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lunedì 8 ottobre 2012

Il buio si avvicina (Near Dark, 1987)

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La Manson Family di Near Dark
Quando vidi questo film per la prima volta – stiamo parlando della Prima Visione TV, quindi fine anni ‘80 inizio ‘90 – mi piacque e impressionò un sacco. Era la prima volta che incontravo vampiri poveracci, brutti, sporchi e cattivi, anziché elegantissimi damerini o signori delle tenebre in smoking e mantello. Non posso giurarci né scommetterci alcunché, perché la memoria mi fa difetto quanto le diottrie, ma credo sia stato quello l’istante in cui i vecchi dandy mi vennero a noia e iniziai a preferire i vampiri moderni. Quello che non ricordavo è che la banda di Near Dark fosse una manica di stronzi, dal primo all’ultimo, ma anche questo fa parte del loro fascino, dalla distanza di sicurezza di una TV.

venerdì 21 settembre 2012

Highlander The Source (2007)

6 commenti

Come promesso nello scorso articolo, ho visto The Source. Gente, se per caso siete convinti che la saga degli immortali non ha niente altro da dire, e che sarebbe stato un bene per tutti se ci fossimo fermati al primo film del 1986, avete ragione da vendere. Lo sostenevo prima e lo sostengo adesso, anche con un tot di fervore in più. 

ATTENZIONE: come al solito piovono spoilers come rane in Egitto, quindi sapete cosa fare. No? Va bene, uscite a fare due passi, altrimenti prendete un ombrello e leggete quanto segue. 

martedì 18 settembre 2012

Highlander Endgame (2000)

1 commenti

Marco mi aveva già detto che è Lammerda®, ma per curiosità mi sono procurato questo Highlander Endgame (2000) e l’ho visto lo stesso. Sì, lo so, la curiosità uccise il gatto e tanto va la gatta al lardo… ma perché la saggezza popolare ce l’ha coi poveri felini, poi? Va bene, in ogni caso questo è quanto.

ATTENZIONE: quanto segue è un riassunto zeppo di spoilers, quindi se volete leggerlo siete avvertiti. Non venite a piangere dopo perché vi ho rovinato il finale, tanto il film è coerentemente brutto dall’inizio alla fine.

lunedì 12 dicembre 2011

Io sono Leggenda (2007), cineracconto

20 commenti
Oggi i ragazzi di Moon Base mi hanno ricordato questa boiata questo film, così sono andato a ripescare il cineracconto scritto a suo tempo dandogli una sistemata per riciclarlo postarlo sul blog. A chi l’ha già letto, potete comunque dare un’occhiata alla nuova stesura. Agli altri, buona lettura.

Attenzione: SPOILERS

mercoledì 19 ottobre 2011

Terra Nova, cineracconto (3)

2 commenti
L’ultima puntata è stata molto alla Lost – ma senza la medesima suspense – però abbiamo avuto mezze verità, segreti taciuti, tradimenti, ricatti, spiate… quindi o è Lost o è l’asilo, fate voi. Siamo nel Cretaceo, pare appurato, anche se i dinosauri c’entrano una minchia con quelli veri dell’epoca e va be’, si vede che la consulenza paleontologica è stata vagliata al cesso su carta morbida triplo strato. Entro i confini della recinzione di Jurassic Park, il villaggio vacanze pare Pufflandia e tutti sono felici.

mercoledì 12 ottobre 2011

Terranova, cineracconto (2)

4 commenti
Dunque, mi accingo a scrivere di Terra Nova, quindi – facendo i debiti calcoli – è già una settimana che non aggiorno il blog. Be’, direi che siamo tornati alla normalità, no? Okay, forse sarà il caso che ogni tanto posti qualcosa che sia meno lungo di un rogito… ma intanto parliamo di TN e dell’ultima puntata.

giovedì 6 ottobre 2011

Terra Nova, prime impressioni e cineracconto

7 commenti
Questa settimana è iniziata Terra Nova, ultima serie di sci-fi prodotta da Steven Spielberg bla bla bla ultima ferontiera della fantascienza che ridefinirà il concetto di telefilm bla bla bla niente sarà più lo stesso dopo Terra Nova bla bla bla… insomma, un battage pubblicitario da far venire il sospetto che se la volessero tirare da soli (la merda o la zappa, decidete voi). Io l’aspettavo con curiosità e timore, entrambi soddisfatti. Risultato? Cineracconto (con spoilers).

domenica 27 marzo 2011

Io sono l’amore, il cineracconto

10 commenti
Questa pellicola mi è stata segnalata da Polideuce, che voleva ne assaporassi e commentassi la pomposità indigesta e le involontarie cretinerie. Beh, eccola anche sul vostro menù. Bella segnalazione, il film un po’ meno. Però mi sono divertito a scrivere il cineracconto.

