mercoledì 28 marzo 2012

Un po’ di cinema e TV accazzo!

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«If you ever get close to a human and human behaviour, be ready to get confused. There’s definitely, definitely, definitely no logic to human behaviour. But yet so, yet so irresistible. And there’s no map, and a compass wouldn’t help at all». – Bjork, “Human Behaviour” (Debut, 1993).
Inizio con una citazione che è spesso vera, stavolta però la applichiamo ai personaggi di The Walking Dead perché there’s definitely, definitely, definitely no logic to TWD behaviour, credetemi. Tutti i personaggi si comportano in base alle necessità di una trama isterica malamente adattata da un fumetto di successo (che non ho letto ma del quale mi si dicono grandi cose), che qui viene amputato e decomposto come quegli zombie che dovrebbero fare la parte del leone di TWD e invece fanno timidamente capolino ogni tanto. Personaggi come Lori, Rick, Shane, ecc. cambiano idea dall’oggi al domani solo per regalare un colpo di scena senza capo né coda. Eppure questa serie piace, e a chi non piace regala comunque una dipendenza da cazzata più grossa. Dopo un po’ resti a seguirla per vedere che altro s’inventano, è un gioco al massacro sulla minchiata, una scuola circense di alta coglioneria. Dopo aver visto due stagioni, una più assurda dell’altra – nelle quali abbiamo sfiorato picchi di teatro dadaista – attendo anch’io la terza con un moto di reverente stupore (del tipo che ti coglie davanti a un’orca che emerge dal gabinetto e ti morde il culo). All’inizio inorridivo, poi grazie a Hell ho capito che non stavo guardando una rivoluzionaria serie sugli zombie (venuta così male da far rimpiangere puttanate mostruose come Maial Zombie), ma la soap opera non morta Centovetrine of the Dead (leggete tutti i riessunti della seconda stagione se siete curiosi). Accettato questo, è stato più facile andare avanti ridendone serenamente malgrado le bottarelle buoniste alla “dobbiamo conservare la nostra umanità” per poi fare l’esatto contrario, tanto facciamo un po’ come cazzo che ci pare.

Sull’onda di questo buonismo che mi ha un po’ trifolato i coglioni con ricetta classica, la FOX – dopo un battage pubblicitario esagerato che è ingrediente principe della trifolatura – ci ha recentemente regalato Touch, degli stessi autori di Heroes che però stavolta devono aver preso una porta girevole contromano e battuto la testa ripetutamente contro il vetro rinforzato. Ho visto la prima puntata con perplessità. La botta di matematica del caos trattata come mistica e il ragazzino autistico ma geniale col padre uomo d’azione, pareva la fiera dell’avanzo di cinema già visto. Il finale poi, con la morale e lo schema ripetitivo in cui il tocco di un angelo (mamma mia che orrore) salva le vite di alcune persone facendole incontrare, è da crisi diabetica. Ogni episodio è un esercizio di stile per mostrare come riescono a intrecciare storie apparentemente slegate in un nodo gordiano di melassa. Ne ho guardato un secondo episodio per vedere se ci fosse qualche margine di miglioramento, ma già a metà della puntata mi sono reso conto che non volevo sprecare il mio tempo e la mia vita davanti a quel programma.

In settimana però grazie al satellite ho avuto una piacevole sorpresa che magari ai più parrà una cazzata, ma che a me divertì un sacco la prima volta che c’inciampai. Si tratta di Bubble Boy, una storiella bizzarra su questo ragazzo che vive in una camera sterile perché nato senza anticorpi. Nonostante le premesse, non è un film drammatico. Il protagonista è interpretato da Jake Gyllenhaal (e questo è anche il primo film in cui l’abbia mai visto recitare) e la sua missione è raggiungere le Cascate del Niagara per impedire alla ragazza che ama di sposare un’imbecille allo stadio terminale della stupidità. Per farlo si costruisce una tuta isolante a forma di bolla, da cui il titolo. Nel cast appare anche Danny Trejo in un ruolo divertente e sopra le righe (Danny-fans, non perdetevelo), ma anche gli altri personaggi sono un coro di bizzarri soggetti che meritano almeno una rapida menzione, a partire dalla madre isterica e iperprotettiva e il padre sottomesso che non parla mai ma rincorrono il figlio per tutti gli stati, poi la setta dei Brillanti e Luminosi (dove tutti i ragazzi si chiamano Todd, le ragazze Lorraine, e vivono insieme in castità) che appaiono nel video qui sotto e che vi consiglio di ascoltare (e guardare, visto che è una sorta di trailer) perché adoro questa canzone (non solo per il ritmo orecchiabile e coinvolgente, ma anche perché è così cheeful & creepy), seguono il Dottor Phreak e i suoi mostri, un gelataio indiano che gira con un furgone bardato da carro di Shiva e vende anche curry, poi il terzetto Pappy, Pippy e Puttana (o Punani), eccetera. Forse non è un capolavoro indimenticabile della cinematografia e non ha mai aspirato all’Orso di Berlino, ma ha un buon ritmo e non si prende troppo sul serio. Anche i momenti che potrebbero scivolare nello zucchero hanno il loro bravo freno dell’ironia. Insomma, dopo qualche fregatura rivedermi a sorpresa qualcosa di divertente e ben fatto è stato bello.




