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mercoledì 16 ottobre 2013

Gravity (2013)

3 commenti

Gravity (2013) di Alfonso Cuarón,
con Sandra Bullock & George Clooney.
Bello. C’è poco da dire, Gravity è bello. Molto bello. Sorprendente. Un gran bel film che affascina, incanta, emoziona e fa tutte quelle cose per cui la gente va (o andava) al cinema. Ho letto pareri positivi e critiche negative, sono d’accordo coi primi e scuoto il capo sui secondi, ma intanto leggetevi la trama.
Gli astronauti Ryan Stone (Sandra Bullock) e Matt Kowalsky (George Clooney) sono intenti alle riparazioni di una stazione orbitante quando un’imprevedibile catena di eventi gli scaraventa contro una tempesta di detriti. L’impatto è devastante, distrugge la stazione e li lascia a vagare nello spazio nel disperato tentativo di sopravvivere e trovare un modo per tornare sulla Terra.
Ecco, due personaggi e poco più (voci via radio), tutta la scena appartiene a loro due e viene tenuta benissimo, soprattutto dalla Bullock. Non so voi, ma io adoro questo genere di cinema con un piccolo, piccolissimo cast. La prova attoriale non ha vie di fuga, deve reggere dall’inizio alla fine, è tutto sulle loro spalle. Spalle forti, spalle sane. Così esce un personaggio vero, tridimensionale. 

Ryan Stone esiste, è un eroina. Lo è per 90 minuti di pellicola. Un’ora e mezza – tempi inconsueti ormai, ma perfetti – è tutto quello che ci vuole per raccontare una storia. Esiste perché Sandra Bullock le ha dato vita (in un certo senso, come Sigourney Weaver creò Ellen Ripley, nonostante siano diverse). Anche Kowalsky è un’eroe, un veterano all’ultima missione, un personaggio ben caratterizzato e realizzato, ma Ryan è l’outsider. È una Specialista di Missione, il che vuol dire che ha avuto un addestramento di soli sei mesi per andare nello spazio, montare un programma e tornare indietro. Bello liscio. Naturalmente le cose non vanno mai secondo i piani, specie se siamo al cinema. Il disastro è dietro l’angolo e i nostri eroi, soli nello spazio, dovranno rimediare.

Locandina vintage trovata su Facebook.
Parlo di eroi nel senso vero del termine, perché l’isolamento nello spazio – che Cuarón sa trasmettere alla perfezione – è totale e avvolgente. Le loro paure sono le mie e anche le vostre. Non esiste nulla di più alieno del vuoto là fuori, niente di più alla deriva di un’astronauta smarrito. Galleggiare sopra il nostro pianeta senza poterlo raggiungere, vederlo come solo in pochi lo hanno visto e contare alla rovescia prima di morire, questo è abbastanza. C’è da disperarsi, arrendersi. Invece no, superando i propri limiti, l’eroe ce la fa.

Chiuderei qui, ma voglio dire un paio di cose sulle critiche che ho letto: Stronzate & Stupidaggini. Ehi, sono due di numero. Ok, scendiamo nel dettaglio.

L’impressione che ho io è che un po’ di gente – non tutta per fortuna, ma sempre troppa – non vada più al cinema per vedersi un bel film e magari meravigliarsi, immergersi in qualcosa di bello e goderne a pieno, ma solo per lamentarsi. Perché oggi siamo tutti critici, tutti esperti. Soprattutto, abbiamo una connessione (che alle volte è un po’ come la cassetta della frutta su cui i matti montano in piedi per arringare le folle).

Io non sono della NASA, non ho esperienza di missione né di fisica a gravità zero, ma pare che in giro ci siano più scienziati che connessioni libere. Incongruenze? Non chiedetelo a me. 

Quello che posso dirvi è che la storia fila e tutto quello che ho letto di negativo viene da interpretazioni errate, disattenzione dello spettatore/critico e problemi ormonali che portano qualche derelitta a lamentarsi del fatto che di George Clooney “si vede solo la faccia”. Per cortesia, collegate il cervello oltre al modem. Grazie.

martedì 16 luglio 2013

Battleship (2012)

6 commenti

Battleship (USA, 2012).
Durata: 131.
Regia: Peter Berg.

Ieri ho recuperato questo film, che avevo scartato perché poco convinto. In genere i film di guerra, anche se con una componente fantascientifica, mi perdono per strada. Non so come mai, ma le scene di battaglia mi distraggono e annoiano. Capita anche coi libri e non solo al cinema. Ieri invece mi sono detto che in attesa di Pacific Rim – no, non l’ho ancora visto – una bella guerra fantascientifica ci stava bene, e poi leggendo qualche recensione avevo capito che non sarà questo capolavoro, ma c’è di che divertirsi. Ebbene sì, mi sono divertito. Ok, non c’è montaggio analogico, occhio della madre, carrozzina e stivali dei soldati. Anzi no, gli stivali dei soldati ci sono in effetti, è un film di guerra dopotutto. Resta il fatto che fa il suo dovere. Insomma, mi è piaciuto.

Battleship è un film fatto per intrattenere, un grande giocattolo in tutti i sensi. Infatti si ispira al gioco Battaglia Navale della Hasbro, che è a sua volta la versione deluxe di quel giochino fatto con carta e penna che si faceva da piccoli. 
Ehi, non storcete troppo il naso, l’osannato – dai fans almeno – Pirati dei Caraibi era preso da una giostra, quindi buoni e mosca. 
Notizia Flash: il cinema d’intrattenimento non è il male, è anzi cosa buona e giusta. Quando fatto bene, certo. 
Ok, Battleship ha i suoi difetti, come gli alieni alquanto deludenti e un paio di cretinate, ma è riuscito a non perdermi neppure durante le scene di battaglia, le esplosioni e tutta l’azione – che è tanta – dall’inizio alla fine. Un suo pregio è che i ritmi delle riprese non sono sincopati e assurdi, come capita invece ormai fin troppo spesso, e anzi riesci anche a seguire l’azione e a godertela. 
Esiste anche una storia di fondo, per quanto secondaria all’attacco alieno, che non sfigura troppo e accompagna il tutto. Poi c’è Rhianna come non l’avevo mai vista, nella parte della soldatessa dura. Sorprendente e davvero brava. Diversi caratteristi di talento, perché uno spettacolo del genere ha bisogno dei caratteristi – troppo spesso considerati uno o più gradini sotto gli altri attori – tutti in grado di sostenere lo spirito giusto per la storia, creare momenti comici e drammatici. Io poi li adoro, sono professionisti veri. Liam Neeson invece l’ho trovato un po’ legnoso (ma è un militare, ci sta), sciogliendosi un attimo solo per i momenti “brillanti”, diciamo così.

