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martedì 12 aprile 2011

Dino-fan trip to Dinosauri a Piacenza

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Dopo che la corteggiavo da un pezzo, stamattina sono andato alla mostra Dinosauri a Piacenza, ma andiamo con ordine perché è stata una piccola avventura.


Intanto mi alzo tranquillo e vado in stazione, dove naturalmente il treno del paesello con cui devo fare la prima tappa del mio viaggio fino a Fidenza è guasto – visto che si rompe un po’ più che spesso – così tocca aspettare l’autobus sostitutivo che arriva bel bello a suo comodo e mi porta a Borgo San Donnino (che se non lo sapete è l’antico nome di Fidenza, e qui c’è la nota colta per il lettore curioso) quando ormai ho perso la prima coincidenza utile. Va bene, tanto ce n’è un’altra dopo, dovrò solo passare un’oretta in stazione a leggere. E invece, mentre sto lì già rassegnato e paziente, ecco che la mia temperanza viene premiata dall’arrivo – con ampio ritardo – della coincidenza che credevo perduta.
Ah, l’inefficienza di Trenitalia! Chiude una porta e apre un portone.
Bene, sono sulla via di Piacenza e durante il viaggio butto un’occhiata alla stazione di Fiorenzuola che sembra il solito cesso a cielo aperto, un po’ per l’aroma di gabinetto non lavato che ricordo bene, e in parte per le mattonelle bianche da bagno che “decorano” il sottopassaggio e parte della pensilina, ma è solo un’istante e il viaggio prosegue.
Arrivo a destinazione e via, esco dalla stazione e mi fiondo subito nella direzione sbagliata, ma per fortuna me ne accorgo subito e torno sui miei passi, guardo i nomi delle strade (che sarebbe carino indicare meglio, eh Piacenza?) e trovo la via per la mostra. Qui però faccio una breve digressione, perché proprio mentre sono in dirittura d’arrivo mi telefona la collega A annunciando che sta poco bene e non verrà a fare il pomeriggio, anzi è molto probabile che non ci sia neanche giovedì. A stento trattengo la gioia e dico che va bene, non c’è problema, e felice come una pasqua m’incammino verso l’Urban Center. All’entrata vedo un bel cioppo di persone immobili – e già metto la modalità fila in banca/poste – ma per fortuna è una scolaresca delle superiori che ascolta la guida, così entro, faccio il biglietto e via.
La prima cosa davanti alla quale m’incanto è il fossile – una riproduzione, credo (visto che non c’era teca né protezione di sorta, e l’originale è a Berlino) – dell’Archeopteryx, e subito dopo la mano/artiglio di un Allosaurus e il cranio di un Tarbosaurus che mi fanno scodinzolare come un cucciolo mentre me li guardo da ogni angolazione, soprattutto quelle che non vengono mai riportate in fotografia sui libri. Fatto il mio giretto tra i fossili (e un pieno d’ombra, perché stamattina faceva un caldo becco) si passa alla sezione esterna, dove vado in estasi davanti alle riproduzioni a grandezza naturale dei nostri cari estinti.
Il primo è uno Spinosaurus che resto ad ammirare malgrado il sole a picco. Chi se ne frega! Inforco le lenti da sole e via, non sarà una nana gialla di classe spettrale G2 V (quest’ultima cosa l’ho dovuta controllare su Wikipedia per fare il figo di balsa) a impedirmi di ammirare i miei eroi dell’infanzia e beh, di tutta una vita. Subito dopo Spino, passo al Gallimimus, che mi ha sempre fatto una gran simpatia insieme a tutta la famiglia Ornithomimidae, in particolare l’Ornithomimus in persona che però non è potuto essere dei nostri. Anche qui resto un po’ in contemplazione dell’esemplare, osservando soprattutto