domenica 27 marzo 2011

Io sono l’amore, il cineracconto

10 commenti
Questa pellicola mi è stata segnalata da Polideuce, che voleva ne assaporassi e commentassi la pomposità indigesta e le involontarie cretinerie. Beh, eccola anche sul vostro menù. Bella segnalazione, il film un po’ meno. Però mi sono divertito a scrivere il cineracconto.

2009, Italia, colore, 120 minuti.
Regia: Luca Guadagnino.
Sceneggiatura: Barbara Alberti, Ivan Cotroneo, Walter Fasano, Luca Guadagnino.
Interpreti: Tilda Swinton, Flavio Parenti, Edoardo Gabbriellini, Alba Rohrwacher, Pippo Delbono, Maria Paiato, Diane Fleri, Waris Ahluwalia, Gabriele Ferzetti, Marisa Berenson.
Partiamo dal titolo pretenzioso, più opportunamente traducibile in “Io sono la noia”. Guardatelo a puntate o facendo pause, che tutto in una volta va di traverso. Inoltre, forse anche voi vi sarete chiesti: «Si può sapere chi è Luca Guadagnino?» Beh, cito da Wikipedia:
Cineasta nato a Palermo, ha raggiunto la notorietà nel 2005 dirigendo il film Melissa P., tratto dall’omonimo libro scandalo di Melissa Panarello. Nel corso della sua carriera ha inoltre diretto numerosi videoclip della cantautrice Elisa.

Con il film Io sono l’amore del 2009 ottiene un discreto successo internazionale e vince l’Alabarda d’oro per la miglior regia al festival Alabarda d’oro 2010. Nel 2011 la casa di produzione inglese Ruby Films sceglie Guadagnino per sostituire Oliver Hirschbiegel alla regia del film Corsica ‘72, film romantico a sfondo mafioso, che vede Gemma Arterton come protagonista.
Va beh, da dove comincio? Intanto, cineasta (che puzza un sacco di “mi sono scritto da me la mia pagina di Wiki”) e Melissa P. in una sola frase, non si possono vedere! E poi l’Alabarda d’oro. No, ma davvero esiste un premio con questo nome? Perché non ne sono stato informato? E soprattutto, Goldrake lo sa?

Okay, la pianto.

Passiamo al film.

Oh, gran bella fotografia, immagini e inquadrature dall’estetica appagante eccetera eccetera, ma il resto… va beh, andiamo per ordine.

La famiglia Recchi – anzi, chiamiamoli Ricchi, visto che sono proprietari di una Mega Ditta fantozziana (e comunque ci tengono a ribadirlo fino alla fine) – si riunisce per il compleanno di nonno Vecchio Trombone, capo pater familias e Mega Direttore Galattico nunc et semper.
Lui, il vecchio – ormai con la data di scadenza sul manico – dice che lascerà il suo posto a Tancredi (è ricco, può chiamare suo figlio come gli pare, anche Princess Beyoncé). Gli fa anche un bel discorsetto, ringraziandolo per essere stato l’erede che ha sempre desiderato eccetera eccetera, ma poi aggiunge che dovrà dividere la dirigenza della Mega Ditta con la terza generazione di Ricchi, ossia suo figlio Edoardo.
… o come dicevan tutti, Edo. Oh, a me ogni volta tornava alla mente quel «Lorenzo, o come dicevan tutti Renzo» del Manzoni.
Perché, dice il vecchio: «Ci vorranno due uomini come voi per farne uno come me».
Appena una punta di egomania, eh?
Non vi dico la faccia di Tancredi, che ci resta come una merda sotto la gabbia degli elefanti. Edo invece è un po’ imbarazzato, ma mica dispiaciuto.
Vorrei vedere. Un giorno avrai un acquario d’impiegati con Fantozzi che fa la triglia, la poltrona in pelle umana e una foresta di ficus!
La famiglia, nel suo nucleo principale, è composta da Tancredi (espressivo come un coprimozzo), Tilda Swinton (che fa la madre di origine russa, praticamente la protagonista), il già citato Edo, Gianluca (il Fratello da Parati, che mai si stacca dallo sfondo) e Betta, sorella biondina e in apparenza problematica.

