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martedì 7 maggio 2013

Ray Harryhausen: 29 giugno 1920 – 7 maggio 2013

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Ray Harryhausen
Los Angeles, 29 giugno 1920 – Londra, 7 maggio 2013
Sarò sincero e vi dirò subito che non sono un esperto di Harryhausen. L’unico suo film che ricordo bene, e che ho in DVD e nel cuore (dio come suona smielata ‘sta cosa, ma è la verità), è Scontro di Titani (Clash of the Titans, 1981). 

Questo necrologio lo scrivo per Ray perché gli devo uno dei momenti migliori della mia infanzia, quando ha reso per la prima volta “reali” i personaggi della mia immaginazione, visto che – venendo su a pane e mitologia classica – conoscevo già Perseo e Andromeda, Cassiopea e Teti, Zeus, Poseidone e tutti gli altri. 
Calibos no, lui è stato una sorpresa. 
All’inizio ricordo che me la presi pure per il fatto che il film si fosse concesso delle libertà rispetto al mito (da ragazzini si è assoluti e gelosi con le proprie passioni), ma alla fine era così bello e spettacolare – ricordatevi che nel ‘81 avevo 8 anni, anche se lo vidi più tardi in TV – che non me ne importò più nulla, e allora ecco un caloroso benvenuto all’avvoltoio che trasporta la gabbia d’oro in cui viaggia Andromeda, benvenuti gli scorpioni giganti nel deserto, un enorme benvenuto a Bubo, la civetta meccanica d’oro, ma soprattutto al Kraken, preso in prestito dalla mitologia nordica e trasformato in un’indimenticabile colosso della stop-motion. La mia preferita però era Medusa, che amavo già come personaggio mitologico, compresa la sua tragica storia. 

In seguito ho visto anche altre cose di Ray, ma davvero non saprei dirvene i titoli, che si confondono nella memoria, e se dovessi fare adesso una ricerca tanto per completare il post non sarebbe sincera, perché io lo ricordo soprattutto per quell’unico momento in cui mi ha dimostrato che, quando l’immaginazione prende forma, tutto è possibile, e forse è merito suo se ho preso un certo gusto per il cinema fantastico. Perciò questo è tutto, addio Ray e grazie.


lunedì 1 ottobre 2012

Dalla Wild Hunt al Cu Sith, le mute soprannaturali nel folklore anglosassone.

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Siamo dunque al post conclusivo di questa panoramica sui felini e i cani neri nel folklore britannico, ma visto che il discorso dei Black Dogs della volta scorsa si lega a quello delle mute soprannaturali di tipo spettrale o fairy, ho deciso di affrontarlo per amor di completezza. Ringrazio chi ha letto e apprezzato il lavoro svolto fin ora e, senza farvi perdere ulteriormente tempo, vado a incominciare.

Dobbiamo innanzitutto partire dalla Wild Hunt, «uno dei nomi dati ai Gabriel Hounds, ai Bellissimi Cani del Diavolo (Devil’s Dandy Dogs), alla Legione (Sluagh) e altri cacciatori di anime». Con questo termine possiamo pertanto intendere diverse mute (che vedremo più avanti una per una) o anche una nello specifico che – secondo la Briggs – era forse quella descritta nella Anglo-Saxon Chronicle del 1127, citata da Branston in The Lost Gods of England
«Un po’ in tutto il paese si racconta che alcune persone abbiano visto e udito, dopo il 6 febbraio, un gruppo di cacciatori che urlava; cavalcavano cavalli neri e cervi neri, i loro cani erano maculati con occhi feroci e brillanti. Furono visti nel parco di Peterborough e per tutta la notte si udì il suono dei loro corni da caccia, alcuni testimoni oculari dissero che erano circa venti o trenta che cavalcavano selvaggiamente. La Muta Selvaggia ha vissuto a lungo, nel 1940 si disse che era passata attraverso West Cocker vicino a Taunton nella notte di Ognissanti».
Noterete che non si parla più di Black Dogs, ma di cani comunque pericolosi e spettrali con aspetto e una funzioni diverse. Infatti, se i Cani Neri badavano al proprio territorio con fare aggressivo o si prendevano cura delle persona smarrite o del loro bestiame (come nel caso dei Guardian Black Dogs), quelli che incontreremo d’ora in poi sono per lo più segugi a caccia di anime dannate, legati agli Inferi cristiani o a leggende pagane più antiche, e guidati da un misterioso cacciatore per lo più ritenuto il Diavolo. Ma è davvero così? Come al solito, i miti si sovrappongono storicamente e localmente, riservando non pochi imprevisti:
Odin or Woden. Sembra che Odin fosse l’originario capo della Muta Selvaggia (Wild Hunt) in Inghilterra e, fino a tempi recenti, anche in Scandinavia, dove cacciava le inoffensive e piccole dame del bosco, invece delle anime degli uomini dannati. Odin, in qualità di capo e dispensatore di morte, aveva lo speciale diritto di assumere il ruolo del Diavolo. Brian Branston, in The Lost Gods of England, dedica un capitolo a Woden e ribadisce che egli era l’antico capo dei cacciatori selvaggi, dei Bellissimi Cani del Diavolo (Devil’s Dandy Dogs) e di altre creature malvagie dello stesso genere.
La presenza di una versione di Odino su suolo britannico non è così sorprendente, se consideriamo le incursioni vichinghe e tutti gli altri rapporti intercorsi storicamente fra questi popoli, così come ci è familiare il fatto che una divinità pagana venga demonizzata con tanto di titolo appropriato. Tuttavia questa rivelazione ci fa riflettere sul passato della Wild Hunt e delle altre mute, su quale poteva essere il loro ruolo e significato all’interno della mitologia originaria e di quello più recente, una volta che la superstizione del passato si è trasformata attraverso il cristianesimo. 