come sia stata resa la copertura di piume dalla meticolosa texture applicata dall’artista sul materiale. Ho avuto anche un crossover mentale – si può dire così? – mentre mi domandavo se al giorno d’oggi sarebbe potuto diventare una cavalcatura in grado non solo di reggere il peso del cavaliere ma di mostrare una certa resistenza nel trasportarlo per un tratto anche lungo come fa un cavallo, e allora è partita l’immagine dei tipici incidenti di maneggio con l’amico Gallo, tipo una delle sue codate o una zampata non esattamente da canarino, per non parlare del becco corneo che a occhio deve fare un male cane arrabbiato.
Okay, ma lasciamo perdere le elucubrazioni e andiamo avanti. Non poteva mancare l’amico Tyrannosaurus rex, anche se a me – forse proprio per il fatto che è da sempre l’eroe di tutti – non ha mai suscitato una simpatia esagerata. Oh, però è fatto da dio e resta un colosso mica da ridere, anche se appena lo vedo,  faccio: «Hm, lo facevo più alto».  Sì, proprio come – dicono – succede con gli attori famosi. Certo, non che Rex sia un nano, ma vatti a fidare di illustrazioni e scale di riferimento in libri e compagnia, perché quando ce l’hai davanti in – ehm – plastica (?) e vetroresina (?), è tutta un’altra cosa. Anche qui, mi giro e mi sposto per vederlo da ogni prospettiva, di fronte con le fauci spalancate, da dietro con la coda possente e le “gambe” in movimento, tutto un muscolo che terrorizzava il Cretaceo. Oh, e subito dopo una sorpresa, Dracorex hogwartsia! Un bel “draghetto” il cui nome omaggia la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts frequentata da Harry Potter nella saga di J. K. Rowling. Me lo guardo un po’ e capisco bene il motivo, quel musetto è davvero da drago cinematografico. Con tutte quelle corna e protuberanze sembra fatto e decorato apposta da un artista per un film, peccato le zampine anteriori corte al posto di un paio d’ali esagerate. Però meglio così, no? Almeno non ci sputerà fuoco sulla testa. Poi si cambia ambiente, pur restando all’aperto, ed ecco un bel Pachyrhinosaurus, con la sua bella patata sul naso che gli dà il nome, e la stazza imponente e coccolosa – ehm – dei ceratopsidi.
Ecco, e qui, mentre mi sdilinquisco nuovamente, sento la guida di un gruppo di bambini parlare di estinzioni di massa e delle colpe dell’uomo. Loro sono già al Dodo e io mi sto godendo un colossale Indricotherium, ma appizzo l’orecchio e sento un paio di cose che vengono ripetute ad nauseam, “Estinzione di Massa” e “l’Uomo!”.
«Perché?», mi chiedo.
Sì, qualche pasticcio coi mammut magari l’abbiamo fatto, ma non è cosa certa, mentre sì, l’Uro e qualche altra specie, quelle le abbiamo asfaltate noi, ma un’Estinzione di Massa è altra cosa, e noi – la maggior parte delle volte – neanche c’eravamo. Poi le sento dire che l’Uomo, l’Uomo, sempre l’Uomo (nome e cognome, please!) ha sterminato il Dodo per puro piacere (io sapevo che era stata la concorrenza con gli animali importati dai portoghesi, come capre e maiali, i quali si mangiavano pure le uova di quei super piccioni, ma potrei sbagliare) e insiste che l’Uomo – sempre Lui – ha causato l’estinzione di questo, quello e quest’altro, che è colpevole dell’Estinzione di Massa… va bene, avete capito. Insomma, ho avuto l’impressione che si perdesse più in retoriche ambientaliste che in un’oggettiva presentazione dei fatti (e scusate, ma quando vado al museo io voglio dati istruttivi, non sermoni) premurandosi di instillare in quei bambini, che non hanno ancora avuto il tempo di fare alcunché di male al