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mercoledì 16 ottobre 2013

Gravity (2013)

3 commenti

Gravity (2013) di Alfonso Cuarón,
con Sandra Bullock & George Clooney.
Bello. C’è poco da dire, Gravity è bello. Molto bello. Sorprendente. Un gran bel film che affascina, incanta, emoziona e fa tutte quelle cose per cui la gente va (o andava) al cinema. Ho letto pareri positivi e critiche negative, sono d’accordo coi primi e scuoto il capo sui secondi, ma intanto leggetevi la trama.
Gli astronauti Ryan Stone (Sandra Bullock) e Matt Kowalsky (George Clooney) sono intenti alle riparazioni di una stazione orbitante quando un’imprevedibile catena di eventi gli scaraventa contro una tempesta di detriti. L’impatto è devastante, distrugge la stazione e li lascia a vagare nello spazio nel disperato tentativo di sopravvivere e trovare un modo per tornare sulla Terra.
Ecco, due personaggi e poco più (voci via radio), tutta la scena appartiene a loro due e viene tenuta benissimo, soprattutto dalla Bullock. Non so voi, ma io adoro questo genere di cinema con un piccolo, piccolissimo cast. La prova attoriale non ha vie di fuga, deve reggere dall’inizio alla fine, è tutto sulle loro spalle. Spalle forti, spalle sane. Così esce un personaggio vero, tridimensionale. 

Ryan Stone esiste, è un eroina. Lo è per 90 minuti di pellicola. Un’ora e mezza – tempi inconsueti ormai, ma perfetti – è tutto quello che ci vuole per raccontare una storia. Esiste perché Sandra Bullock le ha dato vita (in un certo senso, come Sigourney Weaver creò Ellen Ripley, nonostante siano diverse). Anche Kowalsky è un’eroe, un veterano all’ultima missione, un personaggio ben caratterizzato e realizzato, ma Ryan è l’outsider. È una Specialista di Missione, il che vuol dire che ha avuto un addestramento di soli sei mesi per andare nello spazio, montare un programma e tornare indietro. Bello liscio. Naturalmente le cose non vanno mai secondo i piani, specie se siamo al cinema. Il disastro è dietro l’angolo e i nostri eroi, soli nello spazio, dovranno rimediare.

Locandina vintage trovata su Facebook.
Parlo di eroi nel senso vero del termine, perché l’isolamento nello spazio – che Cuarón sa trasmettere alla perfezione – è totale e avvolgente. Le loro paure sono le mie e anche le vostre. Non esiste nulla di più alieno del vuoto là fuori, niente di più alla deriva di un’astronauta smarrito. Galleggiare sopra il nostro pianeta senza poterlo raggiungere, vederlo come solo in pochi lo hanno visto e contare alla rovescia prima di morire, questo è abbastanza. C’è da disperarsi, arrendersi. Invece no, superando i propri limiti, l’eroe ce la fa.

Chiuderei qui, ma voglio dire un paio di cose sulle critiche che ho letto: Stronzate & Stupidaggini. Ehi, sono due di numero. Ok, scendiamo nel dettaglio.

L’impressione che ho io è che un po’ di gente – non tutta per fortuna, ma sempre troppa – non vada più al cinema per vedersi un bel film e magari meravigliarsi, immergersi in qualcosa di bello e goderne a pieno, ma solo per lamentarsi. Perché oggi siamo tutti critici, tutti esperti. Soprattutto, abbiamo una connessione (che alle volte è un po’ come la cassetta della frutta su cui i matti montano in piedi per arringare le folle).

Io non sono della NASA, non ho esperienza di missione né di fisica a gravità zero, ma pare che in giro ci siano più scienziati che connessioni libere. Incongruenze? Non chiedetelo a me. 

Quello che posso dirvi è che la storia fila e tutto quello che ho letto di negativo viene da interpretazioni errate, disattenzione dello spettatore/critico e problemi ormonali che portano qualche derelitta a lamentarsi del fatto che di George Clooney “si vede solo la faccia”. Per cortesia, collegate il cervello oltre al modem. Grazie.

martedì 9 luglio 2013

Aspettando Pacific Rim

4 commenti

Pacific Rim (USA, 2013).
Durata: 131.
Regia: Guillermo del Toro.
Soggetto: Travis Beacham.

Oggi sbirciavo l’ennesimo trailer a tale proposito, così mi sono trovato a fare considerazioni su quello che è o potrebbe essere questo film e su chi o come sono io oggi. Come voi che leggete, probabilmente, sono cresciuto coi robot giganteschi, i mostri colossali e compagnia bella.
Il ragionamento è andato avanti così per un po’. Non molto né troppo, abbastanza. Almeno finché mi sono ritrovato con questa domanda: «Perché ogni volta che vedo immagini, spot o leggo qualcosa su Pacific Rim, ho questa persistente sensazione che la mia passione per i mostri mi farà parteggiare per i Kaiju contro i Jaeger

Lo so che facevamo il tifo per Goldrake, Mazinga, Jeeg, Daltanious, Daitarn III e così via, ma io avevo un debole per i mostri. Erano un sacco. Tutti nuovi. Ogni puntata uno diverso – che finiva irrimediabilmente male, certo, ma erano favolosi lo stesso. Alcuni di loro erano inguardabili, altri belli e alcuni fighi. Io poi sognavo di essere uno scienziato pazzo, di creare i miei mostri, cosa che facevo in vari modi: col Pongo o il DAS, coi Lego, riempiendo quaderni e quaderni di disegni o montando insieme pezzi di giocattoli come Sid di Toy Story. Io però non mi vedevo come un distruttore, ma come un creatore. Ero Frankenstein, non un vandalo qualsiasi (se Pinocchiorso fosse qui, potrebbe dirvelo – era un ibrido di orsetto di peluche e pinocchio di gomma).


Tornando a Pacific Rim, sto cercando di non farmi sopraffare dall’hype riempiendomi di aspettative irragionevoli – o caricandolo più del dovuto coi miei ricordi di bambino – ma sono davvero curioso. Forse non sarà il film della nostra generazione peppappéro come dicono alcuni, ma le premesse sì, quelle fanno l’occhiolino alle cose con cui sono cresciuto, perciò non sono curioso solo di vedere il film, ma anche di conoscere la mia reazione e quella di tutti gli altri a questo fenomeno.


lunedì 13 maggio 2013

Iron Man III - Recensione

3 commenti

In questi giorni, aspettando di poterlo vedere al cinema, ho letto le polemiche in giro per la rete su questo film, accuse del tipo che la Disney avrebbe corrotto la Marvel con marmocchi fastidiosi, che ci sarebbero troppe battute eccetera eccetera. Va bene, vi ho sentiti. Mi avete convinto a restare a casa? No. Ieri sera – finalmente – sono andato e l’ho visto, e adesso dico la mia. 
Iron Man III è un bel film d’azione, avventura e fumetti. 
Stateci. Arrendetevi. Abbassate le manine. 
Giù. Così. Bravi. 
Posate anche il ditino accusatore. 
Lì. A posto.

Parliamoci chiaro e vediamo i tre punti più controversi, ok? Sentendo le critiche pensavo di trovarmi davanti a chissà cosa, e invece ecco qua.
  • Il ragazzino c’è ma non si vede tanto, e poi si rivela anche utile (ok, poteva essere sostituito da altri, ma non facciamo gne gne gne). 
  • La trovata del Mandarino è brillante! Un personaggio come il suo sarebbe stato troppo sopra le righe oggi, quindi – comico per comico – meglio gestirlo così che mandarlo in giro col super potere della bigiotteria da uomo. 
  • Sì ok, ci sono parecchie battute, ma – Grisù Benedetto – è Iron Man, mica IlBatmanDiNolan col raspino in gola! 
Ok, non sono uscito dal cinema con la sensazione di aver visto un capolavoro, ma sono rimasto incollato alla sedia anche se in corpo avevo farmaci che mi causavano sonnolenza (sono stato afono e influenzato fino a ieri) e la luce è andata via un paio di volte durante la proiezione. Questo vorrà pur dir qualcosa, o no? Mi sono divertito, ho gradito le trovate messe qua e là nella trama, mi sono piaciuti gli effetti speciali, gli attori e le battute. Cosa avrei potuto volere di più, che Tony Stark mi portasse un Crodino tra il primo e il secondo tempo? Ok, sarebbe stato bello, ma non è da lui.

E voi, che aspettate? Andateci, guardatelo, divertitevi. 
Oh, e poi fino al 16 maggio il cinema costa solo 3 euro, quindi approfittatene anche se siete incerti. Avete ancora tre giorni.

