlano ma che in pochi hanno letto, quei best sellers che hanno influenzato la cultura popolare, che vengono citati più dei vangeli in chiesa e così via. Libri che qualcuno neanche sa esser stati libri prima che film, tipo Tarzan e King Kong, per dire. E voi, quanto siete fighi, o – per restare in tema – quanto lo sembrate grazie alle vostre letture? Oh, ma non correte a leggervi la lista, ché il progetto è ancora in corso (e poi ho lavato davanti alle uscite, e occhio che si scivola), anzi potete partecipare alla discussione sui 100 che formeranno la classifica definitiva sul blog di gelostellato, prima però leggetevi ben bene i due post che vi ho linkato all’inizio, ché poi Gelo s’incazza che deve rispiegare tutto a tutti, uno per uno, ogni volta. Poveretto. 

Ah, e ci ha pure il Gruppo su Facebook!

mercoledì 19 gennaio 2011

Gli Ingrattabili di Cornelius Kane

9 commenti
Vi siete mai chiesti come sarebbe il mondo se al nostro posto ci fossero cani e gatti domestici? No? Neanch’io, ma l’ha fatto Cornelius Kane (che poi è lo pseudonimo di Anthony O’Neal, autore australiano di altre cose che potete scoprire sul suo sito) con Gli Ingrattabili. Io l’ho scoperto per caso mentre facevo shopping natalizio – era il 2009, se non erro – e mi è capitato in mano questo libro, così dopo aver letto la quarta di copertina e un po’ di incipit ho pensato andasse bene come regalo per un’amica. Fatto l’acquisto però non sono riuscito a levarmelo dalla testa, così il giorno dopo o giù di lì sono andato a prenderne una copia anche per me. Cavolo, se ho fatto bene! Oltre a essere divertente, è in qualche modo satirico verso la società umana contemporanea, coi nostri animali domestici che ricalcano vizi e virtù – come si dice in questi casi – dei loro padroni. Dai bassifondi dei Canili ai graffiacieli di Gathattan, se ne vedono di tutti i colori e tutte le razze, compresi i protagonisti Crusher McNash, bull terrier della Squadra Scannamenti che indaga su misteriosi carnicidi con l’aiuto di Cassius Lap, un siamese dell’FBI (Feline Bureau of Investigation), e questo già dovrebbe incuriosirvi, ma c’è anche di meglio, tutto un mondo trasformato eppur riconoscibile in tutte le sue luci e ombre.
Adesso poi ho appena finito Il braccio felino della legge, una nuova avventura tra noir e giallo, cane e gatto, bassifondi e graffiacieli. Davvero, capita di rado di divertirsi così tanto e bersi praticamente un libro, o non vedere l’ora di trovare il tempo per divorare un’altra generosa manciata di pagine. In più i libri sono slegati fra loro, anche se godono di una certa continuità che però non è indispensabile conoscere per goderseli. Altro punto interessante è lo stile, visto che Gli Ingrattabili viene raccontato in prima persona da Crusher mentre Il braccio felino della legge è farina del sacco di Cassius, quindi si può dire che cambiando la voce narrante cambi anche quello. Duro e puro l’incorruttibile bull terrier, più sottile e ragionato l’astuto felino. In ogni caso non dovete credermi sulla parola, anzi vi invito a cercarli in libreria e sfogliarne un paio di pagine. Si entra in un mondo di animali parlanti che mai e poi mai potrebbe essere disneyano, coi suoi efferati carnicidi, la prostituzione interspecie, ecc. divertente e affascinante, ricorda più Fritz il gatto che Tom & Jerry, Pippo e Topolino e compagnia, con l’aggiunta di quest’atmosfera fumosa da film noir che si stempera ma non si ridicolizza nell’ambientazione. Qualcosa di mai letto prima. Sì, La fattoria degli animali di Orwell, direte voi... okay, ma io non l’ho letto e amen, quindi pace all’anima mia e anche alla vostra.

