Lettura di OgnissantiSe vi trovate da quelle parti e un pizzicore di curiosità dietro la nuca vi titilla l’immaginazione, entrate a godervi una serata di mistero e – perché no – buon vinello, ma soprattutto smarritevi un po’ nella Notte di Ognissanti, in quella piacevole atmosfera da brivido e nelle suggestioni che porta con sé.
Melissa, il fantasma dell’A4Nella notte del 29 dicembre 1999, in quattro autostrade, altrettanti automobilisti furono partecipi, tanto reciprocamente distanti quanto inconsapevoli, di un evento sconvolgente: tutti investirono – o rischiarono di investire – la stessa ragazza, che in tre casi si rivelò essere una visione.
Da lì sarebbe nato il caso di Melissa, il fantasma dell’A4, sapientemente raccolto e veicolato da Danilo Arona, maestro del brivido.
Il Consorzio Pro Loco Valpolicella, Excellence Club e la Libreria il Minotauro, in collaborazione con Associazione Il Corsaro Nero, Comitato Salgariano Valpolicella, Premio di Letteratura Avventurosa “Emilio Salgari”, Associazione Il Lupo della Steppa, Delmiglio Editore e Cantina Salgari F.lli, sono lieti di invitarvi al tradizionale appuntamento di lettura di Ognisssanti domenica 31 ottobre 2010 alle ore 17.30 presso la Libreria il Minotauro a Verona.
L’evento rientra nel cartellone regionale Veneto Mistero.
Gli attori David Conati ed Elisa Cordioli interpreteranno dei racconti fantastici inediti ambientati nel Veneto, opera di autori di tutta Italia, molti dei quali presenti, che si confronteranno sulla vicenda presso la libreria Il Minotauro.
Una raccolta dei racconti sarà disponibile in libreria ad opera di Delmiglio Editore, con introduzione di Danilo Arona.
Al Termine verranno distribuiti dolcetti e offerta una degustazione Vini Valpolicella a cura della Cantina Salgari F.lli.
Ingresso gratuito. Non accessibile ai portatori di handicap
Per informazioni:
Consorzio Pro Loco Valpolicella
info@valpolicellaweb.it - tel./fax +39 045 7701920
Excellence Club
club@excellencebook.it – tel. +39 045 8781118
«Io, la gente non provo neanche più a capirla. Mi siedo, la guardo, e aspetto le risate registrate».
martedì 26 ottobre 2010
A Verona, il 31/10: Melissa, il fantasma dell’A4
Mi è stato segnalato, e io lo giro a voi perché lo trovo intrigante e penso ne valga la pena, il seguente evento:
sabato 23 ottobre 2010
L’acchiapparatti

L’acchiapparatti
di Francesco Barbi
B.C. Dalai Editore
466 pagine, 18.50 euro.
B.C. Dalai Editore
466 pagine, 18.50 euro.
Pochi a Tilos conoscono il nome di Ghescik. Lui è soltanto il becchino, l’ometto gobbo e storpio che vive al cimitero, ai margini del paese. Pochissimi sanno che coltiva una passione insana per la feldspina e gli scritti antichi. Solo lo strambo acchiapparatti gli è amico. Notte fonda. Al sicuro tra le mura della casa-torre diroccata, Zaccaria sta rimproverando uno dei suoi gatti quando qualcuno bussa alla porta. Il becchino si presenta con un libro rilegato in pelle scura, che sostiene di aver vinto grazie a una scommessa con lo speziale. Risale a epoche in cui la magia non era stata ancora messa al bando e sembrerebbe contenere le memorie di un defunto negromante. Ghescik non fa parola dello strano diadema rinvenuto in un sotterraneo della “torre maledetta”, ma ha un solo modo per scoprire se certi suoi sospetti sono fondati: far tradurre il libro a Zaccaria che, inspiegabilmente, ha sempre avuto grandi doti come decifratore delle lingue arcane... Inseguiti dagli sgherri dello speziale, becchino e acchiapparatti verranno catapultati nei meandri di una vicenda terribile che non coinvolgerà i soliti eroi, ma una compagine di personaggi inconsueti: un cacciatore di taglie sfigurato, una prostituta dalle molte risorse, un gigante che parla per proverbi sgrammaticati e una schiera di feroci tagliagole. Ma quale legame esiste tra il misterioso diadema e la terrificante creatura rinchiusa da secoli nelle segrete di Giloc?Incuriosito dal titolo e da queste note di copertina, mi ci sono tuffato dentro. Beh, premetto che l’ambientazione non è niente male e che la storia ha i suoi momenti suggestivi e coinvolgenti, ma restano tre cose (neanche piccole) che disturbano parecchio la lettura:
