Ieri sera mi sono visto Lo Hobbit: un viaggio inaspettato, primo di tre – dico tre – film nei quali Peter Jackson ha deciso di ampliare e suddividere l’omonimo romanzo di John R. R. Tolkien (1892 – 1973), che di suo conta giusto 342 pagine (edizione Adelphi). Gli altri due film che ci aspettano sono La desolazione di Smaug (2013) e Andata e Ritorno (2014). Per giustificare questo gran dispiegamento di pellicola e maestranze cinematografiche, basta la frase iniziale di un Bilbo anziano (sempre interpretato da Ian Holm, come nel Signore degli Anelli) intento a mettere su pergamena le sue memorie con una postilla: «Mio caro Frodo, forse non ti ho detto proprio tutto tutto», ecco allora che in poche righe P. J. giustifica un reboot (?) de Lo Hobbit a cui è possibile aggiungere retroscena della storia recuperati dal Silmarillion, licenze poetiche e forse altre cose che non ho ricordato o riconosciuto perché ormai è passato qualche tempo da quando l’ho letto.
Bene, mi è piaciuto? Tutto sommato, sì. È stato divertente, piacevole da seguire e da guardare. Non ho trovato la storia d’amore tra il nano e l’elfa di cui avevo sentito parlare in giro e che mi aveva causato pelle d’oca, perciò ottime notizie per chi temeva questo punto. I nani, soprattutto alcuni fra loro, hanno un impianto decisamente comico, ma la loro storia sfortunata gli garantisce comunque momenti di dignità che poi sono il filo conduttore della storia. Certo, 173 minuti sono una bella prova di resistenza, infatti se i primi due tempi sono andati lisci (sì, al cinema del paese fanno ancora gli intervalli), nel terzo mi è scappato qualche sbadiglio, e non perché la storia diventi noiosa ma perché tre ore di cinema rischiano di essere propedeutiche alla pennichella nonostante l’azione sullo schermo.
Ora, senza fare un vero cineracconto dei miei o un bignami, vorrei toccare alcuni punti che mi hanno divertito o perplesso:
- gli elfi, che per qualche ragione devono essere eterei, diciamo sulla soglia della drag queen ma appena più sobri, a partire da Thranduil che nonostante risponda perfettamente ai requisiti transgender di un elfo peterjacksoniano, ha due sopracciglia fatte a “bruchi che limonano” da ricordare Lily Collins in Biancaneve;
- Gandalf a Gran Burrone che fa piedino telepatico con Galadriel mentre Saruman fa la figura del vecchio borbottone;
- Radagast il fattone jamaicano, che io non ricordavo proprio così e okay è buffo – Saruman fa anche accenno al suo abuso di funghi allucinogeni – ma, santo cielo, siamo a rischio Jar Jar Binks quanto a personaggio idiota che fa colore;
- il doppiaggio del Re dei Goblin (detto Mento Pallonio, cit. MIB) con una vocina troppo leggera;
- il doppiaggio di Gandalf con la voce di Gigi Proietti, che magari è un problema solo mio perché Proietti non mi piace granché e allora pace, ma questo è il mio blog e quindi lo dico;
- il drago che ti fanno intravedere e sospirare, ma che riesce comunque ad essere il protagonista di una scena di devastazione all’inizio del film, che mentre la guardavo facevo i complimenti a Jackson per averla giocata così bene;
- Azog che da personaggio minore (io neanche me lo ricordavo, ho controllato oggi) diventa questo spettacolare cattivo da videogame, un grosso orco pallido a cavallo di un mannaro bianco. Fico, eh? Peccato che Peter si sia inventato tutto;
- Gandalf con la farfalla Nokia o Samsung (non ho letto la marca) che chiama le aquile come al solito (e magari è l’unico numero che ha in agenda).
… e poi direi di fermarci qui, perché è bene che il resto lo scopriate voi e vi divertiate anche nel farlo. Che poi sono tutte cose soggette a gusti e interpretazioni personali, e magari qualcosa che ha fatto ridere me fa commuovere qualcun altro e viceversa, boh. Chi lo sa, tanto la gente è matta. Quello che so per certo è che lo vorrei vedere in lingua originale, ma non c’è fretta. Voi prendetelo come vi pare, guardatelo rilassati, portatevi da bere per evitare la disidratazione e presentatevi ben nutriti, che 173 minuti sono lunghi se vi prende un languorino. That’s all folks!