martedì 18 gennaio 2011

Libri Interrotti

9 commenti
Ecco, mentre siamo tutti reduci del Meme libresco, e Gelo prepara l’imponente progetto dei 100 LIBRI PER SEMBRARE FIGHI (il maiuscolo ce l’ha messo lui e ce lo metto pure io, ché il progetto è grosso per davvero), mi viene a galla qualche riflessione sui libri che ho letto, ma soprattutto su quelli che no, con tutta la buona volontà, non ci sono arrivato in fondo.
Ecco, capitano periodi – a me, a voi, a tutti quanti – di non imbroccare un libro neanche a tirarli nel carrello tipo yogurt al banco frigo. Quest’anno – va beh, l’anno scorso ormai – ho messo gli occhi su Le mappe dei miei sogni di Reif Larsen, che per impostazione grafica (è corredato di schemi e mappe “disegnate dal protagonista”) e idee mi affascinava di brutto, poi con la raccomandazione di Stephen King: «I grandi libri sono un dono per i lettori che hanno la fortuna di scovarli. Questo libro è un dono enorme», mi ero convinto – di più, infatuato in anticipo – che fosse il Libro Giusto.
Ecco, poi l’ho iniziato e devo dire che… bello, eh! Sì, ma insomma… dico, va bene tutto, ma troppi flashback, ragionamenti in forma di subordinata o quasi, ricordi e voli pindarici (che anche Pindaro direbbe: «Che ti voli a fare?») per arrivare (o anche no) al punto. Per dire, mi sono fermato a pagina 44 e tutto quel che è successo dall’inizio è il protagonista che stava fuori a sbucciare pannocchie con la sorella finché la madre non l’ha chiamato in casa per rispondere al telefono. Tutto lì. Sì, tra una pannocchia e un «Pronto?» al telefono, questo s’è raccontato la storia della sua famiglia, intrecciando aneddoti sul padre cowboy, la madre entomologa, la sorella preadolescente eccetera, ma non è che il ritmo lo supportasse poi così bene (anche se la storia, lo ammetto, è originale e intrigante), infatti senza neanche accorgermene l’ho mollato lì per andare avanti con altro, e solo qualche giorno fa m’è venuto in mente di averlo ancora lì in sospeso. Beh, per ora non ho voglia di riprenderlo in mano, poi si vedrà.

Un altro buco nell’acqua è stato Manituana del collettivo Wu Ming, che a me – dovevo saperlo – porta male, infatti nella sua precedente incarnazione di Luther Blissett avevo provato a leggere Q, ma anche lì ho capitolato (più che altro m’è capitolata la testa dalla noia, cascando in avanti con un accenno di bauscina da semi-coma). Di loro non ho letto altro, e quindi magari sbaglio, ma quel che non ha funzionato tra me e i loro libri è quel senso di compitino ben studiato, di ricerche approfondite fatte a casa dai primi della classe, tutte infuse in un libro che poi soffre della sindrome del saggio appena romanzato. Ecco, io quelle cose lì non le digerisco. O mi scrivi un romanzo con un’ambientazione credibile oppure mi dai un saggio zeppo d’informazioni ghiotte, tentare di metterli insieme è come accoppiare un gatto con un pappagallo; mi piacciono tutti e due – separatamente – ma dubito ne possa venire qualcosa di meglio di un verboso e irritante pappagatto, come in effetti è IMHO ciò che hanno prodotto Wu Ming, Luther Blissett o Comunque Si Chiameranno Domattina.

Anche Sweeney Todd, devo dire… bestia, che noia! In questo caso però la colpa può essere del periodo in cui è stato scritto, e quindi l’irritante stupidità delle protagoniste femminili sarebbe forse ascrivibile alla misoginia dell’autore Anonimo. Resta il fatto che è ancora lì, in vana attesa d’esser ripreso in mano. Beh, Sweeney, mettici una pietra sopra. Io l’ho posata su di te.
Ecco, questo è il mio podio dei Libri interrotti per l’anno appena passato. Quello che mi domando, è: anche voi avete sbattuto il muso su uno scoglio brossurato o rilegato? Mi piacerebbe sapere quali sono i titoli sul vostro podio e perché vi hanno deluso, magari confrontare quelli che a voi son piaciuti da impazzire e a me hanno fatto allungare le palpebre, o viceversa. Insomma, farmi un mazzetto di fatti vostri. Dai, che sicuramente nel 2010 (o anche questo mese) avete chiuso almeno un libro con la stessa soddisfazioni con cui si sbatte la porta in faccia a un rompicoglioni, dovete solo fare i nomi.