2009, Italia, colore, 120 minuti.
Regia: Luca Guadagnino.
Sceneggiatura: Barbara Alberti, Ivan Cotroneo, Walter Fasano, Luca Guadagnino.
Interpreti: Tilda Swinton, Flavio Parenti, Edoardo Gabbriellini, Alba Rohrwacher, Pippo Delbono, Maria Paiato, Diane Fleri, Waris Ahluwalia, Gabriele Ferzetti, Marisa Berenson.
Partiamo dal titolo pretenzioso, più opportunamente traducibile in “Io sono la noia”. Guardatelo a puntate o facendo pause, che tutto in una volta va di traverso. Inoltre, forse anche voi vi sarete chiesti: «Si può sapere chi è Luca Guadagnino?» Beh, cito da Wikipedia:
Cineasta nato a Palermo, ha raggiunto la notorietà nel 2005 dirigendo il film Melissa P., tratto dall’omonimo libro scandalo di Melissa Panarello. Nel corso della sua carriera ha inoltre diretto numerosi videoclip della cantautrice Elisa.

Con il film Io sono l’amore del 2009 ottiene un discreto successo internazionale e vince l’Alabarda d’oro per la miglior regia al festival Alabarda d’oro 2010. Nel 2011 la casa di produzione inglese Ruby Films sceglie Guadagnino per sostituire Oliver Hirschbiegel alla regia del film Corsica ‘72, film romantico a sfondo mafioso, che vede Gemma Arterton come protagonista.
Va beh, da dove comincio? Intanto, cineasta (che puzza un sacco di “mi sono scritto da me la mia pagina di Wiki”) e Melissa P. in una sola frase, non si possono vedere! E poi l’Alabarda d’oro. No, ma davvero esiste un premio con questo nome? Perché non ne sono stato informato? E soprattutto, Goldrake lo sa?

Okay, la pianto.

Passiamo al film.

Oh, gran bella fotografia, immagini e inquadrature dall’estetica appagante eccetera eccetera, ma il resto… va beh, andiamo per ordine.

La famiglia Recchi – anzi, chiamiamoli Ricchi, visto che sono proprietari di una Mega Ditta fantozziana (e comunque ci tengono a ribadirlo fino alla fine) – si riunisce per il compleanno di nonno Vecchio Trombone, capo pater familias e Mega Direttore Galattico nunc et semper.
Lui, il vecchio – ormai con la data di scadenza sul manico – dice che lascerà il suo posto a Tancredi (è ricco, può chiamare suo figlio come gli pare, anche Princess Beyoncé). Gli fa anche un bel discorsetto, ringraziandolo per essere stato l’erede che ha sempre desiderato eccetera eccetera, ma poi aggiunge che dovrà dividere la dirigenza della Mega Ditta con la terza generazione di Ricchi, ossia suo figlio Edoardo.
… o come dicevan tutti, Edo. Oh, a me ogni volta tornava alla mente quel «Lorenzo, o come dicevan tutti Renzo» del Manzoni.
Perché, dice il vecchio: «Ci vorranno due uomini come voi per farne uno come me».
Appena una punta di egomania, eh?
Non vi dico la faccia di Tancredi, che ci resta come una merda sotto la gabbia degli elefanti. Edo invece è un po’ imbarazzato, ma mica dispiaciuto.
Vorrei vedere. Un giorno avrai un acquario d’impiegati con Fantozzi che fa la triglia, la poltrona in pelle umana e una foresta di ficus!
La famiglia, nel suo nucleo principale, è composta da Tancredi (espressivo come un coprimozzo), Tilda Swinton (che fa la madre di origine russa, praticamente la protagonista), il già citato Edo, Gianluca (il Fratello da Parati, che mai si stacca dallo sfondo) e Betta, sorella biondina e in apparenza problematica.

