mercoledì 31 dicembre 2008

L’immancabile post dell’Ultimo

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Buon Ano a tutti voi!


Che il 2009 vi porti più culo che merda. Amen!

lunedì 29 dicembre 2008

Impassibile, sta il gatto

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Impassibile, sta il gatto. Assiso sulla pietra, sentinella del muro di confine. L’orlo del mondo. Né alto né basso, le pietre che già si fanno polvere, invecchia morendo, l’antica struttura. E là sta il gatto, di guardia al mondo. Ben eretto, sfidando l’ignoto.
Pur essendo negato per la poesia, ogni tanto mi vengono di queste cose. Di solito fanno la fine del topo, dimenticate in una soffitta troppo buia e polverosa per andarle a scovare. Ogni tanto invece le metto qui e là, tanto per vedere l’effetto che fanno. Al di là di qualche sonetto cretino, sono la cosa più simile alla poesia che sono in grado di produrre.

venerdì 26 dicembre 2008

Non è un post natalizio

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Non lo è perché ormai siamo a Natale inoltrato e non lo è perché, be’… non avevo voglia né idee per scriverne uno. Il punto è che ogni anno tutti i post di tutti i blog si somigliano, riunendosi nelle due macrocategorie pro e contro; chi ama il Natale (o lo adora sperticatamente, indulgendo in sdolcinatezze stucchevoli perfino per una festività a base di torroni, fichi, datteri, panettoni e compagnia bella) e chi lo detesta (con relativa invettiva anticapitalista, da Babbo Natale come mascotte del consumismo al presunto significato autentico della ricorrenza, ecc.), passando per tutte le possibili sfumature e variazioni. Il fatto è che il sottoscritto, vivendoselo da un po’ d’anni ormai, non ci pensa proprio più, e anzi è arrivato ad accettarne serenamente le contraddizioni, anche se personalmente si stufa ogni anno di più a forza di addobbare l’albero, perciò dall’anno prossimo basta, un paio di decorazioni, un centrotavola, et voilà. Non è che il Natale mi stia sulle scatole, è che mi annoio terribilmente a fare e disfare le decorazioni, per il resto mi piace anche.
Okay, una cosa che mi scoccia c’è; in questo periodo dell’anno si raggiunge il picco di frasi fatte e luoghi comuni, il dolce tipico non è il panettone o il pandoro ma l’aria fritta (meglio se intensamente zuccherata): non è Natale senza neve, a Natale siamo tutti più buoni, si è perso il vero significato del Natale, tanto è una festa consumistica, ma lo sapevate che Babbo Natale è stato inventato dalla Coca Cola?, io odio il Natale, io amo il Natale, ecc. Tuttavia non è giusto lamentarsi, dopotutto è una festa fatta anche di questi luoghi comuni, e se nessuno li dicesse, qualcuno si sentirebbe in dovere di farlo. Un po’ come ai funerali, quando mancano le parole e tutti ripetono: condoglianze, ci mancherà, lo conoscevo bene, sono sempre i migliori che se ne vanno, siamo nati per soffrire, ecc. Così Natale è un po’ come se fosse il funerale di una persona cara, o la ricorrenza in cui si ricorda che finché siamo vivi ci possiamo abbuffare, immergendoci nel consumismo e nell’autoindulgenza, perché un dì tutti moriremo. Non credo si festeggi la nascita del messia di un culto religioso, l’amore per il prossimo o la pace in terra per gli uomini di buona volontà, secondo me festeggiamo la nostra vita qui e oggi, godendo del presente perché del doman non v’è certezza. Sarà consumistico e mortaccino, ma per me, questo è il significato del Natale.

sabato 20 dicembre 2008

In loving memory, our Firs Lady of Star Trek.

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Majel Barrett Roddenbarry


23 febbraio 1932 – 18 dicembre 2008

«Beam her up, Scotty».

