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domenica 7 ottobre 2012

Babau S.p.A.

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Ghostbusters - The Boogeyman
by TristJones
Quando nel 2001 usci Monsters & Co. della Pixar, conoscevo già da tempo i nursery bogies, ossia i babau del folklore anglosassone. Trovai il film divertente e molto affine al tema degli spauracchi infantili, in più realizzato con una nota moderna e imprenditoriale che anch’io avevo ipotizzato documentandomi al riguardo. Ho sempre cullato l’idea di scrivere un racconto o un articolo al riguardo, e oggi, dopo undici anni – caspita, come vola il tempo – trovo che i tempi siano maturi (e anche un po’ ammaccati).

I Babau sono l’unico gruppo di mostri che non intimorisce gli adulti, e dai quali anzi sono stati creati per educare i bambini al tenersi lontani dai pericoli, o mantenere un comportamento corretto, col metodo didattico più vecchio del mondo; la paura. Gli azionisti di questa Società sarebbero pertanto i genitori. Azionisti forti, tra l’altro, e con potere decisionale e amministrativo che ne tratteggia le linee guida. Questo punto in Monsters & Co. non viene affrontato, ma se ci riflettete è la verità. Il termine nursery bogies lo suggerisce molto bene, unendo il prefisso nursery, legato all’infanzia e alla puericultura, alla parola bogies, che identifica tutti quei folletti dispettosi che amano spaventare l’uomo. Questo ne fa le creature ideali da arruolare e mandare a spaventare i bambini affinché si comportino bene, i perfetti sicari di mamma e papà. 