P.S. No, stavolta niente trama né cineracconto. Godetevelo con tutte le sorprese, che è meglio!

giovedì 14 marzo 2013

Dracula 3D

8 commenti

Finalmente ho visto Dracula 3D, ero curioso e l’ho fatto. Sapete il detto, tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino? Ecco, consideratemi zoppo. È un film talmente cialtrone che all’inizio mi sono anche divertito, ma dopo un po’… diciamo che l’interesse si ammoscia per noia, anche se la curiosità rimane. Cercherò di farvene una panoramica o un riassunto, ma vi avverto che ci saranno spoiler perciò ecco il solito banner esplicativo. Buona lettura.


Come dicevo, mi ci sono approcciato con curiosità, volevo vedere fino a che punto il disastro annunciato nei traliers fosse vero, così mi son messo lì – cioè qui, perché l’ho visto al computer – con buona volontà. L’inizio cialtronesco che vi ho preannunciato è così composto: una scena gratuita di sesso tanto per, effetti speciali sorpassati, recitazione imbarazzante, lupi doppiati per farli ringhiare (che quei poverelli stavano beati con la lingua a penzoloni) e altri pasticci, come la donzella che chiude le imposte nella Notte di Valpurga ma i vetri sono bianchi per la luce che viene da fuori. 

Dopo un inizio così verrebbe da liquidarlo come dilettantesco a dir poco, ma dietro c’è un regista che in passato ha fatto grandi film, solo che ultimamente non ne azzecca uno neanche per sbaglio. Poi non aiuta neanche il cast, legnoso e alle prese con dialoghi imbarazzanti, né gli effetti speciali o qualsiasi cosa vi venga in mente. Sembra quasi un’inconscia richiesta d’aiuto di Argento che implora: «Fermatemi». Idea non malvagia, a mio avviso. Lasciatelo in pace, concedeteci di ricordarlo per i titoli validi del passato e non per gli scivoloni più recenti.
Mettiamo un fermo a tutto ciò e andiamo avanti, sono sicuro che in questo paese ci sono giovani cineasti talentuosi col desiderio di mettersi alla prova dietro una telecamera, magari per un horror o un thriller che non abbia il fastidioso retrogusto della farsa. Perché, in tutta onestà, devo dire che è un film stupido e cialtrone con un finale orrendo, attori incapaci e ingessati, effetti speciali imbarazzanti e una sceneggiatura talmente cretina da lasciare storditi e balbettanti. Non esagero, controllate.

Unico guizzo, se vogliamo, la famigerata Mantide. 
Ecco, il 50% della mia motivazione alla visione è stato vedere questa scena e, forse, capirne il senso. Missione fallita. Una mantide della taglia di un uomo o anche di più sale le scale, aggredisce il padre di Lucy (che in questa versione allegramente adattata dal libro di Stoker è il sindaco di Passburg, o Passo Borgo), Mina assiste alla scena, fa una faccia spaventata tipo “ho visto un topo” e sviene, subito raccolta da Dracula che è già in forma umana. Stop. Dissolvenza.
Siete avvertiti, questo Dracula è tanto liberamente adattato che mancano personaggi, eventi e persino città dell’originale. Per dire, niente Londra. 

L’intera storia si svolge a Passburg, che è il villaggio vicino al castello del Conte, infatti Jonathan Harker non è lì per vendergli appartamenti londinesi ma per riordinargli la biblioteca, Lucy insegna piano e Mina non si capisce quale beata cosa faccia nella sua vita, a parte essere timida come un topino e farsi insidiare dal Conte alla fine. 
C’è un Renfield che ricorda più Hodor di Game of Thrones che Tom Waits in Bram Stoker’s Dracula, ma sarebbe profondamente ingiusto e sbagliato fare paragoni tra questi due film che si somigliano come le mutande e la canottiera (già, perché se riuscite a infilarvi le mutande dalle braccia allora avete una testa da ci siamo capiti, eh). 
Van Helsing appare a due terzi del film a dir tanto, è un Rutger Hauer messo alle strette, costretto a recitare battute che, se pensiamo alle immortali parole di Roy Batty (da lui stesso ideate per la scena di Blade Runner), struingono il cuore dallo sconforto. Ci rendiamo conto di quanto stanco e poco motivato sia, e non posso certo dargli torto. Nonostante ciò, ha comunque la grazia di fare il suo lavoro, forse al minimo sindacale ma non è che da solo avrebbe potuto salvare questo film dall’essere l’inesausto tentativo di qualche scriteriato di spillare argento da un filone da tempo estinto. Il Re è morto, viva il Re. Fermiamoci qui prima di far di peggio.
Ah già, il peggio.
Senza un perché o un percome, Mina s’innamora del Conte che le rivela di essere la reincarnazione della sua amata Durlinger. No. Dulingendegraz? Dulingandegraz? Va beh, Durlindana. Lei è tutta un ti amo, poi arriva Van Helsing e allora lei: «Uccidilo, amore mio!» Il Conte non si fa pregare, ma nonostante abbia gli artigli taglienti come pagine, la velocità di un SMS e la forza di un buttafuori, prende il povero Rutger a pizze in faccia. Gira il vento e Mina banderuola cambia idea: «No, fermati!» e gli spara, lo ammazza con una pallottola d’argento. 
Sì, è per i lupi mannari, ma chi se ne frega. Se questa fosse la stronzata più grossa di tutto il film, allora staremmo a cavallo. Il peggio (quello vero) viene dopo. 
C’è uno scambio d’idee confuse tra Van Helsing e Mina che non si capisce, ma tanto i dialoghi fanno spavento più del vampiro, perciò meglio così. Finalmente i due si allontanano ma la telecamera indugia. Eh no, eh, non farmi questo. E invece sì, la telecamera torna sulle ceneri di Dracula che si sollevano nell’aria, prendono vaga forma di lupo e corrono verso lo spettatore (vi ricordo che è in 3D) per fare buh! Poi niente, fine e titoli di coda. Giuro. 

Il resto lo lascio scoprire a voi, ho omesso e dimenticato eventi, personaggi e dettagli, ma il succo è quello e in base allo stesso non vi resta che fare una bella cosa, decidere se vi ho incuriosito e intendete guardarlo per farvene un’opinione più circostanziata o fidarvi del mio giudizio, che a titolo personale è negativo ma anche a titolo oggettivo non è che migliori di molto, anzi. Decidete voi, questo è il bello del libero arbitrio.

domenica 30 dicembre 2012

Lo Hobbit: un viaggio inaspettato (recensione)

14 commenti

Ieri sera mi sono visto Lo Hobbit: un viaggio inaspettato, primo di tre – dico tre – film nei quali Peter Jackson ha deciso di ampliare e suddividere l’omonimo romanzo di John R. R. Tolkien (1892 – 1973), che di suo conta giusto 342 pagine (edizione Adelphi). Gli altri due film che ci aspettano sono La desolazione di Smaug (2013) e Andata e Ritorno (2014). Per giustificare questo gran dispiegamento di pellicola e maestranze cinematografiche, basta la frase iniziale di un Bilbo anziano (sempre interpretato da Ian Holm, come nel Signore degli Anelli) intento a mettere su pergamena le sue memorie con una postilla: «Mio caro Frodo, forse non ti ho detto proprio tutto tutto», ecco allora che in poche righe P. J. giustifica un reboot (?) de Lo Hobbit a cui è possibile aggiungere retroscena della storia recuperati dal Silmarillion, licenze poetiche e forse altre cose che non ho ricordato o riconosciuto perché ormai è passato qualche tempo da quando l’ho letto.

Bene, mi è piaciuto? Tutto sommato, sì. È stato divertente, piacevole da seguire e da guardare. Non ho trovato la storia d’amore tra il nano e l’elfa di cui avevo sentito parlare in giro e che mi aveva causato pelle d’oca, perciò ottime notizie per chi temeva questo punto. I nani, soprattutto alcuni fra loro, hanno un impianto decisamente comico, ma la loro storia sfortunata gli garantisce comunque momenti di dignità che poi sono il filo conduttore della storia. Certo, 173 minuti sono una bella prova di resistenza, infatti se i primi due tempi sono andati lisci (sì, al cinema del paese fanno ancora gli intervalli), nel terzo mi è scappato qualche sbadiglio, e non perché la storia diventi noiosa ma perché tre ore di cinema rischiano di essere propedeutiche alla pennichella nonostante l’azione sullo schermo. 