Gli ufficiali e il personale di bordo sono pregati di presentarsi in plancia per rendere l’estremo saluto a uno dei più onorati e onorabili membri dell’equipaggio; e siccome mancano le parole, affidiamoci alle immagini.


lunedì 15 dicembre 2008

News Shoes

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Sfogliando i giornali e guardando i TG, pensavo: «Le buone notizie sono come i dinosauri: tutti sanno che ci sono state, ma nessuno se le ricorda». E poi c’è la scarpata a Bush.

mercoledì 10 dicembre 2008

Praga o cara

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Sono tornato ieri sera, ancora vivo lo stordimento, cui non ha giovato l’essermi tratto in stato comatoso sul divano fino a poco fa. Stamattina sono andato in ufficio, malgrado la neve e lo scarso afflusso di gente. Ho provato a buttar giù un resoconto, ma più andavo avanti più mi accorgevo di aver saltato le cose che contano, perciò rifaccio tutto elencando i punti salienti.

Praga è una gran bella città, non ci piove, anzi ha piovuto solo un giorno e poi basta. Ricorderò sempre il trdelnik (un dolce tipico), che lì per lì è stato affettuosamente battezzato “trodolo”, e i coniglietti del centro commerciale dove facevamo colazione – «Ah, i conigli di Praga!» – e con un po’ meno affetto la cameriera borsata dalla vita che ci serviva la colazione, sbagliando sempre qualcosa. interessante la politica delle mance, perché ogni locale, tipo città stato, ha una legislazione autonoma che può essere in antitesi col vicino. Gran fiumane di gente lambiscono i palazzi come l’acqua alta a Venezia, e la quantità di turisti italiani è la solita: troppi. Tuttavia c’è ordine e pulizia, gli operatori ecologici sono sempre all’erta per impedire che quell’animale noto come turista imbratti la città con le peggio cose (ho avvistato un paio di mamme intente a cambiare il bimbo smerdato per la strada). Ottima la cucina locale, a parte quella compresa nel prezzo del Tour – ma vabbè, anche la guida ci aveva avvertiti –, che abbiamo onorato ogni giorno, evitando con cura certosina i locali per turisti e le pizzerie. Oltre al Tour di Praga abbiamo affrontato anche il Tour dei Fantasmi, che doveva far parte di una gara di podismo, perché la fanciulla aveva un passo da maratoneta che non conosce pietà, ad ogni modo ci ha reso partecipi della natura vagamente etilista dei fantasmi di Praga e per estensione della sua popolazione al gran completo, oltre ad averci edotti sulle proprietà del giallo che attirerebbe fantasmi e insetti. Altra attrattiva è stata la statua meccanica avvistata al Museo di Kafka, davvero imperdibile per dinamica idraulica, espressività delle forme e plasticità del movimento.
In sostanza il viaggio è stato appagante, divertente, stancante e interessante, in proporzioni variabili lungo l’arco della giornata. Ho dormito male fino all’ultima sera, quando – sempre sia lodato! – l’Actigrip mi ha steso, ma è colpa dei cuscini a mozzarella triste che pullulano negli alberghi e nei residence. Per ovviare in parte al problema, ho infilato la valigia nella federa per dare più “corpo” a quella molle sostanza, e bene o male ha funzionato, almeno il collo era solo indolenzito e non rotto. Tralascio l’argomento piedi, che si sono guadagnati una menzione speciale e la legion d’onore allo sforzo stoico e giornaliero di portarmi qua e là. In buona sostanza, questo è quanto.

giovedì 4 dicembre 2008

Il tredicesimo apostolo

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Il tredicesimo apostolo
di Michel Benoît

Un segreto celato per millenni sta per essere svelato, ma in molti sono disposti a tutto pur di impedirlo. Un thriller denso di storia e di mistero.