mondo, il senso di colpa globale per l’ambiente e quant’altro. Non fraintendetemi, sono d’accordo che vadano educati e istruiti si ciò che è stato, ma in modo spassionato e oggettivo, spiegando i fatti senza introdurre una retorica che non possono ancora interpretare in modo critico, perché è facile manipolare ma più difficile educare. Sì, abbiamo fatto e ancora facciamo e faremo i nostri danni a molte specie, ma quando spieghi un’Estinzione di Massa o Globale (che non è la distruzione di una sola o alcune specie, ma di molte e tutte contemporaneamente) a dei bambini che non possono neanche contraddirti, non puoi fare pasticci del genere. Poi è anche vero che i piccini non se la filavano granché di pezza e stavano più che altro a guardare le riproduzioni a grandezza naturale e gli sciami di moscerini nella luce del sole, perciò tanto meglio. Ah sì, di fianco al dodo c’era anche un tilacino, ma pare abbia riscosso meno successo del pollo piccione gigante.
Si passa poi all’ultima sala dove vengono esposte opere pittoriche (sotto forma di poster) di vari paleoartisti, più le ricostruzioni incomplete di un Triceratopo e una Latimeria (erano blu, perciò presumo fosse una fase di realizzazione), tre teste di dinosauri e qualche realizzazione artistica più piccola. Qui ho guardato faccia a muso un piccolo Anurognathus ancora abbozzato, e mi sono intristito un po’ per la mancanza di pterosauri, da sempre i miei preferiti.
Avviandomi verso l’uscita mi sono detto parzialmente deluso, speravo che la mostra fosse più grande e che la sua esplorazione durasse di più. Certo, con una guida doveva essere molto meglio, ma visto che fanno gruppi e io ero solo, non è stato possibile. Pazienza.
Uscendo ho salutato un sauropode di cui non ricordo il nome, e che all’arrivo – tanta era la fretta di entrare – non avevo neanche notato. No, dico, vi pare possibile passare accanto a un bestione alto come un palazzo senza farci caso? Sì, proprio dove gli studenti facevano capannello e io ho creduto di dover fare la fila! Va bene, sono un distratto cronico, ma per lo meno quell’ultima botta di dinomania mi ha messo di buon umore per il rientro.
Ecco, e ne avevo bisogno!, perché guardando gli orari scopro che nel migliore dei casi dovrò aspettare un’ora per il treno, e una volta a Fidenza sarò nelle mani del Fato quanto ad autobus per tornare a casa. Ehi, ma c’è un Intercity che parte prima! Ottimo, vado a pagare il supplemento e torno al binario a leggere finché non si parte. Et voilà, siamo di nuovo in viaggio. Dopo la botta di culo dell’Intercity – va beh, diciamo che facendo due conti è venuto fuori che mi è costato più il viaggio della mostra, ma fa lo stesso – arrivo a Borgo San Donnino (siete stati attenti all’inizio? occhio che interrogo!) e mi dicono che forse l’autobus non parte, per fortuna non faccio in tempo a gettarmi nello sconforto che l’autista arriva e dice che si va ma è l’ultima corsa. Evviva, un’altra botta di culo! Mi sa che per quest’anno è tutto, come minimo d’ora in poi pioveranno sangue e rane mentre sciami di cavallette mi tormenterano in quanto primogenito e bla bla bla, piaghe a piacere.
Alla fine torno a casa e tutto bene, riesco pure a pranzare e arrivare in ufficio in tempo per il turno pomeridiano, dove tutto solo soletto rendo più che con quella palla al piede della collega deficiente. «Com’è stato veloce!», mi fa una signora dopo averle sbrigato qualche prenotazione, ma non posso commentare che senza cretina mi sento leggero come una farfalla sul naso di un  Pachyrhinosaurus.