- Malgrado una sanguinaria Inquisizione abbia spazzato via la magia – e quindi ci si potrebbe aspettare d’incontrare un clero molto potente, erede di quella vittoria schiacciante – in tutto il libro non s’incontra una chiesa, un tempio, un prete, un sacerdote, un diacono o una perpetua. Quando finalmente spunta un campanile, salta fuori che viene impiegato a mansioni di magazzino nei giorni di mercato. Mi domando: è sufficiente dire che c’è questo potere senza darsi la pena di mostrarlo? Non dico esplicitamente, ma almeno facendolo “sentire”? No, perché al di là di questi accenni a una “comoda” Inquisizione (la magia proibita, le consocenze perdute, gli stregoni antichi, ecc.), nel presente non c’è nulla che richiami a un’istituzione religiosa! Si parla dei Guardiani dell’Equilibrio che secoli fa hanno mandato al rogo streghe e stregoni coi loro tomi oscuri, e poi di questo Culto della Luce che sarebbe l’unica vera fede, eppure... nulla. Nessuna traccia concreta in tutto il libro. Va bene, è successo secoli fa... ma se c’è un tipo d’istituzione in grado di durare, è proprio quella religiosa (specie dopo aver spazzato via la concorrenza), eppure – come dicevo – latita come l’ombra nel deserto.
- L’imprecazione preferita di Ghescik, «Per Belzebù!», che all’interno di un’ambientazione fantasy – che dovrebbe essere originale – porta una figura che è di tradizione giudaico-cristiana. Magari sembra una cosa da niente, eppure disturba la sospensione d’incredulità su cui si basa l’ambientazione: sei portato a immedesimarti in un luogo e un tempo sconosciuti, una realtà che non è questa... e poi ti nominano un diavolo della superstizione popolare. Per tutto il libro ho pensato che sarebbe stato meglio – a questo punto – ambientarlo in un’Italia medievale in cui le cose sono andate in modo diverso, un ucronìa in cui la magia funzionava davvero e l’Inquisizione ha fatto strage di streghe e stregoni veri, anziché poveracci accusati più per ignoranza che per una ragione concreta.
- La prevedibilità di dati eventi e personaggi. Già a un terzo del libro (anche meno) si ha un’idea di dove vuole andare a parare su alcune questioni o personaggi, il che sposta la tua prospettiva da “chissà cosa succede adesso” a “vediamo come lo fa succedere”, cosa che – inutile dirlo – rovina in parte la lettura, o comunque cambia la disposizione di spirito del lettore. Il motivo è che i personaggi sono piuttosto stereotipati: il matto che la sa più lunga di quel che sembra, l’appassionato di occultismo più curioso che saggio, la furba prostituta che in fondo ha un cuore d’oro, il cacciatore di taglie duro e inflessibile, il gigante tonto ma buono, ecc. libri aperti, tra l’altro con – infilati tra le pagine a mo’ di segnalibro – indizi troppo lampanti (e distribuiti troppo generosamente) su chi sono in realtà o cosa faranno. Alla fine, i miei personaggi preferiti sono risultati quelli minori, apparsi in brevi scene e caratterizzati senza dargli troppo risalto.
venerdì 15 ottobre 2010
Origliando
Poco fa, tornando a casa, ho sentito uno stralcio di conversazione tra due tizie, una col chihuahua e una col figlio (che per la privacy chiameremo ***).
Donna con bambino: [con voce infantile] «Oh, ma che carino! Ma come sono belli così piccoli... Eh, ***? Non è bello? Ah, che tenero!».Ora, non so rispetto a ***, ma il cane capisce sicuramente più della madre! Cosa ti viene in mente di dire a tuo figlio? Mi sarebbe piaciuto vedere la faccia del bambino, ma a quel punto li avevo ormai di spalle, così ho sentito solo un sospiro o uno sbuffo. Ah sì, *** avrà avuto almeno 6 anni.
Donna con chihuahua: [al cane] «Mi dai un baciiinooo...???» [il cane le lecca la faccia]
Donna con bambino: [con voce ancora più infantile] «Ooohhh!!! Hai visto, ***? Capisce più di te! Eh, che capisce più di te? Oh, che meeeravigliaaa...».
