mercoledì 3 dicembre 2008

Che giornata…

Allora – come si dice – i fatti sono questi: stamattina avevo la visita di controllo in Clinica Oculistica a Parma, allora parto con mio padre che, gentilmente, mi da un passaggio (visto che ci vedo così bene che dare una patente a me sarebbe come rilasciare il porto d’armi a un bambino di otto anni). A un certo punto, appena fuori Fidenza, fa per immettersi sulla Via Emilia (almeno, suppongo sia già Via Emilia o comunque ad essa propedeutica), quando segue questa esatta successione di eventi sonori: «Attento!» BOOM! Ed eccoci col muso della nostra auto sulle chiappe di quella davanti.
Nessuno s’è fatta male, non io che ho fatto appena in tempo a strillare (non come una ragazzina, eh!; diciamo come una giovane donna, ecco), né mio padre che c’è rimasto di merda perché stava proprio controllando che non gli venissero da dietro, né la ragazza nell’altra auto che è scesa subito con un’aria sbalordita e sconvolta (come avesse appena scoperto che Babbo Natale è un anziano pedofilo finlandese che nutre le proprie renne a ganja e nafta). Fatto sta che, per la botta, la portiera del guidatore non si apre. Allora ecco che, un po’ mio padre che spinge dall’interno e un po’ la ragazza a tirare dall’esterno, alla fine riescono ad aprirla almeno un po’, quel tanto per farlo scendere. Nel frattempo, io ero ancora occupato a fissare l’altra auto come una civetta sotto torazina. Poi, vabbè, ci riscuotiamo. Il primo è mio padre, che comprensibilmente getta onta sulle virtù di castità di tutte le potenze celesti, anche perché il fanale anteriore destro è spatasciato (termine tecnico perfetto per l’occasione), il cofano mostra delle simpatiche balze tipo tenda di broccato e la portiera fa un rumore di scheletri in fregola che trombano in un ascensore in caduta libera ogni volta che la si apre, per necessità di cose, forzatamente.
Be’, mentre siamo lì, caso vuole che un amico di famiglia passando veda tutto e si fermi per chiedere se c’è bisogno di aiuto, e una volta appurato che stava andando a Parma, parto con lui alla volta dell’Ospedale – e qui, fosse stato un po’ più grave l’incidente, ci scappava qualche battuta di humour nero – mentre mio padre e la fanciulla si accordano amichevolmente chiamando l’assicurazione (tanto la botta più grossa l’abbiamo presa noi), che pagherà quelli riportati dalla fanciulla mentre i nostri ci verranno fuori di saccoccia.
Bene, dopo un viaggetto di chiacchiere e rimembranze in compagnia di questo signore – durante il quale ciàcolo del più e del meno, evitando l’argomento «ma ti ricordi di me?», perché io quel signore lì me l’ero scordato, anche se ai miei genitori sembra impossibile (e grazie al cazzo, c’avevo dieci anni se andava bene, all’epoca) – arrivo a destinazione. Perfetto. Ringrazio il simpatico signore che, ho appurato, detesta Silvio e la sua Cricca, ma che ha un particolare dente avvelenato per la Giunta di Parma e i politici locali in blocco (e quindi anche se non me lo ricordo mi sta comunque simpatico), e faccio il mio ingresso in Clinica.
L’appuntamento era alle 10.15, e io arrivo alle 09.40, perciò sono in un disgraziato anticipo. Disgraziato perché mi chiamano – finalmente – intorno alle 11.30. Entro e scopro due cose: 1) non c’è il mio medico, perciò verrò visitato dai suoi assistenti; 2) la macchina della topografia corneale non va, perciò devo tornarci a giugno (vabbè, così magari c’è anche il mio dottore e siamo a posto). Ad ogni modo m’hanno trovato bene, eh. Pressione oculare 16dx e 18sx, la rimarginazione corneale procede bene, potrebbe essere ora di cambiare le lenti ma aspettiamo la prossima volta (che a cambiar le mie son palanche, visto che gli do almeno 70.00 € l’una, perciò preferisco sentire il mio specialista), insomma tutto a posto.
«Ecco, tenga», mi fa la dottorina giovane – una studentessa, credo – e mi allunga l’impegnativa, mandandomi a prenotare per la prossima volta.
Vado allo sportello e allungo la carta all’impiegata, che mi fa: «Ma lei, è esente?»
Io la guardo: «Eh sì, sono stato operato…»
Lei, per nulla impressionata: «Sì, ma non hanno messo il codice, deve tornare indietro e farselo segnare».
Ingenuamente, pur conoscendo la burocrazia dall’interno, butto lì: «Ma se le faccio vedere il libretto dell’esenzione, non è uguale?»
Lei: «No, ce lo deve mettere il dottore».
Mi arrendo, torno indietro e ignorando la fila metto la testa nell’ambulatorio e con un’aria innocente a metà strada tra Remì e Candy Candy, mormoro: «Scusate, potete mettermi l’esenzione? Sennò non me la prendono…»
La dottorina si rende conto della dimenticanza, si scusa e in un attimo scrive il codice.
Torno indietro, ma intanto ho due persone davanti, poi arriva il mio turno e in un attimo (un attimo AUSL, non eccitatevi!) prenotiamo. Evviva!
Esco e guardo l’orologio: è mezzogiorno. Va bene, vado in stazione. Quando arrivo, ci sono solo tre sportelli aperti, così mi metto nella prima fila che trovo. Poi adocchio una fila molto più corta, con solo tre persone. Sì, lo so cosa state pensando, “non farlo, non farlo!”, okay potete smettere. L’ho fatto. Mi metto nella fila breve, e mentre questa marcia con l’entusiasmo di un copertone che rotola in salita, l’altra procede lesta come una faina rincorsa dal contadino. Anch’io me l’ero detto, che credete?, è che non volevo dar retta. “No, dai, su… non posso abboccare sempre ai cliché, sono solo tre, anzi due!, adesso ci vado”.
Il resto è storia, quella fila m’ha fatto perdere il treno delle 12.25, così ho aspettato quello delle 13.05, e una volta giunto a Fidenza alle 13.16 aspetto di nuovo quello per casa delle 13.41. Morale, arrivo a casa alle 14,15, spompato e nauseato dalle file e dalle attese. Ma la Pollyanna che è in me trova un lato positivo: «Menomale che m’ero portato un libro, sennò davo giù di matto». Sì, perché la salute mentale è stata preservata leggendo in attesa all’ospedale, in stazione, sul treno, di nuovo in stazione, e di nuovo sul treno. Poi a casa basta, ho mangiato qualcosa e sono andato in coma sul divano fino a poco fa, quando mi sono alzato per cenare e scrivere questo resoconto. E questo è quanto, se mi capitano altre giornate così torno a scriverle. Dal manicomio.