Ed. Piemme Collana Narrativa | Serie Thriller | Pagine 392 | Prezzo €18,90
Oppure:
Ed. Piemme Collana
Pocket | Serie Serie oro | Pagine 384 | Prezzo €6,50
Padre Andrei ha trascorso la vita studiando testi sacri, ma la verità che vi ha attinto è di quelle pericolose: non corrisponde a quella ufficiale, e la Chiesa non apprezza chi mina la solidità delle sue fondamenta. Forse per questo qualcuno lo ha ucciso.
Padre Nil riprende gli appunti lasciati dall’amico e compagno di studi. Parlano dei giorni precedenti la morte di Gesù, dell’ultima cena. E di una figura misteriosa, un tredicesimo apostolo ignorato nei vangeli, il successore predestinato di Gesù, che ha consegnato a una lettera il suo segreto.
Dal Vaticano alle grotte di Qumran, dai misteri degli Esseni a quelli dei Templari, Nil deve ritrovare quella lettera che nessuno vorrebbe vedere rivelata. e nessuno di coloro che hanno scoperto l’enigma del tredicesimo apostolo è vissuto abbastanza da raccontare.
Se state cercando un thriller che v’inchiodi alle pagine per azione e ritmo indiavolato, lasciate perdere. La parte investigativa si svolge in alternanza a capitoli storici che scavano nei passi dei vangeli apocrifi e della ricerca protocristiana, che risultano invece i più interessanti. Il modo in cui Benoît presenta queste teorie e interpretazioni, creando il vangelo per cui il protagonista si troverà in una situazione più spinosa dell’altra, valgono la lettura di questo libro che mette la pulce nell’orecchio sull’interpretazione che abbiamo sempre conosciuto delle scritture. Al ritmo, più debole di quello che ci si tende ad aspettare da un giallo, fa da contrappunto l’indagine storica basata sulle solide conoscenze dell’autore. E sebbene un’ex monaco benedettino non sia tagliato per parlare di aggressioni, colluttazioni e violente spie internazionali, sa sicuramente il fatto suo nel creare un’atmosfera di corruzione all’interno dell’organigramma religioso, tirare in ballo pezzi grossi schivando sempre dal nominarli, e mettendo il punto su quei testi che hanno sempre visto un’interpretazione che – alla luce di queste considerazioni – sono del tutto parziali e arbitrariamente adottate per scopi precisi. Analizzando l’origine del cristianesimo e della predicazione, ho trovato particolarmente interessante il passo in cui l’autore sostiene che se gli insegnamenti originali fossero stati seguiti così com’erano all’inizio, senza il loro stravolgimento in virtù della creazione del Cristo Dio, oggi, molto probabilmente, non ci sarebbero cristiani ma tutt’al più ebrei riformati.
Michel Benoît è stato monaco benedettino per vent’anni, di cui cinque trascorsi in vaticano. Specialista di origini del Cristianesimo, è autore di diversi saggi. Il tredicesimo apostolo ha riscosso un grandissimo successo di pubblico, conquistando le vette delle classifiche.
Se ve la sentite, dategli una possibilità.

