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martedì 12 aprile 2011

Dino-fan trip to Dinosauri a Piacenza

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Dopo che la corteggiavo da un pezzo, stamattina sono andato alla mostra Dinosauri a Piacenza, ma andiamo con ordine perché è stata una piccola avventura.


Intanto mi alzo tranquillo e vado in stazione, dove naturalmente il treno del paesello con cui devo fare la prima tappa del mio viaggio fino a Fidenza è guasto – visto che si rompe un po’ più che spesso – così tocca aspettare l’autobus sostitutivo che arriva bel bello a suo comodo e mi porta a Borgo San Donnino (che se non lo sapete è l’antico nome di Fidenza, e qui c’è la nota colta per il lettore curioso) quando ormai ho perso la prima coincidenza utile. Va bene, tanto ce n’è un’altra dopo, dovrò solo passare un’oretta in stazione a leggere. E invece, mentre sto lì già rassegnato e paziente, ecco che la mia temperanza viene premiata dall’arrivo – con ampio ritardo – della coincidenza che credevo perduta.
Ah, l’inefficienza di Trenitalia! Chiude una porta e apre un portone.
Bene, sono sulla via di Piacenza e durante il viaggio butto un’occhiata alla stazione di Fiorenzuola che sembra il solito cesso a cielo aperto, un po’ per l’aroma di gabinetto non lavato che ricordo bene, e in parte per le mattonelle bianche da bagno che “decorano” il sottopassaggio e parte della pensilina, ma è solo un’istante e il viaggio prosegue.
Arrivo a destinazione e via, esco dalla stazione e mi fiondo subito nella direzione sbagliata, ma per fortuna me ne accorgo subito e torno sui miei passi, guardo i nomi delle strade (che sarebbe carino indicare meglio, eh Piacenza?) e trovo la via per la mostra. Qui però faccio una breve digressione, perché proprio mentre sono in dirittura d’arrivo mi telefona la collega A annunciando che sta poco bene e non verrà a fare il pomeriggio, anzi è molto probabile che non ci sia neanche giovedì. A stento trattengo la gioia e dico che va bene, non c’è problema, e felice come una pasqua m’incammino verso l’Urban Center. All’entrata vedo un bel cioppo di persone immobili – e già metto la modalità fila in banca/poste – ma per fortuna è una scolaresca delle superiori che ascolta la guida, così entro, faccio il biglietto e via.
La prima cosa davanti alla quale m’incanto è il fossile – una riproduzione, credo (visto che non c’era teca né protezione di sorta, e l’originale è a Berlino) – dell’Archeopteryx, e subito dopo la mano/artiglio di un Allosaurus e il cranio di un Tarbosaurus che mi fanno scodinzolare come un cucciolo mentre me li guardo da ogni angolazione, soprattutto quelle che non vengono mai riportate in fotografia sui libri. Fatto il mio giretto tra i fossili (e un pieno d’ombra, perché stamattina faceva un caldo becco) si passa alla sezione esterna, dove vado in estasi davanti alle riproduzioni a grandezza naturale dei nostri cari estinti.
Il primo è uno Spinosaurus che resto ad ammirare malgrado il sole a picco. Chi se ne frega! Inforco le lenti da sole e via, non sarà una nana gialla di classe spettrale G2 V (quest’ultima cosa l’ho dovuta controllare su Wikipedia per fare il figo di balsa) a impedirmi di ammirare i miei eroi dell’infanzia e beh, di tutta una vita. Subito dopo Spino, passo al Gallimimus, che mi ha sempre fatto una gran simpatia insieme a tutta la famiglia Ornithomimidae, in particolare l’Ornithomimus in persona che però non è potuto essere dei nostri. Anche qui resto un po’ in contemplazione dell’esemplare, osservando soprattutto come sia stata resa la copertura di piume dalla meticolosa texture applicata dall’artista sul materiale. Ho avuto anche un crossover mentale – si può dire così? – mentre mi domandavo se al giorno d’oggi sarebbe potuto diventare una cavalcatura in grado non solo di reggere il peso del cavaliere ma di mostrare una certa resistenza nel trasportarlo per un tratto anche lungo come fa un cavallo, e allora è partita l’immagine dei tipici incidenti di maneggio con l’amico Gallo, tipo una delle sue codate o una zampata non esattamente da canarino, per non parlare del becco corneo che a occhio deve fare un male cane arrabbiato.
Okay, ma lasciamo perdere le elucubrazioni e andiamo avanti. Non poteva mancare l’amico Tyrannosaurus rex, anche se a me – forse proprio per il fatto che è da sempre l’eroe di tutti – non ha mai suscitato una simpatia esagerata. Oh, però è fatto da dio e resta un colosso mica da ridere, anche se appena lo vedo,  faccio: «Hm, lo facevo più alto».  Sì, proprio come – dicono – succede con gli attori famosi. Certo, non che Rex sia un nano, ma vatti a fidare di illustrazioni e scale di riferimento in libri e compagnia, perché quando ce l’hai davanti in – ehm – plastica (?) e vetroresina (?), è tutta un’altra cosa. Anche qui, mi giro e mi sposto per vederlo da ogni prospettiva, di fronte con le fauci spalancate, da dietro con la coda possente e le “gambe” in movimento, tutto un muscolo che terrorizzava il Cretaceo. Oh, e subito dopo una sorpresa, Dracorex hogwartsia! Un bel “draghetto” il cui nome omaggia la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts frequentata da Harry Potter nella saga di J. K. Rowling. Me lo guardo un po’ e capisco bene il motivo, quel musetto è davvero da drago cinematografico. Con tutte quelle corna e protuberanze sembra fatto e decorato apposta da un artista per un film, peccato le zampine anteriori corte al posto di un paio d’ali esagerate. Però meglio così, no? Almeno non ci sputerà fuoco sulla testa. Poi si cambia ambiente, pur restando all’aperto, ed ecco un bel Pachyrhinosaurus, con la sua bella patata sul naso che gli dà il nome, e la stazza imponente e coccolosa – ehm – dei ceratopsidi.
