Mi è piaciuto. Beh, non come m’aspettavo... ma insomma, sì, mi è piaciuto in modo diverso da quello che prevedevo. Riempie gli occhi, e se sei affezionato alla storia originale e a quell’ambientazione, è un’irresistibile delirio cui abbandonarsi.
Bello il processo di maturazione che attraversa Alice e l’approfondimento di alcuni personaggi. La Regina Rossa è il top, sì. Anzi, quando la sconfiggono e condannano all’esilio, con quel falso del suo Fante che cerca di farla fuori, mi fa una pena immensa. Ci sono due personaggi che ho sempre adorato in Alice, e sono la Lepre Marzolina e lo Stregatto, che qui danno il meglio di sé. Il Gatto è elusivo in una maniera che T. S. Elliot avrebbe venerato, mentre la Lepre è da manicomio vecchio stile.
La follia, che in Wonderland è così comune, lo è anche da noi. Fa riflettere questo film, come la storia a cui si ispira, sulle pazzie accettabili e quelle disdicevoli, portando all’unica conclusione logica: sono tutti matti, ma chi ha la follia giusta è “normale”; mentre se hai quella sbagliata, “sei più matto di un cappellaio”. Ho sempre sostenuto che non esistono persone sane, nei comportamenti di tutti noi c’è spesso più d’un pizzico di follia, maturata nel tempo o cresciuta alle nostre spalle come erba selvatica. E non è brutta affatto questa follia di Wonderland, è un rovescio della medaglia di quell’altra, quella follia vittoriana tutta etichetta e rigore, dove devi chiedere scusa a tutti se ti scappa di vivere un po’.
In questa dimensione, dove gli animali parlano, il cibo ti fa crescere e le bevande rimpicciolire, dove i bruchi sono saggi e i cappellai danzano la Deliranza, la follia è un diverso modo di essere sani, un’accettabile etichetta per un mondo capovolto. Un accenno a questo c’è all’inizio, quando Alice cade nella tana del Coniglio e precipita atterrando su quello che si rivela essere il soffitto della stanza da cui partirà la sua avventura. Un mondo così, a tensa in giù, non è affatto male, perché è tale e quale a questo, cambia solo la prospettiva di chi guarda. Al Cappellaio basterebbero due passi in superficie per fuggire a gambe levate. Ed è a questo punto che veniamo a ciò che mi sfuggiva alla fine del film, qualcosa che mi ha dato fastidio senza mostrarsi davvero, ossia il motivo per cui Alice se ne va. Certo, ha trovato la sua forza per andare avanti e può scegliere tra restare in Wonderland o tornare in superficie, al mondo in cui l’aspettano un preten
dente ridicolo, un cognato fedifrago e una vita che è un’incognita, e lei sceglie questa. Mi sta bene, davvero. Io non so se l’avrei fatto, se ne avessi trovato la forza, ma ai fini della storia e di ciò che è stato narrato fino a quel punto, okay, va benissimo. Ha senso ed è la giusta conclusione per un personaggio che è maturato attraverso un percorso di crescita. Quello che lì per lì mi ha urtato e ho capito dopo è stata la mancanza di una riflessione su questo, qualcosa che invece si è dovuto – presumo – consumare e desumere nello e dallo sguardo dell’interprete di Alice di fronte alla domanda della Regina Bianca, ossia posta innanzi alla domanda su dove intendesse vivere la sua vita da quel momento in poi. Alice non sembra avere dubbi, saluta il cappellaio come Dorothy salutò lo Spaventapasseri e torna al suo mondo, a cui si presenta con la rinnovata e saggia follia acquisita in Wonderland, di fronte alla sua famiglia e alla sua società riconosce ciascuno di loro per ciò che sono, nel bene e nel male, prende le sue decisioni e sceglie la sua vita seguendo il consiglio di sua padre, secondo cui “tutti i migliori sono matti” perché spezzano le regole all’inseguimento dei propri sogni e del proprio istinto. Tuttavia avrei inserito almeno un paio di righe di dialogo in più a sostegno della scelta di Alice, qualche parola che esprimesse la sua volontà dii tornare a casa e affrontare quel mondo, sfide e tutto, nell’abbandono di Wonderland e dei suoi amici.
Il fatto che l’attrice protagonista sia stata definita inespressiva, a me non ha dato fastidio né vi ho prestato particolare attenzione, anzi ho trovato nella sua espressione stupita e innocente il giusto volto dell’iniziato ai misteri, o semplicemente di una ragazzina che precipita in Wonderland. Il suo è uno stupore innocente che cresce e poi si adatta fino a prendere confidenza con quel mondo assurdo. Sono passati vent’anni dal suo primo viaggio, e Alice ha dimenticato tutto tranne quelli che credeva sogni e che si rivelano invece ricordi, quindi è un nuovo percorso diverso dal primo che le aveva insegnato a sognare, perché questa volta la lezione è vivere.
Mi sono piaciuti la nuova storia e il nuovo messaggio perché sono in linea con l’originale, e anche se il film sembra meno burtoniano degli altri io non sono del tutto d’accordo, c’è la sua filosofia – che trae origine dalle sue letture, come appunto Alice – e in questo film restituisce alla storia che ha amato una devozione sincera. E se mancano scheletri e cadaveri, tanto meglio. Se Burton rifacesse sempre Burton, sai che palle, voglio pensare che in lui ci sia qualcosa di più di un filone monotematico da raccontare. Anche Big Fish si discostava dal suo solito rappresentare le cose in modo mortaccino e affettuosamente lugubre, ma l’ha raccontato benissimo perché quello che rende belle le sue storie non sono le atmosfere ma il narrato. La follia di Alice e di Big Fish è quella del sogno, del piacere del narrare e della vita vissuta con immaginazione, tutte cose che costituiscono la spina dorsale del suo lavoro e la parte migliore di ogni opera da lui prodotta.