venerdì 14 gennaio 2011

Post accazzo

11 commenti
Quello che potrebbe dirsi il mio problema principale nello scrivere un post (e di conseguenza aggiornare il blog) è il solito, benedetto – o più opportunamente, maledetto: «E adesso, di cosa parlo?». Spesso preferisco commentare piuttosto che scrivere post miei (se ne sarà accorto chi di voi s’è ritrovato un mio commento quasi più lungo del suo post). Non lo faccio apposta, giuro, è che m’hanno scarabocchiato così. Anche male, per giunta. In più, quest’anno non ho visto film o letto libri che m’abbiano ispirato il desiderio di buttare giù un cineracconto o una parodia per lo spreco di carta o pellicola subite.
Intendiamoci, ho visto robaccia da far arricciare i peli del naso di Satana, però mai una che mi desse la voglia di scrivere o commentare al riguardo. Ecco, roba tipo 2012 – che in realtà è del 2009 ma io l'ho visto quest'anno (fatemi causa) – quel film insulso catastrofico maya friendly con John Cusack, che a me piace anche come attore (forse per quella faccia un po’ così, da uno che s’è svegliato la mattina in una trama già fatta e improvvisa passo passo, rendendo in qualche modo credibile il fatto che lui ne sa quanto noi). Io, giuro, non sapevo se ridere o passare la pomice sui tulipani, tanto per far qualcosa di più utile della mia vita in quelle due ore circa o quello che è. 
Poi, ecco, quest’anno ho letto Firmino di Sam Savage, che a me se c’è una cosa che fa simpatia sono i topi e i ratti (va beh, diciamo che non gli assegnerei il podio della coccolabilità, però son creature che ammiro per capacità di adattamento e strategie evolutive), eppure, se ci ripenso oggi, non è che ricordi molto di quel libro. Sì, qualche buona idea come la descrizione del sapore diverso delle pagine dei libri in base all’autore, e la sua testona enorme che me lo faceva immaginare come un topo deforme alla Quasimodo, schifato dal mondo e perciò simpatico per antonomasia, ma poi c’è questa cosa, ossia che non riesco più a ricordare come finisce, e questo è grave, perché quando chiudi un libro che ti piace, quello ti lascia qualcosa, di quel momento ti rimane una sensazione o un ricordo. Invece niente. Boh, si vede che in fondo non m’è piaciuto così tanto. Peccato, perché c’erano una flotta di buone idee, come la sua fissazione per i film osé e quindi un’attrazione irrazionale e inquietante per le umane, ma il resto poi… Puf! Va beh, adieu Firmino.
Ecco, ma c’è un suo illustre predecessore, scoperto per caso secoli fa grazie a Euroclub (da cui mi sono poi disimpegnato con fatica), l’introvabile – o faticosamente reperibile – Memorie di un ratto di Andrzej Zaniewski, che scopro proprio in questo momento essere stato recensito tempo fa (2004) da Horror Magazine, visto che stavo cercando di scoprire come accipugnetta si scrive il nome dell’autore. Ecco, quello è un ratto ratto, un topo di fogna che non legge e non s’intristisce, che fa la pantegana a tempo pieno e “racconta” se stesso in una sorta di flusso di coscienza, e a me quel libro piacque parecchio all’epoca. Ogni tanto mi vien voglia di rileggerlo, ma poi troppi ce ne sarebbero e quindi addio ai libri nuovi.
Sì, ho libri che ogni tanto ho voglia di rileggere (il Meme mi ci ha fatto riflettere), che per me sono come i testi sacri per un religioso. Non è che mi stia votando al fanatismo libresco liturgico, eh! È che su certi tomi s’è formato il mio gusto di lettore, e non solo, ho abbandonato vecchie idee per sposarne di nuove o mi hanno dato una mano a far la punta a quelle spuntate e rifinire quelle un po’ grossolane, che poi uno legge-- va beh, Io leggo… per completare me stesso, per cercare nelle idee altrui le parole giuste per raccontare quel che ho tumultuosamente e confusamente dentro (si, ho usato due avverbi in -mente uno dietro l’altro, pace). Ecco, per me, libri come questi, sono (tra gli altri) la trilogia Queste oscure materie di Pullman e Gli anni del riso e del sale di Kim Stanley Robinson, e non saprei neppure da che parte iniziare per dirvi cosa significano per me. 
Certo hanno avuto un peso sul mio passaggio da una fede fai-da-te (mai stato cattolico o cristiano neanche per cinque minuti nella mia vita) attraverso un agnosticismo sempre curioso della natura religiosa dell’uomo (più che di dio) all’ateismo confortevole degli ultimi tempi. Sì, perché ciò su cui già m’interrogavo prima e che in quelle pagine ho visto raccontato con altre voci e altri toni ha portato avanti il rimuginamento e in qualche modo aiutato a mettere in ordine i pensieri. Ve beh, non ve la faccio lunga perché ci vorrebbe un post apposito (che magari scriverò anche, se riesco a mettere le idee in ordine a sufficienza).