Pesci rossi al cinema
Non trovo risposta a una domanda, vediamo se voi ci arrivate prima di me. Conversando con Polideuce, mi faceva notare che da qualche anno i film sono sempre più lunghi – almeno due ore, al cinema, te le fai – mentre un tempo con un’ora e mezza te la cavavi e vedevi pure un buon film, inoltre uno non rischiava di prendere la forma della poltrona o arrivarci in fondo e dirsi: «Beh, ma c’era bisogno di star qui tre ore per raccontare ‘sta storia?». Ecco, e già qui ci sarebbe materiale di riflessione. Poi mi si è aggiunta un’ulteriore considerazione: sapendo che la durata dell’attenzione è in calo, a che pro allungare il brodo? Inizialmente me la sono spiegata come una scelta bollywoodiana, ossia “mettici dentro tanta roba per giustificare il prezzo del biglietto”, però resta il fatto che la gente è talmente abituata allo zapping o al consumo rapido e facile che a star dietro a un poema di tre ore... come fa? Va beh, mi dico che chi va al cinema lo sa e non rientra nella categoria “soglia dell’attenzione di un pesce rosso”, ma quando sono lì e li vedo messaggiare, ciacolare, commentare (senza capire il film), scambiarsi affettuosità, ecc. mi dico “no, c’è qualcosa che non quadra”. Perché certa gente va al cinema? Il richiamo pubblicitario, il poter dire “sì, l’ho visto” quando ne parlano dappertutto, l’abitudine... boh, ditemi voi.
giovedì 14 ottobre 2010
37° a FUN COOL!
Sì, a FUN COOL non mi ci hanno mandato ma ci sono andato da solo. Come potevo perdermi il concorso più fun & cool della rete? Sui 71 partecipanti di quest’anno mi sono piazzato 37°, che vista la media di abili scribacchini e imbrattalibri che circolano, non è niente male. E poi... un racconto in una frase – che non è facile – e ancora, premi eccezionali come libri, diventare il protagonista di un racconto stupido, farsi tradurre in friulano o essere coperto d’insulti da Gelo Stellato in persona sul proprio blog! E io cosa avrò vinto? Esatto, gli insulti! Ah sì, ma cos’ho fatto per meritarmelo? Beh, ecco la mia prodezza:Quel che dio fa per noiEh beh, è già tanto che non abbia vinto un papa-boy sotto casa, magari insieme a un bel cero con l’anima di piombo. Sì, però quando uno si mette lì e ci prova; magari ne scrive un po’, se li rilegge tutti, fa le modifiche e li rilegge ancora, ma c’è quello lì... quello corto corto e cretino cretino, che non ti esce dalla testa, e allora lo sai che magari fai una cazzata a mandare proprio lui, però non resisti. E allora arrivi 37° e gongoli, perché non speravi neanche negli insulti, e allora te li prendi, e anzi – insomma, Gelo, arrivano o no? – li aspetti pure con trepidazione.
Giovedì, gnocchi.
lunedì 11 ottobre 2010
La curiosità, i dinosauri e le ipotesi più assurde
Va beh, questo blog l’abbiamo rimodernato e tanto vale usarlo scrivendoci qualcosa, per esempio ‘sta cosa dei documentari a cui accennavo ben tre post fa. Ecco, da Quark in poi ho preso a seguirli con voracità. Oggi sono un accanito frequentatore di Discovery Channel, National Geographic, History Channel, ecc. Non c’è un film decente? Non una cippa di telefilm che mi scansi la noia? No problem! Saltando da un servizio sugli animali più velenosi del pianeta a un reportage sulle ultime scoperte in campo archeologico biblista, trovo un po’ di tutto. Il fatto è che sono curioso, e se l’argomento mi piglia, son capace di farci notte.Prendete i dinosauri, io li adoro!
Non perché sono grossi e cattivi o per come si sbranano fra loro, ma per come si sono evoluti e adattati. Certo, magari senza produrre vita intelligente in questi ‘anta milioni di anni... ma perché, poi? In fondo erano perfetti per la loro epoca e il loro ambiante, e una volta che sei funzionale alla vita come la ruota lo è alla strada – tu guarda gli squali – un cervello in grado di recitare poemi e dichiarare guerre ti serve come un accendino in un gasdotto. Infatti hanno dominato comunque il pianeta, anche senza aver vinto una gara di spelling. Non ci sono cavoli: i dinosauri sono affascinanti, ecco perché i bambini li amano (e poi – a volte – diventano paleontologi o nerdoni come me). Vengono da un passato che possiamo solo immaginare e ricostruire con meticolosa (e un filo nerdona) perizia. Così, una delle domande che mi sono sempre posto (e che recentemente Ferruccio mi ha fatto tornare alla mente) è come sarebbe il mondo oggi se non si fossero estinti.