La follia, che in Wonderland è così comune, lo è anche da noi. Fa riflettere questo film, come la storia a cui si ispira, sulle pazzie accettabili e quelle disdicevoli, portando all’unica conclusione logica: sono tutti matti, ma chi ha la follia giusta è “normale”; mentre se hai quella sbagliata, “sei più matto di un cappellaio”. Ho sempre sostenuto che non esistono persone sane, nei comportamenti di tutti noi c’è spesso più d’un pizzico di follia, maturata nel tempo o cresciuta alle nostre spalle come erba selvatica. E non è brutta affatto questa follia di Wonderland, è un rovescio della medaglia di quell’altra, quella follia vittoriana tutta etichetta e rigore, dove devi chiedere scusa a tutti se ti scappa di vivere un po’.
In questa dimensione, dove gli animali parlano, il cibo ti fa crescere e le bevande rimpicciolire, dove i bruchi sono saggi e i cappellai danzano la Deliranza, la follia è un diverso modo di essere sani, un’accettabile etichetta per un mondo capovolto. Un accenno a questo c’è all’inizio, quando Alice cade nella tana del Coniglio e precipita atterrando su quello che si rivela essere il soffitto della stanza da cui partirà la sua avventura. Un mondo così, a tensa in giù, non è affatto male, perché è tale e quale a questo, cambia solo la prospettiva di chi guarda. Al Cappellaio basterebbero due passi in superficie per fuggire a gambe levate. Ed è a questo punto che veniamo a ciò che mi sfuggiva alla fine del film, qualcosa che mi ha dato fastidio senza mostrarsi davvero, ossia il motivo per cui Alice se ne va. Certo, ha trovato la sua forza per andare avanti e può scegliere tra restare in Wonderland o tornare in superficie, al mondo in cui l’aspettano un preten
dente ridicolo, un cognato fedifrago e una vita che è un’incognita, e lei sceglie questa. Mi sta bene, davvero. Io non so se l’avrei fatto, se ne avessi trovato la forza, ma ai fini della storia e di ciò che è stato narrato fino a quel punto, okay, va benissimo. Ha senso ed è la giusta conclusione per un personaggio che è maturato attraverso un percorso di crescita. Quello che lì per lì mi ha urtato e ho capito dopo è stata la mancanza di una riflessione su questo, qualcosa che invece si è dovuto – presumo – consumare e desumere nello e dallo sguardo dell’interprete di Alice di fronte alla domanda della Regina Bianca, ossia posta innanzi alla domanda su dove intendesse vivere la sua vita da quel momento in poi. Alice non sembra avere dubbi, saluta il cappellaio come Dorothy salutò lo Spaventapasseri e torna al suo mondo, a cui si presenta con la rinnovata e saggia follia acquisita in Wonderland, di fronte alla sua famiglia e alla sua società riconosce ciascuno di loro per ciò che sono, nel bene e nel male, prende le sue decisioni e sceglie la sua vita seguendo il consiglio di sua padre, secondo cui “tutti i migliori sono matti” perché spezzano le regole all’inseguimento dei propri sogni e del proprio istinto. Tuttavia avrei inserito almeno un paio di righe di dialogo in più a sostegno della scelta di Alice, qualche parola che esprimesse la sua volontà dii tornare a casa e affrontare quel mondo, sfide e tutto, nell’abbandono di Wonderland e dei suoi amici.Il fatto che l’attrice protagonista sia stata definita inespressiva, a me non ha dato fastidio né vi ho prestato particolare attenzione, anzi ho trovato nella sua espressione stupita e innocente il giusto volto dell’iniziato ai misteri, o semplicemente di una ragazzina che precipita in Wonderland. Il suo è uno stupore innocente che cresce e poi si adatta fino a prendere confidenza con quel mondo assurdo. Sono passati vent’anni dal suo primo viaggio, e Alice ha dimenticato tutto tranne quelli che credeva sogni e che si rivelano invece ricordi, quindi è un nuovo percorso diverso dal primo che le aveva insegnato a sognare, perché questa volta la lezione è vivere.
Mi sono piaciuti la nuova storia e il nuovo messaggio perché sono in linea con l’originale, e anche se il film sembra meno burtoniano degli altri io non sono del tutto d’accordo, c’è la sua filosofia – che trae origine dalle sue letture, come appunto Alice – e in questo film restituisce alla storia che ha amato una devozione sincera. E se mancano scheletri e cadaveri, tanto meglio. Se Burton rifacesse sempre Burton, sai che palle, voglio pensare che in lui ci sia qualcosa di più di un filone monotematico da raccontare. Anche Big Fish si discostava dal suo solito rappresentare le cose in modo mortaccino e affettuosamente lugubre, ma l’ha raccontato benissimo perché quello che rende belle le sue storie non sono le atmosfere ma il narrato. La follia di Alice e di Big Fish è quella del sogno, del piacere del narrare e della vita vissuta con immaginazione, tutte cose che costituiscono la spina dorsale del suo lavoro e la parte migliore di ogni opera da lui prodotta.