Ecco, un ultima cosa, tanto per assicurarmi di non dare alcun senso logico di continuità a questo post, è il “va beh” che – lo avrete notato – è un mio intercalare tipico, una locuzione con la quale faccio scorrere le cose fuori dal pantano in cui sovente faccio i fanghi. Non vi chiedo neanche se dà fastidio o vi disturba, tanto lo userei comunque. Lo tiro in ballo perché so di farne un uso abbondante, insieme a “beh”, “boh” e “bene” – le tre B del “sì, ma andiamo avanti” – all’unico scopo di tirarla fastidiosamente in lungo per quelli che si stanno domandando «Sì, ma qual è il punto? E ci arriverà mai?». Allora, fate pace con voi stessi: il punto non c’è. Questo è dichiaratamente un post “a cazzo”, no?
Ecco, volevo solo mettere lì che da quando mi sono messo a scrivere sono diventato più cosciente del mio modo di esprimermi, delle farsi che uso e della loro frequenza nel mio parlato oltre che nello scritto. Capita anche a voi? Giuro, a volte mi correggo mentalmente le frasi prima di dirle, o dopo averle dette, cercando la composizione migliore per esprimere il concetto. Dev’essere patologico, però finché non mi mandano dall’infermiera Ratched, va bene così. Il problema – o il vantaggio – delle locuzioni ricorrenti è che mi piacciono e non le mollo finché la nostra relazione non arriva a un dead end. Il fatto poi che scriva in modo colloquiale – anzi, esattamente come parlo – aiuta a sfruttare tutte queste espressioni che raccolgo in giro e di cui talvolta abuso.
Va beh (eccallà), in quest’ultima parte non ci avrete capito nulla o giù di lì, ma a me pareva bello finire così, lasciandovi quel senso di: «Non c’ho capito una mazza; o è un deficiente o è un genio!». Beh, non sarò io a svelare l’arcano, comunque i bookmakers di Londra danno “genio” solo 80 a 1, per dire.

mercoledì 12 gennaio 2011

Un bilancio sui libri letti nel 2010

13 commenti
Bene, parliamo un po’ di libri, che fa bene alla salute e allunga la vita. Va beh, tranne quando stai leggendo Il Signore degli Anelli a letto, ti addormenti un attimo e quello ti cade sul naso con la forza di un mazzetto di megatoni. Lasciatemi dire, Ahia! Ecco, invece lo scopo di questo post – che poi è un meme passatomi da Michela – non è quello di farsi il più male possibile con tomi poderosi (darsi Guerra e Pace sulle balle come Tafazzi con la bottiglia non vi farà guadagnare punti) ma ciacolare liberamente di quel che si è letto durante l’anno e così via, niente d’impegnativo o che debba necessariamente condurvi al traumatologico. Bene, dopo aver fatto alpinismo su Monte Polveroso (la mia libreria adesso ha un nome e le vostre no, pàppappéro) per vedere cos’ho letto nel 2010 – figurarsi se me lo ricordavo così su due piedi, specie se non sono i miei (scusi, adesso scendo) – posso finalmente rispondere a queste domande. Oh, naturalmente se volete condividere il meme e postare sul vostro blog questa stessa lista siete invitati a farlo, Michela è stata molto più brava di me perché l’ha chiesto prima e mi ha anche spiegato come procedere, ma io sono indisciplinato come una scimmia in un bananeto (si dirà così, poi? Boh!), così vi invito a fare altrettanto solo adesso.