Per concludere, c’è questo interrogativo espresso dal giovane scienziato: «È saggio lanciare messaggi nello spazio se poi quelli che verranno saranno per noi come Colombo per gli indios?»
Ecco, buona domanda. 
Io mi sono anche domandato: «È saggio invitare gente a casa se non siamo tutti d’accordo?»
Ok, alcune nazioni mandano segnali nello spazio – non parlo del film, ma della realtà – però qualcun altro potrebbe essere contrario. È come invitare a cena i colleghi all’insaputa del partner, non ne verrà nulla di buono. 
Il fatto, secondo me, è che non ci crediamo davvero. 
Ma sì, è un’ipotesi affascinante, magari anche un’idea romantica e ingenua dello spazio, ma se spediamo partecipazioni in giro è perché non crediamo davvero in questo party, altrimenti saremmo più cauti. Sono elucubrazioni e psicopippe, me ne rendo conto, ma sono stimolanti e divertenti. Almeno per me.

Visto? Alla fine ci ho trovato anche di che riflettere. 
Buona visione.

martedì 9 luglio 2013

Aspettando Pacific Rim

4 commenti

Pacific Rim (USA, 2013).
Durata: 131.
Regia: Guillermo del Toro.
Soggetto: Travis Beacham.

Oggi sbirciavo l’ennesimo trailer a tale proposito, così mi sono trovato a fare considerazioni su quello che è o potrebbe essere questo film e su chi o come sono io oggi. Come voi che leggete, probabilmente, sono cresciuto coi robot giganteschi, i mostri colossali e compagnia bella.
Il ragionamento è andato avanti così per un po’. Non molto né troppo, abbastanza. Almeno finché mi sono ritrovato con questa domanda: «Perché ogni volta che vedo immagini, spot o leggo qualcosa su Pacific Rim, ho questa persistente sensazione che la mia passione per i mostri mi farà parteggiare per i Kaiju contro i Jaeger

Lo so che facevamo il tifo per Goldrake, Mazinga, Jeeg, Daltanious, Daitarn III e così via, ma io avevo un debole per i mostri. Erano un sacco. Tutti nuovi. Ogni puntata uno diverso – che finiva irrimediabilmente male, certo, ma erano favolosi lo stesso. Alcuni di loro erano inguardabili, altri belli e alcuni fighi. Io poi sognavo di essere uno scienziato pazzo, di creare i miei mostri, cosa che facevo in vari modi: col Pongo o il DAS, coi Lego, riempiendo quaderni e quaderni di disegni o montando insieme pezzi di giocattoli come Sid di Toy Story. Io però non mi vedevo come un distruttore, ma come un creatore. Ero Frankenstein, non un vandalo qualsiasi (se Pinocchiorso fosse qui, potrebbe dirvelo – era un ibrido di orsetto di peluche e pinocchio di gomma).


Tornando a Pacific Rim, sto cercando di non farmi sopraffare dall’hype riempiendomi di aspettative irragionevoli – o caricandolo più del dovuto coi miei ricordi di bambino – ma sono davvero curioso. Forse non sarà il film della nostra generazione peppappéro come dicono alcuni, ma le premesse sì, quelle fanno l’occhiolino alle cose con cui sono cresciuto, perciò non sono curioso solo di vedere il film, ma anche di conoscere la mia reazione e quella di tutti gli altri a questo fenomeno.


lunedì 13 maggio 2013

Iron Man III - Recensione

3 commenti

In questi giorni, aspettando di poterlo vedere al cinema, ho letto le polemiche in giro per la rete su questo film, accuse del tipo che la Disney avrebbe corrotto la Marvel con marmocchi fastidiosi, che ci sarebbero troppe battute eccetera eccetera. Va bene, vi ho sentiti. Mi avete convinto a restare a casa? No. Ieri sera – finalmente – sono andato e l’ho visto, e adesso dico la mia. 
Iron Man III è un bel film d’azione, avventura e fumetti. 
Stateci. Arrendetevi. Abbassate le manine. 
Giù. Così. Bravi. 
Posate anche il ditino accusatore. 
Lì. A posto.

Parliamoci chiaro e vediamo i tre punti più controversi, ok? Sentendo le critiche pensavo di trovarmi davanti a chissà cosa, e invece ecco qua.
  • Il ragazzino c’è ma non si vede tanto, e poi si rivela anche utile (ok, poteva essere sostituito da altri, ma non facciamo gne gne gne). 
  • La trovata del Mandarino è brillante! Un personaggio come il suo sarebbe stato troppo sopra le righe oggi, quindi – comico per comico – meglio gestirlo così che mandarlo in giro col super potere della bigiotteria da uomo. 
  • Sì ok, ci sono parecchie battute, ma – Grisù Benedetto – è Iron Man, mica IlBatmanDiNolan col raspino in gola! 
Ok, non sono uscito dal cinema con la sensazione di aver visto un capolavoro, ma sono rimasto incollato alla sedia anche se in corpo avevo farmaci che mi causavano sonnolenza (sono stato afono e influenzato fino a ieri) e la luce è andata via un paio di volte durante la proiezione. Questo vorrà pur dir qualcosa, o no? Mi sono divertito, ho gradito le trovate messe qua e là nella trama, mi sono piaciuti gli effetti speciali, gli attori e le battute. Cosa avrei potuto volere di più, che Tony Stark mi portasse un Crodino tra il primo e il secondo tempo? Ok, sarebbe stato bello, ma non è da lui.

E voi, che aspettate? Andateci, guardatelo, divertitevi. 
Oh, e poi fino al 16 maggio il cinema costa solo 3 euro, quindi approfittatene anche se siete incerti. Avete ancora tre giorni.

P.S. No, stavolta niente trama né cineracconto. Godetevelo con tutte le sorprese, che è meglio!

martedì 7 maggio 2013

Ray Harryhausen: 29 giugno 1920 – 7 maggio 2013

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Ray Harryhausen
Los Angeles, 29 giugno 1920 – Londra, 7 maggio 2013
Sarò sincero e vi dirò subito che non sono un esperto di Harryhausen. L’unico suo film che ricordo bene, e che ho in DVD e nel cuore (dio come suona smielata ‘sta cosa, ma è la verità), è Scontro di Titani (Clash of the Titans, 1981). 

Questo necrologio lo scrivo per Ray perché gli devo uno dei momenti migliori della mia infanzia, quando ha reso per la prima volta “reali” i personaggi della mia immaginazione, visto che – venendo su a pane e mitologia classica – conoscevo già Perseo e Andromeda, Cassiopea e Teti, Zeus, Poseidone e tutti gli altri. 
Calibos no, lui è stato una sorpresa. 
All’inizio ricordo che me la presi pure per il fatto che il film si fosse concesso delle libertà rispetto al mito (da ragazzini si è assoluti e gelosi con le proprie passioni), ma alla fine era così bello e spettacolare – ricordatevi che nel ‘81 avevo 8 anni, anche se lo vidi più tardi in TV – che non me ne importò più nulla, e allora ecco un caloroso benvenuto all’avvoltoio che trasporta la gabbia d’oro in cui viaggia Andromeda, benvenuti gli scorpioni giganti nel deserto, un enorme benvenuto a Bubo, la civetta meccanica d’oro, ma soprattutto al Kraken, preso in prestito dalla mitologia nordica e trasformato in un’indimenticabile colosso della stop-motion. La mia preferita però era Medusa, che amavo già come personaggio mitologico, compresa la sua tragica storia. 

