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mercoledì 13 marzo 2013

Giornata del Post Banale

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Oggi è la Giornata del Post Banale nata su Strategie Evolutive, perciò se non lo sapevate lo sapete adesso. Lo scopo è scrivere un post qualunquista. Qualcosa di già sentito, di già letto e quindi banale. 

Perché? 
Bravi, siete già nello spirito, domande prevedibili da manuale. 

In pratica per fare il verso o il versaccio a tutti quei post, status, tweet o qualunque pulpito virtuale che diffonde sciocchezze qualunquiste ai limiti del luogo comune e della frase fatta. Quella retorica lì fatta per strappare facili applausi a un pubblico che non chiede altro, perché sai di rivolgerti a un target che ti somiglia o che conosci bene, al quale giorno dopo giorno non offri niente di nuovo o stimolante, e al quale ti inchini solo per farti baciare le chiappe eccetera eccetera. 

Va beh, io ho le chiappe asciutte e non so come farmele leccare né ci tengo, quindi devo inventarmi qualcosa per farmi bello e ho deciso che per riuscirci farò una cosa che non faccio mai, parlerò di quello che ho combinato di recente o che sto per combinare. 

Allora, intanto ieri sono stato guest-blogger (va che figo solo a scriverlo) su Book and Negative con un post sulla 13a Puntata di The Walking Dead, poi fra qualche settimana parteciperò a Nativity, la seconda stagione di Due Minuti a Mezzanotte – la Round Robin di Alessandro Girola – e per il resto, di mio, sono mesi se non anni che non riesco a portare avanti una mazza. Mi sono impigrito e non ho mai avuto un granché di disciplina, perciò se non fosse per questi progetti farei a gara coi mobili a chi colleziona più polvere. Beh, ho fatto anche il banner del Giorno del Post Banale che vedete qui sopra, e ho realizzato anche un buon numero di immagini e copertine per 2MM e Nativity, compresi gli e-book di alcuni partecipanti, quindi il mio coma vigile è interrotto da momenti di attività, sono tipo gli scoiattoli in letargo che ogni tanto si alzano, mangiano una noce senza neanche aprire gli occhi e poi tornano a dormire grattandosi la coda. 
Però a dir la verità non ne soffro neanche tanto, perciò questo non è un piagnisteo. 
Ammetto che scrivere non mi viene più naturale come una volta, né vengo preso dalla voglia di mettermi lì a inventare e raccontare, ma ogni tanto è piacevole farlo, con meno aspettative di una volta ma comunque con divertimento. Oh, dopotutto il banner di Blogger Gracile è lì per un motivo. Sapevatelo! (cit. Vulvia).

mercoledì 28 marzo 2012

Un po’ di cinema e TV accazzo!

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«If you ever get close to a human and human behaviour, be ready to get confused. There’s definitely, definitely, definitely no logic to human behaviour. But yet so, yet so irresistible. And there’s no map, and a compass wouldn’t help at all». – Bjork, “Human Behaviour” (Debut, 1993).
Inizio con una citazione che è spesso vera, stavolta però la applichiamo ai personaggi di The Walking Dead perché there’s definitely, definitely, definitely no logic to TWD behaviour, credetemi. Tutti i personaggi si comportano in base alle necessità di una trama isterica malamente adattata da un fumetto di successo (che non ho letto ma del quale mi si dicono grandi cose), che qui viene amputato e decomposto come quegli zombie che dovrebbero fare la parte del leone di TWD e invece fanno timidamente capolino ogni tanto. Personaggi come Lori, Rick, Shane, ecc. cambiano idea dall’oggi al domani solo per regalare un colpo di scena senza capo né coda. Eppure questa serie piace, e a chi non piace regala comunque una dipendenza da cazzata più grossa. Dopo un po’ resti a seguirla per vedere che altro s’inventano, è un gioco al massacro sulla minchiata, una scuola circense di alta coglioneria. Dopo aver visto due stagioni, una più assurda dell’altra – nelle quali abbiamo sfiorato picchi di teatro dadaista – attendo anch’io la terza con un moto di reverente stupore (del tipo che ti coglie davanti a un’orca che emerge dal gabinetto e ti morde il culo). All’inizio inorridivo, poi grazie a Hell ho capito che non stavo guardando una rivoluzionaria serie sugli zombie (venuta così male da far rimpiangere puttanate mostruose come Maial Zombie), ma la soap opera non morta Centovetrine of the Dead (leggete tutti i riessunti della seconda stagione se siete curiosi). Accettato questo, è stato più facile andare avanti ridendone serenamente malgrado le bottarelle buoniste alla “dobbiamo conservare la nostra umanità” per poi fare l’esatto contrario, tanto facciamo un po’ come cazzo che ci pare.