mercoledì 3 dicembre 2008

Che giornata…

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Allora – come si dice – i fatti sono questi: stamattina avevo la visita di controllo in Clinica Oculistica a Parma, allora parto con mio padre che, gentilmente, mi da un passaggio (visto che ci vedo così bene che dare una patente a me sarebbe come rilasciare il porto d’armi a un bambino di otto anni). A un certo punto, appena fuori Fidenza, fa per immettersi sulla Via Emilia (almeno, suppongo sia già Via Emilia o comunque ad essa propedeutica), quando segue questa esatta successione di eventi sonori: «Attento!» BOOM! Ed eccoci col muso della nostra auto sulle chiappe di quella davanti.
Nessuno s’è fatta male, non io che ho fatto appena in tempo a strillare (non come una ragazzina, eh!; diciamo come una giovane donna, ecco), né mio padre che c’è rimasto di merda perché stava proprio controllando che non gli venissero da dietro, né la ragazza nell’altra auto che è scesa subito con un’aria sbalordita e sconvolta (come avesse appena scoperto che Babbo Natale è un anziano pedofilo finlandese che nutre le proprie renne a ganja e nafta). Fatto sta che, per la botta, la portiera del guidatore non si apre. Allora ecco che, un po’ mio padre che spinge dall’interno e un po’ la ragazza a tirare dall’esterno, alla fine riescono ad aprirla almeno un po’, quel tanto per farlo scendere. Nel frattempo, io ero ancora occupato a fissare l’altra auto come una civetta sotto torazina. Poi, vabbè, ci riscuotiamo. Il primo è mio padre, che comprensibilmente getta onta sulle virtù di castità di tutte le potenze celesti, anche perché il fanale anteriore destro è spatasciato (termine tecnico perfetto per l’occasione), il cofano mostra delle simpatiche balze tipo tenda di broccato e la portiera fa un rumore di scheletri in fregola che trombano in un ascensore in caduta libera ogni volta che la si apre, per necessità di cose, forzatamente.
Be’, mentre siamo lì, caso vuole che un amico di famiglia passando veda tutto e si fermi per chiedere se c’è bisogno di aiuto, e una volta appurato che stava andando a Parma, parto con lui alla volta dell’Ospedale – e qui, fosse stato un po’ più grave l’incidente, ci scappava qualche battuta di humour nero – mentre mio padre e la fanciulla si accordano amichevolmente chiamando l’assicurazione (tanto la botta più grossa l’abbiamo presa noi), che pagherà quelli riportati dalla fanciulla mentre i nostri ci verranno fuori di saccoccia.
Bene, dopo un viaggetto di chiacchiere e rimembranze in compagnia di questo signore – durante il quale ciàcolo del più e del meno, evitando l’argomento «ma ti ricordi di me?», perché io quel signore lì me l’ero scordato, anche se ai miei genitori sembra impossibile (e grazie al cazzo, c’avevo dieci anni se andava bene, all’epoca) – arrivo a destinazione. Perfetto. Ringrazio il simpatico signore che, ho appurato, detesta Silvio e la sua Cricca, ma che ha un particolare dente avvelenato per la Giunta di Parma e i politici locali in blocco (e quindi anche se non me lo ricordo mi sta comunque simpatico), e faccio il mio ingresso in Clinica.
L’appuntamento era alle 10.15, e io arrivo alle 09.40, perciò sono in un disgraziato anticipo. Disgraziato perché mi chiamano – finalmente – intorno alle 11.30. Entro e scopro due cose: 1) non c’è il mio medico, perciò verrò visitato dai suoi assistenti; 2) la macchina della topografia corneale non va, perciò devo tornarci a giugno (vabbè, così magari c’è anche il mio dottore e siamo a posto). Ad ogni modo m’hanno trovato bene, eh. Pressione oculare 16dx e 18sx, la rimarginazione corneale procede bene, potrebbe essere ora di cambiare le lenti ma aspettiamo la prossima volta (che a cambiar le mie son palanche, visto che gli do almeno 70.00 € l’una, perciò preferisco sentire il mio specialista), insomma tutto a posto.
«Ecco, tenga», mi fa la dottorina giovane – una studentessa, credo – e mi allunga l’impegnativa, mandandomi a prenotare per la prossima volta.
Vado allo sportello e allungo la carta all’impiegata, che mi fa: «Ma lei, è esente?»
Io la guardo: «Eh sì, sono stato operato…»
Lei, per nulla impressionata: «Sì, ma non hanno messo il codice, deve tornare indietro e farselo segnare».
Ingenuamente, pur conoscendo la burocrazia dall’interno, butto lì: «Ma se le faccio vedere il libretto dell’esenzione, non è uguale?»
Lei: «No, ce lo deve mettere il dottore».
Mi arrendo, torno indietro e ignorando la fila metto la testa nell’ambulatorio e con un’aria innocente a metà strada tra Remì e Candy Candy, mormoro: «Scusate, potete mettermi l’esenzione? Sennò non me la prendono…»
La dottorina si rende conto della dimenticanza, si scusa e in un attimo scrive il codice.
Torno indietro, ma intanto ho due persone davanti, poi arriva il mio turno e in un attimo (un attimo AUSL, non eccitatevi!) prenotiamo. Evviva!
Esco e guardo l’orologio: è mezzogiorno. Va bene, vado in stazione. Quando arrivo, ci sono solo tre sportelli aperti, così mi metto nella prima fila che trovo. Poi adocchio una fila molto più corta, con solo tre persone. Sì, lo so cosa state pensando, “non farlo, non farlo!”, okay potete smettere. L’ho fatto. Mi metto nella fila breve, e mentre questa marcia con l’entusiasmo di un copertone che rotola in salita, l’altra procede lesta come una faina rincorsa dal contadino. Anch’io me l’ero detto, che credete?, è che non volevo dar retta. “No, dai, su… non posso abboccare sempre ai cliché, sono solo tre, anzi due!, adesso ci vado”.
Il resto è storia, quella fila m’ha fatto perdere il treno delle 12.25, così ho aspettato quello delle 13.05, e una volta giunto a Fidenza alle 13.16 aspetto di nuovo quello per casa delle 13.41. Morale, arrivo a casa alle 14,15, spompato e nauseato dalle file e dalle attese. Ma la Pollyanna che è in me trova un lato positivo: «Menomale che m’ero portato un libro, sennò davo giù di matto». Sì, perché la salute mentale è stata preservata leggendo in attesa all’ospedale, in stazione, sul treno, di nuovo in stazione, e di nuovo sul treno. Poi a casa basta, ho mangiato qualcosa e sono andato in coma sul divano fino a poco fa, quando mi sono alzato per cenare e scrivere questo resoconto. E questo è quanto, se mi capitano altre giornate così torno a scriverle. Dal manicomio.