Se vi propinano merda, il mio consiglio è di non prendervela. Ridetene e guardatevi una cazzata, magari una fatta bene. Non di solo Essai vive l’uomo, ci sono anche film che senza essere pretenziosi fanno il loro lavoro. E sinceramente, questa cosa di snobbare la comicità in favore di roba seria e tragica mi ha un po’ rotto le palle. Si può dire di tutto facendo ridere la gente, che poi se ne ricorderà meglio che se ci avesse pianto sopra (altrimenti non esisterebbe la satira). La verità è ancora là fuori, e fa sempre ridere. Che vi piaccia o no.

venerdì 23 marzo 2012

Dylan Dog, il film: recensione.

13 commenti
Tempo fa ho parlato del film su Dylan Dog paventandone l’avvento nei cinema, stasera però l’ho visto sul satellite. Oh, avevo ragione. Terribile. Adesso non dite che sono un nostalgico del fumetto o un fanatico purista, perché io DD non lo leggo da anni. No, il problema non è l’attinenza all’opera di Sclavi. Fosse solo quello stavamo a posto, perché a sistemarla bastava il casting. No, anche preso come fenomeno a sé, è un film scemotto. DD – il fumetto DD – è ben scritto, sarebbe bastato attingere a quelle trame e il gioco era fatto, cosa che è stata evitata con accorta e circospetta negligenza: «Hai visto mai che non ci venga la solita cagata? Shame on us!» dice il produttore, e di conseguenza si comporta.

Il mio incubo è questo film.

Il buon Dylan è interpretato dal bisteccone di Superman Returns (che in veste di Uomo d’Acciaio aveva comunque un’espressione di ghisa acconcia), qui invece è poco più di un modello che si aggira per la città dei mostri (New Orleans invece di Londra) a far domande. Poi, perché le creature della notte debbano rendere conto dei fatti loro a questo, che pare un tronista della de Filippi, non si sa. C’è anche la biondina in difficoltà, che gli è morto il papà e Dylan la vuole aiutare perché pappappéro, ma tanto DD ha sempre avuto un parterre di donne alla 007, e quindi ci sta (ci sta, ci sta). Quello che fa male, tanto male al cuore, è l’assenza di Groucho, ma gli eredi dei Marx non hanno voluto concedere l’utilizzo dell’immagine (dagli torto). Oh, però c’è Marcus. Che io non gli avrei dato un cinque all’assistente di rimpiazzo, proprio perché viene a coprire il ruolo di Groucho con un umorismo nettamente diverso, però alla fine è simpatico e poi l’attore mi piace (è quello che fa il licantropo nella versione USA di Being Human). La storia invece è un florilegio di cazzate, la solita menata dell’artefatto che dà un grande potere e tutti lo vogliono, roba da domandarsi se la quest sceneggiatura non l’abbia scritta il nipotino nerd del regista.
Il massimo però lo danno le citazioni. Tu sei lì che fai di tutto per dimenticarti DD e convincerti che quello che stai guardando non gli è manco parente (anche per conservare un minimo di sanità mentale) ma loro – sadici – non te lo permettono, e qua e là spunta un poster dei Fratelli Marx a coprire una cassaforte o passaggio segreto, poi un vampiro italiano di nome Borelli (povera Bonelli, pure citata male) e “Sclavi” che è l’ultima parola pronunciata da un testimone morente, dopo di che stai li a guardare ‘sto tronista vestito da Dylan Dog che rimugina: «Sclavi… Sclavi… cosa significherà questo nome?» Significa impiccati, che è ora.
Vabbè, poi battaglia campale per il superpotere risolta in trionfo di effetti speciali for dummies con tarallucci e vino serviti a parte, e il finale con… ve lo dico? Ma sì dai, tanto si capisce subito. Dylan e Marcus, finalmente soci alla pari, che s’incamminano verso l’alba scambiandosi battute di spirito. Oh, io ancora mi domando come mai, per i diritti di Casablanca, gli eredi non abbiano fatto le stesse storie dei Marx, perché in quel momento ho avuto un déjà-vu di Bogart e Rains al principiare della loro bella amicizia sulla via di Brazzaville.