Comunque, a cena con la famiglia c’è anche la Ragazza Invisibile, inutile fidanzata di Edo, che racconta di come il moroso abbia perso la gara di atletica battuto da un cuoco, che poco dopo arriva portandogli una torta di consolazione. Il giovanotto ha la barba, perciò lo chiameremo Barbacuoco (anche se lui si chiama Antonio), e una povertà lessicale inversamente proporzionale all’oro dei Ricchi, visto che ripete «non si preoccupi» e «fa lo stesso» per rispondere a ogni cosa, da «resti, la prego» a «la torta va messa in frigo?» (giuro).
E qui vi prego di tenere ben presente che si recita – tutti – sempre in modo rigido/inetto e impostato, tipo fiction TV. Insomma, una palla.
Qualche mese dopo, il Vecchio Trombone è morto. 
Edo compie gli anni e a preparare il buffet per la sua festa c’è l’amico Barbacuoco.
La Tilda, che già la prima volta c’aveva fatto l’occhio, adesso è in piena cotta. Si fa pure un orgasmo gastronomico pranzando nel ristorante dove lavora il Barba, che le porta un piatto con due gamberetti di numero e qualche verdura a cubetti. Beh, a lei quel niente che con una forchettata va giù (e che invece mangia a piccoli pezzettini, tagliandoseli pure con coltello e forchetta), provoca un’epifania di sapore e piacere. Come lo so? Beh, un occhio di bue si precipita su di lei mentre il resto della sala si fa buio.
Ah, che idea innovativa e a cui nessuno era mai giunto prima! Sono impressionato.
Nel frattempo – perché la sottotrama fine a se stessa fa complessità (dicono) – Tilda scopre che la figlia non è problematica, è solo lesbica, ma non sa come dirlo al padre e al Fratello da Parati. In più, a Londra, dove Tancredi e Edo si stanno occupando della Mega Ditta che – gufatissima dal discorso d’addio del Vecchio Trombone – è a rischio vendita, Betta studia arte e frequenta una sua insegnante. Nessuno però si fa un problema del conflitto di interessi in questa relazione (d’altra parte, sono Ricchi).
Intanto Tilda freme di desiderio per Barbacuoco, e quando le dicono che ha intenzione di aprire un ristorante dalle parti di Sanremo, in società con Edo, lei capita “casualmente” in paese. Poi, mentre è lì che guarda un gruppo di guglie che le ricordano l’amata Russia, nota Barbacuoco che passeggia, ma siccome non vuole passare per una stalker di mezz’età, s’infila nel primo negozio che capita.
Tu guarda, è un’elegante libreria da cui tiene d’occhio la strada fingendo di sfogliare un libro o un catalogo d’arte.
No, dico, mai che capitino dal fruttivendolo o dal droghiere, eh! Questi film d’essai sono una garanzia; se stai inseguendo o stai scappando da qualcuno, entrerai in negozi chic che spuntano come funghi dall’umido. Oh, ma sono io che vado a spasso nel film sbagliato? Va beh, ‘sta cosa m’è rimasta qui sul gozzo.
Comunque esce stringendo il libro/catalogo (senza pagare!, ché ‘ste volgarità nel cinema leccato non le vogliamo vedere) e va a sbattere proprio contro Barbacuoco.
Ennò, ma allora lo fate apposta! Il cliché è l’altra regola d’oro del film d’essai, mi sa. O di quello pretenzioso, almeno.
Alla fine Barbacuoco la invita in campagna, dove farà il ristorante che non è ancora pronto. Qui si capisce che per il Barba tira più un pelo di Tilda che un carro di buoi, e infatti si danno al bacio appassionato con effetto sfumato. Poi c’è il cambio di scena, e Tilda torna a casa con un sorriso che non le si leva dalla faccia neanche a scalpellarlo. Da quel momento vivono una storia segreta in cui si raccontano le loro cose, tipo che Barbacuoco, pur avendo un accento toscano che levati, c’ha il babbo ligure e in liguria è cresciuto e ha imparato a cucinare.
Che, dico io… e l’accento? Va beh, magari mamma era toscana lei… ma allora ti frustava con la cinghia perché parlassi livornese stretto, visto che di solito l’accento lo prendi da dove abiti, e non dai geni! Lo so bene io, che pur avendo una madre pugliese non capisco un carciofo del suo dialetto.
Bene, comunque gli incontri s’intensificano e ci scappano scene di sesso esplicito, con primi piani ginecologici sulla patata della Tilda e proctologici sulle chiappe di Barbacuoco.
Ah sì, sul set dev’esserci anche un andrologo, perché al Barba gli inquadrano pure lo scroto.
Dopo il sesso spinto d’essai, mentre Barbacuoco le taglia romanticamente i capelli, la Tilda gli racconta di come ha conosciuto Tancredi in Russia, perché i Ricchi – per non farsi mancare nulla – collezionavano arte oltre cortina (di ferro, non d’Ampezzo), e suo padre era restauratore (oltre che contrabbandiere, suppongo). Tutto questo ci scappa tra un primissimo piano di capezzolo e metri su metri quadrati di pelle pallida sotto il sole.
Nello svolgimento di questi languidi desii sull’erba, Edo passa per un saluto, ma non trova nessuno in casa, solo un ciuffo di capelli biondo rossiccio per terra, allora se ne va.