Mettiamo che nessun meteorite sia venuto a pogare con la Terra, che si siano adattati ai cambiamenti del clima e oggi fossero ancora qui... noi ci saremmo? Ma no, manco per il ciufolo! Ai loro tempi – checché ne dicano i film e i cartoni animati – noi non c’eravamo, e i mammiferi più grossi avevano le dimensioni di un gatto, erano notturni e si cagavano in mano (o nelle zampe) ogni volta che un Velociraptor aveva i brontolii di stomaco. Noi siamo qui solo perché loro non ci sono più, e dovremmo venerare quel meteorite come le scimmie di 2001: Odissea nello Spazio facevano col monolito, altro che!
Sì, ma se avessero avuto più tempo? Negli anni ‘80, Dale Russell (anche in modo semiserio) ipotizzò un dinosauro umanoide partendo dal Troodon, un parente del Velociraptor con grandi occhi frontali e un grosso cervello (per la media dei suoi contemporanei). Sì, bello e affascinante quanto vogliamo, ma perché evolversi in qualcosa di meno efficace? Guardiamolo... le sue gambe gli fanno perdere velocità e le mani in potenza, inoltre manca l’artiglio a falce sulle zampe posteriori e la potenza di morso – parliamone – passa dal coccodrillo al chihuahua. Un cambiamento del genere ne stravolgerebbe troppo l’anatomia. Sì, i nostri antenati erano simili a scimpanzé, che restano più forti e “efficaci” di noi in campo predatorio (mentre noi abbiamo “scelto” la stazione eretta, che rende possibile l’utilizzo delle mani e quindi la manipolazione di oggetti che porta il ragionamento), ma la struttura anatomica resta analoga. In più, dinosauroide di Russell parte da una stazione che è già bipede per diventare più bipede. Anzi, umanoide. Perché? Se lo chiedet
e a me, per un capriccio squisitamente umano. Lo stesso che ci fa vedere facce nelle macchie di umido o forme nelle nuvole, ma tutte riconducibili a ciò che conosciamo e vediamo intorno a noi. L’uomo ha evoluto un’abilità talmente acuta nel riconoscere volti e espressioni nei propri simili che lo fa anche con gli oggetti inanimati. È innato e non ci possiamo fare nulla. Mentre guardiamo una data forma, le parti del nostro cervello che si attivano sono le stesse che mettiamo in moto per riconoscere un volto nella folla. Dopo tutto, il senso dominante nell’uomo è la vista (oltre a essere un filo antropocentrico di suo). Così Russell indugia sull’immagine antropomorfa e inventa il “dinosauro intelligente”, ma come ominide rettiliano (non vi dico quanti cospirazionisti hanno goduto in modo anche imbarazzante di fronte a certe immagini).Qui però sorgono le mie perplessità, quelle che ho avuto fin dall’inizio, ossia: ma se il Troodon era già bipede – e quindi con “mani libere” – perché diventare più bipede? Secondo me, non ce n’era motivo. Forse, se i dinosauri si fossero evoluti in modo analogo a noi (ossia privilegiando lo sviluppo mentale anziché quello puramente predatorio), non avrebbero un aspetto antropomorfo più di quanto noi possiamo (oggi) avere un aspetto rettiliano. Semplicemente, il percorso e l’anatomia porterebbero a “scelte” evolutive imperscrutabili, dettate – come al solito – dall’ambiente e dalle opportunità. Per evolverci da una scimmia arboricola (o semi arboricola) abbiamo avuto un petosecondo del tempo che i dinosauri hanno passato sul pianeta. Perché? E chi lo sa... magari a loro non serviva. Erano grandi e grossi o piccoli e veloci, e quello di cui avevano bisogno se lo prendevano. Noi abbiamo faticato, siamo gli sgobboni del pianeta che in 2 milioni e mezzo di anni lo conquistano e poi si fanno le guerre tra loro (okay, ho detto sgobboni, non furbi).
Questo mi ha convinto (salvo prova contraria) che i dinosauri oggi, vuoi perché il clima, la densità dell’atmosfera, ecc. sono cambiati, sarebbero ancora dinosauri. E, se una specie senziente fosse emersa, non avrebbe aspetto umano. Magari sarebbe un Velociraptor in giacca e cravatta, che so... ma non c’è motivo per cui debbano fare il verso ai Visitors. Comunque, a suo tempo, l’ipotesi di Russell mi divertì, e spero abbia divertito anche voi.