Il caso ideale per introdurvi alla superstizione “moderna” che gira intorno alle mute è quello di Dando, un prete che viveva nel villaggio di St. Germans in Cornovaglia:
Egli era crapulone e lascivo ed aveva una grande passione per la caccia e non faceva nessuna differenza tra la domenica e gli altri giorni della settimana, non sognando neppure lontanamente di trascurare una partita di caccia per santificare il Signore. Una bella domenica Dando e la sua compagnia stavano cacciando nella piana di Earth – che significa piana della Terra; – la selvaggina era abbondante. Quando si fermarono per dar da mangiare ai cavalli, Dando si accorse che non c’era più nulla da bere, allora alzò la voce, dicendo: «Se non riuscite a trovare niente da bere nella Terra, allora andate a cercarlo all’Inferno!» In quel momento uno straniero che, senza farsi notare, si era unito al gruppo si fece avanti e gli offrì da bere., dicendogli che quanto gli stava offrendo era un liquore che si distillava nel posto di cui egli aveva appena parlato. Dando bevve avidamente, svuotando la bottiglia poi disse: «Se all’Inferno si beve roba simile, mi piacerebbe passarci l’Eternità». Nel frattempo lo straniero si era preso gran parte della selvaggina; Dando s’infuriò e gli gridò di lasciarla stare. «Quel che prendo me lo tengo» rispose l’uomo. Allora Dando saltò giù dal cavallo e si precipitò contro di lui che però l’acchiappò per il bavero, mentre il prete urlava: «Ti seguirò all’Inferno per riavere la selvaggina!», e lo straniero aggiunse: «Verrai con me». E detto ciò dopo aver caricato Dando spronò il suo cavallo con una violenta scudisciata. Lo straniero, il cavallo e dando scomparvero nel fiume antistante la pianura e, per un attimo, la gente vide una fiammata devastante che usciva dal gorgo in mezzo all’acqua. Dando non fu mai più visto, ma da quel giorno in poi la gente udì lui e i suoi cani intenti a cacciare selvaggiamente. 
Questa favola è narrata da Hunt in Popular Romances of the West of England.
Leggendo questo estratto potreste esservi interrogati come me sullo scopo ultimo della caccia; se si trattasse di una mera raccolta di anime destinate all’Inferno o di una sorta di arruolamento, così come – ma potrei sbagliare – il fatto che i Black Dogs siano spiriti di uomini defunti potrebbe lasciare supporre. Per questa domanda tuttavia non ho risposta, siamo quindi nel magico mondo delle ipotesi e delle psicopippe a grappolo. Si aggiunga che, personalmente, trovo che almeno in parte la Wild Hunt ricordi The Legend of Sleepy Hollow di Washington Irving, se non altro per la caccia all’uomo a opera di un malvagio cavaliere, ancorché privo di cani al seguito.