Intanto il gufamento di Vecchio Trombone raggiunge l’apice, e i Ricchi vendono la Mega Ditta agli inglesi. 
Edo va da Betta, e le fa: «È finita».
Al che lei, giustamente, scuote il capo e risponde: «Diventeremo solo più ricchi».
Infatti la famiglia non si preoccupa affatto, tanto che invita a cena l’acquirente, un imprenditore anglo-indiano di religione sikh.
Anche stavolta, a preparare la cena c’è Barbacuoco, che ormai è come di casa (cioè, di cucina). È la tragedia! Edo guarda la zuppa e ha un momento alla Signora in Giallo. Tutti i tasselli si collegano; la zuppa che gli faceva sua madre da piccolo e che solo lei può aver insegnato al Barba, il ciuffo di capelli uguali a quelli di sua madre, il catalogo rubato a Sanremo… poi la guarda in faccia, si alza ed esce. Tilda lo segue. Litigano in russo per la maggior parte del tempo (non si capisce una mazza, quindi la recitazione da fiction non disturba e la scena ne guadagna), poi lui le dice che non esiste più. Lei fa per toccarlo, lui si ritrae come una ragazzina e scivola, batte la testa su una pietra e cade in piscina. Rapido e letale come un coglione che cade nell’acqua (ops).

In ospedale dicono che non c’è più niente da fare. Rimosso dal cranio l’ematoma (che occupava più spazio del cervello, visto che quest’ultimo gli aveva sempre fatto difetto), non si è più svegliato. In gramaglie di vedovanza, parrebbe il trionfo della Ragazza Invisibile. Ve l’eravate dimenticata, vero? Beh, anche i Ricchi, visto che non se la cagano di striscio e col medico ci vanno a parlare solo Tilda e Tancredi.
Di ritorno a casa, Tilda va in camera di Edo e si addormenta sul suo letto con la sua pecorella di peluche tra le braccia, finché non la svegliano per andare al funerale.
Ciumbia, che dormita!
La governante la veste, la pettina… e ho paura a immaginare che altro faccia, perché dopo giorni a letto è zombificata e (presumo) costipata abbèstia, ma in questo film non si mostra nulla che sia meno che chic, quindi la Tilda è appena un po’ sciupata.

Al funerale, piove sulle statue degli angeli.
Alé! Grandinata di cliché a piacere.
Tilda si allontana in preda a un turbamento d’essai camminando sotto la pioggia fino a una sala del cimitero monumentale. Tancredi la raggiunge per consolarla, ma lei ha un colpo di genio da finale drammatico. Gli dice di amare Barbacuoco.
Lui, che è (o sarà stato) pure un Mega Direttore, ma insomma è anche vero che ha appena perso il figlio, gode un sacco nel sapersi in aggiunta becco (e che per di più l’erede è crepato as a shit litigando con la madre proprio per quel motivo). Così – come Edo – le dice che non esiste. Adieu! Freddo e d’essai pure lui, si riprende la giacca che le aveva messo sulle spalle allontanandosi a grandi e nobili falcate.

A casa, Tilda fa le valige – anzi, gliele fa la governante – e qui abbiamo la scena migliore di tutto il film, recitata dalla governante che prima dà un ultimo abbraccio alla padrona che se ne va e poi cade un un pianto convulso e convincente.
Oh, ‘sto personaggio appare ogni tanto e dice poco, ma è quello recitato meglio.
Tilda guarda la famiglia. Non c’è dialogo, ma uno scambio di sguardi con Betta che piange, sorride e annuisce. Poi la Ragazza Invisibile si mette una mano sulla pancia, e capiamo tutti che Edo ha lasciato il segno, ma ormai la Tilda è sparita e ci sono i titoli di coda.

Oh, ma restate!, perché dopo l’elenco del cast c’è un’ultima e inutile scena di Tilda e Barbacuoco abbracciati in una grotta, tra l’altro la peggior inquadratura e fotografia di tutto il film, che fin’ora era sopportabile giusto per quella.

Va beh,
FINE.

Bello, eh?
Io ho intervallato la visione facendo dell’altro, tipo le mie cose su internet, cazzeggio su Facebook, e più in generale una grolla di cazzi miei per distrarmi almeno un po’ con qualcosa di più appassionante di un semaforo spento. Lo consiglio? Sì, se avete problemi d’insonnia o volete incazzarvi per una sceneggiatura balorda. Certo, l’ideale sarebbe la visione di gruppo con cineforum a seguire, perché la pesantezza e la pretenziosità (non mi stancherò mai di ripeterlo) dell’intera pellicola portano ilarità involontaria. Have fun!

mercoledì 25 agosto 2010

SPLICE con cineracconto e spoilers!

2 commenti
La settimana scorsa sono andato a vedere Splice, ma ho scordato di parlarne. Presentato come originale colpo di genio (il regista è Vincenzo Natali, quello di Cube) e dalla trama pressoché secretata, temevo che tutta questa presentazione si rivelasse banale fumo negli occhi. Beh, non è così. Il film è buono, ci sono idee intriganti e un utilizzo degli effetti speciali che è fine alla trama, senza il tipico onanismo da noi ci abbiamo gli effetti più grossi. Capisco anche il motivo di tanto riserbo intorno agli sviluppi della storia, soprattutto per quanto riguarda i colpi di scena. Perché ce ne sono. Oh, se ce ne sono!