Ecco, e questo è tutto. Quel che posso dirvi è di guardarlo se siete curiosi, o di passare oltre se avete poco tempo da perdere. Stavolta non ho fatto il cineracconto e ho evitato gli spoliers per quanto possibile, anche perché ogni tanto mi sono distratto per il semplice motivo che il film è pure noioso, a parte i momenti in cui c’è Marcus, ma a ‘sto punto spero di vedere Sam Huntington in una cosa tutta sua, una che non contempli ripetuti abusi su una trama originale che però viene ignorata.

Voglio solo aggiungere che secondo me questo film non andava fatto, perché una volta ricevuti i no per Groucho, le locations eccetera, era meglio desistere e passare a un soggetto originale. Quello che è stato realizzato non è DD, ma un prodotto che cita e scimmiotta l’Investigatore dell’Incubo prendendo in qualche modo per i fondelli il suo fandom. Anche se alla fine io non me la sono neppure presa, perché è come se tuo nipote di quattro anni disegnasse un Goldrake che somiglia più a Mazinga Z su un piatto di cozze. Che fai, t’incazzi? Allora sei scemo. Porta pazienza e spera che impari, se no amen. Poi, se insiste, gli nascondi i Gormiti.

lunedì 19 marzo 2012

The Lazy Jedi Postulation

2 commenti
La settimana scorsa ho visto questo video, e ho avuto un’Epifania. No, non mi ha bussato la Befana chiedendo se avevo un po’ di carbone per l’anno prossimo, che si sta già mettendo avanti perché: «I bambini oggidì, Signora mia… ah, non mi faccia parlare dei giovani d’oggi!» No, è stata proprio un’illuminazione, “un mal di testa con le fotografie” (cit. Futurama), ecco. Così, mentre ero lì a guardare il tipo che usa i suoi super poteri per ogni piccola azione (come piacerebbe fare a me), ho immaginato il giovane George Lucas fare esattamente la stessa cosa sviluppando l’idea per i Jedi.



Se ci pensate, vanno in giro in pigiama e vestaglia come il nerd del video (o Arthur Dent della Guida Galattica, che comunque Lucas deve aver probabilmente letto), ma tutti li rispettano e li considerano fichissimi perché hanno quei poteri jedi vattelappesca del lato luminoso o di quello oscuro (che invece i nerd vorrebbero avere, ma ciccia). Ecco, e allora mi sono immaginato un Lucas mezzo addormentato che guarda trucemente il pancarré intimandogli di tostarsi, o che tende il braccio verso il frigo per prendere il latte ma non ci arriva, e tuttavia insiste muovendo le ditine come in uno sfigatissimo tentativo di telecinesi.

Chi di voi non l’ha mai fatto? Va bene, fate finta di non aver letto questa domanda.

Fatto sta che mentre ero lì a pensarci mi è parso di essere entrato nel processo creativo all’origine dei jedi, i super mistici della galassia con le loro spade laser eccetera. Eggià, e la spada laser? Come gli sarà venuta quest’idea fichissima? Eh, ma allora vi devo spiegare tutto io! Se ci riflettete un petosecondo vi renderete immediatamente conto che è il telecomando. Per dire, anche mia madre ogni tanto lo chiama “il potere” (e non è per niente nerd, ve lo assicuro), e allora rieccolo lì, Lucas, che agita il telecomando come una spada, facendo zapping come un jedi che taglia i cloni (o i quoti, cit.) in due. Non so voi, ma visti così, i jedi mi hanno fatto anche più simpatia, perché sono la rappresentazione figa dei nostri momenti peggiori. Il fatto poi che se ne vadano in giro in vestaglia e pantofole ma tutti li chiamino Maestro qua e Maestro là, non può che far gongolare chiunque. Il Super Jedi poi è Yoda, un anzianotto rachitico anche lui in tenuta da ospizio (che poi è uguale a quella da casa, perciò regolatevi), segno che le vie della Forza ti permettono di stare in pantofole fino alla vecchiaia più estrema.