Ora, senza fare un vero cineracconto dei miei o un bignami, vorrei toccare alcuni punti che mi hanno divertito o perplesso: 
  • gli elfi, che per qualche ragione devono essere eterei, diciamo sulla soglia della drag queen ma appena più sobri, a partire da Thranduil che nonostante risponda perfettamente ai requisiti transgender di un elfo peterjacksoniano, ha due sopracciglia fatte a “bruchi che limonano” da ricordare Lily Collins in Biancaneve
  • Gandalf a Gran Burrone che fa piedino telepatico con Galadriel mentre Saruman fa la figura del vecchio borbottone;
  • Radagast il fattone jamaicano, che io non ricordavo proprio così e okay è buffo – Saruman fa anche accenno al suo abuso di funghi allucinogeni –  ma, santo cielo, siamo a rischio Jar Jar Binks quanto a personaggio idiota che fa colore;
  • il doppiaggio del Re dei Goblin (detto Mento Pallonio, cit. MIB) con una vocina troppo leggera;
  • il doppiaggio di Gandalf con la voce di Gigi Proietti, che magari è un problema solo mio perché Proietti non mi piace granché e allora pace, ma questo è il mio blog e quindi lo dico;
  • il drago che ti fanno intravedere e sospirare, ma che riesce comunque ad essere il protagonista di una scena di devastazione all’inizio del film, che mentre la guardavo facevo i complimenti a Jackson per averla giocata così bene;
  • Azog che da personaggio minore (io neanche me lo ricordavo, ho controllato oggi) diventa questo spettacolare cattivo da videogame, un grosso orco pallido a cavallo di un mannaro bianco. Fico, eh? Peccato che Peter si sia inventato tutto; 
  • Gandalf con la farfalla Nokia o Samsung (non ho letto la marca) che chiama le aquile come al solito (e magari è l’unico numero che ha in agenda).

… e poi direi di fermarci qui, perché è bene che il resto lo scopriate voi e vi divertiate anche nel farlo. Che poi sono tutte cose soggette a gusti e interpretazioni personali, e magari qualcosa che ha fatto ridere me fa commuovere qualcun altro e viceversa, boh. Chi lo sa, tanto la gente è matta. Quello che so per certo è che lo vorrei vedere in lingua originale, ma non c’è fretta. Voi prendetelo come vi pare, guardatelo rilassati, portatevi da bere per evitare la disidratazione e presentatevi ben nutriti, che 173 minuti sono lunghi se vi prende un languorino. That’s all folks!

martedì 25 dicembre 2012

La Collina dei Papaveri.

2 commenti

di Gorō Miyazaki, 2011.

Yokohama, 1963. Umi è una liceale che si occupa a tempo pieno della casa e della famiglia. Sua madre è una professoressa universitaria che lavora negli Stati Uniti, mentre il padre è morto nella Guerra di Corea. Umi non manca mai un giorno di alzare le bandierine al vento, dalla casa sul porto, senza sapere che il rimorchiatore del padre di Shun risponde regolarmente al saluto. Umi (che significa mare) e Shun si incontrano durante la lotta intrapresa da un collettivo di studenti per contrastare lo smantellamento del Quartier Latin, un edificio storico che fa parte del complesso scolastico. Sono estranei ma presto si scopriranno uniti da un segreto più grande e più vecchio di loro.

Dopo la delusione di Tales from Earth-nonsicapisceuncazzo-sea ero un po’ diffidente nei confronti di Gorō, ma dopotutto Hayao l’aveva detto che il figlio – alla tenera età di 39 anni – non era pronto per la regia, mentre stavolta ha fatto un lavoro decisamente più pulito. Non succedono cose folli e rocambolesche come nei film di Hayao, ma La Collina dei Papaveri ha una compostezza e un ché di sobrio nella narrazione che mi sono piaciuti davvero. Bravo Gorō. Non è ancora eccezionale come il papà, ma ha fatto passi avanti. L’ho davvero apprezzato e ringrazio Alex per questo regalo di Natale.

Tuttavia, prima che vi precipitiate a guardarlo, voglio regalarvi un avvertimento e una riflessione basati sulle premesse che avete appena letto.
Qualcuno, nel malaugurato caso in cui si aspettasse un film pieno di azione e follia alla Studio Ghibli, potrebbe non apprezzarlo e addirittura annoiarsi. Errore. Mai presumere che un film debba rispondere a standard dettati da altri, perché – per l’appunto – è un altro film. 
Una storia come questa poteva essere raccontata anche in un film tradizionale con attori in carne e ossa eccetera eccetera, ma io credo che l’animazione non debba essere un accessorio o un espediente da usare solo per numeri pirotecnici allo scopo di risparmiarsi una scenografia impossibile o complicata. Credo, anzi, che il fatto di raccontare storie come questa ne dimostri la dignità di mezzo narrativo completo e indipendente. L’animazione non è la sorellina povera e bambinesca del cinema, è una forma artistica in grado di esprimere qualunque cosa, e per questo va rispettata.

lunedì 8 ottobre 2012

Il buio si avvicina (Near Dark, 1987)

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La Manson Family di Near Dark
Quando vidi questo film per la prima volta – stiamo parlando della Prima Visione TV, quindi fine anni ‘80 inizio ‘90 – mi piacque e impressionò un sacco. Era la prima volta che incontravo vampiri poveracci, brutti, sporchi e cattivi, anziché elegantissimi damerini o signori delle tenebre in smoking e mantello. Non posso giurarci né scommetterci alcunché, perché la memoria mi fa difetto quanto le diottrie, ma credo sia stato quello l’istante in cui i vecchi dandy mi vennero a noia e iniziai a preferire i vampiri moderni. Quello che non ricordavo è che la banda di Near Dark fosse una manica di stronzi, dal primo all’ultimo, ma anche questo fa parte del loro fascino, dalla distanza di sicurezza di una TV.

domenica 23 settembre 2012

Prometheus (2012)

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Ieri sera ho visto Prometheus. Secondo me, un film visivamente spettacolare e ben recitato, ma con una sceneggiatura… ve lo devo dire, la sceneggiatura di Prometheus mi ha ricordato Voyager di Giacobbo nella prima parte e un Festival del Dadaismo nelle scelte successive. Ho persino sospettato che Ridley Scott iniziasse a soffrire della Sindrome di Dario Argento, mostro sacro che accieca la vista dei suoi stessi fans incapaci di vederne il declino. Bene, sono felice di dire che sbagliavo, perché la sceneggiatura e tutto quello che non funziona dipendono invece da Damon Lindelof, sceneggiatore proveniente da prodezze televisive dadaiste come la supercazzola di Lost. Perciò posso accusare Scott solamente di aver lesinato scappellotti e buone vecchie badilate sul testone di Lindelof, che ha scritto una boiata dietro l’altra e andrebbe pertanto punito stando in ginocchio sui ceci a guardare la Corazzata Cotionkin col montaggio analogico e cineforum a seguire. 

Il film mi è piaciuto? Non esattamente. Mi ha intrattenuto? Sì. Difficile quindi applicare un giudizio completo, è un film diviso tra arte e mestiere da una parte e sgangherata cialtroneria dall’altra. Per scendere nel dettaglio dobbiamo entrare nel regno dello spoiler, quindi allacciate le cinture o cambiate canale.


Questa volta, niente cineracconto. Non esattamente. elencherò solo le parti che mi hanno lasciato perplesso o che ho apprezzato, perché raccontare qualcosa del genere in una parodia – per quanto ci abbia provato – non può essere esaustivo. 

domenica 5 agosto 2012

Super 8

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Ho appena visto Super 8, che poi sarebbe J. J. Abrams che gioca a fare Spielberg, ma giusto un pelino meno buonista di Steven
Estate 1979, un gruppo di ragazzini sta girando il suo film di zombie ma un incidente ferroviario libera un alieno in città all’insaputa degli abitanti. I militari sono da tutte le parti, i ragazzini corrono di qua e di là per finire il loro film ma finiscono nei tradizionali casini da film di fantascienza per ragazzi. Da segnalare la strizzata d’occhio al Maestro nella comunicazione empatica tra umani e alieno. Come al solito i buoni sentimenti prevalgono, anche se stavolta muore un po’ di gente (tanto chi schiatta non è essenziale alla trama). 
Tutto sommato niente di ché e non capisco perché SKY lo classifichi per bambini accompagnati, visto che quanto a violenza e azione sono di scorza ben più dura di quella che serve per guardare questo E.T. del XXI secolo. In conclusione, diciamo che ci si passa il tempo, ma in giro c’è decisamente di meglio.