Va beh, ecco la trama iniziale per darvi un’idea:

Clive ed Elsa sono due scienziati che lavorano in un laboratorio di genetica. I due sono anche sentimentalmente uniti e stanno tentando di creare un gene animale ibrido da cui estrarre proteine. La coppia vorrebbe spingersi oltre nella ricerca, ma il committente intende invece entrare subito sul mercato. Elsa però non si arrende e procede con l'innesto di DNA umano. Ne “nasce” un essere battezzato Dren.
Un po’, lo ammetto, mi prudono i polpastrelli dalla voglia di scrivere tutto ciò che succede nel film, sottolineare quello che mi è piaciuto e quello che invece no, con tutta la buona volontà, proprio non va. Non è un film perfetto, forse a tratti troppo patinato per poi sorprenderti in modo crudo, e se mi ha lasciato un turbamento post-visione, alla fine è scivolato tutto via, lasciandomi queste luci e ombre. Pregi e difetti. Va beh, che faccio, racconto? Ma sì, dai. Voi comunque siete avvertiti, da qui in poi, piovono SPOILER come cavallette in Egitto.

domenica 27 dicembre 2009

Twilight: il film - Cineracconto

4 commenti
Ho appena visto il film tratto dall’omonimo libro, e posso capirne il successo: a parte qualche accenno di azione extra, la storia è egualmente noiosa e pedissequa al primo volume della tetralogia, perciò è comprensibile che abbia soddisfatto i fan di Bella e Edward. Scrivere il Cineracconto, dopo aver già raccontato il libro in un Bignami, sarebbe superfluo, ma visto che ho tempo lo faccio lo stesso.

Isabella Swan è una ragazza di Phoenix che per un capriccio della trama si trasferisce nella sperduta e umida Forks mentre la madre accompagna il nuovo marito in giro per la Florida a caccia di ingaggi in squadre di baseball. Lo Sceriffo di Forks è il padre naturale di Bella, ecco perché – malgrado il luogo abbia le attrattive di un cesso della stazione – viene scelto come luogo di permanenza per l’anno scolastico. Bella è impacciata, ma non quanto nel libro. Nel film scivola sul ghiaccio e cose così, mentre sulla carta era una calamità anche sull’asfalto asciutto. Quando arriva a scuola non viene accolta come – pardonnez moi pour le français – la Figa del Millennio, ma per la tizia nuova che è. Certo, a certi adolescenti basta poco come stimolo, e infatti viene abbordata ma declina con impacciata cortesia.

Una cosa importante che dovete tenere conto del film è che è moscio, gli attori parlano bisbigliando o mormorando, cercando inutilmente di dare intensità a dialoghi intellettualmente inferiori a un chiocciare di galline nell’aia. E questo, alla lunga, dà noia. A circa un terzo del film (grazie ai potenti mezzi di SKY) sono passato alla lingua originale per vedere la differenza. No, non migliora. I doppiatori mantengono con professionalità quel ruminare a fil di labbra che evidentemente – per la regista, il cast e il pubblico – fa figo. A fare la parte del leone però non sono i dialoghi ma gli sguardi muti, espressivi come la mimica di una salvietta. Tutto questo gran guardarsi e non dire nulla dovrebbe lasciare intendere la profondità dei personaggi e la tensione sensuale sotterranea tra Bella e Edward. Sì, col piffero. A guardarli sembra che abbiano perso il filo dei loro pensieri e si siano incantati come due canarini davanti allo specchio.

A scuola Bella conosce Edward, il fighissimo – dicono loro – figlio adottivo del Dott. Cullen, e mentre pronunciano questa falsità, entra un tizio truccato come una diva del muto e espressivo come una maschera kabuki. Interessante, un protagonista drag queen? No, è un trucco da vampiro fatto con la trousse smessa di Robert Smith dei Cure ma eseguito da Loredana Bertè in una giornata no. Fa cagare, insomma. Eppure dicono sia figo all’inverosimile. Sarà, ma io trovo più carino Mike, il ragazzetto che ronza intorno a Bella ma poi capisce e si mette con Jessica (anche se l’ago della sua bussola ormonale non smette di indicare il nord nei pressi di Bella Lido). Altro bel manzetto su cui potrebbe concentrarsi è Jacob, prestante ragazzo indiano e figlio del migliore amico di suo padre, ma una volta entrato in scena Edward non ce n’è per nessuno.
Va beh, sapete già che Edward è un vampiro e che s’innamorano, perciò la facciamo breve. Dopo un balletto in cui Ed evita Bella per paura di non resistere al richiamo del suo emocromo, i due si mettono insieme dopo che lui la salva da un gruppetto di simpatici stupratori di strada. Nel frattempo, raccogliendo indizi che neanche Pollicino, ma che erano lampanti per chiunque, Bella capisce che Ed è un vampiro. Lui glielo conferma mettendosi al sole per mostrarle la sua vera natura. No, non si scotta né attacca a urlare accartocciandosi. Brilla di lustrini, invece. Un effetto moscio come la recitazione e la trama (coerente, quindi) coadiuvato da un tintinnio di campanelle che ricorda involontariamente Trilly Campanellino. Tristezza.