Vediamo quindi un caso analogo che può mostrarci una diversa soluzione all’incontro con la muta del Diavolo (o di Odin), ossia i Devil’s Dandy Dogs, termine cortese e lusinghiero per una delle peggiori mute in circolazione poiché, come superstizione vuole, a certe forze oscure che potrebbero farti a pezzi senza pensarci due volte, è meglio rivolgersi con appellativi quanto meno gentili.
Il Diavolo e i suoi Bellissimi Cani sono la muta demoniaca più temibile. Hunt in Popular Romances of the West of England riporta un racconto di T. Quiller Couch nel quale un pastore si salvò dalla furia dei Bellissimi Cani grazie alle preghiere: 
Durante una notte ventosa, un povero pastore stava tornando a casa, quando udì alcuni cani che abbaiavano e, immediatamente, capì che erano i Bellissimi Cani. Era a circa tre, quattro miglia da casa e, molto preoccupato, cominciò a correre – per quanto glielo permetteva il terreno sconnesso e sassoso – ma, ahimè! Il tremendo latrare dei cani e l’orribile grido di richiamo del cacciatore si facevano sempre più vicini. Dopo una lunga corsa, l’avevano quasi raggiunto, ed egli guardandosi indietro poteva – che orrore! – vederli distintamente; erano davvero orrendi, avevano occhi rotondi ed enormi, corna e coda. Il Diavolo era tutto nero e teneva in mano un bastone da caccia. I cani, un’immensa muta, oscuravano il piccolo tratto di brughiera che era visibile, ognuno di essi sputava fuoco e abbaiava in modo indescrivibilmente spaventoso. Non vi erano case, né rocce, né alberi che potessero offrire rifugio al pastore e, apparentemente, non gli restava che abbandonarsi alla furia di quelle bestie ma, improvvisamente, gli balenò in testa un’idea che fu la sua salvezza. Proprio mentre stavano per saltargli addosso, egli si gettò in ginocchio e si mise a pregare; vi era uno strano potere nelle sante parole che stava pronunciando, infatti i cani infernali, come se qualcuno stesse opponendo loro resistenza, latrarono e urlarono più ferocemente e il cacciatore gridò «Bo Shrove» che (così mi ha detto il mio informatore) nella lingua antica significa «Il ragazzo sta pregando».
A quelle parole tutti scomparvero. 
Il Diavolo in Cornovaglia è considerato un cacciatore di anime umane. Si può notare infine, come, in tutti i racconti di caccia infernale, sia stretta la connessione tra diavoli, esseri fatati e morte.
Interessante è anche il fatto che il Diavolo – oltre a essere cacciato con le preghiere, come facilmente prevedibile – si esprima nella vecchia lingua, rivelando una connessione di cui abbiamo già parlato col passato storico e pagano dell’isola. A questo punto dell’evoluzione/storia del mito la preghiera cristiana ha un potere sul demonio, o sul nume demonizzato che nasconde, ma nonostante ciò le tracce di quel passato sono ancora lì. In altri casi invece la presenza del cacciatore non è così certa:
Wish Hounds, sometimes called Yell-Hounds or Yeth-Hounds (Cani fantasma detti anche uggiolatori). I cani fantasma senza testa di Darthmoor, che talvolta si potevano incontrare anche nella valle di Dewerstone. Presumibilmente il cacciatore che essi accompagnavano era il Diavolo, sebbene alcuni dicevano fosse il fantasma di Sir Francis Drake.
Questa è una delle mute più inquietanti delle quali ho letto, non so se ne converrete, ma immaginatevi una notte nella brughiera rincorsi da un branco di cani decapitati e forse sarete anche voi della mia opinione. La nota interessante però è il fatto che al cacciatore non solo venga attribuito un nome, ma che sia quello di un personaggio storico. Dunque è possibile che nell’immaginario popolare esistano più cacciatori e altrettante mute (così come le differenze fisiche tra Wish Hounds e Dandy Dogs ci lasciano palesemente supporre), così come il modo in cui Dando viene apparentemente arruolato alla Wild Hunt, e l’attribuzione a Drake di una muta tutta sua, suggeriscono che un’anima catturata possa diventare un cacciatore di anime se il Diavolo (oppure Odin) lo ritiene opportuno. 
Infatti un’altra muta dall’aspetto peculiare sono i Gabriel Hounds, che la Briggs riporta dopo aver specificato che talvolta il suono e il verso degli uccelli migratori – in particolare le anatre – veniva scambiato per l’uggiolare di una muta, eppure «nel Lancashire si pensava che fossero cani mostruosi con la testa umana che volavano. Brockie, citato in County Folk-Lore, afferma che essi, talora volteggiavano sui tetti delle case e ciò era considerato un presagio di sventura» e similmente riporta a proposito dei Seven Whistler – collegati nell’immaginario popolare ai Gabriel Hounds, ai Wish Hounds e altri – che diversamente dalle altre mute erano considerati presagi di morte come la Banshee e si trattava sempre di sette (come il nome suggerisce) senza fare accenno a nessun cacciatore che li accompagnasse. 
Interessante è anche scoprire quanto radicata fosse la paura e la superstizione che la Briggs ci mostra citando William Henderson, che in Folklore of the Northern Countries, parla di un pescatore di Fokstone che, pur conoscendo la causa del fischiare, continuava a temere i Seven Whistler
«Li ho uditi in una notte oscura l’inverno scorso» disse un vecchio pescatore. «Vennero sopra le nostre teste improvvisamente, cantando. “Ewe, ewe” e gli uomini della barca volevano tornare indietro. Subito dopo cominciò a piovere e a tirare un forte vento e fu una notte tremenda! E sono sicuro che in mattinata una barca affondò e che sette poveri uomini affogarono. So quale era la causa di quel rumore, sono i chiurli dal becco lungo ma non mi piace sentirli ugualmente».
La ragione scossa dalla superstizione rivela qualche incertezza nell’approccio logico del soggetto, ma ci aiuta a inquadrare la profonda e radicata presenza di queste figure nell’immaginario locale. Così come può capitare oggi anche ad alcuni tra gli scettici di tentennare di fronte a uno specchio rotto, del sale caduto o una scala sotto cui passare, è tanto più immaginabile in una cultura che oltre a questi atti di scaramanzia accompagna leggende e personaggi ben più cupi di un gatto nero che attraversa la strada, quando ne hanno di grossi come vitelli che la strada potrebbero bloccarla a piacimento. 