Ecco, una cosa che volevo infilare qua e là nel discorso è l’importanza di farsi un’opinione pur nell’esercizio della curiosità, ascoltare teorie e chiederne le basi, pretendere una logica in esse prima di dire ci credo o mi fido. Insomma, mantenere un atteggiamento critico. Alcune di queste ipotesi oggi sono peregrine e poi si mostrano vere, altre sembrano solide e poi si sciolgono al sole. Altre... beh, restano quel che sono, o erano, o saran
no. Le mie opinioni chiedono sempre nuove prove, indizi, ipotesi, verifiche e quant’altro. Amo i documentari perché la conoscenza mi fa sentire vivo, tiene il cervello in fermento (come un vasetto di Activia), ti spinge a collegamenti inaspettati, muove a ipotesi e – spesso – ti (mi) fa venire una gran voglia di porre domande all’esperto di turno. Fermarlo a metà di una frase e chiedere: «Torni un attimo indietro! Cosa diceva prima? Allora sarebbe possibile questa cosa? È stata dimostrata? Aspetti, aspetti, non se ne vada!». Insomma, se la TV fosse davvero interattiva, sarei la piattola dei documentaristi. Magari farei domande cretine (non sono un esperto, solo un nerdone curioso), però se non le facessi (o se non mi documentassi poi per trovare una risposta) non lo saprei mai. C’è tutto un mondo di cose che non so e che passano sui canali tematici, e gente disposta a realizzare, produrre e trasmettere tutto ciò. Sarei pazzo se non ne approfittassi!venerdì 8 ottobre 2010
Restyling
Ho fatto un bel restyling – così – perché, come dice Felicia in Priscilla, la Regina del deserto: «Niente è meglio di un nuovo look, per tirarsi su!».Okay, lei dipingeva un pullman di lavanda, mentre io ho solo cambiato la faccia al blog, ma insomma... ognuno fa quel che può. Tra l’altro, avendo scoperto quant’è facile e divertente, non escludo di cambiargli di nuovo il costume. Va beh, sono un po’ bimbo, in queste cose. A ciascuno i suoi giocattoli!
martedì 5 ottobre 2010
And the Winner is...
Giusto sabato parlavo di Minuti Contati e di quanto mi piaccia partecipare, e oggi scopro di aver vinto la XII Edizione! Perciò, visto che non sto nella pelle dalla gioia e soddisfazione, eccovi il racconto (che in pratica è un dialogo) con cui ho partecipato (i dati che trovate all’inizio sono i parametri da rispettare e su cui ci siamo basati per questo giro), e ora a voi...
Ufficio Miracoli
- traccia: Burocrazia
- tempo: 160 minuti
- battute: 1600
«Sì? Mi dica».
«Ecco… qui fuori c’è scritto Ufficio Miracoli».
«Precisamente».
«Quindi…».
«… ha pensato di chiederne uno. Splendido!».
«Uh, esatto».
«Bene, di cosa ha bisogno?».
«Un…».
«Oh, mi scusi! Posso sapere il pantheon o la divinità di sua preferenza?».
«Uh… Dio, credo».
«Hm, questo complica le cose. Mi sa dire almeno il cognome?».
«Il mio?».
«No, quello del suo dio».
«Mi prende in giro?».
«Non mi permetterei mai. Vede, abbiamo sovrabbondanza di dèi, quindi mi servirebbe un dato o un recapito?».
«Dovrei conoscere l’indirizzo di Dio?».
«Beh, se le ha concesso un miracolo dovrete pur conoscervi».
«Mi ha… no no, sono io che voglio chiedere un miracolo a Dio!».
«Oh no, non ci siamo! l’Ufficio Miracoli li amministra soltanto. Li eroga, per così dire, dopo l’approvazione. Lei dovrebbe quindi sentire il suo dio, farsene prescrivere uno e passare poi da noi, solo allora possiamo prenotarne uno».
«Prenotarlo!?».
«Naturalmente! Non ha idea di quante richieste dobbiamo amministrare. Per esempio, se vuole una guarigione non se ne parla prima di un anno, a meno che lei sia una pastorella o un anziano molto religioso».
«Ma io... senta, è urgente!».
«Capisco. Ma vede, è sempre urgente, altrimenti non verrebbe qui per un miracolo. Dico bene?».