Bene, dopo essermi assicurato che tutti i miei lettori e passanti occasionali siano al corrente che sono un deficiente, si comincia.
Quanti libri hai letto nel 2010?
Dopo una faticosa e polverosa indagine posso dire, con un’approssimazione ragionevole (alcuni non ricordo bene se li ho letti nel 2010 o nel 2009), che sono poco meno di una quarantina. Questo è stato un anno fiacco per la lettura, specie d’estate quando di solito perdo la voglia di fare qualunque cosa e tendo all’apatia in ogni sua lussureggiante forma.

Quanti erano fiction e quanti no?
Quasi tutti romanzi di fiction, solo tre o quattro erano saggi su argomenti vari.

Quanti scrittori e quante scrittrici?
In effetti, ora che mi viene fatto notare, scopro che le scrittrici erano solo quattro e mezza. La mezza sarebbe poi Jane Austen, che con Orgoglio e Pregiudizio e Zombie, rimaneggiato da Seth Gerahame-Smith, fa totalizzare quasi un cinque alla categoria autrici.

Il miglior libro letto?
Difficile, sono indeciso fra tre titoli, quindi baro spudoratamente e li metto tutti e tre:
  • Il Sindacato dei poliziotti yiddish, di Michael Chabon.
  • Buona Apocalisse a tutti!, di Neil Gaiman e Terry Pratchett.
  • Non mordere il sole, di Tanith Lee.
Sono talmente diversi che è difficile farne un distinguo, stabilire quale mi sia piaciuto di più eccetera. Tanith Lee è un genio che venero da tempo con faticosi risultati e scarsi volumi reperiti, questo in particolare è stato trovato per caso e in condizioni non ottimali in una libreria che stava praticamente buttando fuori i saldi. È il primo romanzo di fantascienza della Lee che leggo e una volta di più è riuscita a stupirmi con un genere che credevo ormai sfruttato e raccontato da ogni angolazione, invece Tanith scopre e utilizza nuovie prospettive, punti di fuga e imprevedibili scorci per raccontare un futuro talmente lontano da apparire irreale. Di Gaiman e Pratchett ho apprezzato lo stile narrativo, divertente e coinvolgente, la storia che scivola su vari binari che convergono alla medesima stazione e l’ironia con cui il tutto riesce a parlare di cose serie e facete facendole pesare con altrettanto equilibrio sulla bilancia della trama. Il Sindacato mi ha aperto un mondo ucronico di possibilità, ossia cosa sarebbe successo se dopo la seconda guerra mondiale gli USA avessero effettivamente – com’era stato proposto e poi bocciato – offerto ai profughi ebrei una Terra Promessa nei territori dell’Alaska, nella fattispecie il distretto di Sitka. Ecco, un mondo così, in cui comunità e shtetl ortodossi vivono fianco a fianco con ebrei riformati – così diversi nei modi e nelle usanze religiose (o nell’assenza di queste) – e ai nativi locali, come inuit e nazioni indiane dell’interno, poteva nascere solo in queste pagine zeppe di un mondo che non avrei mai immaginato, e che, una volta chiuso il libro, diventa nostalgia per un Paese delle Meraviglie da cui si è tornati indietro troppo in fretta.