Dopo aver affrontato le mute della Wild Hunt e quelle apparentemente sciolte dal giogo di un cacciatore, ci rivolgiamo ora agli Hounds of the Hills (bianchi e dalle orecchie rosse, le mute da caccia delle fate) e ai Cu Sith (verdi, grandi e spaventosi), ossia i Fairy Dogs propriamente detti e strettamente legati alla mitologia del vecchio o piccolo popolo, secondo l’appellativo cortese col quale intendete rivolgervi alle corti fatate che vivono sotto le colline o tumuli. 

Anzitutto il loro ruolo è quello di guardiani, cacciatori e pastori come possono esserlo i cani comuni, ma sono unicamente al servizio dei loro padroni fatati e costituiscono quasi sempre un pericolo per i mortali, sebbene Ruth Tongue, in Forgotten Folk-Tales of the English Counties, riporti un aneddoto udito nel 1917 nello Cheshire su un Cane della Collina che era diventato amico di un giovane operaio. 
Era grande come un vitello, aveva il pelo bianco e ricciuto e le orecchie rosse. Sembra che un giorno camminasse zoppo per un forte dolore alle zampe, allora il ragazzo lo curò con foglie di romice. Un giorno, mentre attraversava il bosco, il ragazzo fu assalito da un caprone fatato e allora il cane gli salvò la vita.
Sì, un caprone fatato. 
Vi avverto, se dovessimo parlare di ogni singolo animale fatato staremmo qui tutta la vita ripetendo sempre le medesime cose, pertanto vi delucido immediatamente sul fatto che le corti Seelie (La Corte Felice) e Unseelie (La Corte Malvagia) erano viste come quelle mortali, ma naturalmente più belle (o spaventose), ricche e naturalmente dotate degli animali più spettacolari, anche se spesso li rubavano agli uomini (una buona scusa per un pastore o un mandriano che perdessero un capo di bestiame dovendolo spiegare poi al padrone), ma esistono anche molte creature fatate col dono della metamorfosi, pertanto quella benedetta capra poteva essere un caprone dei tumuli, un Phooka o qualsiasi altro essere fatato in forma caprina, per non trascurare l’ipotesi ben più terrena di un becco qualsiasi che nel resoconto del ragazzo può essersi trasformato in una bestia colossale. 

Tuttavia l’esemplare canino più straordinario e temibile delle corti fatate era il Cu Sith (Cane Fatato), il Fairy Dog delle Highlands di colore verde scuro, e se state pensando allo Scrunt, quel cane verde che si mimetizza con l’erba nel film Lady in the Water di Shyamalan, allora avete fatto il mio stesso ragionamento.
È descritto da J. G. Campbell in Superstitions of the Scottish Highlands. Grande come una giovenca di due anni, peloso, con una lunga coda a spirale, aveva zampe enormi e, spesso, si potevano trovare le sue orme nel fango. Camminava silenzioso e guardingo, muovendosi in linea retta. Quando andava a caccia non abbaiava ma emetteva soltanto tre terribili latrati che potevano essere uditi anche dalle navi in alto mare. Di solito, i Cani fatati venivano tenuti legati all’interno del Borgo fatato (Brugh) ed erano aizzati contro gli intrusi; talvolta, accompagnavano le Guardiane di mandrie fatate per rubare il latte o portare via qualche animale. Solo ogni tanto, il Cane Fatato era libero di vagabondare a suo piacimento. In genere egli era molto aggressivo verso gli uomini e i loro animali.
Il Cu Sith a me ha ricordato anche un gigantesco segugio verde apparso in un episodio di The Real Ghostbusters, anche se il modo in cui veniva rappresentato non era esattamente ortodosso e fedele alla leggenda, tuttavia ricordo che mi fece una grande impressione e provocò una certa curiosità. 