giovedì 31 maggio 2012

Da Bambi a Barker in un post di formazione accazzo

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ATTENZIONE: questo è un post accazzo la cui ispirazione è nata su Facebook grazie a una domanda di Alessandro Girola: «Chi ha ucciso la mamma di Bambi?», che ha generato un cazzeggio alienante che non vi dico. Se quello che scrivo vi sembra non abbia senso, avete indovinato. O forse no.
Bambi (1942). C’era una volta un cerbiatto che aveva un nome da cheerleader. Suo padre non lo cagava neanche col Guttalax, sua madre morì e lui si mise a frequentare conigli e puzzole, poi riuscì a impietosire una cerbiatta abbastanza oca da dargliela, e quando suo padre andò in pensione rilevò la foresta. – FINE
Ho visto Bambi quando ero già grande, e quando dico grande intendo che mi facevo la barba. Non ho mai pianto per la madre impallinata, non ho mai provato particolari sentimenti per questo film e per anni – visto che da bambino non me lo facevano vedere – ho pensato che quel cerbiatto fosse una femmina. La cosa buffa è che da piccolo vidi La Collina dei Conigli, dove c’è sangue e morte, però tutto quello che mi portai a casa fu il desiderio di un coniglietto. Non credo di essere stato un bambino deviato, piuttosto siamo noi adulti a dimenticare quello che ci toccava davvero da piccoli, e così diventiamo paranoici. A distanza di anni ho rivisto La Collina e ho letto anche il libro, adorandoli entrambi. Invece, tutto quello che mi ha lasciato Bambi l’avete letto nel riassunto qui sopra.

Anche in Bambi c’è un coniglio, quel lagomorfo eccitato di Tamburino. I conigli di Watership Down gli farebbero un culo a presepe. Quello che mi piace della Collina è che ha una sua mitologia interna, che i conigli sono prede – d’accordo – ma proprio per questo devono impegnarsi per essere più cazzuti dei predatori. Bambi scappa dai cacciatori, dal fuoco e dai cani, ma il livello di identificazione che ho avuto con lui è pari all’empatia che provo per la saponetta sul lavabo. 
Probabilmente il tempo in cui l’avrei dovuto vedere era passato, un po’ come chi legge oggi Il Piccolo Principe e si fa due palle a manubrio. Per carità, li capisco. A me piacque – e sicuramente mi ha lasciato qualcosa più di Bambi – ma non è mai stato un pezzo forte della mia formazione. Ci sono libri e film che hanno una data di scadenza o un periodo indicato per la consumazione, perché alla fine si cresce e si cambiano gusti. Io per dire ho avuto un periodo di overdose da vampiro con la Rice, e adesso faccio una fatica infame a prenderli sul serio. Se poi Dario Argento ci mette del suo come ha fatto quest’anno, capite bene che con questo accanimento potrei non riprendermi mai più. 

Alla fine, il libro che mi ha segnato di più l’ho letto da adolescente, ed è Il Mondo in un Tappeto di Clive Barker. Rileggendolo a distanza di anni mi sono reso conto di quanto abbia formato e influenzato la mia immaginazione, i miei gusti, e in qualche misura il modo di vedere il mondo. Ci sono molti altri libri e film che potrei mettere in cima alla classifica, ma dovendone scegliere uno o due che mi facciano da Manifesto, la Collina e il Tappeto si guadagnano la vetta. In più, questi libri si ramificano in altri, la Collina richiama alla memoria il Bianconiglio e il Leprotto Marzolino. Il primo, tutto ansioso e obbediente, e l’altro matto come – beh – un Cappellaio. Il Tappeto si lega alla Guida Galattica, conflagrando in quest’idea di viaggiare attraverso mondi fantastici – quelli dell’immaginazione – con un senso di leggerezza e umorismo, che poi è il mio modo di essere, vive e affrontare qualunque cosa, specie quelle più serie. 

Siamo i libri che leggiamo e i film che guardiamo, non c’è niente da fare. Tutto questo crea una mitologia personale, delle chiavi interpretative e degli idoli, così come degli eroi e delle divinità laiche della creatività che possono farsi muse col tempo, e portarci a scrivere storie a nostra volta. Allo stesso tempo ci sono anche gli dei che uccidiamo o ai quali ci ribelliamo, personaggi che odiamo e persino che amiamo odiare, che distruggiamo e ricostruiamo in una nuova forma, perché si cresce e i gusti cambiano; perché il cinema e la lettura sono come il cibo, e magari qualche gusto lo perdiamo mentre altri ne acquisiamo, così come ci sono cose che ameremo e odieremo per sempre. Il bello però resta sempre la varietà a nostra disposizione, e il fatto che si può cambiare idea a ogni pagina e a ogni fotogramma. 

venerdì 18 maggio 2012

Dark Shadows, recensione e cineracconto.

2 commenti
“Dark Shadows” (Tim Burton, 2012).  
Sono stato a vedere Dark Shadows, il più recente e disperato tentativo di Tim Burton per risultare simpatico al grande pubblico. Tutto sommato si è rivelata un’innocua commediola, sebbene ignori quante libertà il vecchio Tim si sia preso rispetto alla serie originale del ‘66, perciò non ho sofferto delle crisi da reboot che sono costate parecchia sofferenza ai fans dell’originale. 
Sembrano lontani i tempi in cui si usciva dal cinema pienamente soddisfatti dopo la visione di un suo film, eppure non si può dire – in tutta onestà – che si sia messo a girare Lammerda© com’è capitato ad altri suoi colleghi. Più che altro questo Dark Shadow è un simpatico cabaret, una rivista in costume nella quale Burton fa finta di tornare ai suoi temi cupi originali e Johnny Depp gigioneggia da capocomico. Non brutto, ma neppure un capolavoro. Tiepido. Chi ha detto insignificante? No, sarà stato uno spiffero.

Prima di venire al cineracconto però voglio sottoporvi brevemente una manche di Sosia accazzo in tema con questo film, poi ditemi voi se non è azzeccato. Io ho pensato a Rheon nell’esatto istante in cui ho visto la faccia di Depp truccata come una maschera kabuki. Giuro.


ATTENZIONE: segue cineracconto con tanti di quegli spoiler che ne avrete visti altrettanti solo sugli aerei di linea o sull’auto di un tamarro, perciò siete avvertiti e invitati a non venite a piangnucolare perché il blogger cattivo vi ha rovinato la sorpresa. Gne gne gne!

sabato 12 maggio 2012

Chronicle: recensione

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Forse anche voi avete visto il trailer aspettandovi la solita storiella giovanile con punte di alta coglioneria, e magari come ho fatto io gli avrete dato comunque un’opportunità per curiosità e perché in fondo i super poteri hanno sempre quell’ascendente lì su noi giovanotti attempati. Se lo avete fatto, bene, il mio lavoro sarà molto più semplice. Se invece siete ancora lì che tentennate gne gne gne, adesso vi spiego tutto, evitando gli spoilers.


“Chronicle” (UK/USA, 2012).
Regia: Josh Trank.
Sceneggiatura: Max Landis.
Distribuzione: 20th Century Fox.

Girato come un mockumentary, Chronicles racconta le gesta di tre adolescenti che entrano in possesso di straordinari poteri. E già questo potrebbe portare a Lammerda©, invece scopriamo che i personaggi sono ben delineati e hanno motivazioni chiare fin da subito, che tuttavia si evolvono durante la storia per portare a un finale che non è poi così annunciato come sembra. 

Mancano i buoni che sono buoni e i cattivi che sono cattivi – motivo che può aver portato il pubblico di IMDb a un tiepido 7.2 in mancanza di una dicotomia più netta e classica – perché in Chronicles la natura dei protagonisti è determinata dalle loro esperienze che vengono comunque documentate in corso d’opera. Andrew vive una condizione familiare estrema, in più a scuola è un nerd reietto. Suo cugino Matt è un ragazzo popolare che, dietro ai discorsi filosofici, nasconde un’insicurezza che fa capolino soprattutto con le ragazze. Steve è il figo della scuola candidato alle elezioni scolastiche, e tanto basterebbe a farne uno snob, ma in realtà è un ragazzo socievole, amico di Matt e che non giudica e impara a conoscere Andrew. Hanno vite che non sono interamente loro, che non vogliono o che gli stanno un po’ strette, a chi più e a chi meno. Poi capita questa cosa, e tutto cambia.