«Sì… credo di sì».
«Ecco, quindi rintracci il suo dio e se ne faccia prescrivere uno».
«Ma come faccio?».
«Beh, preghi. Come fanno tutti»..
«Sa una cosa? Ci ho ripensato».
«Oh, bene. Vede che non era poi così urgente?».
«Già. Sa che le dico? Sono appena diventato ateo».
«Me ne rallegro. Avanti il prossimo!».
Concludo accludendo una nota sul racconto, ossia l’origine di quest’idea.
Circa tre anni fa, quando lavoravo nella prefettura F della città F, con la mia vicina di scrivania favoleggiavamo dell’esistenza di questo Ufficio Miracoli con cui venivamo (secondo noi) spesso scambiati, sommersi dalle richieste più strane e impensabili, chiedendoci dove fosse e – soprattutto – come mandarci gli utenti.
Obviously, non l’abbiamo mai scoperto, ma lunedì scorso, di fronte al tema presentato, quelle memorie hanno cliccato il file e il racconto si è scritto da sé, vuoi perché sono ormai rotto a ogni genere di conversazione (dall’ermetico al demenziale) con gli utenti, o più semplicemente perché l’idea era lì che aspettava il suon turno.
Va beh, questo è quanto, spero vi sia piaciuto.
Circa tre anni fa, quando lavoravo nella prefettura F della città F, con la mia vicina di scrivania favoleggiavamo dell’esistenza di questo Ufficio Miracoli con cui venivamo (secondo noi) spesso scambiati, sommersi dalle richieste più strane e impensabili, chiedendoci dove fosse e – soprattutto – come mandarci gli utenti.
Obviously, non l’abbiamo mai scoperto, ma lunedì scorso, di fronte al tema presentato, quelle memorie hanno cliccato il file e il racconto si è scritto da sé, vuoi perché sono ormai rotto a ogni genere di conversazione (dall’ermetico al demenziale) con gli utenti, o più semplicemente perché l’idea era lì che aspettava il suon turno.
Va beh, questo è quanto, spero vi sia piaciuto.
lunedì 4 ottobre 2010
Giochi d’infanzia
Ci riflettevo su e devo dire – con la coscienza di poi – che in quei giochi c’erano i semi che sono poi germogliati nella mia età adulta. Per dire, uno dei miei preferiti era “Facciamo finta che...”, aprendomi così la strada ai giochi di ruolo e a tutto un mondo geek o nerd, come vi pare, nel quale – tutto sommato – non sono venuto su malino, dai! Per dire, a quest’ora potevo essere truzzo o che so io.
Il Nascondin
o, invece, mi ha quasi arrestato lo sviluppo: una volta mi sono rotto un polso – e va beh, capita – e la seconda ho preso una legnata in faccia, che per fortuna, malgrado mi abbia graffiato la palpebra, non ha fatto danni. La dinamica è stata piuttosto cretina, ma queste cose – si sa – vanno sempre così: eravamo al parco, così pensai bene di nascondermi tra i cespugli, ma chi stava sotto – non ricordo chi fosse – pensò (altrettanto bene) di stanare gli imboscati lanciando un ramo nel folto della “foresta”, dove il sottoscritto alzò il capo sentendo un woosh! e prendendosi il bastone in faccia con una bella diagonale che dalla tempia sinistra prendeva la palpebra dello stesso lato e andava – per così dire – a corteggiarmi il naso. Praticamente, sì, mi aveva centrato l’occhio. Di piatto, per fortuna! Anyway, ancora oggi vado di tanto in tanto col polpastrello a sentire quella piccola cicatrice sulla palpebra e quell’altro segno vicino alla narice sinistra, invisibili all’occhio ma non al tatto. In seguito, quando ho avuto seri problemi di vista e l’occhio destro ha avuto la peggio, il fatto che il sinistro mi fosse stato risparmiato è sembrato anche un colpo di culo. Così mi sono convinto che se l’Universo ha il senso dell’umorismo, è sicuramente nero.
