Ieri sono stato a Milano, non ci andavo da secoli. La giornata era buona: meno confusione del solito e clima adeguato. Persino i treni in orario. Sì, puntuali. Da non credere, eh? Anche se gli annunci della stazione invitavano a controllare che il proprio treno non fosse in anticipo. Anticipo? In quale piega del tempo e dello spazio mi sono infilato? È stata la prima volta che mi è capitato di sentire un annuncio simile, però ho elaborando una teoria secondo la quale i treni in anticipo di oggi sono quelli in ritardo di ieri. Purtroppo non ho le prove scientifiche per dimostrarla, ma se là fuori ci sono ricercatori volenterosi in grado di fornirmi dati a conferma o smentita della mia ipotesi, gliene sarò grato.
Sì, ma che ci sono andato a fare? Lo scopo principale era la Mostra di Dracula alla Triennale, ma in mattinata ho visitato prima il Cimitero Monumentale della città. Monumentale è la parola giusta, anche nelle marmoree forme dell’ego umano.
Mentre i miei compagni di avventura scattavano foto, io mi soffermavo sulle lapidi. Alcune più tradizionali (e altre di una tristezza fantozziana) recavano incisioni del tipo: una vita spartana e laboriosa culminata nel rapporto con dio rende onore alla memoria del geometra pinco pallino. Mi sono brevemente immaginato la sua triste vita, almeno finché non ho posato gli occhi su quella della moglie, che parlava solo di devozione ai figli e obbedienza al marito. Eccone un’altra che se l’è goduta, mi dico.
Alcuni dei residenti vengono lodati per essere stati creature dallo spirito semplice, il che non può fare a meno di suonarmi vagamente offensivo, ma tanto se erano sempliciotti non se la saranno presa. Forse.
C’erano anche molte tumulazioni di bambini, due in particolare le ricordo bene per motivi diversi.
La prima era una tomba di famiglia dove facevano capolino un bimbo di nome Gino, vissuto per un anno, e un altro con lo stesso nome campato per quattro giorni. Perdonatemi l’umorismo macabro che comunque è in tema e nell’aria, ma usare il nome del bimbo morto per il fratello di backup non ha portato molta fortuna a lui e neppure alla famiglia. Io avrei cambiato nome, anche perché – rispetto a Gino – c’è in giro di meglio.
L’altra tomba infantile, e la più inquietante che ho visto, è stata quella di una bambina con la statua mozzata del capo e una bambola di pezza appoggiata alla lapide. Dettaglio interessante: la bambola nuova di pacca. Soprattutto perché la piccina è defunta nel 1923, ma nonostante ciò qualcuno le porta ancora i doni.
Il giro comunque mi è piaciuto, è stato interessante e il cimitero è davvero enorme, una specie di Città dei Morti meneghina di lusso, un poco fuori mano rispetto alla Necropoli di Tebe. Oh, c’erano anche obelischi, piramidi e torri di babele, eh! Insomma, bella, se vi piace il genere.
Dopo Milano of the Dead, Dracula!
No, aspetta! Frena. Prima di Dracula, pausa ristoro alla Triennale. Voi. Non. Fatelo. Capito? 14,50 € per un piattino di tortelli di zucca (neanche eccezionali) e l’acqua. Noi eravamo stanchi e abbiamo ceduto, ma voi piuttosto, se non trovate altro, portatevi dei panini da casa.Il cameriere, che ci vede pezzenti, aggiunge che possiamo lasciare le giacche al guardaroba, che tanto è gratuito. Com’è come non è, ogni volta che vado a Milano qualcuno mi dà elegantemente del clochard (che poi sono anche ben distribuiti e alla fine mi orientavo grazie a loro, riconoscendoli come punti geografici).
Adesso sì, Dracula.
All’entrata vieni accolto dal film di Coppola trasmesso a ciclo continuo, poi entri nella prima sala che è una una stanza buia con pannelli della storia di Vlad Tepes appesi alle pareti e poi anche quella del Dracula di Bram Stoker sul per chi e sul percome un voivoda del 1400 diventa idolo delle teen-agers finché un balordo figlio di una Winx gli ruba la scena.
In esposizione invece ci sono un paio di dipinti di Vladimiro, poi un abito, un turbante, una spada e un arco ottomani perché il Vlad ci ha fatto la guerra e quindi – anche se a te non sembrano indispensabili alla mostra – fanno colore. Dicono. Poi ci sono libri e appunti di Stoker e altra gente che ha scritto o disegnato di vampiri, una croce di legno e cartone della quale però non si specifica l’utilizzo e quello che per me è il pezzo più divertente: il diavolo sotto vetro.
Oh, che poi sembra un’incrinatura in un cristallo che ricorda una figura umanoide, ma c’era un buio pesto alla genovese e io ho visto solo le gambe, il torso e un vago profilo che poteva essere il Diavolo, Dante Alighieri o la Strega Bacheca che fa tip tap. A me però l’idea del diavolo sotto vuoto, tipo che lo sfreghi come una lampada o lo metti in acqua come il risotto liofilizzato, m’è piaciuta.