Tutto sommato, nell’economia del film la tecnica del mockumentary non era indispensabile – a tratti risulta anche forzata – anche se all’inizio, e successivamente in un paio di altri momenti, ha la sua plausibilità come desiderio di Andrew di filmare la sua vita difficile o, come fa notare Matt, per mettere un filtro tra se stesso e la realtà (fosse anche una telecamera) per sfuggirle in qualche modo. Diciamo che questo metodo ha alti e bassi, ma alla fine quel che conta è la storia. A questo proposito, Hell faceva notare come i poteri e la perdita di controllo ricordino il film di animazione Akira di Katsuhiro Ohtomo, cosa a cui non avevo pensato ma che in effetti si rivela come un precedente illustre e azzeccato. Come in Akira, assistiamo alla caduta degli dei – ancorché in formato ridotto – attraverso una picchiata nel delirio causata dall’impotenza di controllare la propria vita, e allora ecco che i grandi poteri danno alla testa e la storia si racconta da sé, ma quel che conta è come viene raccontata, e vi assicuro che il risultato è positivo. Dategli una possibilità, non saranno eroi in calzamaglia ma è un bel modo di guardare ai nostri amati super. Sicuramente, un punto di vista originale.

Bene, la recensione è finita e potreste anche andare in pace, ma vi rubo solo un momento per condividere una riflessione nata proprio sulla questione Chronicle e l’accoglienza che sta ricevendo.

Noto sempre più spesso come il grande pubblico non voglia essere sorpreso ma assecondato, rassicurato e accontentato negli schemi che gli sono più cari. Non pensa troppo ed è poco critico, tanto che quasi mai lo sento lamentarsi per la sceneggiatura, ma piuttosto per gli eventi infausti occorsi ai loro eroi, quasi che il cinema e la TV non siano i prodotti creativi realizzati da terzi che sono in realtà. Non riflettendo su questo, lo spettatore dimentica il suo ruolo rinunciando al suo senso critico, e quindi al progresso del cinema che – infatti – non fa che servire precotti a una clientela che ha perso il palato.

Forse sbaglierò, ma questa è la mia impressione.

domenica 6 maggio 2012

Capitan America e il mistero della solanacea asgardiana!

6 commenti

ATTENZIONE: la lettura di questo post è sconsigliata ai minori di spirito. Tuttavia, se intendete procedere nonostante tutto, ogni danno inferto alle vostre capacità mentali non sarà da ritenersi di mia responsabilità.

… tutto questo per dire che ho visto Capitan America. Bellissimo. Il personaggio, la storia, la scenografia, il mescolarsi di fantascienza e anni ‘40 – le Luger che sparano raggi laser! – tutto splendido, guardatelo. Anche voi che storcete il naso perché è un personaggio così politicizzato bla bla bla e troppo americano gne gne gne, aprite la mente e guardatelo. Non ve ne pentirete!

Oh, e poi c’è il Teschio Rosso, il super cattivo nazista dell’Hydra interpretato da Hugo Weaving, che ho visto per la prima volta in Priscilla, la regina del deserto dove era la favolosa Mizzi. Dico, da Drag Queen a Teschio Rosso passando per l’Agente Smith di Matrix, V per Vendetta e Elrond del Signore degli Anelli. Quest’uomo sa fare di tutto, e magari se guardate bene bene bene lo spot dei comodini Foppapedretti lo scoprite anche lì nel ruolo del terzo cassetto dal basso.

Va bene, ma lasciamo in pace Hugo che deve calarsi nella dura parte del legno e torniamo al Teschio Rosso – il cui make-up è perfetto, per inciso – che acquisisce potere da un cubo asgardiano dai grandi poteri (potere potere potere, la ridondanza ci vuole, stacci), perché l’Hydra nasce come reparto di ricerca sovrannaturale specializzato in tradizioni norrene, come piaceva al baffetto monopalla. Solo che il Teschio ce la fa, trova il potere e ne sfrutta l’energia, anche se prima ha cazzeggiato con la formula incompleta del super soldato che gli ha regalato quella gradevole sfumatura color San Marzano (poi la stessa formula verrà perfezionata per creare Capitan America, che invece non somiglia a una solanacea).


Ecco, ma è stato guardando il Teschio che si trastullava coi poteri asgardiani pappappéro che ho pensato a un altro tizio che si gingillava con la maschera di Loki, ossia quel pomodoro acerbo di Mask. Ci avete pensato anche voi, vero? Lo so, è inutile che guardate dall’altra parte e fate le smorfie, sono gemelli asgardiani separati alla nascita. Così mi sono domandato che accipotta ci vedono gli asgardiani (sì, godo come un riccio nell’usare questa parola, fatevela piacere) nei tizi senza capelli, tutti colorati e con la faccia a bandiera pirata. Vabbè, questi campano di battaglia e immagino che un teschio non gli faccia caldo né freddo; però è un bel dilemma, non trovate? O magari no, sono solo io che scivolo nella follia sulla solita buccia di banana. E vorrei proprio sapere chi le lascia sempre in terra.

mercoledì 28 marzo 2012

Un po’ di cinema e TV accazzo!

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«If you ever get close to a human and human behaviour, be ready to get confused. There’s definitely, definitely, definitely no logic to human behaviour. But yet so, yet so irresistible. And there’s no map, and a compass wouldn’t help at all». – Bjork, “Human Behaviour” (Debut, 1993).
Inizio con una citazione che è spesso vera, stavolta però la applichiamo ai personaggi di The Walking Dead perché there’s definitely, definitely, definitely no logic to TWD behaviour, credetemi. Tutti i personaggi si comportano in base alle necessità di una trama isterica malamente adattata da un fumetto di successo (che non ho letto ma del quale mi si dicono grandi cose), che qui viene amputato e decomposto come quegli zombie che dovrebbero fare la parte del leone di TWD e invece fanno timidamente capolino ogni tanto. Personaggi come Lori, Rick, Shane, ecc. cambiano idea dall’oggi al domani solo per regalare un colpo di scena senza capo né coda. Eppure questa serie piace, e a chi non piace regala comunque una dipendenza da cazzata più grossa. Dopo un po’ resti a seguirla per vedere che altro s’inventano, è un gioco al massacro sulla minchiata, una scuola circense di alta coglioneria. Dopo aver visto due stagioni, una più assurda dell’altra – nelle quali abbiamo sfiorato picchi di teatro dadaista – attendo anch’io la terza con un moto di reverente stupore (del tipo che ti coglie davanti a un’orca che emerge dal gabinetto e ti morde il culo). All’inizio inorridivo, poi grazie a Hell ho capito che non stavo guardando una rivoluzionaria serie sugli zombie (venuta così male da far rimpiangere puttanate mostruose come Maial Zombie), ma la soap opera non morta Centovetrine of the Dead (leggete tutti i riessunti della seconda stagione se siete curiosi). Accettato questo, è stato più facile andare avanti ridendone serenamente malgrado le bottarelle buoniste alla “dobbiamo conservare la nostra umanità” per poi fare l’esatto contrario, tanto facciamo un po’ come cazzo che ci pare.

Sull’onda di questo buonismo che mi ha un po’ trifolato i coglioni con ricetta classica, la FOX – dopo un battage pubblicitario esagerato che è ingrediente principe della trifolatura – ci ha recentemente regalato Touch, degli stessi autori di Heroes che però stavolta devono aver preso una porta girevole contromano e battuto la testa ripetutamente contro il vetro rinforzato. Ho visto la prima puntata con perplessità. La botta di matematica del caos trattata come mistica e il ragazzino autistico ma geniale col padre uomo d’azione, pareva la fiera dell’avanzo di cinema già visto. Il finale poi, con la morale e lo schema ripetitivo in cui il tocco di un angelo (mamma mia che orrore) salva le vite di alcune persone facendole incontrare, è da crisi diabetica. Ogni episodio è un esercizio di stile per mostrare come riescono a intrecciare storie apparentemente slegate in un nodo gordiano di melassa. Ne ho guardato un secondo episodio per vedere se ci fosse qualche margine di miglioramento, ma già a metà della puntata mi sono reso conto che non volevo sprecare il mio tempo e la mia vita davanti a quel programma.