In seguito ho visto anche altre cose di Ray, ma davvero non saprei dirvene i titoli, che si confondono nella memoria, e se dovessi fare adesso una ricerca tanto per completare il post non sarebbe sincera, perché io lo ricordo soprattutto per quell’unico momento in cui mi ha dimostrato che, quando l’immaginazione prende forma, tutto è possibile, e forse è merito suo se ho preso un certo gusto per il cinema fantastico. Perciò questo è tutto, addio Ray e grazie.


lunedì 29 aprile 2013

The Amazing Spider-Man, Recensione

4 commenti

Ho provato a mettere giù un cineracconto, ma sono tante le minchiate che mi viene il capogiro solo a ricordarle. Ieri me lo sono guardato per la prima volta, ma non è Spider-Man. Non è il mio o il vostro Amichevole Uomo Ragno di Quartiere, e non è neppure Peter Parker. No, questo è un tizio che va in giro in skateboard coi capelli alla cazzo d’istrice, le lenti a contatto e un look da Teen Choice Award, è solo un tizio in calzamaglia. Non è The Amazing Spider-Man, è Spandex-Man Vs. Godzilla Gorilla

Spandex-Man Vs. Godzilla Gorilla

Nella vita del protagonista non c’è vera emarginazione, manca un’autentica elaborazione del dolore alla morte di Zio Ben, non c’è neppure il motto: «Da grandi poteri derivano grandi responsabilità», che plasmerà tutta la vita di Peter/Spidey. È un film sull’Uomo Ragno senza l’Uomo Ragno
Spandex-Man in un momento Hipster.

Sapete chi è il personaggio più azzeccato? Flash Thompson. Perché lui, Peter all’inizio lo maltratta, ma alla fine ci si riconcilia, come nel fumetto (anche se in anticipo sui tempi), e poi sì, questa volta abbiamo Gwen Stacy al posto di Mary Jane Watson, ma non basta. 

C’è un Lizard dall’aria scimmiesca (che mi ricorda quelli di Super Mario Bros, 1993) e che ragiona troppo. Poi una storia assurda sui genitori di Peter e l’ombra di un Norman Osborn malato terminale di buco nella trama, il tutto solo per far scattare la corsa alla cura rigenerativa che metterà il povero Dott. Connors nei panni di Godzilla Gorilla
Santa Marvel, mancano il senso dell’umorismo di Peter e le continue battute di Spider-Man! Quando provano a farne fare qualcuna all’attore, si rivelano più che altro fastidiose. Infatti non se ne fa più niente per tutto il film. 

Attenzione però, anche se al solito viene additato come una minaccia – ma dal capitano Stacy, non da Jameson – salva la città come da programma. Già, ma per puro buco di culo! Sì, perché New York è piccola come Fontanellato. La sua ragazza è capo stagista ai laboratori Oscorp, e quindi può creare – non si sa come – un vaccino alla piaga rettilizzante con la quale Godzilla vuole infettare la città, e a capo delle gru nei cantieri di New York c’è il padre di un ragazzino che ha salvato. Quindi, grazie a un tiro favorevole dei dadi, ha chi gli dà una mano qua e là.

Il momento delle gru poi, quando le allineano nella scena finale per aiutarlo a raggiungere il punto dello scontro, dovrebbe essere la dichiarazione d’amore della città al suo eroe, ma non arriva neanche lontanamente all’analogo momento messo in scena da Raimi nel secondo Spider-Man, quando Peter ferma la metro con le ragnatele e il proprio corpo. Quella sì che era una scena, e quello era un eroe per cui fare il tifo. Questo no, questo è solo Spandex-Man

giovedì 14 marzo 2013

Dracula 3D

8 commenti

Finalmente ho visto Dracula 3D, ero curioso e l’ho fatto. Sapete il detto, tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino? Ecco, consideratemi zoppo. È un film talmente cialtrone che all’inizio mi sono anche divertito, ma dopo un po’… diciamo che l’interesse si ammoscia per noia, anche se la curiosità rimane. Cercherò di farvene una panoramica o un riassunto, ma vi avverto che ci saranno spoiler perciò ecco il solito banner esplicativo. Buona lettura.


Come dicevo, mi ci sono approcciato con curiosità, volevo vedere fino a che punto il disastro annunciato nei traliers fosse vero, così mi son messo lì – cioè qui, perché l’ho visto al computer – con buona volontà. L’inizio cialtronesco che vi ho preannunciato è così composto: una scena gratuita di sesso tanto per, effetti speciali sorpassati, recitazione imbarazzante, lupi doppiati per farli ringhiare (che quei poverelli stavano beati con la lingua a penzoloni) e altri pasticci, come la donzella che chiude le imposte nella Notte di Valpurga ma i vetri sono bianchi per la luce che viene da fuori. 

Dopo un inizio così verrebbe da liquidarlo come dilettantesco a dir poco, ma dietro c’è un regista che in passato ha fatto grandi film, solo che ultimamente non ne azzecca uno neanche per sbaglio. Poi non aiuta neanche il cast, legnoso e alle prese con dialoghi imbarazzanti, né gli effetti speciali o qualsiasi cosa vi venga in mente. Sembra quasi un’inconscia richiesta d’aiuto di Argento che implora: «Fermatemi». Idea non malvagia, a mio avviso. Lasciatelo in pace, concedeteci di ricordarlo per i titoli validi del passato e non per gli scivoloni più recenti.
Mettiamo un fermo a tutto ciò e andiamo avanti, sono sicuro che in questo paese ci sono giovani cineasti talentuosi col desiderio di mettersi alla prova dietro una telecamera, magari per un horror o un thriller che non abbia il fastidioso retrogusto della farsa. Perché, in tutta onestà, devo dire che è un film stupido e cialtrone con un finale orrendo, attori incapaci e ingessati, effetti speciali imbarazzanti e una sceneggiatura talmente cretina da lasciare storditi e balbettanti. Non esagero, controllate.

Unico guizzo, se vogliamo, la famigerata Mantide. 
Ecco, il 50% della mia motivazione alla visione è stato vedere questa scena e, forse, capirne il senso. Missione fallita. Una mantide della taglia di un uomo o anche di più sale le scale, aggredisce il padre di Lucy (che in questa versione allegramente adattata dal libro di Stoker è il sindaco di Passburg, o Passo Borgo), Mina assiste alla scena, fa una faccia spaventata tipo “ho visto un topo” e sviene, subito raccolta da Dracula che è già in forma umana. Stop. Dissolvenza.
Siete avvertiti, questo Dracula è tanto liberamente adattato che mancano personaggi, eventi e persino città dell’originale. Per dire, niente Londra. 