Comunque, a cena con la famiglia c’è anche la Ragazza Invisibile, inutile fidanzata di Edo, che racconta di come il moroso abbia perso la gara di atletica battuto da un cuoco, che poco dopo arriva portandogli una torta di consolazione. Il giovanotto ha la barba, perciò lo chiameremo Barbacuoco (anche se lui si chiama Antonio), e una povertà lessicale inversamente proporzionale all’oro dei Ricchi, visto che ripete «non si preoccupi» e «fa lo stesso» per rispondere a ogni cosa, da «resti, la prego» a «la torta va messa in frigo?» (giuro).
E qui vi prego di tenere ben presente che si recita – tutti – sempre in modo rigido/inetto e impostato, tipo fiction TV. Insomma, una palla.
Qualche mese dopo, il Vecchio Trombone è morto. 
Edo compie gli anni e a preparare il buffet per la sua festa c’è l’amico Barbacuoco.
La Tilda, che già la prima volta c’aveva fatto l’occhio, adesso è in piena cotta. Si fa pure un orgasmo gastronomico pranzando nel ristorante dove lavora il Barba, che le porta un piatto con due gamberetti di numero e qualche verdura a cubetti. Beh, a lei quel niente che con una forchettata va giù (e che invece mangia a piccoli pezzettini, tagliandoseli pure con coltello e forchetta), provoca un’epifania di sapore e piacere. Come lo so? Beh, un occhio di bue si precipita su di lei mentre il resto della sala si fa buio.
Ah, che idea innovativa e a cui nessuno era mai giunto prima! Sono impressionato.
Nel frattempo – perché la sottotrama fine a se stessa fa complessità (dicono) – Tilda scopre che la figlia non è problematica, è solo lesbica, ma non sa come dirlo al padre e al Fratello da Parati. In più, a Londra, dove Tancredi e Edo si stanno occupando della Mega Ditta che – gufatissima dal discorso d’addio del Vecchio Trombone – è a rischio vendita, Betta studia arte e frequenta una sua insegnante. Nessuno però si fa un problema del conflitto di interessi in questa relazione (d’altra parte, sono Ricchi).
Intanto Tilda freme di desiderio per Barbacuoco, e quando le dicono che ha intenzione di aprire un ristorante dalle parti di Sanremo, in società con Edo, lei capita “casualmente” in paese. Poi, mentre è lì che guarda un gruppo di guglie che le ricordano l’amata Russia, nota Barbacuoco che passeggia, ma siccome non vuole passare per una stalker di mezz’età, s’infila nel primo negozio che capita.
Tu guarda, è un’elegante libreria da cui tiene d’occhio la strada fingendo di sfogliare un libro o un catalogo d’arte.
No, dico, mai che capitino dal fruttivendolo o dal droghiere, eh! Questi film d’essai sono una garanzia; se stai inseguendo o stai scappando da qualcuno, entrerai in negozi chic che spuntano come funghi dall’umido. Oh, ma sono io che vado a spasso nel film sbagliato? Va beh, ‘sta cosa m’è rimasta qui sul gozzo.
Comunque esce stringendo il libro/catalogo (senza pagare!, ché ‘ste volgarità nel cinema leccato non le vogliamo vedere) e va a sbattere proprio contro Barbacuoco.
Ennò, ma allora lo fate apposta! Il cliché è l’altra regola d’oro del film d’essai, mi sa. O di quello pretenzioso, almeno.
Alla fine Barbacuoco la invita in campagna, dove farà il ristorante che non è ancora pronto. Qui si capisce che per il Barba tira più un pelo di Tilda che un carro di buoi, e infatti si danno al bacio appassionato con effetto sfumato. Poi c’è il cambio di scena, e Tilda torna a casa con un sorriso che non le si leva dalla faccia neanche a scalpellarlo. Da quel momento vivono una storia segreta in cui si raccontano le loro cose, tipo che Barbacuoco, pur avendo un accento toscano che levati, c’ha il babbo ligure e in liguria è cresciuto e ha imparato a cucinare.
Che, dico io… e l’accento? Va beh, magari mamma era toscana lei… ma allora ti frustava con la cinghia perché parlassi livornese stretto, visto che di solito l’accento lo prendi da dove abiti, e non dai geni! Lo so bene io, che pur avendo una madre pugliese non capisco un carciofo del suo dialetto.
Bene, comunque gli incontri s’intensificano e ci scappano scene di sesso esplicito, con primi piani ginecologici sulla patata della Tilda e proctologici sulle chiappe di Barbacuoco.
Ah sì, sul set dev’esserci anche un andrologo, perché al Barba gli inquadrano pure lo scroto.
Dopo il sesso spinto d’essai, mentre Barbacuoco le taglia romanticamente i capelli, la Tilda gli racconta di come ha conosciuto Tancredi in Russia, perché i Ricchi – per non farsi mancare nulla – collezionavano arte oltre cortina (di ferro, non d’Ampezzo), e suo padre era restauratore (oltre che contrabbandiere, suppongo). Tutto questo ci scappa tra un primissimo piano di capezzolo e metri su metri quadrati di pelle pallida sotto il sole.
Nello svolgimento di questi languidi desii sull’erba, Edo passa per un saluto, ma non trova nessuno in casa, solo un ciuffo di capelli biondo rossiccio per terra, allora se ne va.