In settimana però grazie al satellite ho avuto una piacevole sorpresa che magari ai più parrà una cazzata, ma che a me divertì un sacco la prima volta che c’inciampai. Si tratta di Bubble Boy, una storiella bizzarra su questo ragazzo che vive in una camera sterile perché nato senza anticorpi. Nonostante le premesse, non è un film drammatico. Il protagonista è interpretato da Jake Gyllenhaal (e questo è anche il primo film in cui l’abbia mai visto recitare) e la sua missione è raggiungere le Cascate del Niagara per impedire alla ragazza che ama di sposare un’imbecille allo stadio terminale della stupidità. Per farlo si costruisce una tuta isolante a forma di bolla, da cui il titolo. Nel cast appare anche Danny Trejo in un ruolo divertente e sopra le righe (Danny-fans, non perdetevelo), ma anche gli altri personaggi sono un coro di bizzarri soggetti che meritano almeno una rapida menzione, a partire dalla madre isterica e iperprotettiva e il padre sottomesso che non parla mai ma rincorrono il figlio per tutti gli stati, poi la setta dei Brillanti e Luminosi (dove tutti i ragazzi si chiamano Todd, le ragazze Lorraine, e vivono insieme in castità) che appaiono nel video qui sotto e che vi consiglio di ascoltare (e guardare, visto che è una sorta di trailer) perché adoro questa canzone (non solo per il ritmo orecchiabile e coinvolgente, ma anche perché è così cheeful & creepy), seguono il Dottor Phreak e i suoi mostri, un gelataio indiano che gira con un furgone bardato da carro di Shiva e vende anche curry, poi il terzetto Pappy, Pippy e Puttana (o Punani), eccetera. Forse non è un capolavoro indimenticabile della cinematografia e non ha mai aspirato all’Orso di Berlino, ma ha un buon ritmo e non si prende troppo sul serio. Anche i momenti che potrebbero scivolare nello zucchero hanno il loro bravo freno dell’ironia. Insomma, dopo qualche fregatura rivedermi a sorpresa qualcosa di divertente e ben fatto è stato bello.




Se vi propinano merda, il mio consiglio è di non prendervela. Ridetene e guardatevi una cazzata, magari una fatta bene. Non di solo Essai vive l’uomo, ci sono anche film che senza essere pretenziosi fanno il loro lavoro. E sinceramente, questa cosa di snobbare la comicità in favore di roba seria e tragica mi ha un po’ rotto le palle. Si può dire di tutto facendo ridere la gente, che poi se ne ricorderà meglio che se ci avesse pianto sopra (altrimenti non esisterebbe la satira). La verità è ancora là fuori, e fa sempre ridere. Che vi piaccia o no.

venerdì 23 marzo 2012

Dylan Dog, il film: recensione.

13 commenti
Tempo fa ho parlato del film su Dylan Dog paventandone l’avvento nei cinema, stasera però l’ho visto sul satellite. Oh, avevo ragione. Terribile. Adesso non dite che sono un nostalgico del fumetto o un fanatico purista, perché io DD non lo leggo da anni. No, il problema non è l’attinenza all’opera di Sclavi. Fosse solo quello stavamo a posto, perché a sistemarla bastava il casting. No, anche preso come fenomeno a sé, è un film scemotto. DD – il fumetto DD – è ben scritto, sarebbe bastato attingere a quelle trame e il gioco era fatto, cosa che è stata evitata con accorta e circospetta negligenza: «Hai visto mai che non ci venga la solita cagata? Shame on us!» dice il produttore, e di conseguenza si comporta.

Il mio incubo è questo film.

Il buon Dylan è interpretato dal bisteccone di Superman Returns (che in veste di Uomo d’Acciaio aveva comunque un’espressione di ghisa acconcia), qui invece è poco più di un modello che si aggira per la città dei mostri (New Orleans invece di Londra) a far domande. Poi, perché le creature della notte debbano rendere conto dei fatti loro a questo, che pare un tronista della de Filippi, non si sa. C’è anche la biondina in difficoltà, che gli è morto il papà e Dylan la vuole aiutare perché pappappéro, ma tanto DD ha sempre avuto un parterre di donne alla 007, e quindi ci sta (ci sta, ci sta). Quello che fa male, tanto male al cuore, è l’assenza di Groucho, ma gli eredi dei Marx non hanno voluto concedere l’utilizzo dell’immagine (dagli torto). Oh, però c’è Marcus. Che io non gli avrei dato un cinque all’assistente di rimpiazzo, proprio perché viene a coprire il ruolo di Groucho con un umorismo nettamente diverso, però alla fine è simpatico e poi l’attore mi piace (è quello che fa il licantropo nella versione USA di Being Human). La storia invece è un florilegio di cazzate, la solita menata dell’artefatto che dà un grande potere e tutti lo vogliono, roba da domandarsi se la quest sceneggiatura non l’abbia scritta il nipotino nerd del regista.
Il massimo però lo danno le citazioni. Tu sei lì che fai di tutto per dimenticarti DD e convincerti che quello che stai guardando non gli è manco parente (anche per conservare un minimo di sanità mentale) ma loro – sadici – non te lo permettono, e qua e là spunta un poster dei Fratelli Marx a coprire una cassaforte o passaggio segreto, poi un vampiro italiano di nome Borelli (povera Bonelli, pure citata male) e “Sclavi” che è l’ultima parola pronunciata da un testimone morente, dopo di che stai li a guardare ‘sto tronista vestito da Dylan Dog che rimugina: «Sclavi… Sclavi… cosa significherà questo nome?» Significa impiccati, che è ora.
Vabbè, poi battaglia campale per il superpotere risolta in trionfo di effetti speciali for dummies con tarallucci e vino serviti a parte, e il finale con… ve lo dico? Ma sì dai, tanto si capisce subito. Dylan e Marcus, finalmente soci alla pari, che s’incamminano verso l’alba scambiandosi battute di spirito. Oh, io ancora mi domando come mai, per i diritti di Casablanca, gli eredi non abbiano fatto le stesse storie dei Marx, perché in quel momento ho avuto un déjà-vu di Bogart e Rains al principiare della loro bella amicizia sulla via di Brazzaville.

Ecco, e questo è tutto. Quel che posso dirvi è di guardarlo se siete curiosi, o di passare oltre se avete poco tempo da perdere. Stavolta non ho fatto il cineracconto e ho evitato gli spoliers per quanto possibile, anche perché ogni tanto mi sono distratto per il semplice motivo che il film è pure noioso, a parte i momenti in cui c’è Marcus, ma a ‘sto punto spero di vedere Sam Huntington in una cosa tutta sua, una che non contempli ripetuti abusi su una trama originale che però viene ignorata.

Voglio solo aggiungere che secondo me questo film non andava fatto, perché una volta ricevuti i no per Groucho, le locations eccetera, era meglio desistere e passare a un soggetto originale. Quello che è stato realizzato non è DD, ma un prodotto che cita e scimmiotta l’Investigatore dell’Incubo prendendo in qualche modo per i fondelli il suo fandom. Anche se alla fine io non me la sono neppure presa, perché è come se tuo nipote di quattro anni disegnasse un Goldrake che somiglia più a Mazinga Z su un piatto di cozze. Che fai, t’incazzi? Allora sei scemo. Porta pazienza e spera che impari, se no amen. Poi, se insiste, gli nascondi i Gormiti.

sabato 3 marzo 2012

Sei tu un Dio?

7 commenti
«Subcreature! Gozer il Gozeriano, Gozer il Distruggitore, Volguus Zildrohar! Il Viaggiatore è giunto. Scegliete! Scegliete e perite!»Ghostbusters, 1984.

Ecco, non è un amore?

Sì, perché a me Gozer, Cthulhu e tutti i super cattivi esagerati, ispirano istantanea simpatia. Sono così assoluti nel loro odio, e perfettamente convinti di essere i veri super sovrani dell’universo, da risultare sopra le righe quel tanto che basta a farne delle leggende – e degli spettacolari show-men (o show-entities). Infatti li ricordi poi con affetto, come il Guardia di Porta Zuul e quella simpatica storia col Mastro di Chiavi, Vinz Clortho. Che mattacchioni! Già, ma una curiosità che ho sempre avuto è stato il volto dietro Gozer, tarlo che grazie alla rete mi sono levato qualche tempo fa trovando foto e – magre – informazioni su Slavitza Jovan, l’ex modella di origine serba che lo interpretò. Ecco, i lineamenti nella foto che vedete sono perfettamente riconoscibili per quelli del nostro amato Distruggitore, mentre in questa immagine più recente, dove posa con un fan, ha un’espressione che sembra preannunciare una nuova Apocalisse (per noia, se non altro). Bene, spero di non avervi spoetizzato il ricordo mostrando il volto dietro al mito, ma anche se fossi una gatta che vuole del lardo, non resisterei alla curiosità… tanto so che anche se dovessi rimetterci lo zampino, la soddisfazione mi resusciterebbe.

domenica 12 febbraio 2012

In Compagnia del Lupi

8 commenti
In Compagnia dei Lupi (The Company of Wolves, 1984) è un film di Neil Jordan basato sull’omonimo racconto breve di Angela Carter (contenuto nella raccolta The Bloody Chamber), e insieme ne firmano la sceneggiatura a quattro mani.