mercoledì 26 settembre 2012

La leggenda dei Black Dogs nel folklore del Regno Unito

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Come annunciato nel post sui Grandi felini neri delle Highlands, è arrivata la volta dei Cani Neri e altre creature simili, che però affronteremo in un terzo post perché non voglio farvi leggere una roba lunga come l’Autostrada del Sole. Vedrete in itinere che anche qui si mescolano religione cristiana e paganesimo, il tutto ben amalgamato da una fertile superstizione popolare, ma andiamo a cominciare coi Black Dogs propriamente detti, prima di passare alle altre mute soprannaturali (come al solito, la mia fonte principale è rappresentata da Katharine Briggs).
Black Dogs (Cani Neri). Le storie dei Cani Neri sono diffuse in tutto il paese. Essi sono generalmente pericolosi, hanno il pelo nero irsuto e sono grandi come un vitello; se qualcuno li picchia o li rimprovera, essi possono distruggerlo. In Inghilterra i Cani Neri spesso sono fantasmi di uomini che hanno assunto l’aspetto di cani.
Se ben ricordate, nel post precedente dicevamo che spesso i Cait Sith erano ritenuti streghe sotto mentite spoglie, e non creature fatate. Il discorso della metamorfosi pare quindi accompagnare anche i Black Dogs, sebbene in congiunzione al mondo dello spirito (che brutta espressione, ma non sapevo come altro metterla giù). Ancor più dei felini, i cani sono spesso pericolosi, tranne per quanto riguarda i Cani Neri Guardiani, dei quali riporto un caso trattato da Augustus Hare nel libro In My Solitary Life:
Mr. Wharton negò. Egli disse: «In una piccola locanda di Ayscliffe ho conosciuto Mr. Bond, che mi ha raccontato una storia sul mio amico Johnnie Greenwood di Swallcliffe. Una sera Johnnie doveva attraversare un bosco lungo circa un miglio per andare da alcuni amici. all’ingresso del bosco fu affiancato da un gran Cane Nero che si mise a trotterellare al suo fianco. Johnnie non riuscì a capire da dove fosse saltato fuori, ma esso non lo lasciò un istante, e quando il bosco divenne così buio e fitto che non riusciva a vederlo, sentiva quello scalpiccio accanto a sé. Quando uscì dal bosco il cane scomparve, senza che lui avesse potuto vedere dove si era cacciato. Johnnie fece la sua visita e prese la stessa strada per ritornare a casa. all’ingresso del bosco il cane gli si affiancò di nuovo e gli trotterellò accanto come prima; ma non lo toccò mai, ed egli non parlò con lui, , di nuovo, quando Johnnie emerse dal bosco, il cane era scomparso. Anni dopo, due carcerati della prigione di York raccontarono al cappellano che quella notte essi si erano nascosti nel bosco con l’intenzione di derubare ed uccidere Johnni, ma quando avevano visto quell’enorme cane, avevano pensato che Johnnie e il cane insieme erano un po’ troppo per loro». Questo è ciò che io chiamo un’utile apparizione, disse Mr. Wharton.
La stessa Briggs afferma di aver «udito una storia simile nel 1910, raccontata a Londra da Mr. Hosey, un vecchio prete, e un’altra dello stesso tipo, concernente un noto ministro anticonformista che stava raccogliendo denaro a scopi caritatevoli in una parte solitaria del paese, viene dallo Yorkshire. Si dice che la collina di Birdlip sia frequentata da un Cane Nero buono che guida i viaggiatori attraverso le colline e i sentieri bui; ma, anche il Somerset, possiede una tradizione sui Cani Neri Guardiani. Ruth Tongue racconta due aneddoti sui Cani Neri benevoli del Somerset in County Folklore». 
Il racconto della Tongue è il seguente:
Una vecchia signora ottantacinquenne, nel 1960, mi raccontò la sua esperienza in Canada con un Cane Nero: «Quand’ero bambina vivevo fuori Toronto, ed una sera dovevo andare in una fattoria che distava alcune miglia. Il sentiero passava attraverso un bosco ed io avevo una gran paura, ma un Cane Nero mi si affiancò e mi portò sana e salva fino alla porta. Al ritorno esso apparve di nuovo e mi riaccompagnò vicino a casa mia. Poi svanì».
Noterete come le leggende seguano i popoli a cui appartengono in giro per il mondo (se avete letto American Gods di Gaiman ne avrete un’idea ben precisa, nonché divertente e ben romanzata). Non di meno, questi miti possono evolversi in nuove forme fino alle leggende metropolitane, talvolta fondendosi con altre per dar vita a un mito giovane emerso da uno stampo antico.
La Briggs racconta anche di aver raccolto in prima persona la testimonianza di un escursionista  smarritosi nella nebbia sui Quantocks che, avvertendo la presenza di un cane accanto a sé e toccandone il mantello, pensò si trattasse del proprio che lo stava riconducendo fino a casa, ma al ritorno udì abbaiare dall’interno dell’abitazione, e solo voltandosi all’ultimo momento vide il Cane Nero Guardiano svanire. Un evento particolarmente interessante perché, come viene spesso sottolineato, è pressoché impossibile che qualcuno tocchi il Cane Nero senza subire danni.