Intanto il gufamento di Vecchio Trombone raggiunge l’apice, e i Ricchi vendono la Mega Ditta agli inglesi. 
Edo va da Betta, e le fa: «È finita».
Al che lei, giustamente, scuote il capo e risponde: «Diventeremo solo più ricchi».
Infatti la famiglia non si preoccupa affatto, tanto che invita a cena l’acquirente, un imprenditore anglo-indiano di religione sikh.
Anche stavolta, a preparare la cena c’è Barbacuoco, che ormai è come di casa (cioè, di cucina). È la tragedia! Edo guarda la zuppa e ha un momento alla Signora in Giallo. Tutti i tasselli si collegano; la zuppa che gli faceva sua madre da piccolo e che solo lei può aver insegnato al Barba, il ciuffo di capelli uguali a quelli di sua madre, il catalogo rubato a Sanremo… poi la guarda in faccia, si alza ed esce. Tilda lo segue. Litigano in russo per la maggior parte del tempo (non si capisce una mazza, quindi la recitazione da fiction non disturba e la scena ne guadagna), poi lui le dice che non esiste più. Lei fa per toccarlo, lui si ritrae come una ragazzina e scivola, batte la testa su una pietra e cade in piscina. Rapido e letale come un coglione che cade nell’acqua (ops).

In ospedale dicono che non c’è più niente da fare. Rimosso dal cranio l’ematoma (che occupava più spazio del cervello, visto che quest’ultimo gli aveva sempre fatto difetto), non si è più svegliato. In gramaglie di vedovanza, parrebbe il trionfo della Ragazza Invisibile. Ve l’eravate dimenticata, vero? Beh, anche i Ricchi, visto che non se la cagano di striscio e col medico ci vanno a parlare solo Tilda e Tancredi.
Di ritorno a casa, Tilda va in camera di Edo e si addormenta sul suo letto con la sua pecorella di peluche tra le braccia, finché non la svegliano per andare al funerale.
Ciumbia, che dormita!
La governante la veste, la pettina… e ho paura a immaginare che altro faccia, perché dopo giorni a letto è zombificata e (presumo) costipata abbèstia, ma in questo film non si mostra nulla che sia meno che chic, quindi la Tilda è appena un po’ sciupata.

Al funerale, piove sulle statue degli angeli.
Alé! Grandinata di cliché a piacere.
Tilda si allontana in preda a un turbamento d’essai camminando sotto la pioggia fino a una sala del cimitero monumentale. Tancredi la raggiunge per consolarla, ma lei ha un colpo di genio da finale drammatico. Gli dice di amare Barbacuoco.
Lui, che è (o sarà stato) pure un Mega Direttore, ma insomma è anche vero che ha appena perso il figlio, gode un sacco nel sapersi in aggiunta becco (e che per di più l’erede è crepato as a shit litigando con la madre proprio per quel motivo). Così – come Edo – le dice che non esiste. Adieu! Freddo e d’essai pure lui, si riprende la giacca che le aveva messo sulle spalle allontanandosi a grandi e nobili falcate.

A casa, Tilda fa le valige – anzi, gliele fa la governante – e qui abbiamo la scena migliore di tutto il film, recitata dalla governante che prima dà un ultimo abbraccio alla padrona che se ne va e poi cade un un pianto convulso e convincente.
Oh, ‘sto personaggio appare ogni tanto e dice poco, ma è quello recitato meglio.
Tilda guarda la famiglia. Non c’è dialogo, ma uno scambio di sguardi con Betta che piange, sorride e annuisce. Poi la Ragazza Invisibile si mette una mano sulla pancia, e capiamo tutti che Edo ha lasciato il segno, ma ormai la Tilda è sparita e ci sono i titoli di coda.

Oh, ma restate!, perché dopo l’elenco del cast c’è un’ultima e inutile scena di Tilda e Barbacuoco abbracciati in una grotta, tra l’altro la peggior inquadratura e fotografia di tutto il film, che fin’ora era sopportabile giusto per quella.

Va beh,
FINE.