Le cose però non vanno a meraviglia... c’è qualcuno che ammazza gente in città (e siccome gli abitanti sono 4.120, si nota un filo) ma le forze di polizia, capitanate dall’astuto padre di Bella, pensano a un animale. La teoria si sputtana leggermente quando trovano un impronta umana nei pressi della seconda vittima, ma intanto i cattivi sono lontani e gli hanno fatto perdere le tracce. l’incontro Buon Vs. Cattivi avviene durante una partita di baseball della famiglia Cullen in vacanza, dove spuntano appunto i tre ceffi: Laurent, James e Victoria. Sembra stiano facendo pace, quando James sniffa Bella e perde la testa. Inizia quel po’ di azione che la pellicola si porta a casa. Salvare Bella, nasconderla, proteggerla per sempre anche se la conoscono da giovedì... sì, perché Ed la ama, e quindi è della famiglia. Astutamente la portano a Phoenix, ma James si introduce nella scuola e scopre il vecchio indirizzo di Bella, così la incastra con un trucchetto: le fa sentire la voce della madre al telefono, ma in realtà si tratta di un home video fregato a casa loro. È sufficiente, Bella si presenta sola e disarmata come richiesto, pronunciando la sua frase figa “dare la vita per una persona che ami è un bel modo per morire”, peccato che la madre fosse ancora in Florida. Culo o super poteri vampirici, arrivano i Cullen che la salvano facendo a pezzi James e dandogli fuoco, ma Bella ha una gamba dotta e contusioni varie con effetto dalmata. Così s’inventano un incidente increscioso: sarebbe rotolata dalle scale sfondando una finestra. Visto che è un impedita, i genitori ci credono. Gran finale con loro due al ballo della scuola e primo piano di Victoria che li spia e ghigna vendetta. Fine.
Tutto sommato del film ho apprezzato solo un breve dialogo in cui Bella afferma di trovare “miserable” (a quel punto ero già passato all’inglese, sorry) il fatto che ripetano il liceo a manovella ogni anno. Ed spiega che è l’unico modo per restare in un posto il più a lungo possibile. Forse, se la Meyer l’avesse messo nel libro, l’avrei trovato meno cretino... beh, forse. Anzi, no. Però un tentativo di spiegazione non avrebbe fatto schifo. Comunque vi invito a guardare il film solo con una buona dose di caffè e umorismo, magari in compagnia di amici per commentare a dovere l’opera in questione. Faccio presente che nella scena del salvataggio (quella più movimentata) mi sono quasi addormentato, quindi non fatevi illusione neanche sul ritmo. Gli attori sostituiscono l’intensità con lo sguardo fisso, e la recitazione col mormorio, perciò risulta un film moscio e fiacco – l’ho già detto ma è bene ribadirlo – oltre che penoso da seguire. Se non siete più che convinti/e che Edward Cullen sia bello, bello, bello in modo assurdo, lasciate perdere, questo film non fa per voi. Però se avete tempo da buttare e curiosità, azzardate pure un tentativo. Non mi prendo responsabilità, sia chiaro.

lunedì 9 febbraio 2009

Cloverfield, il cineracconto.

4 commenti
Una coppietta di fighetti newyorkesi cazzeggiano a letto con una telecamera. Sono nell’appartamento del padre di lei, che essendo genitore di figlia fighetta, abita a Manhattan con vista su Central Park. La scena suggerisce che siano innamorati, perché il tasso di zuccheri è talmente alto da stanare le formiche. E sembra che tutto parta da qui, e invece…