venerdì 28 novembre 2008

Quiz gattoso

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Io ho un debole che sono i gatti, anche se sono discretamente allergico e la stretta vicinanza mi causa raffreddore allergico e lacrimazione evidente con arrossamento degli occhi (dando così l’impressione di essere lacerato nello spirito e nel corpo, che un tantino è anche vero), perciò quando vedo un test, un quiz, un giochino, un documentario, un articolo o qualunque cosa di gattosa mi si metta davanti, non resisto. Questo quiz l’ho “rubato” a EligRapHix, perciò le devo per lo meno la citazione.




You Are a Ragdoll Cat



You are extremely cute and cuddly. You are downright adorable.

Your personality matches your exterior. You are very laid back and sweet.



You don't really like the outdoors. You prefer to stay inside where it's cozy.

Luckily, you are the perfect houseguest. You are polite and obedient.

venerdì 21 novembre 2008

«What if…»: The Butterfly Effect

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Leggendo il titolo di un film prima di vederlo, non avete mai provato a immaginare di cosa si trattasse, per poi scoprire che era tutt'altro? O magari a come sarebbe stato realizzato se fosse stato, facciamo caso, un B-Movie? Io sì, e voglio provare a buttare giù qualcosa su un film che, confesso, non ho ancora visto. Applicando la regola del What If (E se...), che spopola tra i fumetti, tento di applicarla anche al cinema, e vediamo come butta. Oh, questo è un esperimento, sia chiaro! Se mi stufo non ce ne saranno altri, ma se mi diverto, allora poveri voi.
  • Titolo: The Butterfly Effect.
  • Trama: Una farfalla serial-killer batte le ali provocando disastri, tzunami, terremoti e tifoni in giro per il mondo. Il governo degli Stati Uniti – dopo aver condannato a morte Jeff Goldblum per averla tirata in ballo la prima volta in Jurrassic Park – le mette alle costole un’entomologa figa e un generale ombroso. Tra una catastrofe e l’altra, una torbida tensione sessuale li legherà, ma non si consumerà che a cenni. Tuttavia, dopo l’ennesima sciagura – che provoca la morte dell’assistente, nonché migliore (e unico) amico dell’antropologa –, si abbandonano ai sensi trombando come ricci nel privè di Briatore, finché un’onda anomala non minaccia il Billionaire. L’entomologa scopre come fermare la farfalla inviando un letale impulso radio mettendo a palla l’ultimo successo da discoteca. Mentre la farfalla è stordita da quella merda e cerca di suicidarsi in una bottiglia di Mirto, il Generale le tira addosso tutta una portaerei. Tra le esplosioni, l’entomologa e il generale copulano come criceti in frenesia sessuale. Tramonto e titoli di coda ancora sulle note della loro salvezza. TUNZ-UNZ-UNZ-UNZ!