La storia riprende la fiaba classica di Cappuccetto Rosso, ma ne fa qualcosa di completamente nuovo. Nel presente, Rosaleen (Sarah Patterson) è una ragazzina che sogna una vita e una realtà diverse dalla sua, lontana dalla sorella maggiore e dai genitori che – dice – non la capiscono. Nel sogno vive in un villaggio circondato dal bosco, dove la regola più importante è non lasciare il sentiero, ma questo sogno contiene altre storie che una dopo l’altra ci raccontano la natura del lupo. Non tanto quello che – seppur a ranghi ridotti – popola anche il nostro Appennino, ma il tipo che tiene il suo pelo nascosto dentro. La sua guida nella scoperta di questi misteri è la Nonna, interpretata da una formidabile Angela Lansbury.


Sono incappato in questo film tanto tempo fa, un po’ come Cappuccetto incontra il Lupo, per caso. Passeggiavo di canale in canale alla ricerca di qualcosa d’interessante quando eccolo lì, a rapirmi dal primo all’ultimo fotogramma. Malgrado gli effetti speciali un po’ goffi (ma ingegnosi) e il budget limitato, ogni scena risulta suggestiva. La storia poi è sostenuta da una sceneggiatura di sana e robusta costituzione, così rara di questi tempi. Sebbene qualche scena possa turbare i più impressionabili, non si tratta di un horror. Nel modo più assoluto. È piuttosto una fiaba cruda, di quelle che tengono fede alla voce o alla penna di chi le narrò per primo, senza edulcorate concessioni “moderne”. Eppure sa farsi delicata, e sfiorare l’immaginazione con immagini potenti che incantano.

Di più non saprei dire senza raccontare l’intero film, e poi c’è chi ne ha saputo scrivere meglio di me. Comunque, per lasciarvi un assaggio, ecco la filastrocca recitata sui titoli di coda. Per me è rimasta negli anni una delle citazioni cinematografiche più significative – a livello personale – che abbia mai incontrato.

«Da quanto dura questa cantilena? Non correre da sola dentro il bosco, non fermarti da sola per la strada. Non devi mai fidarti dell’estraneo che si avvicina a te con gentilezza; la beltà s’accompagni alla saggezza. Il lupo assume le più strane forme, con l’ambigua parola che t’inganna. Mai lui rivelerà i propri intenti. Più dolce la sua lingua, più aguzzi i denti».

lunedì 12 dicembre 2011

Io sono Leggenda (2007), cineracconto

20 commenti
Oggi i ragazzi di Moon Base mi hanno ricordato questa boiata questo film, così sono andato a ripescare il cineracconto scritto a suo tempo dandogli una sistemata per riciclarlo postarlo sul blog. A chi l’ha già letto, potete comunque dare un’occhiata alla nuova stesura. Agli altri, buona lettura.

Attenzione: SPOILERS

domenica 27 marzo 2011

Io sono l’amore, il cineracconto

10 commenti
Questa pellicola mi è stata segnalata da Polideuce, che voleva ne assaporassi e commentassi la pomposità indigesta e le involontarie cretinerie. Beh, eccola anche sul vostro menù. Bella segnalazione, il film un po’ meno. Però mi sono divertito a scrivere il cineracconto.

2009, Italia, colore, 120 minuti.
Regia: Luca Guadagnino.
Sceneggiatura: Barbara Alberti, Ivan Cotroneo, Walter Fasano, Luca Guadagnino.
Interpreti: Tilda Swinton, Flavio Parenti, Edoardo Gabbriellini, Alba Rohrwacher, Pippo Delbono, Maria Paiato, Diane Fleri, Waris Ahluwalia, Gabriele Ferzetti, Marisa Berenson.
Partiamo dal titolo pretenzioso, più opportunamente traducibile in “Io sono la noia”. Guardatelo a puntate o facendo pause, che tutto in una volta va di traverso. Inoltre, forse anche voi vi sarete chiesti: «Si può sapere chi è Luca Guadagnino?» Beh, cito da Wikipedia:
Cineasta nato a Palermo, ha raggiunto la notorietà nel 2005 dirigendo il film Melissa P., tratto dall’omonimo libro scandalo di Melissa Panarello. Nel corso della sua carriera ha inoltre diretto numerosi videoclip della cantautrice Elisa.

Con il film Io sono l’amore del 2009 ottiene un discreto successo internazionale e vince l’Alabarda d’oro per la miglior regia al festival Alabarda d’oro 2010. Nel 2011 la casa di produzione inglese Ruby Films sceglie Guadagnino per sostituire Oliver Hirschbiegel alla regia del film Corsica ‘72, film romantico a sfondo mafioso, che vede Gemma Arterton come protagonista.
Va beh, da dove comincio? Intanto, cineasta (che puzza un sacco di “mi sono scritto da me la mia pagina di Wiki”) e Melissa P. in una sola frase, non si possono vedere! E poi l’Alabarda d’oro. No, ma davvero esiste un premio con questo nome? Perché non ne sono stato informato? E soprattutto, Goldrake lo sa?

Okay, la pianto.

Passiamo al film.

Oh, gran bella fotografia, immagini e inquadrature dall’estetica appagante eccetera eccetera, ma il resto… va beh, andiamo per ordine.

La famiglia Recchi – anzi, chiamiamoli Ricchi, visto che sono proprietari di una Mega Ditta fantozziana (e comunque ci tengono a ribadirlo fino alla fine) – si riunisce per il compleanno di nonno Vecchio Trombone, capo pater familias e Mega Direttore Galattico nunc et semper.
Lui, il vecchio – ormai con la data di scadenza sul manico – dice che lascerà il suo posto a Tancredi (è ricco, può chiamare suo figlio come gli pare, anche Princess Beyoncé). Gli fa anche un bel discorsetto, ringraziandolo per essere stato l’erede che ha sempre desiderato eccetera eccetera, ma poi aggiunge che dovrà dividere la dirigenza della Mega Ditta con la terza generazione di Ricchi, ossia suo figlio Edoardo.
… o come dicevan tutti, Edo. Oh, a me ogni volta tornava alla mente quel «Lorenzo, o come dicevan tutti Renzo» del Manzoni.
Perché, dice il vecchio: «Ci vorranno due uomini come voi per farne uno come me».
Appena una punta di egomania, eh?
Non vi dico la faccia di Tancredi, che ci resta come una merda sotto la gabbia degli elefanti. Edo invece è un po’ imbarazzato, ma mica dispiaciuto.
Vorrei vedere. Un giorno avrai un acquario d’impiegati con Fantozzi che fa la triglia, la poltrona in pelle umana e una foresta di ficus!
La famiglia, nel suo nucleo principale, è composta da Tancredi (espressivo come un coprimozzo), Tilda Swinton (che fa la madre di origine russa, praticamente la protagonista), il già citato Edo, Gianluca (il Fratello da Parati, che mai si stacca dallo sfondo) e Betta, sorella biondina e in apparenza problematica.