Ecco, e qui, mentre mi sdilinquisco nuovamente, sento la guida di un gruppo di bambini parlare di estinzioni di massa e delle colpe dell’uomo. Loro sono già al Dodo e io mi sto godendo un colossale Indricotherium, ma appizzo l’orecchio e sento un paio di cose che vengono ripetute ad nauseam, “Estinzione di Massa” e “l’Uomo!”.
«Perché?», mi chiedo.
Sì, qualche pasticcio coi mammut magari l’abbiamo fatto, ma non è cosa certa, mentre sì, l’Uro e qualche altra specie, quelle le abbiamo asfaltate noi, ma un’Estinzione di Massa è altra cosa, e noi – la maggior parte delle volte – neanche c’eravamo. Poi le sento dire che l’Uomo, l’Uomo, sempre l’Uomo (nome e cognome, please!) ha sterminato il Dodo per puro piacere (io sapevo che era stata la concorrenza con gli animali importati dai portoghesi, come capre e maiali, i quali si mangiavano pure le uova di quei super piccioni, ma potrei sbagliare) e insiste che l’Uomo – sempre Lui – ha causato l’estinzione di questo, quello e quest’altro, che è colpevole dell’Estinzione di Massa… va bene, avete capito. Insomma, ho avuto l’impressione che si perdesse più in retoriche ambientaliste che in un’oggettiva presentazione dei fatti (e scusate, ma quando vado al museo io voglio dati istruttivi, non sermoni) premurandosi di instillare in quei bambini, che non hanno ancora avuto il tempo di fare alcunché di male al mondo, il senso di colpa globale per l’ambiente e quant’altro. Non fraintendetemi, sono d’accordo che vadano educati e istruiti si ciò che è stato, ma in modo spassionato e oggettivo, spiegando i fatti senza introdurre una retorica che non possono ancora interpretare in modo critico, perché è facile manipolare ma più difficile educare. Sì, abbiamo fatto e ancora facciamo e faremo i nostri danni a molte specie, ma quando spieghi un’Estinzione di Massa o Globale (che non è la distruzione di una sola o alcune specie, ma di molte e tutte contemporaneamente) a dei bambini che non possono neanche contraddirti, non puoi fare pasticci del genere. Poi è anche vero che i piccini non se la filavano granché di pezza e stavano più che altro a guardare le riproduzioni a grandezza naturale e gli sciami di moscerini nella luce del sole, perciò tanto meglio. Ah sì, di fianco al dodo c’era anche un tilacino, ma pare abbia riscosso meno successo del pollo piccione gigante.
Si passa poi all’ultima sala dove vengono esposte opere pittoriche (sotto forma di poster) di vari paleoartisti, più le ricostruzioni incomplete di un Triceratopo e una Latimeria (erano blu, perciò presumo fosse una fase di realizzazione), tre teste di dinosauri e qualche realizzazione artistica più piccola. Qui ho guardato faccia a muso un piccolo Anurognathus ancora abbozzato, e mi sono intristito un po’ per la mancanza di pterosauri, da sempre i miei preferiti.
Avviandomi verso l’uscita mi sono detto parzialmente deluso, speravo che la mostra fosse più grande e che la sua esplorazione durasse di più. Certo, con una guida doveva essere molto meglio, ma visto che fanno gruppi e io ero solo, non è stato possibile. Pazienza.
Uscendo ho salutato un sauropode di cui non ricordo il nome, e che all’arrivo – tanta era la fretta di entrare – non avevo neanche notato. No, dico, vi pare possibile passare accanto a un bestione alto come un palazzo senza farci caso? Sì, proprio dove gli studenti facevano capannello e io ho creduto di dover fare la fila! Va bene, sono un distratto cronico, ma per lo meno quell’ultima botta di dinomania mi ha messo di buon umore per il rientro.
Ecco, e ne avevo bisogno!, perché guardando gli orari scopro che nel migliore dei casi dovrò aspettare un’ora per il treno, e una volta a Fidenza sarò nelle mani del Fato quanto ad autobus per tornare a casa. Ehi, ma c’è un Intercity che parte prima! Ottimo, vado a pagare il supplemento e torno al binario a leggere finché non si parte. Et voilà, siamo di nuovo in viaggio. Dopo la botta di culo dell’Intercity – va beh, diciamo che facendo due conti è venuto fuori che mi è costato più il viaggio della mostra, ma fa lo stesso – arrivo a Borgo San Donnino (siete stati attenti all’inizio? occhio che interrogo!) e mi dicono che forse l’autobus non parte, per fortuna non faccio in tempo a gettarmi nello sconforto che l’autista arriva e dice che si va ma è l’ultima corsa. Evviva, un’altra botta di culo! Mi sa che per quest’anno è tutto, come minimo d’ora in poi pioveranno sangue e rane mentre sciami di cavallette mi tormenterano in quanto primogenito e bla bla bla, piaghe a piacere.
Alla fine torno a casa e tutto bene, riesco pure a pranzare e arrivare in ufficio in tempo per il turno pomeridiano, dove tutto solo soletto rendo più che con quella palla al piede della collega deficiente. «Com’è stato veloce!», mi fa una signora dopo averle sbrigato qualche prenotazione, ma non posso commentare che senza cretina mi sento leggero come una farfalla sul naso di un  Pachyrhinosaurus.