Sull’onda di questo buonismo che mi ha un po’ trifolato i coglioni con ricetta classica, la FOX – dopo un battage pubblicitario esagerato che è ingrediente principe della trifolatura – ci ha recentemente regalato Touch, degli stessi autori di Heroes che però stavolta devono aver preso una porta girevole contromano e battuto la testa ripetutamente contro il vetro rinforzato. Ho visto la prima puntata con perplessità. La botta di matematica del caos trattata come mistica e il ragazzino autistico ma geniale col padre uomo d’azione, pareva la fiera dell’avanzo di cinema già visto. Il finale poi, con la morale e lo schema ripetitivo in cui il tocco di un angelo (mamma mia che orrore) salva le vite di alcune persone facendole incontrare, è da crisi diabetica. Ogni episodio è un esercizio di stile per mostrare come riescono a intrecciare storie apparentemente slegate in un nodo gordiano di melassa. Ne ho guardato un secondo episodio per vedere se ci fosse qualche margine di miglioramento, ma già a metà della puntata mi sono reso conto che non volevo sprecare il mio tempo e la mia vita davanti a quel programma.

In settimana però grazie al satellite ho avuto una piacevole sorpresa che magari ai più parrà una cazzata, ma che a me divertì un sacco la prima volta che c’inciampai. Si tratta di Bubble Boy, una storiella bizzarra su questo ragazzo che vive in una camera sterile perché nato senza anticorpi. Nonostante le premesse, non è un film drammatico. Il protagonista è interpretato da Jake Gyllenhaal (e questo è anche il primo film in cui l’abbia mai visto recitare) e la sua missione è raggiungere le Cascate del Niagara per impedire alla ragazza che ama di sposare un’imbecille allo stadio terminale della stupidità. Per farlo si costruisce una tuta isolante a forma di bolla, da cui il titolo. Nel cast appare anche Danny Trejo in un ruolo divertente e sopra le righe (Danny-fans, non perdetevelo), ma anche gli altri personaggi sono un coro di bizzarri soggetti che meritano almeno una rapida menzione, a partire dalla madre isterica e iperprotettiva e il padre sottomesso che non parla mai ma rincorrono il figlio per tutti gli stati, poi la setta dei Brillanti e Luminosi (dove tutti i ragazzi si chiamano Todd, le ragazze Lorraine, e vivono insieme in castità) che appaiono nel video qui sotto e che vi consiglio di ascoltare (e guardare, visto che è una sorta di trailer) perché adoro questa canzone (non solo per il ritmo orecchiabile e coinvolgente, ma anche perché è così cheeful & creepy), seguono il Dottor Phreak e i suoi mostri, un gelataio indiano che gira con un furgone bardato da carro di Shiva e vende anche curry, poi il terzetto Pappy, Pippy e Puttana (o Punani), eccetera. Forse non è un capolavoro indimenticabile della cinematografia e non ha mai aspirato all’Orso di Berlino, ma ha un buon ritmo e non si prende troppo sul serio. Anche i momenti che potrebbero scivolare nello zucchero hanno il loro bravo freno dell’ironia. Insomma, dopo qualche fregatura rivedermi a sorpresa qualcosa di divertente e ben fatto è stato bello.




Se vi propinano merda, il mio consiglio è di non prendervela. Ridetene e guardatevi una cazzata, magari una fatta bene. Non di solo Essai vive l’uomo, ci sono anche film che senza essere pretenziosi fanno il loro lavoro. E sinceramente, questa cosa di snobbare la comicità in favore di roba seria e tragica mi ha un po’ rotto le palle. Si può dire di tutto facendo ridere la gente, che poi se ne ricorderà meglio che se ci avesse pianto sopra (altrimenti non esisterebbe la satira). La verità è ancora là fuori, e fa sempre ridere. Che vi piaccia o no.
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