Altri giochi che hanno avuto esiti imprevisti sono stati i Lego (per me, Lego è sempre stato al plurale), da cui ho appreso l’importanza dell’immaginazione e dell’inventiva, oltre al piacere di costruire qualcosa di nuovo e totalmente mio, “tecnica o filosofia” che poi ho impiegato nel disegno, ma soprattutto nella scrittura. Inoltre, non lo direste mai, gli animali di pezza e di plastica (sì, avevo orsacchiotti e simili, va bene?) che mi hanno incuriosito nei confronti di quelli veri, portandomi a una religiosa frequentazione di Quark e di ogni documentario sugli animali (ma in seguito, su quasi tutto) su cui riuscissi a mettere gli occhi. Ero uno di quei bimbi che magari non sanno neanche chi allena l’Inter (non lo so ancora) ma conosceva tutti i nomi dei dinosauri. E avevo anche il mio preferito! Ho sempre avuto un debole per lo Pteranodon, ma anche per tutti gli altri pterosauri – che tecnicamente non sono proprio dinosauri, ma va beh, avete capito – e da lì è venuta la curiosità per la preistoria, la zoologia e poi l’evoluzione dell’uomo, e anche lì ho il mio preferito, ossia l’Homo sapiens neanderthalensis*, su cui cerco di tenermi aggiornato (le scoperte si fanno ogni giorno, e tutto cambia quando un nuovo dato ne smentisce uno precedente) arrivando a mangiarmi con gli occhi ogni cosa mi passi davanti su questo argomento. Va beh, ma se avete letto Mistero, lo sapete già (sì, faccio pubblicità occulta in casa mia, embèh?)... invece, mi sono reso conto di non aver mai dato un nome ai miei giocattoli, neppure all’orsacchiotto preferito. Che era semplicemente “L’Orsetto Magro”, così detto perché invece di essere tondo e pelosetto era secco e indossava (veramente era cucita addosso) una salopette giallo senape e una “camicia” scozzese del tipo da boscaiolo. Anzi, dovrei chiamarla Orsetta, perché – vai a sapere il motivo (magari le gambe lunghe e il look vistoso) – pensavo a lei come a una femmina. Ma fermiamoci qui, prima che dica cosa (più) imbarazzanti, magari rivelando i gradi di parentela tra i miei peluches o i tentativi di costruire un megarobottone transformer coi Lego (o la segreta passione nel fare a pezzi i giocattoli vecchi per innestare e incrociarne i pezzi al fine di costruirne di nuovi). Però una volta – coi Technic – sono riuscito a fare un meccanismo che gli faceva muovere le braccia girando una leva sulla schiena (eh eh, son trionfi!).
Adesso però basta per davvero, giro la palla a voi.
Ci sono giochi o momenti della vostra infanzia che (oggi ve ne rendete conto) hanno influenzato i vostri interessi e passioni attuali e/o che in qualche modo hanno contribuito a realizzare una parte importante di chi siete oggi? Se ricordate quei giochi o quei momenti e vi va di sputtanarvi un po’, potete raccontarmeli nei commenti. Tanto, sono curioso come una scimmia in un campo di banane arcobaleno, perciò vi starò a sentire. Giuro sulla memoria di Orsetta!
* Veramente sarebbe Neandertal (senza l’h), poiché prende il nome dalla Valle (Tal) del fiume Neander, dove venne trovato il primo scheletro, ma gli anglosassoni – a forza di scriverlo e pronunciarlo con suono th – l’hanno fatto entrare talmente nella consuetudine che oggi, benché tecnicamente errato, viene considerato accettabile**.
** Sì, su queste cose sono un’irriducibile cagacazzi, arrendetevi.
sabato 2 ottobre 2010
Minuti Contati
Una cosa che mi piace fare regolarmente – va beh, diciamo quando c’è – è partecipare a Minuti Contati, un’iniziativa di Daniele Picciuti e dell’Aguzzino (quest’entità mefistofelica che lo possiede una volta al mese ma che non gli sta mai troppo lontano), trasmessa sugli schermi di XII, forum della relativa casa editrice e associazione culturale. In pratica, si tratta di una “competizione” a tempo variabile (già, come il meteo) in cui un gruppo di aspiranti scrittori o buontemponi dalla penna (va beh, dalla tastiera) facile s’incontrano in rete per scrivere – a partire dal VIA! dato dall’Aguzzino medesimo, in carne e zolfo – un racconto che deve rientrare nei parametri assegnati: un tema preciso, un tempo limitato e un numero massimo di battute.So che può sembrare ansiogeno – e in effetti un po’ lo è – ma vi assicuro che il divertimento, almeno per il sottoscritto, supera di gran lunga lo stress! Inoltre, per un peso massimo della pigrizia come me, uno stimolo del genere è non dico indispensabile ma utile e necessario.