Bene, analizzato tutto ciò, ne emerge il mio unico problema: non porto vestaglie o accappatoi quando sono in casa (fanno anche caldino, eh). Mi domando se potrei ovviare con un asciugamano appresso, ma potrei essere lapidato per eresia dagli integralisti lucasiani. Niente, dovrò procurarmi la palandrana, poi sarò un vero jedi, un Lazy Jedi. Devo solo convincere il pane a tostarsi e quelle cose lì, dettagli.

sabato 10 marzo 2012

Losing my religion: done!

2 commenti
Da qualche anno mi sono piacevolmente scoperto ateo. Certo, non che prima avessi chissà quale fede nel cattolicesimo; ho cominciato a farmi domande durante il catechismo, il fatto è che se non parlavano di diavoli e apocalissi era una palla. Poi ho capito che non credevo in Gesù, che per me era solo un personaggio positivo ma tutto sommato noioso (almeno per l’età a cui te lo presentano), e allora ho realizzato che non sono mai stato cristiano ma solo incastrato da una setta a vestirmi in modo buffo, mangiare dischetti insipidi e andare a messa per anni (almeno fino alla Cresima, poi ho detto ai miei che mi ci avrebbero visto solo per matrimoni e funerali, punto). Sì, perché quando ti vai a impelagare con certe cose ci vorrebbe l’avvertenza: “causa sensi di colpa per i peccati originali di personaggi immaginari e contempla inutili cerimonie alla domenica mattina, quando potresti fare qualcosa di più costruttivo come dormire”. Non gliel’ho perdonato. Ho avuto comunque un periodo religioso/spirituale per i fatti miei, però mi interessava Dio, non Gesù – che per me era solo un rappresentante (tipo quelli della Folletto, Avon o Euroclub) e non la fonte originale – ma anche allora avevo un’idea di Dio che mi ero fatto da solo, una sorta di coscienza immanente l’universo eccetera. Alla fine però ho smontato pure quella, perché ho iniziato a chiedermi se stavo credendo in qualcosa di reale o se cercavo una consolazione o un’illusione confortante. Visto che non trovavo prove a supporto di un qualsiasi dio, gli ho fatto ciao ciao con la manina e adesso sto bene così. Pochi cazzi, meno scazzi.

sabato 3 marzo 2012

Sei tu un Dio?

7 commenti
«Subcreature! Gozer il Gozeriano, Gozer il Distruggitore, Volguus Zildrohar! Il Viaggiatore è giunto. Scegliete! Scegliete e perite!»Ghostbusters, 1984.

Ecco, non è un amore?

Sì, perché a me Gozer, Cthulhu e tutti i super cattivi esagerati, ispirano istantanea simpatia. Sono così assoluti nel loro odio, e perfettamente convinti di essere i veri super sovrani dell’universo, da risultare sopra le righe quel tanto che basta a farne delle leggende – e degli spettacolari show-men (o show-entities). Infatti li ricordi poi con affetto, come il Guardia di Porta Zuul e quella simpatica storia col Mastro di Chiavi, Vinz Clortho. Che mattacchioni! Già, ma una curiosità che ho sempre avuto è stato il volto dietro Gozer, tarlo che grazie alla rete mi sono levato qualche tempo fa trovando foto e – magre – informazioni su Slavitza Jovan, l’ex modella di origine serba che lo interpretò. Ecco, i lineamenti nella foto che vedete sono perfettamente riconoscibili per quelli del nostro amato Distruggitore, mentre in questa immagine più recente, dove posa con un fan, ha un’espressione che sembra preannunciare una nuova Apocalisse (per noia, se non altro). Bene, spero di non avervi spoetizzato il ricordo mostrando il volto dietro al mito, ma anche se fossi una gatta che vuole del lardo, non resisterei alla curiosità… tanto so che anche se dovessi rimetterci lo zampino, la soddisfazione mi resusciterebbe.
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