E il più brutto?
Tutti quelli della Meyer (Twilight & Co.), che ho letto all’inizio per curiosità – che c’avranno ‘sti vampiri che fanno ammattire le ragazzine?, mi sono detto – e poi per coercizione da parte di alcuni “amici” (dico a voi, maledetti!) che volevano leggere i Bignami della saga completa, e ancora mi alitano sul collo per Breaking Dawn. Ecco, quindi potrei dire (beh, sempre se l’avessi finito) che il peggior libro del 2010 è stato proprio Breaking Dawn di Stephenie Meyer, però sarebbe ingiusto (ma solo perché non l’ho finito) verso altre piombature sfogliate l’anno scorso. Ecco, il problema è che nel 2010 mi sono capitati certi titoli che proprio per pesantezza ho messo da parte, in attesa di tempi migliori o che possono anche morire di polvere per quel che mi riguarda. Perciò, se vogliamo contare anche questi disgraziati con cui mi sono lasciato in malo modo, ci sarebbe Manituana, del collettivo Wu Ming, un’interessante – almeno pareva – escursus nella guerra d’indipendenza americana vista per una volta dalla parte delle nazioni indiane irochesi, ma che si è poi rivelata di una pesantezza insostenibile. A questo punto avrei preferito un onesto saggio o un romanzo storico ben raccontato, non un’agonia in sospeso tra queste due strade. Pare, lasciatemelo dire, che i buoni intenti e gli spunti interessanti siano stati impiccati al crocicchio tra un saggio tout court e un romanzo d’appendice. Indigeribile.

Il libro più vecchio che hai letto?
Credo di aver iniziato il 2010 con Gli Ingrattabili, di Cornelius Kane, se è questo che s’intende, ma se parliamo di data di pubblicazione… allora è sicuramente Lo Hobbit, di J. R. R. Tolkien (1937), che anche se sono un nerdone mi mancava all’appello.

E il più recente?
L’ultimo letto l’anno scorso è stato Around the World with Auntie Mame, ma lo sto ancora leggendo perciò non so se vale. Hm, allora… dev’essere Il primo miracolo di George Harrison, di Stefania Bertola, che invece ho finito prima d’iniziare Auntie Mame. Se poi si parla di pubblicazione recentissima, allora è Mistero!

Quale il libro col titolo più lungo?
Credo sia Il primo miracolo di George Harrison, di Stefania Bertola, che batte Il Sindacato dei poliziotti yiddish di una sola lettera.

E quello col titolo più corto?
Eh, qui devo farmi di nuovo pubblicità, perché è Mistero, una raccolta di racconti a cui ho partecipato anch’io. Però se vogliamo guardare agli altri autori, quelli che vendono davvero e campano di scrivere, dev’essere Firmino, di Sam Savage, che comunque conta sempre sette lettere.

Quanti libri hai riletto?
Ho sempre voglia di rileggerne alcuni, ma quest’anno non credo di averlo fatto. Sempre la memoria che mi frega! Ah sì, forse ho riletto Wolfen, di Whitley Strieber, che da ragazzino mi terrorizzò a morte e adesso invece… boh, noto solo qualche goffaggine nella trama e nei personaggi, le buone idee spese non benissimo e così via (però non ci metterei la mano sul fuoco che fosse il 2010 e non il 2009, ecco).

E quali vorresti rileggere?
Sicuramente Il mondo in un tappeto di Clive Barker perché è un caposaldo della mia formazione fantastica, tutti i romanzi della Bertola perché mi divertono e rilassano, tutta Tanith Lee perché è Dio… poi ce ne sarebbero altri che adesso non mi vengono in mente, ma spesso ho nostalgia dei libri passati e una gran voglia di tornarli a trovare.

I libri più letti dello stesso autore quest’anno?
Ehm, mi fa due etti di memoria? Di quella buona, mi raccomando!
No, non lo so… forse Patrick Dennis, ecco.

Quanti libri scritti da autori italiani?
Mi vengono in mente solo Mistero, Il primo miracolo di George Harrison, di Stefania Bertola, e L’Acchiapparatti, di Francesco Barbi (di cui ho già parlato).

E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Nessuno.

Dei libri letti, quanti erano e-book?
Uno, lo schermo mi ammazza la vista e non ho ancora preso un lettore portatile o come si chiamano. Tanto poi prenderò un Kindle, lo so, è solo questione di far pace col portafogli e con me stesso.
Bene, io ho finito e adesso tocca a voi. Se volete continuare, rispondete a queste stesse domande nel vostro blog mettendo un link a questo post per avervi dato l’idea. Se poi non lo fate, io non piango perché non mi viene in tasca nulla, ma voi soffrirete acuti tormenti nel Girone dei Saltatori di Meme e Catene di Sant’Antonio, dove sarete condannati a sentire le poesie di Bondi per l’eternità. Amen!
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