martedì 8 marzo 2011

Ochette del pantano

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Tipico esemplare di nàdaro (no, non è la A).
Oggi, non sapendo se avrei trovato la stampante ancora scassata o meno, ho tentato di avvertire la A di stare a casa, che tanto è peggio che inutile. In ogni caso, l’avessi trovata ancora rotta (la stampante, la A so che è rotta), avrei chiuso e ciao. Poi, nel caso fosse stata invece riparata, resta sempre il fatto che me la cavo meglio da solo che con lei nelle balle. A casa sua però non c’era, così ho dovuto lasciare un messaggio al marito e cercarla sul cellulare, ma non rispondeva – i problemi della A con la tecnologia arrivano all’incapacità di leggere e scrivere messaggi – cosi mi son dato una pilatesca lavata di mani e ciao.
Alla fine vado in ufficio sperando di non averla nei piedi, e va anche meglio: trovo la stampante riparata! Va beh, speriamo sopravviva un altro po’, io la tratterò sicuramente coi guanti d’oro e impedirò alla A anche di guardarla troppo intensamente. Per fortuna passo un pomeriggio tranquillo, scarsa affluenza e niente A: il Paradiso (se uno s’accontenta e sa cosa vuol dire averla nei maroni)! Poi stasera ne parlo a mia madre, che fa: «Ti ricordi come le chiamava tua nonna, le tipe così? “Ochette del pantano”». Beh, mia nonna ne sapeva un sacco. In effetti la A ti dà proprio l’idea dei nàdari al laghetto, che devi tirargli le briciole perché si scantino a far qualcosa.

lunedì 7 marzo 2011

Post accazzo (2)

3 commenti
Tempo fa è terminata l’esperienza del Survival Blog con la sua Pandemia Gialla – che da pigro negligente che sono, non ho neppure commentato*, guarda te! – ma solo oggi un pensiero di quelli che vengono su come la peperonata è arrivato: «Oh, sarà per questo che ho il blog che va a limoni?»
 
Immagine accazzo (va beh no dai, è giallo)!
Va beh, intanto che cercate di riconoscere la citazione (la risposta la trovate in fondo al post, come nella Settimana Enigmistica) e stabilire quanto sia imbecille dal sei all’uno, vado avanti con le minchiate. Così, tanto per.

Mentre il sanguinoso conflitto tra la collega A e la tecnologia (e il buon senso in generale) prosegue senza novità, la stampante ha pensato bene di ammalarsi gravemente per non doverci avere a che fare. Qualcosa provoca l’apertura del toner, che perde all’interno della stampante e di conseguenza dura come la carta nel caminetto. Il tecnico è stato telefonato, messaggiato, emailato e mancano giusto i segnali di fumo, ma oggi non s’è visto (il lato positivo è che ho chiuso un quarto d’ora prima), certo che se non si fa vivo neanche domani posso pure stare a casa, visto che prenotando visite mediche ho “appena un po’ bisogno” di consegnare materiale cartaceo ai pazienti. Io non provo neanche a metterci mano per due bei motivi: a) non saprei dove guardare; b) visto che la stampante non è mia, non vorrei essere accusato di riparazione non autorizzata nel caso si scassasse del tutto, che poi mi tocca pagarla! E va beh, questo era lo sfogo del giorno.

Allora, avete indovinato la citazione all’inizio?
Va beh, la risposta era:
Zaphod: «Questo è quello giusto! Me lo sento dentro!»
Arthur: «Ford!»
Ford: «Se se lo sente dentro, beh… Arthur, diamogli retta!»
Arthur: «Dobbiamo dar retta a un demente col cervello che funziona a limoni? Questo è suicidio!»
(“Guida Galattica per Autostoppisti”, di Douglas Adams)
* No, non lo faccio neanche oggi. Oh, ma sapete mica leggere? c’è scritto “pigro e negligente” mica stacanovista e insonne! Sta a vedere che mi prendono anche per una persona seria… ah, che gente!

martedì 1 marzo 2011

Escono dalle fottute stampanti!

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Lei, il Male!
Niente, c’è la collega A che non è una cima, e va beh, alcuni di voi lo sanno perché mi son sfogato di persona o in forum, mentre qui è da tempo che non ne scrivo, ma l’ultima è troppo bella, quindi rompo il silenzio.