mercoledì 19 novembre 2008

Il Demone di Dio

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Il Demone di Dio (God’s Demon, 2007) di Waine Barlowe

Genere: Horror.
Casa Editrice: Newton Compton (Nuova Narrativa Newton).
Traduttore: Tino Lamberti.
Pagine: 397.
Prezzo: 9.90 €.

Questa settimana ho iniziato con entusiasmo Il Demone di Dio di Wayne Barlowe, sono arrivato solo a pag. 70 e già ne sono innamorato; le descrizioni, l’ambientazione, la storia, i personaggi, tutto è originale e fa parte di un affresco inquietante quanto affascinante. Parte del merito è probabilmente dovuto al fatto che Barlowe è un pittore, ha quindi creato un mondo che potete anche vedere nelle sue opere (non perdetevele assolutamente), ma per capire di cosa sto parlando sarà il caso che leggiate il risvolto di copertina.
Dopo la cacciata di Lucifero dal Paradiso, i demoni vivono nell’oscuro regno dell’Inferno. Nel buio eterno, tra paesaggi di spoglia roccia e fiamme inestinguibili, dove riecheggiano le strazianti urla di dolore delle anime dei dannati, due città si stagliano imponenti sopra tutte le altre: Dis, governata da Belzebù (erede di Lucifero) e Adamantinarx, governata da Sargatanas. All’improvviso un tuono scuote l’intero regno, quando Sargatanas dà inizio alla sua folle rivolta, marciando contro la città che un tempo gli fu amica. Spinto dalla nostalgia per i luoghi abitati prima della caduta e dall’amore di Lilith, ambigua e sfuggente creatura infernale, il demone vuole mettere fine all’oppressione di Belzebù e vincere un’impossibile scontro tra titani. Il suo sogno è sovvertire l’ordine costituito, risorgere dal nero baratro dell’Inferno e tornare al cospetto di Dio nella serenità celeste. Per riuscirci dovrà affrontare una devastante guerra soprannaturale, una guerra in cui tutte le alleanze saranno possibili, compresa quella con le anime eternamente dannate.
Merita anche il risvolto sull’autore e i link ai suoi siti e alle opere.
Wayne Barlowe è nato a Glen Clove, New York. Artista e concept designer, alcuni suoi progetti sono stati utilizzati nei film Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban e Harry Potter e il Calice di Fuoco, in Hellboy, Hellboy 2, The Golden Army, Blade 2 e nel suo programma per Discovery Channel Alien Planet. Le sue opere sono apparse in gallerie emusei di tutto il mondo e spesso su riviste quali “Life”, “Time” e “Newsweek”. Per conoscere il mondi di Wayne Barlowe visitate i siti: www.waynebarlowe.com e www.godsdemon.com
Chiudo con qualche citazione e recensione di copertina.
«Barlowe presenta un epico affresco dell’Inferno, ricco di dettagli inquietanti. Nero su nero si stagliano passioni, intrighi, viltà ed eroismo». Guillermo del Toro, regista di Il labirinto del Fauno e Hellboy.

«Barlowe è noto per la potenza di certi suoi dipinti. E in questo romanzo crea qualcosa di altrettanto sensazionale: orrorifiche descrizioni dei paesaggi infernali e delle gesta di malefiche creature, una coinvolgente visione dell’Inferno e della rivolta di un demone in cerca di redenzione». Publisher Weekly.