L’intera storia si svolge a Passburg, che è il villaggio vicino al castello del Conte, infatti Jonathan Harker non è lì per vendergli appartamenti londinesi ma per riordinargli la biblioteca, Lucy insegna piano e Mina non si capisce quale beata cosa faccia nella sua vita, a parte essere timida come un topino e farsi insidiare dal Conte alla fine. 
C’è un Renfield che ricorda più Hodor di Game of Thrones che Tom Waits in Bram Stoker’s Dracula, ma sarebbe profondamente ingiusto e sbagliato fare paragoni tra questi due film che si somigliano come le mutande e la canottiera (già, perché se riuscite a infilarvi le mutande dalle braccia allora avete una testa da ci siamo capiti, eh). 
Van Helsing appare a due terzi del film a dir tanto, è un Rutger Hauer messo alle strette, costretto a recitare battute che, se pensiamo alle immortali parole di Roy Batty (da lui stesso ideate per la scena di Blade Runner), struingono il cuore dallo sconforto. Ci rendiamo conto di quanto stanco e poco motivato sia, e non posso certo dargli torto. Nonostante ciò, ha comunque la grazia di fare il suo lavoro, forse al minimo sindacale ma non è che da solo avrebbe potuto salvare questo film dall’essere l’inesausto tentativo di qualche scriteriato di spillare argento da un filone da tempo estinto. Il Re è morto, viva il Re. Fermiamoci qui prima di far di peggio.
Ah già, il peggio.
Senza un perché o un percome, Mina s’innamora del Conte che le rivela di essere la reincarnazione della sua amata Durlinger. No. Dulingendegraz? Dulingandegraz? Va beh, Durlindana. Lei è tutta un ti amo, poi arriva Van Helsing e allora lei: «Uccidilo, amore mio!» Il Conte non si fa pregare, ma nonostante abbia gli artigli taglienti come pagine, la velocità di un SMS e la forza di un buttafuori, prende il povero Rutger a pizze in faccia. Gira il vento e Mina banderuola cambia idea: «No, fermati!» e gli spara, lo ammazza con una pallottola d’argento. 
Sì, è per i lupi mannari, ma chi se ne frega. Se questa fosse la stronzata più grossa di tutto il film, allora staremmo a cavallo. Il peggio (quello vero) viene dopo. 
C’è uno scambio d’idee confuse tra Van Helsing e Mina che non si capisce, ma tanto i dialoghi fanno spavento più del vampiro, perciò meglio così. Finalmente i due si allontanano ma la telecamera indugia. Eh no, eh, non farmi questo. E invece sì, la telecamera torna sulle ceneri di Dracula che si sollevano nell’aria, prendono vaga forma di lupo e corrono verso lo spettatore (vi ricordo che è in 3D) per fare buh! Poi niente, fine e titoli di coda. Giuro. 

Il resto lo lascio scoprire a voi, ho omesso e dimenticato eventi, personaggi e dettagli, ma il succo è quello e in base allo stesso non vi resta che fare una bella cosa, decidere se vi ho incuriosito e intendete guardarlo per farvene un’opinione più circostanziata o fidarvi del mio giudizio, che a titolo personale è negativo ma anche a titolo oggettivo non è che migliori di molto, anzi. Decidete voi, questo è il bello del libero arbitrio.

domenica 10 marzo 2013

Supercooler, ma anche no!

4 commenti

Oggi brontolo un po’, portate pazienza. 
Avete presente Jumper, quel film coi tizi che usano il teletrasporto mentre una misteriosa organizzazione para-governativa con strane sblinde religiose cerca di farli fuori perché sì? Va beh, al di là del fatto che il film in sé è stupido come un rubinetto di sughero, l’ho rivisto di recente e mi ha fatto riflettere sulla presenza dei fighetti nella sci-fi. 
Perché? 
No, davvero, parliamone.
Sono abituato alla gente che punta il dito sui fans dei supereroi sfottendoci perché gne gne gne siete degli sfigati nerdoni pappappéro, ma poi al cinema passa ‘sta roba – mettiamoci in mezzo anche Push (che però mi è piaciutio di più) e altra sci-fi con protagonisti “cool” di quel genere lì che se entra in fumetteria è perché ha sbagliato indirizzo o deve fare moneta per il parchimetro – quindi non capisco lo scopo da parte di registi e produttori di appropriarsi di un certo genere per venderlo a gente con la quale c’entra tanto quanto il mercurio cromo e la tabellina del due. 
Insomma, è chiaro che il pubblico della sci-fi non c’entra nulla con Hayden Christensen (a parte la sete di sangue per aver trasformato Anakin Skywalker AKA Darth Vader in un’insopportabile adolescente disadattato e sottilmente Emo), perciò mi domando: cosa cazzo stai facendo, Hollywood? 
Adesso non pretendo che i protagonisti della sci-fi siano tutti nerd (anche se sarebbe divertente, ogni tanto), però sarebbe “simpatico” se vi rivolgeste al pubblico giusto quando pescate un genere, altrimenti se lo scopo è buttare soldi dateli a me. 
Poi magari sbaglio e Jumper ha fatto buoni incassi perché qualcuno è andato a vedere gli effetti speciali e Christensen che si dà un tono da figo del tutto ingiustificato. 
Non lo so, lo ignoro. 
Quello che so è che guardandolo mi sono sentito preso per il culo, un po’ come se avessero preso qualcosa di “mio” – va beh, diciamo “nelle mie corde”, ché non ho il copyright – e lo avessero riadattato per venderlo ad altri, ignorandomi e spernacchiandomi bellamente. Tutto qui.
L’avevo detto che brontolavo, ma tranquilli che ho finito.

giovedì 24 gennaio 2013

Director’s Dreams

11 commenti
Ci sono due idee che mi frullano per la testa da anni, ma che non posso realizzare da solo. Questi progetti coinvolgono attori, registi, set cinematografici e altri accessori leggermente al di fuori della mia portata, quindi ho deciso che se non altro posso esprimerli come desideri sul web e vedere se voi altri condividete il mio punto di vista.
Robert Carlyle’s Dracula. 
Separati alla nascita (da qualche secolo).
Insomma, un Dracula fatto per bene, con tutti i crismi. Vorrei una versione che tenga conto sia del libro di Stoker che della figura storica alla quale si ispira, e non ditemi “ma guarda che quello di Coppola era troppo una figata” perché lo so, infatti piace anche a me. Ma. Non. È. Dracula. Se avete letto il libro, lo sapete. Il Conte è brutale, grottesco, seduce con la stessa grazia di un bruto e la sua psicologia è più da feudatario sanguinario che da aristocratico dandy. In più ha questa faccia qui. Per questo ruolo ho in mente un attore preciso che ho scelto nel 1999 dopo averlo visto al cinema ne L’Insaziabile (Ravenous), ossia Robert Carlyle. Sono stati sia i suoi lineamenti, che mi hanno ricordato il voivoda di Valacchia, che la sua bravura nell’interpretare il cannibale astuto ma brutale a convincermi che il mio Dracula deve essere lui e nessun altro (certamente non un biondino che tossisce palle di pelo in una ridicola produzione concepita nell’incapacità d’intendere e di volere e finanziata dallo Stato col patrocinio di qualche imbecille che ne sa di cinema quanto un rutto sa di violette).