Il fatto stavolta riguarda la stampante, aggeggio demoniaco che trae godimento dal metterla in difficoltà. «Mi stampa i fogli al contrario, guarda!» si lamenta mostrandomi come le pagine escano ordinatamente dall’uno al due eccetera.
Non vedendo il problema, le faccio presente che i fogli escono già fascicolati. Quindi, come potrebbero “uscire al contrario”? Presto detto. Osservando il suo metodo scopro che la A prende il primo foglio, lo mette sulla scrivania (a faccia in su), ci poggia sopra il secondo e così via. E te credo, allora!
«No, escono già in ordine», le dico. «Guarda, devi solo aspettare che finisca di stampare tutto e te li fascicola lei, poi li graffi insieme e sei a posto».
Mi guarda poco convinta. «Ma no, sono tutti scombinati e li devo sistemare io».
Niente, non c’è modo di farglielo capire, almeno così pare. Invece giovedì, zitta zitta, la vedo fare come dicevo io, e quasi mi commuovo per questo gesto che un po’ mi ricorda l’esperimento dello scimpanzé che – dai che ti ridai – capisce il meccanismo della scatola per prendere le noccioline. Sì, ma la A non è uno scimpanzé – magari! –, infatti oggi pomeriggio siamo tornati al vecchio metodo. 

Ora, non so voi, ma da un giorno all’altro temo di vederla colpire la stampante con un osso o una pietra, lanciando grida scimmiesche finché i fogli non usciranno davvero al contrario. Si accettano scommesse.

P.S. Purtroppo – alé! – giovedì non viene, quindi se ne parlerà martedì prossimo. Stay tuned!

giovedì 22 ottobre 2009

Ancora la A

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Mi sono reso conto di non essere più tornato sull’argomento colleghi di lavoro da quando la A è partita per le vacanze. Ebbene, con mio gran dispiacere, è tornata. Dopo averla tirata in lungo con telefonate dal ritiro estivo, snocciolando date del rientro una più fantascientifica dell’altra, s’è fatta due mesi e mezzo al mare – povera stella – in una villetta affittata all’uopo. Dopodiché, più stordita di una bastonata in fronte, si è rimessa al lavoro. O a quella simulazione che le riesce di mimare del suddetto. In questi mesi ha scazzato più cose, ma non ve la faccio lunga, diciamo che è il solito danno. Di recente, sentendosi molto galla, ha voluto fare i pomeriggi da sola. Non sono durati molto, perché il mattino seguente mi toccava il carico di lamentele e prenotazioni in sospeso che non era stata in grado di erogare nel suo turno. Poveretta. Infatti mi è stato chiesto di prendere in mano il pomeriggio, sempre con la deficiente, e togliere qualche ora al mattino. Va bene, sia la volontà dei capi. Però, dopo un pomeriggio di effettiva attività, il resto si è svolto in una tranquillità che ha dell’ipnotico. Gestibilissimo per chiunque sappia fare il suo lavoro. Frecciatina che le ho appioppato anche oggi ma a cui lei ha risposto come se scherzassi. Okay, sono una persona che fa dell’umorismo una forma di comunicazione, ma in quel frangente ero serio come un neo a forma di teschio. Va beh, la novità è che adesso si lamenta dell’inefficienza e della poca professionalità degli altri, non solo operatori CUP ma anche strutture e medici. Martedì voleva addirittura chiamare un medico e lamentarsi perché nell’impegnativa aveva scritto due volte lo stesso esame (seppure con definizioni diverse). Ma che ti frega? Se non sei un cretino, il doppione lo salti. Ah già, come non detto… Per fortuna l’ho convinta che chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni, così non ci siamo impelagati in una bagarre coi medici della mutua e quelli di base. Tanto chi l’avrebbe presa in saccoccia, alla fine della giostra, saremmo stati noi (per colpa dell’irriducibile rimbambita). Oggi si lamentava invece della lentezza del computer, malgrado non ci fosse un briciolo di fila e l’utente fosse rilassato e tranquillo. «Eh, ma io mi agito!», ha detto lei. «Perché prima ero abituata a correre…» Va bene, ma anche mantenere la calma quando non c’è assolutamente nulla per cui essere nervosi, non è una virtù da buttar via. Quando le ho fatto notare che io sono calmo e tranquillo (a parte quando mi fa girare le balle come i seggiolini del calcinculo), ha detto: «Ah, come si vede che non sei sposato e non hai preoccupazioni!». Ma cosa c’entra? Se fossi stato sposato sarei idrofobo ma visto che sono single sono un pezzo di pane? Ha un’idea dello stress matrimoniale che non vorrei mai verificare conoscendo il marito… per di più non hanno figli e a soldi pare stiano a meraviglia, cosa vuole di più? No, è nevrotica e basta. Poi si attacca a dettagli cretini. Per dire, io le faccio presente più volte che deve essere più veloce a prenotare, e magari ricordarsi la procedura senza inciampare su passaggi di una semplicità minimalista, o scoprire link e funzioni che stanno lì da sempre ma che lei nota solo oggi; invece lei perde tempo a leggere la diagnosi sull’impegnativa, in cerca di chissà quale errore del medico o rivelazione misterica, poi ne perde un altro po’ a discutere con l’utente per farsi spiegare bene – ma bene, eh – cose che una persona normale capirebbe in un battibaleno, e con me si concentra sull’arredamento della stanza, il metodo di archiviazione delle prenotazioni in sospeso, ecc. ma dall’orecchio “impara a fare il tuo lavoro e basta” non ci sente. Insomma, facevo prima a scrivere che non è cambiato nulla, ma era bello rendervi partecipi dei dettagli.

