domenica 15 luglio 2012

Lo Hobbit dello Zodiaco, una domenica fuori dal comune.


Quella piattola di Pegasus direbbe che questa domenica ho bruciato con successo il mio Cosmo fino ai suoi confini estremi, o nello specifico che ne ho messo alla prova i limiti scottandomi solo un po’ – in particolare le braccia e il coppino, by the way – perché la prova che Atena (nella forma di una banda di infide e squilibrate carogne che passano per amici) mi ha affibbiato è stata di inerpicarmi su per i sentieri montani di Corniglio fino al Lago Santo. Sì, ma adesso lasciamo stare i Cavalieri e la loro dea in camicia da notte, perché è stata più che altro una fatica tolkieniana, almeno per me che sono tonico come un panzerotto e allenato solo al sollevamento posate indoor, esattamente come un hobbit.

In sostanza, dopo avermi circuito promettendo aria fresca e una camminata facile facile, “un percorso adatto a bambini e anziani”, accetto la sfida… finché stamattina non mi alzo alle 06:30 con un pacchetto di dubbi che ricordano vagamente i cioccolatini di Forrest Gump quando valuto che in fondo i bambini sono agili come ragni, e gli anziani che fanno ‘ste cose sono tutti più in forma di me, quindi ‘sto percorso potrebbe essere pure troppo per questo gracile escursionista. Così mi domando: sarà una buona idea?, ma poi mi dico che alla fine lo faccio più che altro per la compagnia di quelle simpatiche merde, e allora si va. 
Arrivati sul posto c’è un vento freddo che soffia dalla Barriera direzione Westeros (cosa interessante, perché noi altri si stava sull’Appennino tosco-emiliano). Per fortuna, grazie a un previdente signore marocchino che ha allestito una bancarella di abbigliamento e articoli da trekking sul posto, si fa incetta di felpe a modico prezzo. Mentre io ne scelgo una grigia, tre delle merde degli altri optano, senza neanche rendersene conto, per lo stesso modello bianco a righine nere orizzontali, praticamente tre zebre in tandem. Dopo i rituali sfottò che ci stanno sempre bene, si parte con la salita. 

Ora, ammetto – almeno all’inizio – di essermi ripetuto un paio di volte: «Chi me l’ha fatto fare? Non c’ho il fisico! Sono imbranato, non ho senso dell’equilibrio e con quello della profondità sto messo appena meglio di Polifemo», ma poi,  grazie al loro aiuto, ho capito come muovermi senza entrare nel ruolo della valanga col Metodo Stanislavskij (durante la salita mi sono state fatte anche un paio di foto che verranno sicuramente postate su Facebook a dichiarato scopo di sputtanamento, così mi si potrà vedere in versione uomo senza speranza, Gollum sulla roccia e così via). Certo, quando siamo arrivati al lago e al rifugio, sentirmi su una superficie piana mi ha regalato una commovente quanto temporanea sensazione di sicurezza, nonché la sorpresa e la soddisfazione di essere ancora vivo e integro. Certo, mentre mi crogiolo in questi rasserenanti pensieri, oltre a scoprire che la funivia è rotta e non si può scendere con quella, quegli altri là – le merde gli amici – decidono di salire ancora di qualche rampa per raggiungere il Lago Padre (sì, Santo e Padre, ho chiesto anch’io se mi stavano prendendo per il culo facendomi scalare un Pontefice), che si rivela essere una pozzanghera che ospita Lo Sciame, una moltitudine di zanzare affamate che hanno scelto me come pietanza principale (forse perché mi hanno visto stanco e arrendevole, la gazzella debole della savana tosco-emiliana). Quelle merde (e per una volta non parlo dei miei amici) erano talmente invasate che hanno attaccato anche scarpe, borse, vestiti e persino una mela, visto che è proprio lì che si stava consumando il pranzo al sacco. Che culo, eh? Bene, donati litri e litri di sangue al fondo Zanzare Madri di Corniglio, si torna in giù verso il lago, convenendo all’unanimità sulla pessima idea di invadere il territorio degli xenomorfi delle zanzare. 

Scendendo pare che abbia iniziato a prenderci la mano, e pur tra qualche incertezza riesco a muovermi abbastanza bene, anche – lo ammetto – con una certa soddisfazione. La pausa al lago però dura poco, tocca scendere, e – come ho detto – non c’è funivia. Per la discesa opto per il sentiero veloce, che si rivela più agevole da scendere dell’altro da cui eravamo saliti. Ormai ci ho preso la mano (o il piede) e non ho troppi problemi, anche se la camminata è lunga – ma veloce perché ci si può muovere con relativa scioltezza grazie a una pendenza variabile ma non troppo ripida. Oh, non mi sono mai concentrato tanto su una cosa come oggi sui miei piedi e sul dove metterli per non rotolare a valle, così alla fine la natura intorno a me l’ho guardata solo quando ci si fermava a prendere fiato. Bel posto, e l’esserci arrivato in fondo nonostante i dubbi è stato anche gratificante, così una volta finita la scalata volevo premiarmi con qualcosa di fresco e un dolce, ma ho rimediato solo un caffè e una presunta torta alla mandorla che sapeva sospettosamente di nulla. Pace. Quel che conta è che ce l’ho fatta e le merde il gruppo è stato una piacevole compagnia, come al solito. Adesso però non so quando tornerò a fare lo spericolato, anche se mi sono stati buttati lì sul piatto i Salti del Diavolo. Intanto penso a riposarmi, e a controllare che Lo Sciame non mi abbia seguito. 

Ringrazio le Zebre Gabriele, Matteo e Nella, che mi hanno assistito e supportato, lo Sherpa Biondo Franco, che mi ha fatto da guida lungo diversi tratti, e Lady Luisabel con le sue missioni suicide, che questo povero Cavaliere Hobbit proverà anche a fare, chissà.

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