Oggi molte di queste leggende trovano posto solo nei libri, mentre alcune si sono adattate evolvendosi in accordo coi tempi, anche sottomettendosi e fondendosi con altre, così non è escluso che il più popolare licantropo abbia inglobato i parenti canini meno fortunati. Localmente poi possono esistere varianti del mito, così come su storie più banali si possono ricamare dettagli di foggia mitica, per esempio sovrapporre lo spaventoso incontro con un segugio infernale al banale alterco tra un cane e un ubriaco, come deve essere già successo allora molte e molte volte. Le leggende nascono così, da due centimetri di verità cresce una pianta che – se avesse gli occhi – non vedrebbe più le sue radici, e se diventa abbastanza popolare ci sarà gente disposta a giurare di averne fatto parte, almeno una volta.

mercoledì 26 settembre 2012

La leggenda dei Black Dogs nel folklore del Regno Unito

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Come annunciato nel post sui Grandi felini neri delle Highlands, è arrivata la volta dei Cani Neri e altre creature simili, che però affronteremo in un terzo post perché non voglio farvi leggere una roba lunga come l’Autostrada del Sole. Vedrete in itinere che anche qui si mescolano religione cristiana e paganesimo, il tutto ben amalgamato da una fertile superstizione popolare, ma andiamo a cominciare coi Black Dogs propriamente detti, prima di passare alle altre mute soprannaturali (come al solito, la mia fonte principale è rappresentata da Katharine Briggs).
Black Dogs (Cani Neri). Le storie dei Cani Neri sono diffuse in tutto il paese. Essi sono generalmente pericolosi, hanno il pelo nero irsuto e sono grandi come un vitello; se qualcuno li picchia o li rimprovera, essi possono distruggerlo. In Inghilterra i Cani Neri spesso sono fantasmi di uomini che hanno assunto l’aspetto di cani.
Se ben ricordate, nel post precedente dicevamo che spesso i Cait Sith erano ritenuti streghe sotto mentite spoglie, e non creature fatate. Il discorso della metamorfosi pare quindi accompagnare anche i Black Dogs, sebbene in congiunzione al mondo dello spirito (che brutta espressione, ma non sapevo come altro metterla giù). Ancor più dei felini, i cani sono spesso pericolosi, tranne per quanto riguarda i Cani Neri Guardiani, dei quali riporto un caso trattato da Augustus Hare nel libro In My Solitary Life:
Mr. Wharton negò. Egli disse: «In una piccola locanda di Ayscliffe ho conosciuto Mr. Bond, che mi ha raccontato una storia sul mio amico Johnnie Greenwood di Swallcliffe. Una sera Johnnie doveva attraversare un bosco lungo circa un miglio per andare da alcuni amici. all’ingresso del bosco fu affiancato da un gran Cane Nero che si mise a trotterellare al suo fianco. Johnnie non riuscì a capire da dove fosse saltato fuori, ma esso non lo lasciò un istante, e quando il bosco divenne così buio e fitto che non riusciva a vederlo, sentiva quello scalpiccio accanto a sé. Quando uscì dal bosco il cane scomparve, senza che lui avesse potuto vedere dove si era cacciato. Johnnie fece la sua visita e prese la stessa strada per ritornare a casa. all’ingresso del bosco il cane gli si affiancò di nuovo e gli trotterellò accanto come prima; ma non lo toccò mai, ed egli non parlò con lui, , di nuovo, quando Johnnie emerse dal bosco, il cane era scomparso. Anni dopo, due carcerati della prigione di York raccontarono al cappellano che quella notte essi si erano nascosti nel bosco con l’intenzione di derubare ed uccidere Johnni, ma quando avevano visto quell’enorme cane, avevano pensato che Johnnie e il cane insieme erano un po’ troppo per loro». Questo è ciò che io chiamo un’utile apparizione, disse Mr. Wharton.
La stessa Briggs afferma di aver «udito una storia simile nel 1910, raccontata a Londra da Mr. Hosey, un vecchio prete, e un’altra dello stesso tipo, concernente un noto ministro anticonformista che stava raccogliendo denaro a scopi caritatevoli in una parte solitaria del paese, viene dallo Yorkshire. Si dice che la collina di Birdlip sia frequentata da un Cane Nero buono che guida i viaggiatori attraverso le colline e i sentieri bui; ma, anche il Somerset, possiede una tradizione sui Cani Neri Guardiani. Ruth Tongue racconta due aneddoti sui Cani Neri benevoli del Somerset in County Folklore». 
Il racconto della Tongue è il seguente:
Una vecchia signora ottantacinquenne, nel 1960, mi raccontò la sua esperienza in Canada con un Cane Nero: «Quand’ero bambina vivevo fuori Toronto, ed una sera dovevo andare in una fattoria che distava alcune miglia. Il sentiero passava attraverso un bosco ed io avevo una gran paura, ma un Cane Nero mi si affiancò e mi portò sana e salva fino alla porta. Al ritorno esso apparve di nuovo e mi riaccompagnò vicino a casa mia. Poi svanì».
Noterete come le leggende seguano i popoli a cui appartengono in giro per il mondo (se avete letto American Gods di Gaiman ne avrete un’idea ben precisa, nonché divertente e ben romanzata). Non di meno, questi miti possono evolversi in nuove forme fino alle leggende metropolitane, talvolta fondendosi con altre per dar vita a un mito giovane emerso da uno stampo antico.
La Briggs racconta anche di aver raccolto in prima persona la testimonianza di un escursionista  smarritosi nella nebbia sui Quantocks che, avvertendo la presenza di un cane accanto a sé e toccandone il mantello, pensò si trattasse del proprio che lo stava riconducendo fino a casa, ma al ritorno udì abbaiare dall’interno dell’abitazione, e solo voltandosi all’ultimo momento vide il Cane Nero Guardiano svanire. Un evento particolarmente interessante perché, come viene spesso sottolineato, è pressoché impossibile che qualcuno tocchi il Cane Nero senza subire danni.