venerdì 22 maggio 2009

A-rrivederci!

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La A ha annunciato che con effetto quasi immediato si prende due mesi di ferie, cioè a partire dal primo di giugno lascerà queste lande per… non lo so, non gliel’ho chiesto. Non vi sto a dire quanto siamo rimasti addolorati, noi e gli utenti tutti, da questa sua seppur temporanea dipartita. Tuttavia, dopo un momento di comprensibile raccoglimento, ci siamo resi conto di una cosa: fra due mesi la A avrà scordato anche quel poco che incidentalmente ricorda. Aiuto! Anche perché sarò poi sempre io a doverla istruire di nuovo su tutto quanto… ma affronterò tutto questo in modo pratico, ossia mi godrò questi due mesi di ferie – perché, senza la A, queste ferie sono anche un po’ mie – e quando tornerà penserò al da farsi, in vero Rossella Style.

giovedì 7 maggio 2009

Pillole di A

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Oggi la sento telefonare: «Sì, le ho preso la visita che aveva in sospeso». Poi, passando a tutt’altro. «Ah, e si ricorda le analisi del sangue? Ecco, deve passare prima di mercoledì, perché non ha graffato l’esenzione e la deve allegare prima di presentarsi agli esami».

Eh, già, perché non è mai la A quella che dimentica di graffare, prenotare, inserire, eccetera. Sono sempre gli altri.
Questa volta, per dire, è colpa della signora.

mercoledì 15 aprile 2009

Di nuovo la collega A, con lamentazioni dell’utenza

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Proprio perché non me ne accorgo solo io, ora anche gli utenti iniziano a far presente che la A stava meglio in pensione. Stamattina passa una signora, e appena mette piede nell’ufficio fa: «Menomale che c’è lei». La invito ad accomodarsi e mi spiega: ieri, dopo che me n’ero andato, la signora era passata per un paio di analisi del sangue – normale routine – se non che c’era la A, perciò l’intera semplice faccenda ha preso una piega meno ordinaria. Insomma, erano le 16:00 e davanti alla signora c’erano due persone, così si è messa in attesa pensando di fare in tempo – inconsapevole della lentezza della A – e infatti il suo turno arriva 40 minuti dopo. In più, poiché la A e la Legge di Murphy hanno una salda partnership, la collega ha sbagliato la prenotazione scazzando il giorno e omettendo un esame. Giustamente, la signora glielo fa notare, e la A sbotta: «Be’, insomma, non me lo farà rifare!» la signora, che era già in ritardo (doveva andare a prendere il bambino, che ha poi trovato in lacrime al doposcuola), si è presa su i fogli dicendo che avrebbe rimediato un’altra volta. Stamattina infatti impiego 10 minuti per sistemare la faccenda mentre la signora mi racconta l’accaduto, lasciandosi sfuggire un: «Se l’hanno messa in pensione, magari è meglio che ci resti, invece di far danni in giro. E poi guardi, stamattina ho buttato l’occhio per vedere chi c’era, ma se avessi visto la signora di ieri, col cavolo che sarei entrata… menomale che c’era lei». A questo punto, se il mio lavoro deve assommarsi al sistemare i danni prodotti dalla A, so già che la prossima volta che la SI mi chiederà come se la cava la collega avrò qualcosa da dire.

