di Gorō Miyazaki, 2011.
Yokohama, 1963. Umi è una liceale che si occupa a tempo pieno della casa e della famiglia. Sua madre è una professoressa universitaria che lavora negli Stati Uniti, mentre il padre è morto nella Guerra di Corea. Umi non manca mai un giorno di alzare le bandierine al vento, dalla casa sul porto, senza sapere che il rimorchiatore del padre di Shun risponde regolarmente al saluto. Umi (che significa mare) e Shun si incontrano durante la lotta intrapresa da un collettivo di studenti per contrastare lo smantellamento del Quartier Latin, un edificio storico che fa parte del complesso scolastico. Sono estranei ma presto si scopriranno uniti da un segreto più grande e più vecchio di loro.
Dopo la delusione di Tales from Earth-nonsicapisceuncazzo-sea ero un po’ diffidente nei confronti di Gorō, ma dopotutto Hayao l’aveva detto che il figlio – alla tenera età di 39 anni – non era pronto per la regia, mentre stavolta ha fatto un lavoro decisamente più pulito. Non succedono cose folli e rocambolesche come nei film di Hayao, ma La Collina dei Papaveri ha una compostezza e un ché di sobrio nella narrazione che mi sono piaciuti davvero. Bravo Gorō. Non è ancora eccezionale come il papà, ma ha fatto passi avanti. L’ho davvero apprezzato e ringrazio Alex per questo regalo di Natale.
Tuttavia, prima che vi precipitiate a guardarlo, voglio regalarvi un avvertimento e una riflessione basati sulle premesse che avete appena letto.
Qualcuno, nel malaugurato caso in cui si aspettasse un film pieno di azione e follia alla Studio Ghibli, potrebbe non apprezzarlo e addirittura annoiarsi. Errore. Mai presumere che un film debba rispondere a standard dettati da altri, perché – per l’appunto – è un altro film.
Una storia come questa poteva essere raccontata anche in un film tradizionale con attori in carne e ossa eccetera eccetera, ma io credo che l’animazione non debba essere un accessorio o un espediente da usare solo per numeri pirotecnici allo scopo di risparmiarsi una scenografia impossibile o complicata. Credo, anzi, che il fatto di raccontare storie come questa ne dimostri la dignità di mezzo narrativo completo e indipendente. L’animazione non è la sorellina povera e bambinesca del cinema, è una forma artistica in grado di esprimere qualunque cosa, e per questo va rispettata.

Ohibò. Troverò mai il tempo di vedere questo film? Sarei anche curioso...
RispondiEliminaSe ce la fai, ha i suoi meriti.
Elimina