sabato 15 ottobre 2011

La Locomotiva Cla! Cla!

È un bel pezzo che non posto racconti miei, questa volta però volevo proporvi La Locomotiva Cla! Cla!, con la quale – in una versione più concisa per via delle linee guida di questa manche del concorso – mi sono aggiudicato un posto nella Ranking Zone della XXI Edizione di Minuti Contati. Lo faccio non tanto per annunciare il risultato conseguito (che comunque mi fa piacere), quanto per avere pareri e giudizi sui cambiamenti operati e sul modo più corretto di raccontare la storia. Il fatto è questo, sono completamente a digiuno di polizieschi – se non si escludono film e telefilm americani – quindi potrei aver scritto e commesso delle leggerezze e/o ingenuità nello sviluppo del racconto, che invece è ambientato in Italia in una città non identificata. Quindi, ogni consiglio, giudizio e badilata, saranno ben graditi.

«La Locomotiva Cla! Cla! La Locomotiva Cla! Cla!»
«La locomotiva?»
«Lascia perdere, è matto».
Gli ispettori scansarono il barbone, Andrea Folli – nomen omen – di anni 61, nullatenente. Andrea fissava un punto davanti a sé, ma Lugli e Pico non se lo filavano. Forse perché puzzava di piscio e spazzatura, o magari perché era quasi la fine del turno, e quella mazzata gli era caduta in testa come merda di piccione.

«Ispettore, venga qui». Il medico chiamò Lugli, che gli andò subito incontro per venire al sodo: «L’hanno spinto?» Lo sguardo decantò tra i loro occhi per appena un secondo, poi la risposta uscì dalle labbra del patologo: «Forse». Un sussulto delle spalle l’aiutò a buttare fuori quella risposta vaga, insufficiente, che l’agente gli rilanciò come una palla avvelenata: «Forse?» Un sospiro, un altro moto nervoso delle spalle, frustrazione. «Non ho molto su cui lavorare». Un altro sguardo, più lungo e amaro, diede il via alla ricapitolazione degli indizi, l’avvio di una lunga e faticosa indagine.

Alle loro spalle, i paramedici trascinavano via la madre sotto choc mentre a terra stava il bambino dalla testa di marmellata. Pico ebbe un conato che soffocò, e subito si ripromise di non pensare mai più al cibo sulla scena del delitto. La metro era ferma e transennata, tutti in attesa di accertamenti. Com’era finito sul binario? Chi l’aveva spinto? Pico si allontanò per chiamare casa, avrebbe fatto tardi. Di nuovo. Un’altra cena persa, un’altra discussione con Marisa. Passò accanto al barbone, e di nuovo non lo notò o s’impose di non farlo.

Andrea guardava la Locomotiva Cla! Cla!, la vedeva attraverso Lugli che discuteva col medico, e la sentiva nella sua testa, attraverso il battibecco al telefono tra Pico e la moglie. La Locomotiva Cla! Cla! era ancora lì, muta come il bambino che un lungo istante prima la spingeva pian piano lungo i binari, le fughe tra le mattonelle del sottopassaggio. E poi la Locomotiva Cla! Cla! era saltata. Una fuga storta, un binario sbagliato, sfuggendo alla mano del suo piccolo macchinista, finché non era scivolata e rotolata e di nuovo scivolata laggiù. Verso il buio, verso il binario. Il bambino l’aveva rincorsa, si era sdraiato pancia sotto per sporgersi ma non riusciva a prenderla. Poi un vero Cla! Cla! era venuto a prenderselo, strappandolo alla banchina. Andrea però vedeva ancora la Locomotiva, laggiù nel buio, lungo il binario, e tutto ciò che poteva fare era dirlo, e ripeterlo finché anche loro non l’avessero vista.

«La Locomotiva Cla! Cla! La Locomotiva Cla! Cla!», il lamento stava facendo impazzire tutti i presenti. Non era il momento giusto per avere un matto fra i piedi, qualcuno doveva tenerlo lontano o liberarsene, ma ogni unità sul posto cercava di scansare e rimbalzare quella palla di stracci, piscio e spazzatura perché se ne occupasse qualcun altro. “Chiunque altro, ma non io”, recitava il coro silenzioso.
Pico chiuse il telefono con stizza, e Lugli lasciò il medico sconsolato ai suoi enigmi per dare gli ordini del caso: «Va bene, Pico. Io interrogo questi e tu quegli altri. Ne avremo per tutta la notte, merda». Poi la nenia che li aveva accolti riprese accanto al loro orecchio, e Lugli si concesse di sfogare la stizza e la frustrazione raccolte quella sera: «E levami il barbone di torno, cazzo!» Pico annuì, poi fece un gesto brusco a un agente, accennando al senza tetto. Certo non si sarebbe sporcato le mani di persona, quel po’ di carriera che aveva fatto serviva almeno a qualcosa.

«La Locomotiva», cercò di ripetere Andrea, ma il poliziotto lo zittì: «Sì sì, ha fatto un bel casino la tua Locomotiva, lasciamelo dire». Così il barbone lanciò un ultimo sguardo laggiù, fissando il riflesso del neon sulla plastica rossa accanto al binario scuro, mentre veniva accompagnato fuori. «Cla! Cla!»

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