Comunque, a cena con la famiglia c’è anche la Ragazza Invisibile, inutile fidanzata di Edo, che racconta di come il moroso abbia perso la gara di atletica battuto da un cuoco, che poco dopo arriva portandogli una torta di consolazione. Il giovanotto ha la barba, perciò lo chiameremo Barbacuoco (anche se lui si chiama Antonio), e una povertà lessicale inversamente proporzionale all’oro dei Ricchi, visto che ripete «non si preoccupi» e «fa lo stesso» per rispondere a ogni cosa, da «resti, la prego» a «la torta va messa in frigo?» (giuro).
E qui vi prego di tenere ben presente che si recita – tutti – sempre in modo rigido/inetto e impostato, tipo fiction TV. Insomma, una palla.
Qualche mese dopo, il Vecchio Trombone è morto. 
Edo compie gli anni e a preparare il buffet per la sua festa c’è l’amico Barbacuoco.
La Tilda, che già la prima volta c’aveva fatto l’occhio, adesso è in piena cotta. Si fa pure un orgasmo gastronomico pranzando nel ristorante dove lavora il Barba, che le porta un piatto con due gamberetti di numero e qualche verdura a cubetti. Beh, a lei quel niente che con una forchettata va giù (e che invece mangia a piccoli pezzettini, tagliandoseli pure con coltello e forchetta), provoca un’epifania di sapore e piacere. Come lo so? Beh, un occhio di bue si precipita su di lei mentre il resto della sala si fa buio.
Ah, che idea innovativa e a cui nessuno era mai giunto prima! Sono impressionato.
Nel frattempo – perché la sottotrama fine a se stessa fa complessità (dicono) – Tilda scopre che la figlia non è problematica, è solo lesbica, ma non sa come dirlo al padre e al Fratello da Parati. In più, a Londra, dove Tancredi e Edo si stanno occupando della Mega Ditta che – gufatissima dal discorso d’addio del Vecchio Trombone – è a rischio vendita, Betta studia arte e frequenta una sua insegnante. Nessuno però si fa un problema del conflitto di interessi in questa relazione (d’altra parte, sono Ricchi).
Intanto Tilda freme di desiderio per Barbacuoco, e quando le dicono che ha intenzione di aprire un ristorante dalle parti di Sanremo, in società con Edo, lei capita “casualmente” in paese. Poi, mentre è lì che guarda un gruppo di guglie che le ricordano l’amata Russia, nota Barbacuoco che passeggia, ma siccome non vuole passare per una stalker di mezz’età, s’infila nel primo negozio che capita.
Tu guarda, è un’elegante libreria da cui tiene d’occhio la strada fingendo di sfogliare un libro o un catalogo d’arte.
No, dico, mai che capitino dal fruttivendolo o dal droghiere, eh! Questi film d’essai sono una garanzia; se stai inseguendo o stai scappando da qualcuno, entrerai in negozi chic che spuntano come funghi dall’umido. Oh, ma sono io che vado a spasso nel film sbagliato? Va beh, ‘sta cosa m’è rimasta qui sul gozzo.
Comunque esce stringendo il libro/catalogo (senza pagare!, ché ‘ste volgarità nel cinema leccato non le vogliamo vedere) e va a sbattere proprio contro Barbacuoco.
Ennò, ma allora lo fate apposta! Il cliché è l’altra regola d’oro del film d’essai, mi sa. O di quello pretenzioso, almeno.
Alla fine Barbacuoco la invita in campagna, dove farà il ristorante che non è ancora pronto. Qui si capisce che per il Barba tira più un pelo di Tilda che un carro di buoi, e infatti si danno al bacio appassionato con effetto sfumato. Poi c’è il cambio di scena, e Tilda torna a casa con un sorriso che non le si leva dalla faccia neanche a scalpellarlo. Da quel momento vivono una storia segreta in cui si raccontano le loro cose, tipo che Barbacuoco, pur avendo un accento toscano che levati, c’ha il babbo ligure e in liguria è cresciuto e ha imparato a cucinare.
Che, dico io… e l’accento? Va beh, magari mamma era toscana lei… ma allora ti frustava con la cinghia perché parlassi livornese stretto, visto che di solito l’accento lo prendi da dove abiti, e non dai geni! Lo so bene io, che pur avendo una madre pugliese non capisco un carciofo del suo dialetto.
Bene, comunque gli incontri s’intensificano e ci scappano scene di sesso esplicito, con primi piani ginecologici sulla patata della Tilda e proctologici sulle chiappe di Barbacuoco.
Ah sì, sul set dev’esserci anche un andrologo, perché al Barba gli inquadrano pure lo scroto.
Dopo il sesso spinto d’essai, mentre Barbacuoco le taglia romanticamente i capelli, la Tilda gli racconta di come ha conosciuto Tancredi in Russia, perché i Ricchi – per non farsi mancare nulla – collezionavano arte oltre cortina (di ferro, non d’Ampezzo), e suo padre era restauratore (oltre che contrabbandiere, suppongo). Tutto questo ci scappa tra un primissimo piano di capezzolo e metri su metri quadrati di pelle pallida sotto il sole.
Nello svolgimento di questi languidi desii sull’erba, Edo passa per un saluto, ma non trova nessuno in casa, solo un ciuffo di capelli biondo rossiccio per terra, allora se ne va.

Intanto il gufamento di Vecchio Trombone raggiunge l’apice, e i Ricchi vendono la Mega Ditta agli inglesi. 
Edo va da Betta, e le fa: «È finita».
Al che lei, giustamente, scuote il capo e risponde: «Diventeremo solo più ricchi».
Infatti la famiglia non si preoccupa affatto, tanto che invita a cena l’acquirente, un imprenditore anglo-indiano di religione sikh.
Anche stavolta, a preparare la cena c’è Barbacuoco, che ormai è come di casa (cioè, di cucina). È la tragedia! Edo guarda la zuppa e ha un momento alla Signora in Giallo. Tutti i tasselli si collegano; la zuppa che gli faceva sua madre da piccolo e che solo lei può aver insegnato al Barba, il ciuffo di capelli uguali a quelli di sua madre, il catalogo rubato a Sanremo… poi la guarda in faccia, si alza ed esce. Tilda lo segue. Litigano in russo per la maggior parte del tempo (non si capisce una mazza, quindi la recitazione da fiction non disturba e la scena ne guadagna), poi lui le dice che non esiste più. Lei fa per toccarlo, lui si ritrae come una ragazzina e scivola, batte la testa su una pietra e cade in piscina. Rapido e letale come un coglione che cade nell’acqua (ops).

In ospedale dicono che non c’è più niente da fare. Rimosso dal cranio l’ematoma (che occupava più spazio del cervello, visto che quest’ultimo gli aveva sempre fatto difetto), non si è più svegliato. In gramaglie di vedovanza, parrebbe il trionfo della Ragazza Invisibile. Ve l’eravate dimenticata, vero? Beh, anche i Ricchi, visto che non se la cagano di striscio e col medico ci vanno a parlare solo Tilda e Tancredi.
Di ritorno a casa, Tilda va in camera di Edo e si addormenta sul suo letto con la sua pecorella di peluche tra le braccia, finché non la svegliano per andare al funerale.
Ciumbia, che dormita!
La governante la veste, la pettina… e ho paura a immaginare che altro faccia, perché dopo giorni a letto è zombificata e (presumo) costipata abbèstia, ma in questo film non si mostra nulla che sia meno che chic, quindi la Tilda è appena un po’ sciupata.

Al funerale, piove sulle statue degli angeli.
Alé! Grandinata di cliché a piacere.
Tilda si allontana in preda a un turbamento d’essai camminando sotto la pioggia fino a una sala del cimitero monumentale. Tancredi la raggiunge per consolarla, ma lei ha un colpo di genio da finale drammatico. Gli dice di amare Barbacuoco.
Lui, che è (o sarà stato) pure un Mega Direttore, ma insomma è anche vero che ha appena perso il figlio, gode un sacco nel sapersi in aggiunta becco (e che per di più l’erede è crepato as a shit litigando con la madre proprio per quel motivo). Così – come Edo – le dice che non esiste. Adieu! Freddo e d’essai pure lui, si riprende la giacca che le aveva messo sulle spalle allontanandosi a grandi e nobili falcate.

A casa, Tilda fa le valige – anzi, gliele fa la governante – e qui abbiamo la scena migliore di tutto il film, recitata dalla governante che prima dà un ultimo abbraccio alla padrona che se ne va e poi cade un un pianto convulso e convincente.
Oh, ‘sto personaggio appare ogni tanto e dice poco, ma è quello recitato meglio.
Tilda guarda la famiglia. Non c’è dialogo, ma uno scambio di sguardi con Betta che piange, sorride e annuisce. Poi la Ragazza Invisibile si mette una mano sulla pancia, e capiamo tutti che Edo ha lasciato il segno, ma ormai la Tilda è sparita e ci sono i titoli di coda.

Oh, ma restate!, perché dopo l’elenco del cast c’è un’ultima e inutile scena di Tilda e Barbacuoco abbracciati in una grotta, tra l’altro la peggior inquadratura e fotografia di tutto il film, che fin’ora era sopportabile giusto per quella.

Va beh,
FINE.

Bello, eh?
Io ho intervallato la visione facendo dell’altro, tipo le mie cose su internet, cazzeggio su Facebook, e più in generale una grolla di cazzi miei per distrarmi almeno un po’ con qualcosa di più appassionante di un semaforo spento. Lo consiglio? Sì, se avete problemi d’insonnia o volete incazzarvi per una sceneggiatura balorda. Certo, l’ideale sarebbe la visione di gruppo con cineforum a seguire, perché la pesantezza e la pretenziosità (non mi stancherò mai di ripeterlo) dell’intera pellicola portano ilarità involontaria. Have fun!

domenica 27 febbraio 2011

L’ultimo, tragico Dylan

8 commenti
Trailer rimosso perché non ho soldi da dare alla Siae.

Io Dylan Dog non lo leggo da anni, però il film lo sarei anche andato a vedere… finché non ho visto il trailer. Non so da che parte iniziare, perciò mi limito a dire la prima cosa che m’è passata per la testa: senza Groucho, che senso ha?
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