lunedì 11 ottobre 2010

La curiosità, i dinosauri e le ipotesi più assurde

13 commenti
Va beh, questo blog l’abbiamo rimodernato e tanto vale usarlo scrivendoci qualcosa, per esempio ‘sta cosa dei documentari a cui accennavo ben tre post fa. Ecco, da Quark in poi ho preso a seguirli con voracità. Oggi sono un accanito frequentatore di Discovery Channel, National Geographic, History Channel, ecc. Non c’è un film decente? Non una cippa di telefilm che mi scansi la noia? No problem! Saltando da un servizio sugli animali più velenosi del pianeta a un reportage sulle ultime scoperte in campo archeologico biblista, trovo un po’ di tutto. Il fatto è che sono curioso, e se l’argomento mi piglia, son capace di farci notte.

Prendete i dinosauri, io li adoro!
Non perché sono grossi e cattivi o per come si sbranano fra loro, ma per come si sono evoluti e adattati. Certo, magari senza produrre vita intelligente in questi ‘anta milioni di anni... ma perché, poi? In fondo erano perfetti per la loro epoca e il loro ambiante, e una volta che sei funzionale alla vita come la ruota lo è alla strada – tu guarda gli squali – un cervello in grado di recitare poemi e dichiarare guerre ti serve come un accendino in un gasdotto. Infatti hanno dominato comunque il pianeta, anche senza aver vinto una gara di spelling. Non ci sono cavoli: i dinosauri sono affascinanti, ecco perché i bambini li amano (e poi – a volte – diventano paleontologi o nerdoni come me). Vengono da un passato che possiamo solo immaginare e ricostruire con meticolosa (e un filo nerdona) perizia. Così, una delle domande che mi sono sempre posto (e che recentemente Ferruccio mi ha fatto tornare alla mente) è come sarebbe il mondo oggi se non si fossero estinti.
Mettiamo che nessun meteorite sia venuto a pogare con la Terra, che si siano adattati ai cambiamenti del clima e oggi fossero ancora qui... noi ci saremmo? Ma no, manco per il ciufolo! Ai loro tempi – checché ne dicano i film e i cartoni animati – noi non c’eravamo, e i mammiferi più grossi avevano le dimensioni di un gatto, erano notturni e si cagavano in mano (o nelle zampe) ogni volta che un Velociraptor aveva i brontolii di stomaco. Noi siamo qui solo perché loro non ci sono più, e dovremmo venerare quel meteorite come le scimmie di 2001: Odissea nello Spazio facevano col monolito, altro che!