Tra questi, Moddey Dooh (o Mauthe Dog di Peel Castle) è il più famoso dei Cani Neri dell’Isola di Man, reso noto da Walter Scott. 
Nel XVII secolo, quando il castello era presidiato, un cane grande e peloso era solito recarsi nella stanza di guardia e stendersi là dentro. Nessuno sapeva a chi appartenesse né da dove venisse ed era così strano che nessuno osava parlargli; alla fine, un uomo noto per essere un ubriacone, un torturatore  di cani e gran seccatore, ebbe il coraggio di dire alla bestia: «Alzati e seguimi» ed uscì dalla stanza. Il cane gli andò dietro e, improvvisamente, si udì un urlo tremendo e l’uomo tornò indietro barcollando, pallido e muto; il cane non fu più visto e l’uomo dopo tre giorni di semi-incoscienza, morì. 
La leggenda di Moodey Dooh persiste fino ai tempi moderni, Walter Gill racconta due sue apparizioni, delle quali una avvenne nel 1927 vicino a Ramsey. Un amico di Walter Gill incontrò il cane: era nero, con lunghi peli irsuti e occhi enormi che sembravano due pezzi di carbone ardente. Non osò passargli accanto e i due si guardarono fino a che la bestia lo lasciò passare. l’altro racconto è di un dottore che nel 1931 – nello stesso posto – affermò di aver visto l’animale. Gill riporta la storia di un Cane Nero di Peel che agiva come un Guardian Black Dog, prevenendo la morte di molta gente.
Una sera, un peschereccio attendeva il suo capitano per salpare. L’equipaggio aveva deciso di fare una battuta di pesca notturna ma aspettarono invano tutta la notte l’arrivo dell’uomo; all’alba si scatenò una tremenda e improvvisa tempesta e gli uomini ringraziarono Dio di non trovarsi in mare. Appena la luce del giorno si fece più chiara essi videro il loro capitano che arrivava tutto trafelato; egli raccontò loro che un grande Cane Nero gli aveva impedito di raggiungere il molo e qualunque direzione prendesse se lo ritrovava sempre davanti.
Nonostante le leggende sui Guardians Black Dogs, il timore nei loro confronti resta profondo e reverenziale, anche perché risulta impossibile scorgere una differenza tra feroci e benevoli, così come esistono casi intermedi, per esempio quello di Capelthwaite del Westmorland che abitava in un granaio vicino Milnthorpe. Capelthwaite era ben disposto verso la gente della fattoria e radunava il bestiame per conto loro, tuttavia era aggressivo e pericoloso per gli stranieri, così – narra la leggenda – il vicario di Beetham eseguì due cerimonie finché non lo relegò nel fiume Bela, e da allora non fu più visto, tranne che da un uomo di ritorno da una fiera senza cappello e con la giacca strappata che raccontò alla moglie di essere stato gettato in una siepe da Capelthwaite (molte storie come questa circolano attorno a varie leggende, che devono essere state una comoda scusa per qualche buontempone col vizio di alzare il gomito, almeno per quelli dotati di mogli particolarmente ingenue). Va detto però che Capelthwaite viene considerato un Bogie, ossia un folletto burlone e malizioso, ma non dei più cattivi, e tendenzialmente portato a prendersela solo coi pessimi soggetti, eppure era in grado di mutarsi in un Black Dog

Come vedete, le tipologie di creature si mescolavano nelle leggende già in patria, e a questo proposito sarà bene chiarire una cosa: cani, cavalli, capre, altri animali e persino uomini dai capelli neri sono spesso forme attribuite a creature fatate col dono della metamorfosi, dal Phooka (un altro essere fatato mutaforma e burlone) ai Water Horses (all’origine poi del Mostro di Loch Ness e simili) come l’Each Uisge e il Kelpie scozzesi e il Cabyll Ushtey di Man, che però preferivano la forma equina o umana, nella quale – soprattutto nel caso del Kelpie – si presentava come un uomo di aspetto tozzo e peloso, sempre con lo scopo di portare la propria preda in acqua e affogarla. 