6 commenti:

  1. L'importante e' che nessuno si sia fatto male. Pensa se guidavi tu!!>:)))

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  2. ..non c'è che dire; una giornata interessante...
    Mi spiace per il tamponamento e per la fuga di risorse che comporta.
    il libro è bello almeno? perché se pure il volume è peso...

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  3. una di quelle giornate in cui era meglio se si restava a letto ;-)

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  4. Se guidavo io, entravamo nell’auto davanti e guidavo pure quella fino a Parma, in linea retta. Asd! Il libro è molto bello (è quello di cui ho parlato in un post), anzi visto che ieri gli ho dato un affondo che neanche Dartagnan, come coup de grâce l’ho finito ieri sera. Poi pazienza per la giornata, che era davvero da passare a dormire, ma intanto ho sistemato la faccenda oculistica e prenotato per la prossima volta. La mia paranoia pre-partenza contemplava anche il fatto che mi avrebbero trovato la pressione degli occhi troppo alta, dicendomi che non se ne parlava di salire su un aereo… a volte mi lascio prendere dall’ansia e/o dall’immaginazione.

    Uh! Cogliendo l’occasione dell’argomento libri, m’è venuto in mente che non ho ancora detto alla Regina che ho letto il Tredicesimo Apostolo! Molto intrigante, penso che ci scriverò un post.

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  5. Certo che sei un bimbo fortunato!

    Parlando di patente e di occhi: mio padre èdiabetico, soffre di maculopatia retinica e, per sommi capi, ha solo al visione periferica intatta: quelalfrontale è quasi zero, diciamo che se si guarda le mani vede solo nebbia.
    E guidava lo stesso, a Rovigo gli rinnovavano la patente tranquilalmente, quando si presentava alla commissione medica. Ho dovuto sequestrargli l'auto, e lui s'è comprato subito uno di quei cassonetti che guidi senza patente, e ci andava tranquillo su e giù per i tornanti delle colline vicino casa sua; a venti all'ora ma andava.
    Ci son voluti tre anni per convincerlo a smettere di guidare

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  6. Mauro: capisco la tua ansia! Io ci vedo meglio ma comunque ho il problema di essere fotofobico, perciò basta un po’ troppo sole e sono già nel fosso, a meno che non viaggi solo di notte o col cielo coperto, oltre naturalmente al problema di riuscire a leggere i cartelli solo quando li ho sotto al naso. Magari la patente me la darebbero anche; so di altri, col mio stesso problema, che ce l’hanno e guidano impuniti, ma non mi fido io per primo a mettermi dietro a un volante sapendo di stare come sto.

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