martedì 8 marzo 2011

Ochette del pantano

Tipico esemplare di nàdaro (no, non è la A).
Oggi, non sapendo se avrei trovato la stampante ancora scassata o meno, ho tentato di avvertire la A di stare a casa, che tanto è peggio che inutile. In ogni caso, l’avessi trovata ancora rotta (la stampante, la A so che è rotta), avrei chiuso e ciao. Poi, nel caso fosse stata invece riparata, resta sempre il fatto che me la cavo meglio da solo che con lei nelle balle. A casa sua però non c’era, così ho dovuto lasciare un messaggio al marito e cercarla sul cellulare, ma non rispondeva – i problemi della A con la tecnologia arrivano all’incapacità di leggere e scrivere messaggi – cosi mi son dato una pilatesca lavata di mani e ciao.
Alla fine vado in ufficio sperando di non averla nei piedi, e va anche meglio: trovo la stampante riparata! Va beh, speriamo sopravviva un altro po’, io la tratterò sicuramente coi guanti d’oro e impedirò alla A anche di guardarla troppo intensamente. Per fortuna passo un pomeriggio tranquillo, scarsa affluenza e niente A: il Paradiso (se uno s’accontenta e sa cosa vuol dire averla nei maroni)! Poi stasera ne parlo a mia madre, che fa: «Ti ricordi come le chiamava tua nonna, le tipe così? “Ochette del pantano”». Beh, mia nonna ne sapeva un sacco. In effetti la A ti dà proprio l’idea dei nàdari al laghetto, che devi tirargli le briciole perché si scantino a far qualcosa.

2 commenti:

  1. Sai che non l'ho mai letto? Sentendo commenti in giro ho capito che i suoi lettori si dividono tra cultisti e delusi, il che non mi aiuta a trovare la voglia di leggerlo. Anche se un po' di curiosità...

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