«Un demone rinnegato lotta per redimersi in questa poderosa saga fantasy. La descrizione della grandezza e dell’orrore nell’Inferno toglie il fiato: quasi un capolavoro d’arte pittorica». Kirkus.

«Vivido, surreale, trascinante e sconvolgente. I personaggi evocano in egual misura pietà e disgusto, simpatia e orrore. Questo è un romanzo corposo sulla forza dirompente della speranza». Booklist.

«Una guerra all’Inferno? Era dai tempi di John Milton che non si leggeva una narrazione di eventi infernali così dettagliata e affascinante». Alice K. Turner, autrice di The History of Hell.

«L’occhio da artista di Barlowe è stato capace di creare un intero universo sotterraneo talmente accurato che vi sembrerà di toccare ogni cosa con mano». Richard Taylor, direttore di Weta Workshop.
Detto questo, correte a procurarvene una copia!

Brain, reloaded

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Due o tre settimane fa, in quel di Parma, ho avvistato una tizia che ero sicuro di conoscere ma che non mi riusciva di collegare a nessun luogo o tempo specifico, anche lei mi guardava con la stessa aria perplessa; tuttavia, sopprimendo l’istinto di andare a chiedere, «scusi, ma lei mi conosce?», mi sono invece interrogato per un’oretta, finché la memoria non ha deselezionato il file archiviandolo come “perplessità clinica” o caso di “memoria apparente”. Insomma, visto che proprio non avevo idea di chi fosse, mi son detto che magari mi ricordava solo qualcun altro, così non ci ho più pensato.
Ieri, invece, camminando di ritorno verso casa e pensando a tutt’altra roba, ecco che il file fa contatto con un neurone sveglio e – Puf! – «era l’ex inquilina del piano di sopra!» Be’, non so se essere sollevato dal fatto che la mia memoria, tutto sommato, gli costasse anche un mese, ma prima o poi recupera il file e lo colloca al posto suo, o preoccuparmi per questi neuroni che funzionano a singhiozzo. Voi che dite?

martedì 18 novembre 2008

Causa trasloco, apro blog

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Questo non è esattamente un nuovo inizio quanto un trasloco, anche se ho lasciato armi e bagagli nella casa vecchia, quindi diciamo che sì, dopotutto è anche un nuovo inizio. Viva la coerenza! Era da un po’ che ci pensavo, stufo della vecchia palazzina e attratto da quella nuova, quindi eccomi qui. Come primo post è una fregatura, chi sta leggendo se ne sarà accorto, perché non c’è mai niente di interessante da raccontare la prima volta. Uno po’ come quando incontri una persona nuova e ti tocca presentarti e/o dire qualcosa d’interessante. Non è obbligatorio, ma in genere è così che si fa. Quindi, anche in questa circostanza si suppone che faccia qualcosa del genere. Eh, è ‘na parola… vabbè, tagliamo la testa al toro.
La rana paradossale (Pseudis paradoxa Linnaeus, 1758) è un anfibio anuro della famiglia Hylidae. L’insolito nome di questa rana deriva dal fatto che il girino, che, con la coda, raggiunge i 25 cm, maturando rimpicciolisce, arrivando ai 5-7 cm dell’adulto. Conducendo uno stile di vita prevalentemente acquatico, possiede occhi e narici rivolti verso l’alto, per stare sotto il pelo dell’acqua, le dita posteriori palmate e la pelle viscida. Come già detto, vive soprattutto in acqua, specialmente in laghi, stagni e paludi e si nutre di invertebrati acquatici. Per cacciarli, smuove con le zampe il fango, disturbandoli. La femmina depone le uova in un nido schiumoso galleggiante. La rana paradossale è diffusa in gran parte del Sudamerica (Argentina, Bolivia, Brasile, Colombia, Paraguay, Perù e Venezuela) e nell’isola di Trinidad.
Ecco, e poi provate a dire che non sono originale.
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