Paradiso Perduto di Milton & Greenaway, con la partecipazione speciale dei Depeche Mode. 
Improbabili ma non impossibili.
Tutti dicono che il poema di Milton è impossibile da tradurre su schermo, e forse hanno ragione, ma io non lo affiderei a un regista che è solo un regista, ma a un’artista a tutto tondo che è anche un  poeta nel legare fra loro le arti visive a letterarie. Peter Greenaway mi è sempre sembrato la scelta migliore, soprattutto dopo aver visto L’Ultima Tempesta (Prospero’s Books, 1991). Questo è un progetto/fissazione che ho da tempo, molto tempo, ma in anni più “recenti” si è aggiunta un’idea per la colonna sonora, una variante a quella che in origine doveva essere una magnifica sinfonia orchestrale che non saprei neanche concepire, essendo portato per la musica quanto un mulo lo è per le tabelline. Quest’idea che mi intriga parecchio ma che titubo ancora nell’associarla all’opera finita (come se dovessimo iniziare a girare in settimana) è di affidare la colonna sonora ai Depeche Mode. Lo so, forse stonano un po’ col resto dell’impianto scenico, ma ho pensato a Gahn & Co. nelle ore ed ore passate ad ascoltare e riascoltare Ultra (1997), che pur parlando del ritorno di Dave dalla riabilitazione si è insinuato nei miei ragionamenti su Milton, Lucifero e il Paradiso Perduto. Forse perché ho trovato in ognuna di queste canzoni un’eco di disperazione e redenzione che non è estranea al Satana tragico di Milton, ma soprattutto perché è stata la colonna sonora delle mie elucubrazioni al riguardo.
Con questo chiudo il mio delirio, ma se l’idea vi ha incuriosito e stuzzicato vi invito a fare altrettanto con le vostre fantasie cinematografiche. Prendetelo come un meme senza impegno. Scavate nella vostra immaginazione e chiedetevi cosa avreste sempre voluto vedere al cinema, ma che quei caparbi di cinematografari vi hanno sempre negato. Vi assicuro che è piacevolmente catartico, o per lo meno un gradevole sfogo.

domenica 30 dicembre 2012

Lo Hobbit: un viaggio inaspettato (recensione)

14 commenti

Ieri sera mi sono visto Lo Hobbit: un viaggio inaspettato, primo di tre – dico tre – film nei quali Peter Jackson ha deciso di ampliare e suddividere l’omonimo romanzo di John R. R. Tolkien (1892 – 1973), che di suo conta giusto 342 pagine (edizione Adelphi). Gli altri due film che ci aspettano sono La desolazione di Smaug (2013) e Andata e Ritorno (2014). Per giustificare questo gran dispiegamento di pellicola e maestranze cinematografiche, basta la frase iniziale di un Bilbo anziano (sempre interpretato da Ian Holm, come nel Signore degli Anelli) intento a mettere su pergamena le sue memorie con una postilla: «Mio caro Frodo, forse non ti ho detto proprio tutto tutto», ecco allora che in poche righe P. J. giustifica un reboot (?) de Lo Hobbit a cui è possibile aggiungere retroscena della storia recuperati dal Silmarillion, licenze poetiche e forse altre cose che non ho ricordato o riconosciuto perché ormai è passato qualche tempo da quando l’ho letto.

Bene, mi è piaciuto? Tutto sommato, sì. È stato divertente, piacevole da seguire e da guardare. Non ho trovato la storia d’amore tra il nano e l’elfa di cui avevo sentito parlare in giro e che mi aveva causato pelle d’oca, perciò ottime notizie per chi temeva questo punto. I nani, soprattutto alcuni fra loro, hanno un impianto decisamente comico, ma la loro storia sfortunata gli garantisce comunque momenti di dignità che poi sono il filo conduttore della storia. Certo, 173 minuti sono una bella prova di resistenza, infatti se i primi due tempi sono andati lisci (sì, al cinema del paese fanno ancora gli intervalli), nel terzo mi è scappato qualche sbadiglio, e non perché la storia diventi noiosa ma perché tre ore di cinema rischiano di essere propedeutiche alla pennichella nonostante l’azione sullo schermo. 

Ora, senza fare un vero cineracconto dei miei o un bignami, vorrei toccare alcuni punti che mi hanno divertito o perplesso: 
  • gli elfi, che per qualche ragione devono essere eterei, diciamo sulla soglia della drag queen ma appena più sobri, a partire da Thranduil che nonostante risponda perfettamente ai requisiti transgender di un elfo peterjacksoniano, ha due sopracciglia fatte a “bruchi che limonano” da ricordare Lily Collins in Biancaneve
  • Gandalf a Gran Burrone che fa piedino telepatico con Galadriel mentre Saruman fa la figura del vecchio borbottone;
  • Radagast il fattone jamaicano, che io non ricordavo proprio così e okay è buffo – Saruman fa anche accenno al suo abuso di funghi allucinogeni –  ma, santo cielo, siamo a rischio Jar Jar Binks quanto a personaggio idiota che fa colore;
  • il doppiaggio del Re dei Goblin (detto Mento Pallonio, cit. MIB) con una vocina troppo leggera;
  • il doppiaggio di Gandalf con la voce di Gigi Proietti, che magari è un problema solo mio perché Proietti non mi piace granché e allora pace, ma questo è il mio blog e quindi lo dico;
  • il drago che ti fanno intravedere e sospirare, ma che riesce comunque ad essere il protagonista di una scena di devastazione all’inizio del film, che mentre la guardavo facevo i complimenti a Jackson per averla giocata così bene;
  • Azog che da personaggio minore (io neanche me lo ricordavo, ho controllato oggi) diventa questo spettacolare cattivo da videogame, un grosso orco pallido a cavallo di un mannaro bianco. Fico, eh? Peccato che Peter si sia inventato tutto; 
  • Gandalf con la farfalla Nokia o Samsung (non ho letto la marca) che chiama le aquile come al solito (e magari è l’unico numero che ha in agenda).

… e poi direi di fermarci qui, perché è bene che il resto lo scopriate voi e vi divertiate anche nel farlo. Che poi sono tutte cose soggette a gusti e interpretazioni personali, e magari qualcosa che ha fatto ridere me fa commuovere qualcun altro e viceversa, boh. Chi lo sa, tanto la gente è matta. Quello che so per certo è che lo vorrei vedere in lingua originale, ma non c’è fretta. Voi prendetelo come vi pare, guardatelo rilassati, portatevi da bere per evitare la disidratazione e presentatevi ben nutriti, che 173 minuti sono lunghi se vi prende un languorino. That’s all folks!

martedì 25 dicembre 2012

La Collina dei Papaveri.