Ma bando alla A, oggi ho scoperto di essere il beniamino della terza età. Una volontaria del Centro Anziani è venuta a prendere un modulo, e intanto che era lì mi ha detto di come tutti parlino bene del sottoscritto e di quanto siano soddisfatti dell’operato di questo ufficio e di me in particolare. Ecco, sapere che le mie groupies hanno quarant’anni per gamba lascia un po’ così… ma se non altro, i nervi che mi fa saltare la A vengono ripagati con un po’ di apprezzamento.

lunedì 16 marzo 2009

Il culo in fronte

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Dopo il casino combinato la settimana scorsa dalla A, ci aspettavamo una piazzata per 'sta mattina da parte dell'utente interessata, invece la N - che ha aperto con un quarto d'ora d'anticipo, aspettandosi di litigare - ha trovato una gentile signora che ha detto che non c'erano problemi e che tutti possono sbagliare. Be', la A deve avere il culo foderato d'oro, perché se una cosa del genere l'avesse fatta a un utente meno tollerante, a quest'ora avremmo le orecchie ancora intronate dalle grida cariche di giusto sdegno. Roba da matti! Pensavo che le botte di culo non esistessero più, e invece scopro che sono ancora in circolazione, ma che a usufruirne sono i pirla! Neanche a dire quanto questa scoperta mi lasci interdetto. Domani comunque vedo la A e mi farò raccontare com'è andata la sua ricerca per il week-end appresso alla signora, anche se ormai è chiaro che se manca cervello da una parte, grazie a dio, c'è pazienza dall'altra.

Ah, come ultima nota, stamattina ho gettato la merda sotto spirito che passava per marmellata, visto che, chiusa nell'armadio dove l'avevo lasciata venerdì, poteva essere confusa per un reperto o un misterioso campione biologico rubato a chissà quale laboratorio.

mercoledì 4 marzo 2009

My Office

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Allora, nel mio lavoretto come servo della gleba AUSL ho a che fare con la Coordinatrice Responsabile, che nel giro di neanche una settimana (in cui m’ha sballato la data del corso di aggiornamento, incasinato gli orari d’ufficio più altre castronate varie) è stata ribattezzata Scoordinata Irresponsabile. Per gli amici, la SI. Poi ci sono le colleghe: la N, che per fortuna è sveglia (una che si salva), e la A, che secondo me è rotta ma non si capisce il guasto né a chi mandarla per il reso di fabbrica. Poi, per bontà divina o cattiveria diabolica, ci sono gli utenti.

Però è giusto esordire con qualche racconto di gente capitatomi quando ero nel vecchio ufficio della Prefettura F della Città F. All’epoca stavo in uno stabile occupato solo da me e dalla CGIL, eppure:
Signora (dopo aver prenotato): «Ma dopo, i raggi, li vengo a fare qui da lei?»
Io: «Eh, no, signora… va in ospedale». Sì, guardi… viene qui e la sdraio sulla fotocopiatrice, poi la mando di sopra a farsi leggere la fotocopia da un sindacalista. Ma andiamo!