Tra questi, Moddey Dooh (o Mauthe Dog di Peel Castle) è il più famoso dei Cani Neri dell’Isola di Man, reso noto da Walter Scott. 
Nel XVII secolo, quando il castello era presidiato, un cane grande e peloso era solito recarsi nella stanza di guardia e stendersi là dentro. Nessuno sapeva a chi appartenesse né da dove venisse ed era così strano che nessuno osava parlargli; alla fine, un uomo noto per essere un ubriacone, un torturatore  di cani e gran seccatore, ebbe il coraggio di dire alla bestia: «Alzati e seguimi» ed uscì dalla stanza. Il cane gli andò dietro e, improvvisamente, si udì un urlo tremendo e l’uomo tornò indietro barcollando, pallido e muto; il cane non fu più visto e l’uomo dopo tre giorni di semi-incoscienza, morì. 
La leggenda di Moodey Dooh persiste fino ai tempi moderni, Walter Gill racconta due sue apparizioni, delle quali una avvenne nel 1927 vicino a Ramsey. Un amico di Walter Gill incontrò il cane: era nero, con lunghi peli irsuti e occhi enormi che sembravano due pezzi di carbone ardente. Non osò passargli accanto e i due si guardarono fino a che la bestia lo lasciò passare. l’altro racconto è di un dottore che nel 1931 – nello stesso posto – affermò di aver visto l’animale. Gill riporta la storia di un Cane Nero di Peel che agiva come un Guardian Black Dog, prevenendo la morte di molta gente.
Una sera, un peschereccio attendeva il suo capitano per salpare. L’equipaggio aveva deciso di fare una battuta di pesca notturna ma aspettarono invano tutta la notte l’arrivo dell’uomo; all’alba si scatenò una tremenda e improvvisa tempesta e gli uomini ringraziarono Dio di non trovarsi in mare. Appena la luce del giorno si fece più chiara essi videro il loro capitano che arrivava tutto trafelato; egli raccontò loro che un grande Cane Nero gli aveva impedito di raggiungere il molo e qualunque direzione prendesse se lo ritrovava sempre davanti.
Nonostante le leggende sui Guardians Black Dogs, il timore nei loro confronti resta profondo e reverenziale, anche perché risulta impossibile scorgere una differenza tra feroci e benevoli, così come esistono casi intermedi, per esempio quello di Capelthwaite del Westmorland che abitava in un granaio vicino Milnthorpe. Capelthwaite era ben disposto verso la gente della fattoria e radunava il bestiame per conto loro, tuttavia era aggressivo e pericoloso per gli stranieri, così – narra la leggenda – il vicario di Beetham eseguì due cerimonie finché non lo relegò nel fiume Bela, e da allora non fu più visto, tranne che da un uomo di ritorno da una fiera senza cappello e con la giacca strappata che raccontò alla moglie di essere stato gettato in una siepe da Capelthwaite (molte storie come questa circolano attorno a varie leggende, che devono essere state una comoda scusa per qualche buontempone col vizio di alzare il gomito, almeno per quelli dotati di mogli particolarmente ingenue). Va detto però che Capelthwaite viene considerato un Bogie, ossia un folletto burlone e malizioso, ma non dei più cattivi, e tendenzialmente portato a prendersela solo coi pessimi soggetti, eppure era in grado di mutarsi in un Black Dog

Come vedete, le tipologie di creature si mescolavano nelle leggende già in patria, e a questo proposito sarà bene chiarire una cosa: cani, cavalli, capre, altri animali e persino uomini dai capelli neri sono spesso forme attribuite a creature fatate col dono della metamorfosi, dal Phooka (un altro essere fatato mutaforma e burlone) ai Water Horses (all’origine poi del Mostro di Loch Ness e simili) come l’Each Uisge e il Kelpie scozzesi e il Cabyll Ushtey di Man, che però preferivano la forma equina o umana, nella quale – soprattutto nel caso del Kelpie – si presentava come un uomo di aspetto tozzo e peloso, sempre con lo scopo di portare la propria preda in acqua e affogarla. 