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di Gorō Miyazaki, 2011.

Yokohama, 1963. Umi è una liceale che si occupa a tempo pieno della casa e della famiglia. Sua madre è una professoressa universitaria che lavora negli Stati Uniti, mentre il padre è morto nella Guerra di Corea. Umi non manca mai un giorno di alzare le bandierine al vento, dalla casa sul porto, senza sapere che il rimorchiatore del padre di Shun risponde regolarmente al saluto. Umi (che significa mare) e Shun si incontrano durante la lotta intrapresa da un collettivo di studenti per contrastare lo smantellamento del Quartier Latin, un edificio storico che fa parte del complesso scolastico. Sono estranei ma presto si scopriranno uniti da un segreto più grande e più vecchio di loro.

Dopo la delusione di Tales from Earth-nonsicapisceuncazzo-sea ero un po’ diffidente nei confronti di Gorō, ma dopotutto Hayao l’aveva detto che il figlio – alla tenera età di 39 anni – non era pronto per la regia, mentre stavolta ha fatto un lavoro decisamente più pulito. Non succedono cose folli e rocambolesche come nei film di Hayao, ma La Collina dei Papaveri ha una compostezza e un ché di sobrio nella narrazione che mi sono piaciuti davvero. Bravo Gorō. Non è ancora eccezionale come il papà, ma ha fatto passi avanti. L’ho davvero apprezzato e ringrazio Alex per questo regalo di Natale.

Tuttavia, prima che vi precipitiate a guardarlo, voglio regalarvi un avvertimento e una riflessione basati sulle premesse che avete appena letto.
Qualcuno, nel malaugurato caso in cui si aspettasse un film pieno di azione e follia alla Studio Ghibli, potrebbe non apprezzarlo e addirittura annoiarsi. Errore. Mai presumere che un film debba rispondere a standard dettati da altri, perché – per l’appunto – è un altro film. 
Una storia come questa poteva essere raccontata anche in un film tradizionale con attori in carne e ossa eccetera eccetera, ma io credo che l’animazione non debba essere un accessorio o un espediente da usare solo per numeri pirotecnici allo scopo di risparmiarsi una scenografia impossibile o complicata. Credo, anzi, che il fatto di raccontare storie come questa ne dimostri la dignità di mezzo narrativo completo e indipendente. L’animazione non è la sorellina povera e bambinesca del cinema, è una forma artistica in grado di esprimere qualunque cosa, e per questo va rispettata.

lunedì 8 ottobre 2012

Il buio si avvicina (Near Dark, 1987)

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La Manson Family di Near Dark
Quando vidi questo film per la prima volta – stiamo parlando della Prima Visione TV, quindi fine anni ‘80 inizio ‘90 – mi piacque e impressionò un sacco. Era la prima volta che incontravo vampiri poveracci, brutti, sporchi e cattivi, anziché elegantissimi damerini o signori delle tenebre in smoking e mantello. Non posso giurarci né scommetterci alcunché, perché la memoria mi fa difetto quanto le diottrie, ma credo sia stato quello l’istante in cui i vecchi dandy mi vennero a noia e iniziai a preferire i vampiri moderni. Quello che non ricordavo è che la banda di Near Dark fosse una manica di stronzi, dal primo all’ultimo, ma anche questo fa parte del loro fascino, dalla distanza di sicurezza di una TV.

domenica 23 settembre 2012

Prometheus (2012)

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Ieri sera ho visto Prometheus. Secondo me, un film visivamente spettacolare e ben recitato, ma con una sceneggiatura… ve lo devo dire, la sceneggiatura di Prometheus mi ha ricordato Voyager di Giacobbo nella prima parte e un Festival del Dadaismo nelle scelte successive. Ho persino sospettato che Ridley Scott iniziasse a soffrire della Sindrome di Dario Argento, mostro sacro che accieca la vista dei suoi stessi fans incapaci di vederne il declino. Bene, sono felice di dire che sbagliavo, perché la sceneggiatura e tutto quello che non funziona dipendono invece da Damon Lindelof, sceneggiatore proveniente da prodezze televisive dadaiste come la supercazzola di Lost. Perciò posso accusare Scott solamente di aver lesinato scappellotti e buone vecchie badilate sul testone di Lindelof, che ha scritto una boiata dietro l’altra e andrebbe pertanto punito stando in ginocchio sui ceci a guardare la Corazzata Cotionkin col montaggio analogico e cineforum a seguire. 

Il film mi è piaciuto? Non esattamente. Mi ha intrattenuto? Sì. Difficile quindi applicare un giudizio completo, è un film diviso tra arte e mestiere da una parte e sgangherata cialtroneria dall’altra. Per scendere nel dettaglio dobbiamo entrare nel regno dello spoiler, quindi allacciate le cinture o cambiate canale.


Questa volta, niente cineracconto. Non esattamente. elencherò solo le parti che mi hanno lasciato perplesso o che ho apprezzato, perché raccontare qualcosa del genere in una parodia – per quanto ci abbia provato – non può essere esaustivo. 

venerdì 21 settembre 2012

Highlander The Source (2007)

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Come promesso nello scorso articolo, ho visto The Source. Gente, se per caso siete convinti che la saga degli immortali non ha niente altro da dire, e che sarebbe stato un bene per tutti se ci fossimo fermati al primo film del 1986, avete ragione da vendere. Lo sostenevo prima e lo sostengo adesso, anche con un tot di fervore in più. 

ATTENZIONE: come al solito piovono spoilers come rane in Egitto, quindi sapete cosa fare. No? Va bene, uscite a fare due passi, altrimenti prendete un ombrello e leggete quanto segue. 

martedì 18 settembre 2012

Highlander Endgame (2000)

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Marco mi aveva già detto che è Lammerda®, ma per curiosità mi sono procurato questo Highlander Endgame (2000) e l’ho visto lo stesso. Sì, lo so, la curiosità uccise il gatto e tanto va la gatta al lardo… ma perché la saggezza popolare ce l’ha coi poveri felini, poi? Va bene, in ogni caso questo è quanto.