Poi c’è stato il caso della stronza che s’era messa in coda e già rompeva le balle sbraitando che la fila era lenta, che in centro erano più veloci (certo, ma hanno code di quaranta persone e io no, vacci!), e quando arriva il suo turno fa la difficile, si lamenta, rompe i coglioni e ciao, mentre se ne va le tiro un canchero che le tenga compagnia. Bon. Qualche mese dopo ripassa, tutta tranquilla, fin gentile e remissiva. Leggo l’impegnativa: «Richiedo Visita Neurologica per la paziente, in quanto colpita da un fulmine». Non so se scoppiare a ridere o sbiancare, ma prenoto e la saluto.

Una settimana fa…

Ogni volta che faccio il pomeriggio con la collega A mi cadono le braccia e mi sale l’incazzatura. Ma porco zio, tutte le volte che risponde al telefono sbaglia (e il telefono è pure dalla sua parte, perciò arriva sempre prima lei).
A (al telefono): «No, adesso non posso guardare perché ho gente, venga domattina. Va bene, buon giorno». Clic!
Io: «Cosa volevano?»
A: «Voleva sapere i tempi per una TAC, gli ho detto di passare domattina».
Io: «Ma se la TAC non possiamo prenderla? Lo sai che la prenotano in via Roma».
A: «Ma ha detto di essere passata stamattina».
Io: «Stamattina? Ma se martedì mattina siamo chiusi?»

Vabbè, per fortuna la tizia non è passata perché probabilmente pensava di essere al telefono con l’altro CUP (una telefonata fra alti intelletti, insomma). C’è di buono che via Roma è dietro l’angolo, sfortunatamente hanno file di venti o trenta persone (quando non toccano le quaranta).

Poi c’era da prendere la visita oculistica per un tizio che di solito va dalla Dott.ssa G e quando lei non c’è va dalla Dott.ssa T, così le dico di fare una semplice ricerca incrociata. Dopo qualche passaggio sbagliato, imbrocca e trova la G, che però ha posto troppo in là. Allora le dico di cercare la T e lei sbotta come una ragazzina: «Ah no, io adesso non cerco più niente!» E lì sento pulsare la vena, così rispondo piccato: «Cosa? No, adesso vediamo quando c’è la T, perché se il signore deve andare da lei, noi gliela troviamo». Al che non ha risposto, allora le ho detto i passaggi che doveva fare, passo passo, per evitare che rispondesse facendomi uscire parole grosse. Vabbè, alla fine anche la T aveva date troppo lontane, e così l’abbiamo dirottato su un ambulatorio locale per fine mese. Ma resta il fatto che il nostro lavoro è quello, e se ti rifiuti di farlo allora puoi anche stare a casa. Poi se deve fare i capricci, prima o poi mi tira fuori un vaffanculo. E per cavarlo fuori a me, ci vuole un impegno che non avete idea.

Ah, sì. Mi ha chiesto: «Se quest’estate vado via per un po’, è un problema?» Trattenendomi dal rispondere: «Problema? No, è la soluzione!» ho detto che era okay.

Questa settimana…

Ieri la collega A non m’ha fatto incazzare (anche se è vero che sono andato via un’ora prima) e domani non ci sarà per via di un impegno, così me ne potrò stare tranquillo per i fatti miei.

In compenso, stamattina sono andato dalla SI per comunicare le ore svolte nel mese di febbraio, e lei non si ricordava se aveva ancora gli attestati che doveva darci o se li aveva consegnati alla collega N (attestati inutili, fra l’altro). Ovviamente ce li aveva la N, che quando ha saputo della SI, ha commentato: «Ma se me li ha dati apposta ieri per non scordarsene?» Si commenta da sé.
Naturalmente, la SI non aveva i moduli di marzo (quelli che invece ci servono), e ha concluso il nostro breve colloquio dicendo: «Vi chiamo quando ce li ho». La N ha chiosato: «Sì, cioè: la chiamiamo noi, perché non si ricorderà mai».

Quando la N mi va in ansia e pensa di mollare, tremo… perché ho PAURA al pensiero d’essere lasciato con le altre due.
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