Siamo a una festa di fighetti newyorkesi che aspettano un fighetto newyorkese per festeggiare il fatto che si leverà dai coglioni per andare a fare il fighetto a Tokyo. Ed essendo la percentuale di fighetti newyorkesi più o meno pari a quella dei lemming in fase migratoria, è comprensibile l’entusiasmo di chi ne vede sparire uno. Anche qui c’è chi cazzeggia con la telecamera: è il fratello del festeggiato (non ancora arrivato) che però non ne ha voglia, quindi raspa il fondo del bidone dei fighetti di New York e trova il più tordo. Lo convince a fare il video perché così potrà parlare con la gnocca che gli piace ma che non se lo caga neanche con le fave di Fuca.
Naturalmente il gonzo accetta, e da questo momento in poi avrà in mano la telecamera, quindi non ne vedremo più la faccia. Aspettate a dire “olè!”, perché significa anche che da questo momento in poi riprenderà i suoi amici fighetti. Tanto.
Comincia ad arrivare un po’ di gente. C’è la ragazza del fratello del festeggiato, l’unica col cervello, che quindi verrà ignorata bellamente. Poi la gnocca venerata dal gonzo come la Patata d’Oro Che Tutto Può, che se la tira un filo ma non si scuce mai. Naturalmente c’è anche un sacco di gente (tutti fighetti, of course) che però è inutile, e quindi vaffanculo. Alla fine arriva il festeggiato che, sorpresa sorpresa, è il fighetto che cazzeggiava con la telecamera all’inizio. Però con lui non c’è la fighetta di prima. Uhm, il mistero! Lui inizia a chiedere di una certa gnocca che non c’è ma che vuole vedere assolutamente, che naturalmente è la gnocca dell’inizio e quindi vaffanculo anche a ‘sto mistero. Infatti lei arriva, ma è con un minorenne minorato che poi no, invece è il suo nuovo moroso. Lui la guarda con schifo e stordimento, lei lo guarda per dire “guarda che non ce l’hai solo tu”. E insomma battibeccano un bel po’, e gli altri capiscono che avevano trombato e che lui pensava fosse una cosa seria e forse anche lei, ma poi boh, chissà, qualcosa è successo, e allora anche no. Roba che ci puoi far su un romanzo di vampiri EMO e ragazzine bimbeminkia. Ops. Vabbè, fatto sta che lei si prende su il moroso ebete e se ne va, col fighetto che le tira una frecciata che non sfigurerebbe tra le carinerie di Silvio.
Intanto tutto il pathos romantico, dopo un tot di lacrimevoli piagnistei e domande imbarazzanti fatte da fighetti imbarazzanti ad altri fighetti imbarazzanti, se ne va a puttane e quarantotto quando una scossa di terremoto pari alla scoreggia di un capodoglio in una Jacuzzi fa saltare New York nelle sue scarpe di Prada. Tutti vanno sul balcone a vedere, e c’è un inferno di fuoco e cazzi vari verso il porto. Allora guardano il TG che effettivamente dice che c’è un inferno di fuoco e cazzi vari al porto che pare sia l’epicentro dell’apocalisse o del peto (è uguale). Poi le scosse continuano fino a che – non ve la faccio lunga – questi scendono in strada per vedere meglio e possibilmente morire come delle merde, e allora i cazzi amari piovono sotto forma della testa della statua della libertà che gli atterra proprio davanti casa. Iniziano a cagarsi seriamente in mano.
Il protagonista, il fratello, la morosa del fratello, l’amico scemo che cazzeggia con la telecamera e la gnocca d’antologia (che poi non è ipergnocca, ma vabbè) decidono che forse è il caso di muovere il culo. Partono, ma il protagonista è preoccupato per la fighetta che se n’è andata prima e che lui ha sfanculato (con carineria), quindi vuole salvarla. La morosa del fratello, che essendo sveglia ha anche poca pazienza coi deficienti, gli dice di non cagare il cazzo ché anche lei starà lasciando la città. Per il momento, il fighetto si zittisce. Cammina, cammina… trovano dei militari e vedono sagome gigantesche da inferno dantesco che titaneggiano tra i grattaceli di New York, perciò pigliano uno sveglione e attaccano ad attraversare il ponte per lasciare Manhattan. Il protagonista però si ferma, perché la fighetta ha risposto al cellulare rantolando che non riesce a muoversi. Richiama gli altri, che tornano indietro solo per tirargli dei calci rotanti nel culo e nella dentiera, per vedere chi arriva prima al centro. Ma una bordata di armi di distruzione di massa apparentemente espulse (l’orifizio non è stato accertato) da un megamostro butta giù il ponte col fratello del protagonista che non era tornato indietro a pestarlo, visto che probabilmente lo faceva tanto spesso da essersi annoiato. È il panico. Cagarsi in mano diventa uno sport nazionale, e nel vicolo più vicino i bimbiminkia iniziano i garini. Non c’è speranza di lasciare l’isola da quella parte, così i fighetti intraprendono un viaggio tra i sottopassaggi di New York per evitare quello che ormai è chiaro a tutti: Cthulhu s’è svegliato con la luna storta (evidentemente R’lyeh sta sotto la baia di New York) e se ne va in giro cagando mi-go e altre adorabili creature lovecraftiane che banchettano a suon di newyorkesi.