ATTENZIONE: quanto segue è un riassunto zeppo di spoilers, quindi se volete leggerlo siete avvertiti. Non venite a piangere dopo perché vi ho rovinato il finale, tanto il film è coerentemente brutto dall’inizio alla fine.

domenica 5 agosto 2012

Super 8

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Ho appena visto Super 8, che poi sarebbe J. J. Abrams che gioca a fare Spielberg, ma giusto un pelino meno buonista di Steven
Estate 1979, un gruppo di ragazzini sta girando il suo film di zombie ma un incidente ferroviario libera un alieno in città all’insaputa degli abitanti. I militari sono da tutte le parti, i ragazzini corrono di qua e di là per finire il loro film ma finiscono nei tradizionali casini da film di fantascienza per ragazzi. Da segnalare la strizzata d’occhio al Maestro nella comunicazione empatica tra umani e alieno. Come al solito i buoni sentimenti prevalgono, anche se stavolta muore un po’ di gente (tanto chi schiatta non è essenziale alla trama). 
Tutto sommato niente di ché e non capisco perché SKY lo classifichi per bambini accompagnati, visto che quanto a violenza e azione sono di scorza ben più dura di quella che serve per guardare questo E.T. del XXI secolo. In conclusione, diciamo che ci si passa il tempo, ma in giro c’è decisamente di meglio.

giovedì 31 maggio 2012

Da Bambi a Barker in un post di formazione accazzo

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ATTENZIONE: questo è un post accazzo la cui ispirazione è nata su Facebook grazie a una domanda di Alessandro Girola: «Chi ha ucciso la mamma di Bambi?», che ha generato un cazzeggio alienante che non vi dico. Se quello che scrivo vi sembra non abbia senso, avete indovinato. O forse no.
Bambi (1942). C’era una volta un cerbiatto che aveva un nome da cheerleader. Suo padre non lo cagava neanche col Guttalax, sua madre morì e lui si mise a frequentare conigli e puzzole, poi riuscì a impietosire una cerbiatta abbastanza oca da dargliela, e quando suo padre andò in pensione rilevò la foresta. – FINE
Ho visto Bambi quando ero già grande, e quando dico grande intendo che mi facevo la barba. Non ho mai pianto per la madre impallinata, non ho mai provato particolari sentimenti per questo film e per anni – visto che da bambino non me lo facevano vedere – ho pensato che quel cerbiatto fosse una femmina. La cosa buffa è che da piccolo vidi La Collina dei Conigli, dove c’è sangue e morte, però tutto quello che mi portai a casa fu il desiderio di un coniglietto. Non credo di essere stato un bambino deviato, piuttosto siamo noi adulti a dimenticare quello che ci toccava davvero da piccoli, e così diventiamo paranoici. A distanza di anni ho rivisto La Collina e ho letto anche il libro, adorandoli entrambi. Invece, tutto quello che mi ha lasciato Bambi l’avete letto nel riassunto qui sopra.

Anche in Bambi c’è un coniglio, quel lagomorfo eccitato di Tamburino. I conigli di Watership Down gli farebbero un culo a presepe. Quello che mi piace della Collina è che ha una sua mitologia interna, che i conigli sono prede – d’accordo – ma proprio per questo devono impegnarsi per essere più cazzuti dei predatori. Bambi scappa dai cacciatori, dal fuoco e dai cani, ma il livello di identificazione che ho avuto con lui è pari all’empatia che provo per la saponetta sul lavabo. 
Probabilmente il tempo in cui l’avrei dovuto vedere era passato, un po’ come chi legge oggi Il Piccolo Principe e si fa due palle a manubrio. Per carità, li capisco. A me piacque – e sicuramente mi ha lasciato qualcosa più di Bambi – ma non è mai stato un pezzo forte della mia formazione. Ci sono libri e film che hanno una data di scadenza o un periodo indicato per la consumazione, perché alla fine si cresce e si cambiano gusti. Io per dire ho avuto un periodo di overdose da vampiro con la Rice, e adesso faccio una fatica infame a prenderli sul serio. Se poi Dario Argento ci mette del suo come ha fatto quest’anno, capite bene che con questo accanimento potrei non riprendermi mai più. 

Alla fine, il libro che mi ha segnato di più l’ho letto da adolescente, ed è Il Mondo in un Tappeto di Clive Barker. Rileggendolo a distanza di anni mi sono reso conto di quanto abbia formato e influenzato la mia immaginazione, i miei gusti, e in qualche misura il modo di vedere il mondo. Ci sono molti altri libri e film che potrei mettere in cima alla classifica, ma dovendone scegliere uno o due che mi facciano da Manifesto, la Collina e il Tappeto si guadagnano la vetta. In più, questi libri si ramificano in altri, la Collina richiama alla memoria il Bianconiglio e il Leprotto Marzolino. Il primo, tutto ansioso e obbediente, e l’altro matto come – beh – un Cappellaio. Il Tappeto si lega alla Guida Galattica, conflagrando in quest’idea di viaggiare attraverso mondi fantastici – quelli dell’immaginazione – con un senso di leggerezza e umorismo, che poi è il mio modo di essere, vive e affrontare qualunque cosa, specie quelle più serie. 

Siamo i libri che leggiamo e i film che guardiamo, non c’è niente da fare. Tutto questo crea una mitologia personale, delle chiavi interpretative e degli idoli, così come degli eroi e delle divinità laiche della creatività che possono farsi muse col tempo, e portarci a scrivere storie a nostra volta. Allo stesso tempo ci sono anche gli dei che uccidiamo o ai quali ci ribelliamo, personaggi che odiamo e persino che amiamo odiare, che distruggiamo e ricostruiamo in una nuova forma, perché si cresce e i gusti cambiano; perché il cinema e la lettura sono come il cibo, e magari qualche gusto lo perdiamo mentre altri ne acquisiamo, così come ci sono cose che ameremo e odieremo per sempre. Il bello però resta sempre la varietà a nostra disposizione, e il fatto che si può cambiare idea a ogni pagina e a ogni fotogramma. 

venerdì 18 maggio 2012

Dark Shadows, recensione e cineracconto.

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“Dark Shadows” (Tim Burton, 2012).  
Sono stato a vedere Dark Shadows, il più recente e disperato tentativo di Tim Burton per risultare simpatico al grande pubblico. Tutto sommato si è rivelata un’innocua commediola, sebbene ignori quante libertà il vecchio Tim si sia preso rispetto alla serie originale del ‘66, perciò non ho sofferto delle crisi da reboot che sono costate parecchia sofferenza ai fans dell’originale. 
Sembrano lontani i tempi in cui si usciva dal cinema pienamente soddisfatti dopo la visione di un suo film, eppure non si può dire – in tutta onestà – che si sia messo a girare Lammerda© com’è capitato ad altri suoi colleghi. Più che altro questo Dark Shadow è un simpatico cabaret, una rivista in costume nella quale Burton fa finta di tornare ai suoi temi cupi originali e Johnny Depp gigioneggia da capocomico. Non brutto, ma neppure un capolavoro. Tiepido. Chi ha detto insignificante? No, sarà stato uno spiffero.

Prima di venire al cineracconto però voglio sottoporvi brevemente una manche di Sosia accazzo in tema con questo film, poi ditemi voi se non è azzeccato. Io ho pensato a Rheon nell’esatto istante in cui ho visto la faccia di Depp truccata come una maschera kabuki. Giuro.


