Rabbiosa e acida come solo una cariatide incattivita dalla vita riesce a essere, oggi la babbiona ha colpito. Eravamo ormai sul filo della chiusura e stavo prenotando un paio di cose per una signora marocchina, quando la babbiona spalanca la porta esclamando: «E allora, dobbiamo aspettare ancora!?» Sbalordito, rispondo: «Signora, ci vuole il tempo che ci vuole...» Ancora furibonda (forse per aver involontariamente scoperto di non essere più una teen-ager a causa della data di nascita stampata sulla tessera sanitaria) esce in malo modo, esclamando qualcosa di poco carino sugli extracomunitari che fanno perdere tempo alla brava gente. Indignato, mi scatta un: «Basta, eh!» che era lì lì nel farsi insulto, ma l'ho trattenuto per la collottola prima che mi sfuggisse. Lei non mi fila di mezza pezza, e invece esce in corridoio blaterando a gran voce: «Ma non è possibile! Questi stranieri che vengono qui a curarsi... ma andassero al loro paese! E poi è colpa anche dell'impiegato, che li lascia passare! Dovrebbero fargli uno sportello separato, mica mescolarli con noi brava gente che paghiamo le tasse!» eccetera. Forse la signora aveva una voglia di apartheid che la sfigurava, e già pianificava gli autobus con posti separati per italiani ed extracomunitari o i cartelli alle fontanelle per proibire agli immigrati di abbeverarsi alla stessa fonte cui si ristorano i “bravi cittadini” secondo la concezione della babbiona. Io ero pietrificato, e con imbarazzo – vergognandomi a morte per quel discorso, che dal corridoio arrivava comunque a volume alto anche in ufficio – ho guardato la signora che avevo davanti, dispiaciuto per lei che certe cose (da certa gente) deve sentirle fin troppo spesso. Allora lei, serafica come il monaco che medita sotto la cascata, mi fa: «La lasci parlare, basta non ascoltarli». Una volta finito tutto, aspettiamo la stampa, ed ecco la seconda interruzione: «E allora? Ci vuole molto? Dobbiamo andare di là?» riferendosi all'altro CUP. Rispondo: «Guardi, avrei dovuto chiudere dieci minuti fa. Perciò, se crede di far prima...» come a dire: non è la signora qui presente a rompere i coglioni, ma lei, «ad ogni modo stiamo aspettando che completi la stampa, dopodiché riesco a fare anche il suo». Beccati la mia superiorità, razzista rompi cazzo! Risposta di cui mi sono pentito un nanosecondo dopo, ma ormai era fatta. Quindi, una volta terminata la stampa e consegnati i documenti alla gentile signora dotata di Santa Pazienza coi contro cosiddetti, procedo rapidamente alla babbiona per poi andarmene a casa, fotografandomi l'arpia nella memoria con l'aggiunta di un bigliettino recante la dicitura “vecchia di merda”, che non sarà politically correct, ma è sicuramente corretto a livello etimologico.
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