Chiusa questa piccola parentesi, vorrei introdurvi – prima di affrontare l’argomento nel vivo col prossimo post – alle mute soprannaturali, genericamente note come The Wild Hunt, poiché in quanto spiriti e frequentatori delle tombe, i Black Dogs possono far parte anche della Sluagh, la Legione o Moltitudine, gli esseri più temibili tra le creature fatate dell’Highland,  qui descritta da A. Carmichael in Carmina Gaelica: 
«Sono spiriti di esseri umani morti. La gente racconta molte storie curiose su di loro, secondo alcuni essi volano a frotte, su e giù come stormi di uccelli, e rivedono le scene delle loro trasgressioni terrene. Nessuno di loro è senza peccati e nessuno può entrare in Paradiso fino a che non abbia espiato le sue colpe terrene. Essi combattono nell’aria, come fanno gli uomini sulla terra.
Nelle notti di maltempo si riparano dietro gli steli dei fiori gialli e color ruggine, mentre nelle notti gelide e stellate d’inverno li si può udire, in lontananza, combattere l’uno contro l’altro. Dopo una battaglia – così mi ha riferito la gente di Barra – si possono scorgere gocce di sangue sulle rocce e sui sassi. Questi spiriti uccidono cani e gatti, pecore e vitelli, scagliano dardi velenosi con precisione infallibile. Comandano agli uomini di seguirli e questi obbediscono non avendo alternative; e poi gli ordinano di uccidere e mutilare gli esseri viventi». 
Gli Sluagh sono inoltre gli unici che appaiono solo dopo la mezzanotte, mentre gli altri esseri fatati sono più attivi al crepuscolo (mi rendo conto che sembra di parlare di animali selvatici, ma questo è quanto), a sottolinearne la natura oscura.

Molto bene, con questo passaggio di testimone si chiude il discorso sui Black Dogs e si apre quello sulla Wild Hunt che affronteremo nel prossimo capitolo, per ora spero che di avervi incuriosito e interessato senza annoiarvi. Grazie per l’attenzione e arrivederci a quando ammattirò per mettere ordine in quell’altra bolgia di leggende.

sabato 22 settembre 2012

I grandi felini neri nel folklore delle Highlands

9 commenti

Black Cat,
illustrazione di Arthur Rackham  (1829 - 1912).
Il recente post di Alessandro sui felini spettrali, con accenno ai cani neri delle leggende metropolitane e della fantasia popolare, mi ha ispirato una bella ricerca, così mi sono messo sotto a fare i compiti con ciò che ho a disposizione. Il materiale che vi presento è raccolto in A Dictionary of Fairies a cura di Katharine Briggs, di cui ho già parlato in un’altra occasione. Diversamente dal post di Alex, il mio è virato più al folklore del Regno Unito e al rapporto tra queste creature misteriose e le superstizioni legate alla religione cristiana e alle tradizioni pagane che si sono andate a sovrapporre in loco.

Nota. Visto che il materiale rinvenuto sui Cani Neri e creature affini è parecchio, cominciamo coi felini, che hanno una presenza ridotta rispetto alla loro controparte che affronteremo con comodo in un post successivo. 

Quando al giorno d’oggi si parla di grandi felini avvistati in giro per il mondo, siamo portati immediatamente a pensare a pantere e giaguari, spesso dal mantello nero. Tuttavia non è sempre stato così, infatti per un lungo periodo, in Europa, l’unico felino nero noto a tutti era il gatto, animale comunque amato e odiato con alterne fortune nella storia e dalla religione. 

Nel caso degli originali felini neri delle leggende scozzesi, il termine corretto per riferirsi a loro è Cait Sith (Gatto Fatato), così descritti nel testo:
«Gatto fatato dell’Highland. J. G. Campbell, in Superstitions of the Scottish Highlands, lo descrive grande come un Cane Nero (Black Dogs) e con una macchia bianca sul petto, con la schiena arcuata e i peli dritti […] l’autore afferma che molti abitanti dell’Highland credevano che i gatti fossero streghe trasformate e non esseri fatati (Fairies)».
Per completezza di informazioni vi anticipo fin d’ora che un Black Dog è grande quanto un vitello, perciò fate voi le proporzioni.