ATTENZIONE: segue cineracconto con tanti di quegli spoiler che ne avrete visti altrettanti solo sugli aerei di linea o sull’auto di un tamarro, perciò siete avvertiti e invitati a non venite a piangnucolare perché il blogger cattivo vi ha rovinato la sorpresa. Gne gne gne!

sabato 12 maggio 2012

Chronicle: recensione

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Forse anche voi avete visto il trailer aspettandovi la solita storiella giovanile con punte di alta coglioneria, e magari come ho fatto io gli avrete dato comunque un’opportunità per curiosità e perché in fondo i super poteri hanno sempre quell’ascendente lì su noi giovanotti attempati. Se lo avete fatto, bene, il mio lavoro sarà molto più semplice. Se invece siete ancora lì che tentennate gne gne gne, adesso vi spiego tutto, evitando gli spoilers.


“Chronicle” (UK/USA, 2012).
Regia: Josh Trank.
Sceneggiatura: Max Landis.
Distribuzione: 20th Century Fox.

Girato come un mockumentary, Chronicles racconta le gesta di tre adolescenti che entrano in possesso di straordinari poteri. E già questo potrebbe portare a Lammerda©, invece scopriamo che i personaggi sono ben delineati e hanno motivazioni chiare fin da subito, che tuttavia si evolvono durante la storia per portare a un finale che non è poi così annunciato come sembra. 

Mancano i buoni che sono buoni e i cattivi che sono cattivi – motivo che può aver portato il pubblico di IMDb a un tiepido 7.2 in mancanza di una dicotomia più netta e classica – perché in Chronicles la natura dei protagonisti è determinata dalle loro esperienze che vengono comunque documentate in corso d’opera. Andrew vive una condizione familiare estrema, in più a scuola è un nerd reietto. Suo cugino Matt è un ragazzo popolare che, dietro ai discorsi filosofici, nasconde un’insicurezza che fa capolino soprattutto con le ragazze. Steve è il figo della scuola candidato alle elezioni scolastiche, e tanto basterebbe a farne uno snob, ma in realtà è un ragazzo socievole, amico di Matt e che non giudica e impara a conoscere Andrew. Hanno vite che non sono interamente loro, che non vogliono o che gli stanno un po’ strette, a chi più e a chi meno. Poi capita questa cosa, e tutto cambia.

Tutto sommato, nell’economia del film la tecnica del mockumentary non era indispensabile – a tratti risulta anche forzata – anche se all’inizio, e successivamente in un paio di altri momenti, ha la sua plausibilità come desiderio di Andrew di filmare la sua vita difficile o, come fa notare Matt, per mettere un filtro tra se stesso e la realtà (fosse anche una telecamera) per sfuggirle in qualche modo. Diciamo che questo metodo ha alti e bassi, ma alla fine quel che conta è la storia. A questo proposito, Hell faceva notare come i poteri e la perdita di controllo ricordino il film di animazione Akira di Katsuhiro Ohtomo, cosa a cui non avevo pensato ma che in effetti si rivela come un precedente illustre e azzeccato. Come in Akira, assistiamo alla caduta degli dei – ancorché in formato ridotto – attraverso una picchiata nel delirio causata dall’impotenza di controllare la propria vita, e allora ecco che i grandi poteri danno alla testa e la storia si racconta da sé, ma quel che conta è come viene raccontata, e vi assicuro che il risultato è positivo. Dategli una possibilità, non saranno eroi in calzamaglia ma è un bel modo di guardare ai nostri amati super. Sicuramente, un punto di vista originale.

Bene, la recensione è finita e potreste anche andare in pace, ma vi rubo solo un momento per condividere una riflessione nata proprio sulla questione Chronicle e l’accoglienza che sta ricevendo.

Noto sempre più spesso come il grande pubblico non voglia essere sorpreso ma assecondato, rassicurato e accontentato negli schemi che gli sono più cari. Non pensa troppo ed è poco critico, tanto che quasi mai lo sento lamentarsi per la sceneggiatura, ma piuttosto per gli eventi infausti occorsi ai loro eroi, quasi che il cinema e la TV non siano i prodotti creativi realizzati da terzi che sono in realtà. Non riflettendo su questo, lo spettatore dimentica il suo ruolo rinunciando al suo senso critico, e quindi al progresso del cinema che – infatti – non fa che servire precotti a una clientela che ha perso il palato.

Forse sbaglierò, ma questa è la mia impressione.

domenica 6 maggio 2012

Capitan America e il mistero della solanacea asgardiana!

6 commenti

ATTENZIONE: la lettura di questo post è sconsigliata ai minori di spirito. Tuttavia, se intendete procedere nonostante tutto, ogni danno inferto alle vostre capacità mentali non sarà da ritenersi di mia responsabilità.

… tutto questo per dire che ho visto Capitan America. Bellissimo. Il personaggio, la storia, la scenografia, il mescolarsi di fantascienza e anni ‘40 – le Luger che sparano raggi laser! – tutto splendido, guardatelo. Anche voi che storcete il naso perché è un personaggio così politicizzato bla bla bla e troppo americano gne gne gne, aprite la mente e guardatelo. Non ve ne pentirete!

Oh, e poi c’è il Teschio Rosso, il super cattivo nazista dell’Hydra interpretato da Hugo Weaving, che ho visto per la prima volta in Priscilla, la regina del deserto dove era la favolosa Mizzi. Dico, da Drag Queen a Teschio Rosso passando per l’Agente Smith di Matrix, V per Vendetta e Elrond del Signore degli Anelli. Quest’uomo sa fare di tutto, e magari se guardate bene bene bene lo spot dei comodini Foppapedretti lo scoprite anche lì nel ruolo del terzo cassetto dal basso.

Va bene, ma lasciamo in pace Hugo che deve calarsi nella dura parte del legno e torniamo al Teschio Rosso – il cui make-up è perfetto, per inciso – che acquisisce potere da un cubo asgardiano dai grandi poteri (potere potere potere, la ridondanza ci vuole, stacci), perché l’Hydra nasce come reparto di ricerca sovrannaturale specializzato in tradizioni norrene, come piaceva al baffetto monopalla. Solo che il Teschio ce la fa, trova il potere e ne sfrutta l’energia, anche se prima ha cazzeggiato con la formula incompleta del super soldato che gli ha regalato quella gradevole sfumatura color San Marzano (poi la stessa formula verrà perfezionata per creare Capitan America, che invece non somiglia a una solanacea).


Ecco, ma è stato guardando il Teschio che si trastullava coi poteri asgardiani pappappéro che ho pensato a un altro tizio che si gingillava con la maschera di Loki, ossia quel pomodoro acerbo di Mask. Ci avete pensato anche voi, vero? Lo so, è inutile che guardate dall’altra parte e fate le smorfie, sono gemelli asgardiani separati alla nascita. Così mi sono domandato che accipotta ci vedono gli asgardiani (sì, godo come un riccio nell’usare questa parola, fatevela piacere) nei tizi senza capelli, tutti colorati e con la faccia a bandiera pirata. Vabbè, questi campano di battaglia e immagino che un teschio non gli faccia caldo né freddo; però è un bel dilemma, non trovate? O magari no, sono solo io che scivolo nella follia sulla solita buccia di banana. E vorrei proprio sapere chi le lascia sempre in terra.
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