Sì, ma se avessero avuto più tempo? Negli anni ‘80, Dale Russell (anche in modo semiserio) ipotizzò un dinosauro umanoide partendo dal Troodon, un parente del Velociraptor con grandi occhi frontali e un grosso cervello (per la media dei suoi contemporanei). Sì, bello e affascinante quanto vogliamo, ma perché evolversi in qualcosa di meno efficace? Guardiamolo... le sue gambe gli fanno perdere velocità e le mani in potenza, inoltre manca l’artiglio a falce sulle zampe posteriori e la potenza di morso – parliamone – passa dal coccodrillo al chihuahua. Un cambiamento del genere ne stravolgerebbe troppo l’anatomia. Sì, i nostri antenati erano simili a scimpanzé, che restano più forti e “efficaci” di noi in campo predatorio (mentre noi abbiamo “scelto” la stazione eretta, che rende possibile l’utilizzo delle mani e quindi la manipolazione di oggetti che porta il ragionamento), ma la struttura anatomica resta analoga. In più, dinosauroide di Russell parte da una stazione che è già bipede per diventare più bipede. Anzi, umanoide. Perché? Se lo chiedete a me, per un capriccio squisitamente umano. Lo stesso che ci fa vedere facce nelle macchie di umido o forme nelle nuvole, ma tutte riconducibili a ciò che conosciamo e vediamo intorno a noi. L’uomo ha evoluto un’abilità talmente acuta nel riconoscere volti e espressioni nei propri simili che lo fa anche con gli oggetti inanimati. È innato e non ci possiamo fare nulla. Mentre guardiamo una data forma, le parti del nostro cervello che si attivano sono le stesse che mettiamo in moto per riconoscere un volto nella folla. Dopo tutto, il senso dominante nell’uomo è la vista (oltre a essere un filo antropocentrico di suo). Così Russell indugia sull’immagine antropomorfa e inventa il “dinosauro intelligente”, ma come ominide rettiliano (non vi dico quanti cospirazionisti hanno goduto in modo anche imbarazzante di fronte a certe immagini).
Qui però sorgono le mie perplessità, quelle che ho avuto fin dall’inizio, ossia: ma se il Troodon era già bipede – e quindi con “mani libere” – perché diventare più bipede? Secondo me, non ce n’era motivo. Forse, se i dinosauri si fossero evoluti in modo analogo a noi (ossia privilegiando lo sviluppo mentale anziché quello puramente predatorio), non avrebbero un aspetto antropomorfo più di quanto noi possiamo (oggi) avere un aspetto rettiliano. Semplicemente, il percorso e l’anatomia porterebbero a “scelte” evolutive imperscrutabili, dettate – come al solito – dall’ambiente e dalle opportunità. Per evolverci da una scimmia arboricola (o semi arboricola) abbiamo avuto un petosecondo del tempo che i dinosauri hanno passato sul pianeta. Perché? E chi lo sa... magari a loro non serviva. Erano grandi e grossi o piccoli e veloci, e quello di cui avevano bisogno se lo prendevano. Noi abbiamo faticato, siamo gli sgobboni del pianeta che in 2 milioni e mezzo di anni lo conquistano e poi si fanno le guerre tra loro (okay, ho detto sgobboni, non furbi).
Questo mi ha convinto (salvo prova contraria) che i dinosauri oggi, vuoi perché il clima, la densità dell’atmosfera, ecc. sono cambiati, sarebbero ancora dinosauri. E, se una specie senziente fosse emersa, non avrebbe aspetto umano. Magari sarebbe un Velociraptor in giacca e cravatta, che so... ma non c’è motivo per cui debbano fare il verso ai Visitors. Comunque, a suo tempo, l’ipotesi di Russell mi divertì, e spero abbia divertito anche voi.

Ecco, una cosa che volevo infilare qua e là nel discorso è l’importanza di farsi un’opinione pur nell’esercizio della curiosità, ascoltare teorie e chiederne le basi, pretendere una logica in esse prima di dire ci credo o mi fido. Insomma, mantenere un atteggiamento critico. Alcune di queste ipotesi oggi sono peregrine e poi si mostrano vere, altre sembrano solide e poi si sciolgono al sole. Altre... beh, restano quel che sono, o erano, o saranno. Le mie opinioni chiedono sempre nuove prove, indizi, ipotesi, verifiche e quant’altro. Amo i documentari perché la conoscenza mi fa sentire vivo, tiene il cervello in fermento (come un vasetto di Activia), ti spinge a collegamenti inaspettati, muove a ipotesi e – spesso – ti (mi) fa venire una gran voglia di porre domande all’esperto di turno. Fermarlo a metà di una frase e chiedere: «Torni un attimo indietro! Cosa diceva prima? Allora sarebbe possibile questa cosa? È stata dimostrata? Aspetti, aspetti, non se ne vada!». Insomma, se la TV fosse davvero interattiva, sarei la piattola dei documentaristi. Magari farei domande cretine (non sono un esperto, solo un nerdone curioso), però se non le facessi (o se non mi documentassi poi per trovare una risposta) non lo saprei mai. C’è tutto un mondo di cose che non so e che passano sui canali tematici, e gente disposta a realizzare, produrre e trasmettere tutto ciò. Sarei pazzo se non ne approfittassi!
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