Nella seconda sala c’è una grossa cassa di legno grigio a mo’ di stanzetta nella quale sono raccolti vari oggetti tra cui un pipistrello mummificato con le ali spalancate e un video che illustra il perché e il percome di quell’allestimento, e appena dietro c’è il Peep Show of the Dead, un altro cassone coi fori che tu ci guardi attraverso e vedi un video coi baci di tutti i vampiri del cinema. Anche Twilight, fai te! Ma non c’è il sacchetto per il vomito e allora don’t do it, it’s just for the braves. Solo per i bravi.
La terza sala ha tre grandi tele appese al soffitto e orientate elegantemente a cazzo sulle quali viene proiettato un misto di scene da vari film di vampiri intervallate da citazioni di autori e archibugieri della brigata fantasma degli ignoti, io per dire ne ricordo giusto una di Ammaniti che diceva tipo che i vampiri sono fighetti effeminati, invece gli zombie sono vivi e lottano insieme a noi.
Complimenti, Niccolò. In parte ti do ragione, ma visto che sei lì che snoccioli luoghi comuni e scopri l’acqua calda, almeno butta la pasta che c’ho ancora fame dopo quei tortelli del menga.
Dopo essere stati un po’ lì, dove sono esposti anche un pezzo di storyboard e due copioni del Bram Stoker’s Dracula di Coppola, ma dove soprattutto ci sono panche per sedersi, c’è l’ala dedicata alla costumista del Dracula di Coppola (che forse se facevano una mostra dedicata al film e basta a ‘sto punto era meglio, ma va be’).
Come vi dicevo, la sala quattro è dedicata a Eiko Ishyoka, defunta il 21 gennaio di quest’anno. Il primo pezzo esposto è l’armatura rossa di Gary Oldman – quella con le orecchie a punta – che una tipa tutta compresa nella parte illustra così ai suoi amici meno fortunati: «Il disegno riprende l’anatomia delle fasce muscolari», annuendo a se stessa con aria saputa. No, ma dai? E io che pensavo fosse vestito da all you can eat di sashimi al tonno!
Comunque c’è un video documentario con intervista alla Ishioka e backstage del film che è simpatico e istruttivo, o almeno interessante per quanto riguarda la scelta e l’importanza attribuita ai costumi durante la lavorazione, oltre che al rapporto recitazione-mobilità garantito e concesso dai medesimi, come – almeno parlando dell’armatura – diceva Oldman: «Mi sembra di essere un incidente automobilistico: ho le lamiere addosso e non ho ancora recuperato la mia mobilità». Mattacchione.
Il resto dei costumi è solo in minima parte preso dal film, giustificato da qualche pannello appeso che parla del termine Vamp e di come derivi da vampiro – ma va – e che quindi questi costumi femminili bla bla bla tra cui la Regina della Notte dal Flauto Magico e la Turandot e va beh rappresentano la figura femminile sensuale e dominante pappappéro. Sì, ma due burqa afgani di seta? Proprio no. Dì a un’afgana che è una vamp e quella si mette a piangere pregandoti di risparmiarle la vita.
I costumi però sono molto belli, anche se non tutti ci azzeccano col tema della mostra.
In chiusura di Transilvania Vende Moda ci sono foto di abiti maschili realizzati nel periodo in cui uscì – tu guarda – il Dracula di Coppola (e lo dicevo io che era meglio fare solo quello, che il tour sta diventando monotono), quando improvvisamente la figheria vittoriana e l’occhialetto tondo (che prima era esclusivo di John Lennon) ispirarono il look mortaccino del dandy moderno, almeno finché questa moda non venne sfruttata a sangue da una gang bang di stilisti itifallici per poi abbandonarla riversa in un rigagnolo dove venne salvata dai dark a cui era stata sequestrata in principio.
Oh, e adesso trasgressione! Un gabbiotto, che più che una stanza pare il retro di un videonoleggio dove ci tengono i film per adulti (giuro, infatti si entra da una tendina nera) ospita tavole del Dracula illustrato da Crepax, che poi è un paio di immagini di Valentina che incontra il Conte – un roito mostruoso – e mille e uno modi di disegnare i genitali femminili tracciando le linee dell’inguine e scarabocchiando come un forsennato finché non fai un nerino del buio ma senza gli occhioni.
Poi niente, fine. Siete fuori. Per la precisione, siete fuori di otto euro, che poi è il prezzo del biglietto. Oh, ma giù al book-shop potete acquistare il catalogo per venticinque euro! Che io no, grazie. Potrei giurare di aver sentito la zip del portafogli mentre mi sibilava: «Se mi apri, ti sputo!»
Conclusioni. Ambiziosa, fin troppo. Confezionata bene, ma per vendere qualcosa che poi è più pacchetto che regalo. Orientata male nei suoi intenti e articoli esposti, ammiccante nella scelta dei pezzi più popolari esagerando un bel po’ con Coppola e tralasciando parecchio di tutto il resto. La mia teoria – che poi non ha prove come quella dei treni, ma anche qui vi invito a fare ricerche – è che abbiano speso per fare le cosine cool e farsi prestare la roba ottomana dai musei, ma che poi fossero rimasti un po’ a secco per fare la mostra che si proponevano. O peggio, che abbiano preso sottogamba questi fans di Dracula che poi dai sono ragazzetti che guardano horror e non capiscono niente, gli metti due cosine che luccicano e loro battono le manine. Solo che io con le manine ci carico l’Uzi, che per te è gratis, come il guardaroba.