Chiusa questa piccola parentesi, vorrei introdurvi – prima di affrontare l’argomento nel vivo col prossimo post – alle mute soprannaturali, genericamente note come The Wild Hunt, poiché in quanto spiriti e frequentatori delle tombe, i Black Dogs possono far parte anche della Sluagh, la Legione o Moltitudine, gli esseri più temibili tra le creature fatate dell’Highland,  qui descritta da A. Carmichael in Carmina Gaelica: 
«Sono spiriti di esseri umani morti. La gente racconta molte storie curiose su di loro, secondo alcuni essi volano a frotte, su e giù come stormi di uccelli, e rivedono le scene delle loro trasgressioni terrene. Nessuno di loro è senza peccati e nessuno può entrare in Paradiso fino a che non abbia espiato le sue colpe terrene. Essi combattono nell’aria, come fanno gli uomini sulla terra.
Nelle notti di maltempo si riparano dietro gli steli dei fiori gialli e color ruggine, mentre nelle notti gelide e stellate d’inverno li si può udire, in lontananza, combattere l’uno contro l’altro. Dopo una battaglia – così mi ha riferito la gente di Barra – si possono scorgere gocce di sangue sulle rocce e sui sassi. Questi spiriti uccidono cani e gatti, pecore e vitelli, scagliano dardi velenosi con precisione infallibile. Comandano agli uomini di seguirli e questi obbediscono non avendo alternative; e poi gli ordinano di uccidere e mutilare gli esseri viventi». 
Gli Sluagh sono inoltre gli unici che appaiono solo dopo la mezzanotte, mentre gli altri esseri fatati sono più attivi al crepuscolo (mi rendo conto che sembra di parlare di animali selvatici, ma questo è quanto), a sottolinearne la natura oscura.

Molto bene, con questo passaggio di testimone si chiude il discorso sui Black Dogs e si apre quello sulla Wild Hunt che affronteremo nel prossimo capitolo, per ora spero che di avervi incuriosito e interessato senza annoiarvi. Grazie per l’attenzione e arrivederci a quando ammattirò per mettere ordine in quell’altra bolgia di leggende.

sabato 22 settembre 2012

I grandi felini neri nel folklore delle Highlands

9 commenti

Black Cat,
illustrazione di Arthur Rackham  (1829 - 1912).
Il recente post di Alessandro sui felini spettrali, con accenno ai cani neri delle leggende metropolitane e della fantasia popolare, mi ha ispirato una bella ricerca, così mi sono messo sotto a fare i compiti con ciò che ho a disposizione. Il materiale che vi presento è raccolto in A Dictionary of Fairies a cura di Katharine Briggs, di cui ho già parlato in un’altra occasione. Diversamente dal post di Alex, il mio è virato più al folklore del Regno Unito e al rapporto tra queste creature misteriose e le superstizioni legate alla religione cristiana e alle tradizioni pagane che si sono andate a sovrapporre in loco.

Nota. Visto che il materiale rinvenuto sui Cani Neri e creature affini è parecchio, cominciamo coi felini, che hanno una presenza ridotta rispetto alla loro controparte che affronteremo con comodo in un post successivo. 

Quando al giorno d’oggi si parla di grandi felini avvistati in giro per il mondo, siamo portati immediatamente a pensare a pantere e giaguari, spesso dal mantello nero. Tuttavia non è sempre stato così, infatti per un lungo periodo, in Europa, l’unico felino nero noto a tutti era il gatto, animale comunque amato e odiato con alterne fortune nella storia e dalla religione. 

Nel caso degli originali felini neri delle leggende scozzesi, il termine corretto per riferirsi a loro è Cait Sith (Gatto Fatato), così descritti nel testo:
«Gatto fatato dell’Highland. J. G. Campbell, in Superstitions of the Scottish Highlands, lo descrive grande come un Cane Nero (Black Dogs) e con una macchia bianca sul petto, con la schiena arcuata e i peli dritti […] l’autore afferma che molti abitanti dell’Highland credevano che i gatti fossero streghe trasformate e non esseri fatati (Fairies)».
Per completezza di informazioni vi anticipo fin d’ora che un Black Dog è grande quanto un vitello, perciò fate voi le proporzioni.