Il mito però non si conclude qui perché i Cait Sith hanno anche un capo, Big Ears:
«Nome con cui nell’Highland viene chiamato un demone gatto che si diceva apparisse alla fine della magica cerimonia del Taghairm. Nel racconto dell’ultima esecuzione di questo rito – che si trova nel London Litherary Gazette del 1824 – Grandi Orecchie, quando apparve, si poggiò su un masso e il segno dei suoi artigli è ancora visibile».
Per vostra fortuna – un po’ meno per i vostri stomaci, se di costituzione delicata – ho anche la descrizione del Taghairm e qualche notizia al riguardo: 
«È forse la cerimonia magica più orribile che si conosca; consiste nell’arrostire una serie di gatti allo spiedo fino a che, alla fine, appare un gatto gigantesco che acconsente ad esaudire i desideri dei torturatori. Questa pratica orrenda fu eseguita per l’ultima volta agli inizi del XVII secolo ed è stata documentata nel marzo 1824 nel London Literary Gazette. È citata, inoltre, da D. A. Mackenzie in Scottish Folk-Lore and Folk-Life. Gli esecutori della cerimonia furono Allan MacLean e Lauchlan MacLean che continuarono ad arrostire gatti per quattro giorni di seguito senza toccare cibo. Il loro granaio si riempì di demoniaci gatti neri miagolanti ed alla fine apparve il loro capo, Grandi Orecchie (Big Ears), che concesse agli uomini ciò che desideravano».
Quando lessi per la prima volta del rapporto tra Big Ears e il Taghairm mi feci un paio di domande, che ora vi esporrò perché sono un psicopipparolo provetto, e poi questa è casa mia quindi posso, perciò procedo: lo spirito del rituale – mi/vi domando – era quello di ricattare il “demone” con le grida dei suoi simili affinché intervenisse per fermare la strage piegandosi al volere dei torturatori, o era forse visto come una divinità crudele da omaggiare col sacrificio dell’animale da lui rappresentato? 

Non avendo – ieri come oggi – basi sulle quali fondare un’ipotesi solida, non mi resta che seguire l’interpretazione che mi pare più sensata raccogliendo i dati che ho: se i Cait Sith erano visti come incarnazioni di streghe, e quindi odiati e temuti, sarebbe lecito supporre che il rituale svolto da chi per primo ne conosceva la leggenda e quindi ne avesse avuto timore, venisse svolto come una sorta di esorcismo macabro o rituale violento allo scopo di piegarli al proprio volere. Per altro, il medesimo concetto alla base delle evocazioni dei demoni descritte nei Grimori (che scimmiottano a loro volta Salomone e l’anello che piega i demoni al suo volere). 

Certo, potrei sbagliare. Per quanto ne so, i MacLean potrebbero essere stati, nelle loro menti, i devoti servitori di una divinità crudele, la versione highlander di una coppia di entusiasti satanisti. Questo tuttavia non è il punto, che anzi rischia di mandarci fuori strada.

Quel che conta è che alle spalle delle pantere fantasma che spuntano qua e là esistono miti, leggende, mitologie e suggestioni pregresse, storie magari dimenticate ma che in qualche modo riescono a tramandarsi in una forma nuova eppure – in qualche modo – fedele all’originale. Dopo tutto, questi felini considerati incarnazioni di streghe – e quindi con un occhio superstizioso di matrice cristiana – conservano nel nome gaelico l’attributo fatato che fa l’occhiolino al precedente substrato pagano. A questo punto la mia domanda è: sarebbe quindi legittimo supporre che la figura si sia una volta di più adattata e modificata in omaggio ai tempi fino ad oggi? Io credo di sì, perché – come ho già accennato – oggi non si parla più di fate o streghe che mutano in gatti giganteschi, ma di pantere che spuntano qua e là, argomento più in sintonia col tempo che viviamo e le ipotesi che vanno dalla fuga da un allevamento privato alla più debole – a mio parere – teoria cripto-zoologica sulla specie autoctona non ancora identificata, così quello che resta è il felino nero, la paura nell’ombra e il fascino superstizioso che ereditiamo dal passato. 

Non so voi, ma io trovo affascinante questa passeggiata a ritroso di una leggenda metropolitana contemporanea fino a scovarne – forse – le origini, o almeno provandoci. In fondo, quando un fatto di cronaca come la fuga di una pantera si sposa felicemente con una leggenda preesistente, l’immaginazione non deve fare altro che collegare gli spunti e far risorgere il mito. 

sabato 20 dicembre 2008

In loving memory, our Firs Lady of Star Trek.

5 commenti
Majel Barrett Roddenbarry


23 febbraio 1932 – 18 dicembre 2008

«Beam her up, Scotty».

Gli ufficiali e il personale di bordo sono pregati di presentarsi in plancia per rendere l’estremo saluto a uno dei più onorati e onorabili membri dell’equipaggio; e siccome mancano le parole, affidiamoci alle immagini.


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