Naturalmente la banda di prodi ha una missione, che è salvare la gnocca del protagonista, e nessuno si oppone. Pare che la morosa del fratello del protagonista (lo so che la faccio lunga, ma non ricordo i nomi), dopo aver perso il suo amore fighetto, abbia avuto un cortocircuito che le ha fritto l’intera collezione di neuroni sani, visto che si dice d’accordo nel rischiare le loro inutili vite per salvare questa demente che non si sa neanche dove sia, anche se il protagonista è sicuro che sia tornata a casa sua (e che non sia andata – per dire – a puttaneggiare a casa dell’ebete). Tutto ciò che sanno è che è immobilizzata, e quindi non può neppure fare qualcosa di utile come dei segnali di fumo o morire senza cagare il cazzo (che sarebbe anche preferibile). Ah, già. Naturalmente lungo la via c’è chi muore. La prima è la presunta ipergnocca che viene morsa da un astice mannaro cagato da Cthulhu nella metropolitana, ma occhio perché qui pare che si salvi, e invece quando raggiungono (grazie a una botta di culo che crea uno spazio cieco e concavo sulla gobba dell’universo con su scritto BONUS DEL MASTER) una postazione militare di soccorso che è in grado di caricarli sugli elicotteri che stanno evacuando le vittime, l’ipergnocca viene confinata in una tenda al grido «MORSO! MORSO!» (pare che ciò non sia bene) dove si esibisce in una scena splatter che al confronto Linda Blair era innocua come Julie Andrews in un musical a caso. Purtroppo noi la intuiamo solo attraverso la tenda che fa passare solo le ombre di questo arzillo balletto. Il tutto ripreso dalla mano tremebonda e dalle inquadrature al limite del mal di mare del deficiente. Ah, non l’ho detto? Tutto il film è girato in questa cazzo di maniera. Che all’inizio è figo, poi inizia a somigliare a Blair Witch Project, dopo un po’ ti ricorda Lost, e alla fine te ne sbatte un cazzo, basta che muoiano. E moriranno, puttana la miseria, diamogli tempo.
Dunque, dicevo che sono praticamente in salvo, ma il protagonista (naturalmente) non la finisce di menarla che devono salvare la sua topa. Un marine o un soldato o un militare chéssòio (che sono tutti vestiti uguali), si impietosisce. O molto più probabilmente li vuole morti (quei cazzo di fighetti), li lascia scappare dal centro per raggiungere la deficiente. E loro, naturalmente (perché sono stupidi e se ne vantano), ringraziano il gentile soldato e partono. Dopo un tot di fughe, avvistamenti di Cthulhu e altra merda, raggiungono casa della sfigata. Che è un cazzo di grattacielo (naturalmente) che s’è spezzato crollando parzialmente su quello accanto (regolare). Di fronte a tanta sfiga, che fanno? Ideano un piano geniale: saliranno su per le scale del grattacielo intatto (antantazillemila gradini) e cercheranno di passare da un tetto all’altro, poi scenderanno quel tot di piani che ci vogliono per raggiungerla e, se lei è in casa, la salveranno trascinandosela poi appresso lungo la strada fatta prima. Facile come pettinare l’olio. E… cazzo d’un mondo, lo fanno! E la vacca è pure in casa! Qui però si capisce che è fantascienza, perché due bonus del master in una sola quest sono IMPOSSIBILI. Fatto sta che se la caricano e partono, e con un altro viaggio da sfigati che sembra la Terza Guerra Mondiale tra l’Inferno e la Famiglia Bush (dove Satana è il buono e Belzebù, nella parte di Rossella O’Hara, commuove tutti fino alle lacrime), raggiungono Central Park. E qui i cazzi si fanno amarissimi, tanto che secondo le regole del manuale, i diabetici non possono entrare in area senza patire una ferita incapacitante. Infatti il deficiente con la telecamera si trova faccia a faccia con Cthulhu in persona, che pare di ottimo umore e quindi se lo mastica un po’ ma alla fine lo sputa perché lui sarà anche un essere spaventoso e malvagio eccetera, ma la merda non la mangia. Sì, ma il film non finisce così, eh no… il protagonista prende la telecamera, si nasconde con la bella in un sottopassaggio, sotto un ponte o in una qualche altra buca con scritto PERICOLO DI MORTE e aspettano di essere calpestati. Come in effetti succede. Ma prima di essere pestati come una merda fanno in tempo a dirsi “ti amo”.

Ah sì, da qualche parte, tra la morte dell’ipergnocca e quella del cameraman deficiente, muore anche la vedova del fratello del protagonista, ma proprio non ricordo dove, come e quando. Sarà che dopo un po’ era più facile seguire un torneo di tennis con granata uno contro tutti (dal centro), ma proprio m’è sfuggito. Be’, è morta. Pace all’anima sua e anche alla mia che ho finito.

FINE

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