Il mito però non si conclude qui perché i Cait Sith hanno anche un capo, Big Ears:
«Nome con cui nell’Highland viene chiamato un demone gatto che si diceva apparisse alla fine della magica cerimonia del Taghairm. Nel racconto dell’ultima esecuzione di questo rito – che si trova nel London Litherary Gazette del 1824 – Grandi Orecchie, quando apparve, si poggiò su un masso e il segno dei suoi artigli è ancora visibile».
Per vostra fortuna – un po’ meno per i vostri stomaci, se di costituzione delicata – ho anche la descrizione del Taghairm e qualche notizia al riguardo: 
«È forse la cerimonia magica più orribile che si conosca; consiste nell’arrostire una serie di gatti allo spiedo fino a che, alla fine, appare un gatto gigantesco che acconsente ad esaudire i desideri dei torturatori. Questa pratica orrenda fu eseguita per l’ultima volta agli inizi del XVII secolo ed è stata documentata nel marzo 1824 nel London Literary Gazette. È citata, inoltre, da D. A. Mackenzie in Scottish Folk-Lore and Folk-Life. Gli esecutori della cerimonia furono Allan MacLean e Lauchlan MacLean che continuarono ad arrostire gatti per quattro giorni di seguito senza toccare cibo. Il loro granaio si riempì di demoniaci gatti neri miagolanti ed alla fine apparve il loro capo, Grandi Orecchie (Big Ears), che concesse agli uomini ciò che desideravano».
Quando lessi per la prima volta del rapporto tra Big Ears e il Taghairm mi feci un paio di domande, che ora vi esporrò perché sono un psicopipparolo provetto, e poi questa è casa mia quindi posso, perciò procedo: lo spirito del rituale – mi/vi domando – era quello di ricattare il “demone” con le grida dei suoi simili affinché intervenisse per fermare la strage piegandosi al volere dei torturatori, o era forse visto come una divinità crudele da omaggiare col sacrificio dell’animale da lui rappresentato? 

Non avendo – ieri come oggi – basi sulle quali fondare un’ipotesi solida, non mi resta che seguire l’interpretazione che mi pare più sensata raccogliendo i dati che ho: se i Cait Sith erano visti come incarnazioni di streghe, e quindi odiati e temuti, sarebbe lecito supporre che il rituale svolto da chi per primo ne conosceva la leggenda e quindi ne avesse avuto timore, venisse svolto come una sorta di esorcismo macabro o rituale violento allo scopo di piegarli al proprio volere. Per altro, il medesimo concetto alla base delle evocazioni dei demoni descritte nei Grimori (che scimmiottano a loro volta Salomone e l’anello che piega i demoni al suo volere). 

Certo, potrei sbagliare. Per quanto ne so, i MacLean potrebbero essere stati, nelle loro menti, i devoti servitori di una divinità crudele, la versione highlander di una coppia di entusiasti satanisti. Questo tuttavia non è il punto, che anzi rischia di mandarci fuori strada.

Quel che conta è che alle spalle delle pantere fantasma che spuntano qua e là esistono miti, leggende, mitologie e suggestioni pregresse, storie magari dimenticate ma che in qualche modo riescono a tramandarsi in una forma nuova eppure – in qualche modo – fedele all’originale. Dopo tutto, questi felini considerati incarnazioni di streghe – e quindi con un occhio superstizioso di matrice cristiana – conservano nel nome gaelico l’attributo fatato che fa l’occhiolino al precedente substrato pagano. A questo punto la mia domanda è: sarebbe quindi legittimo supporre che la figura si sia una volta di più adattata e modificata in omaggio ai tempi fino ad oggi? Io credo di sì, perché – come ho già accennato – oggi non si parla più di fate o streghe che mutano in gatti giganteschi, ma di pantere che spuntano qua e là, argomento più in sintonia col tempo che viviamo e le ipotesi che vanno dalla fuga da un allevamento privato alla più debole – a mio parere – teoria cripto-zoologica sulla specie autoctona non ancora identificata, così quello che resta è il felino nero, la paura nell’ombra e il fascino superstizioso che ereditiamo dal passato. 

Non so voi, ma io trovo affascinante questa passeggiata a ritroso di una leggenda metropolitana contemporanea fino a scovarne – forse – le origini, o almeno provandoci. In fondo, quando un fatto di cronaca come la fuga di una pantera si sposa felicemente con una leggenda preesistente, l’immaginazione non deve fare altro che collegare gli spunti e far risorgere il mito. 
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