Certo, a questo – nel tempo – si è aggiunto il piacere di essermi piazzato bene in alcune edizioni e averne vinta una, ma non immaginatevi chissà che... quello che si vince è l’onere e l’onore di scegliere la traccia o il tema per l’edizione successiva. Ciò che invece non potete capire (a meno che non la proviate) è la soddisfazione di aver creato qualcosa di buono in quel tempo scarso e maledetto, o di averci provato con tutto l’impegno possibile. La parte più divertente però non è “vincere” o piazzarsi. Alla fine, più che una gara, è un confronto aperto; ogni concorrente giudica i racconti degli altri da cui viene giudicato a sua volta, spesso imparando qualcosa di utile sulla scrittura.
Io partecipo ogni volta che posso, e fin’ora credo di essermi perso solo due delle dodici edizioni (l’ultima si è svolta lunedì 25, corrente mese), e la consiglio a chiunque voglia imparare a scrivere e/o divertirsi mettendo alla prova la sua immaginazione. E la tecnica! Perché oltre a quello che scrivi c’è anche come lo scrivi.
Se poi va male, beh... perdere non è una vergogna. L’ambitissimo ultimo posto è stato occupato da gente che è risalita nel corso delle edizioni successive, proprio perché a Minuti Contati, s’impara (che non è poco)! Impari a gestire l’ansia e la fretta, a scrivere partendo da un’idea e lavorandoci sopra fino a spremerti l’ingegno fuori dalle meningi, e magari anche a non spaventarti troppo per quella che all’inizio sembra una prova impossibile ma in breve si traduce in un’esperienza stimolante.
Insomma, se vi piace scrivere o vi ho semplicemente incuriosito (voi, quattro gatti che mi seguite), non dovete fare altro che loggarvi al forum (prima presentatevi nella sezione apposita, magari) leggete il Regolamento e, una volta annunciata la data fatidica (tenete d’occhio la sezione), fiondarvi lì per leggere il vostro destino: tema, tempo, battute... VIA!
Quale impegno vi è richiesto? Leggere i racconti altrui e commentarli, dopodiché postate una classifica dei racconti in base al vostro gradimento. Niente di astruso e complicato, no? Beh, pensateci.
Certo, a questo – nel tempo – si è aggiunto il piacere di essermi piazzato bene in alcune edizioni e averne vinta una, ma non immaginatevi chissà che... quello che si vince è l’onere e l’onore di scegliere la traccia o il tema per l’edizione successiva. Ciò che invece non potete capire (a meno che non la proviate) è la soddisfazione di aver creato qualcosa di buono in quel tempo scarso e maledetto, o di averci provato con tutto l’impegno possibile. La parte più divertente però non è “vincere” o piazzarsi. Alla fine, più che una gara, è un confronto aperto; ogni concorrente giudica i racconti degli altri da cui viene giudicato a sua volta, spesso imparando qualcosa di utile sulla scrittura.
Io partecipo ogni volta che posso, e fin’ora credo di essermi perso solo due delle dodici edizioni (l’ultima si è svolta lunedì 25, corrente mese), e la consiglio a chiunque voglia imparare a scrivere e/o divertirsi mettendo alla prova la sua immaginazione. E la tecnica! Perché oltre a quello che scrivi c’è anche come lo scrivi.
Se poi va male, beh... perdere non è una vergogna. L’ambitissimo ultimo posto è stato occupato da gente che è risalita nel corso delle edizioni successive, proprio perché a Minuti Contati, s’impara (che non è poco)! Impari a gestire l’ansia e la fretta, a scrivere partendo da un’idea e lavorandoci sopra fino a spremerti l’ingegno fuori dalle meningi, e magari anche a non spaventarti troppo per quella che all’inizio sembra una prova impossibile ma in breve si traduce in un’esperienza stimolante.
Insomma, se vi piace scrivere o vi ho semplicemente incuriosito (voi, quattro gatti che mi seguite), non dovete fare altro che loggarvi al forum (prima presentatevi nella sezione apposita, magari) leggete il Regolamento e, una volta annunciata la data fatidica (tenete d’occhio la sezione), fiondarvi lì per leggere il vostro destino: tema, tempo, battute... VIA!
Quale impegno vi è richiesto? Leggere i racconti altrui e commentarli, dopodiché postate una classifica dei racconti in base al vostro gradimento. Niente di astruso e complicato, no? Beh, pensateci.
venerdì 1 ottobre 2010
Kissing Hank's Ass
Vi hanno mai chiesto se volete Baciare il culo di Hank?
Beh, pensateci... potrebbe essere la religione del secolo.
Beh, pensateci... potrebbe essere la religione del secolo.
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