Bello, eh?
Io ho intervallato la visione facendo dell’altro, tipo le mie cose su internet, cazzeggio su Facebook, e più in generale una grolla di cazzi miei per distrarmi almeno un po’ con qualcosa di più appassionante di un semaforo spento. Lo consiglio? Sì, se avete problemi d’insonnia o volete incazzarvi per una sceneggiatura balorda. Certo, l’ideale sarebbe la visione di gruppo con cineforum a seguire, perché la pesantezza e la pretenziosità (non mi stancherò mai di ripeterlo) dell’intera pellicola portano ilarità involontaria. Have fun!

giovedì 10 marzo 2011

Imprinting

11 commenti
Da che ricordo, ho sempre avuto un debole per i gatti, tanto che interagire coi cani non mi viene molto naturale. Sospetto che questo handicap canino sia stato causato dall’imprinting (addestramento subconscio) ricevuto dalla mia gatta, dalla quale ho imparato a riconoscere e interpretare molto bene il linguaggio felino. Questa settimana però, non so perché, sono tornati a galla alcuni ricordi d’infanzia legati a un cane. Era un bestione bonaccione, un maremmano-abruzzese appartenuto a un amico di mio nonno, e ricordo ancora distintamente noi ragazzini che in cinque lo tenevamo per il guinzaglio, anche se poi era sempre lui a “portarci a spasso”. Certo, all’epoca andavo alle elementari, quindi è probabile che lo ricordi più colossale di quanto in realtà non fosse, ma in ogni caso i maremmani nani non sesitono, perciò non poteva essere molto più piccolo di quanto lo ricordi (e a me sembrava un pony!). La cosa interessante però – dal mio punto di vista gattaro – è stato il rendermi conto che il primo imprinting non l’ho ricevuto da un micio, ma da un cane. Anzi, da più cani, perché ricordo anche il Corgi – Yes, like Betty’s ones! – d’una coppia di clienti dei miei. Perciò un tempo ero in grado d’interagire tranquillamente col mondo canino senza trovare indecifrabili le sue epressioni e atteggiamenti. Alla luce di questa rivelazione, ho dovuto riconsiderare tutto il lavoro fatto dalla mia defunta gatta, che perciò non mi avrebbe solo addestrato a riconoscere i suoi segnali e desideri ordini, ma avrebbe persino de-programmato e riprogrammato la mia attitudine per i cani su un’onda radio felina sicura, forte e chiara. Beh, tanto di cappello alla micia!, a cui pertanto dedico con affetto questo post semi-inutile.

 Wendy AKA Vomitilla
1989 – 2005

martedì 8 marzo 2011

Ochette del pantano

2 commenti
Tipico esemplare di nàdaro (no, non è la A).
Oggi, non sapendo se avrei trovato la stampante ancora scassata o meno, ho tentato di avvertire la A di stare a casa, che tanto è peggio che inutile. In ogni caso, l’avessi trovata ancora rotta (la stampante, la A so che è rotta), avrei chiuso e ciao. Poi, nel caso fosse stata invece riparata, resta sempre il fatto che me la cavo meglio da solo che con lei nelle balle. A casa sua però non c’era, così ho dovuto lasciare un messaggio al marito e cercarla sul cellulare, ma non rispondeva – i problemi della A con la tecnologia arrivano all’incapacità di leggere e scrivere messaggi – cosi mi son dato una pilatesca lavata di mani e ciao.
Alla fine vado in ufficio sperando di non averla nei piedi, e va anche meglio: trovo la stampante riparata! Va beh, speriamo sopravviva un altro po’, io la tratterò sicuramente coi guanti d’oro e impedirò alla A anche di guardarla troppo intensamente. Per fortuna passo un pomeriggio tranquillo, scarsa affluenza e niente A: il Paradiso (se uno s’accontenta e sa cosa vuol dire averla nei maroni)! Poi stasera ne parlo a mia madre, che fa: «Ti ricordi come le chiamava tua nonna, le tipe così? “Ochette del pantano”». Beh, mia nonna ne sapeva un sacco. In effetti la A ti dà proprio l’idea dei nàdari al laghetto, che devi tirargli le briciole perché si scantino a far qualcosa.

lunedì 7 marzo 2011

Post accazzo (2)

3 commenti
Tempo fa è terminata l’esperienza del Survival Blog con la sua Pandemia Gialla – che da pigro negligente che sono, non ho neppure commentato*, guarda te! – ma solo oggi un pensiero di quelli che vengono su come la peperonata è arrivato: «Oh, sarà per questo che ho il blog che va a limoni?»
 
Immagine accazzo (va beh no dai, è giallo)!
Va beh, intanto che cercate di riconoscere la citazione (la risposta la trovate in fondo al post, come nella Settimana Enigmistica) e stabilire quanto sia imbecille dal sei all’uno, vado avanti con le minchiate. Così, tanto per.

Mentre il sanguinoso conflitto tra la collega A e la tecnologia (e il buon senso in generale) prosegue senza novità, la stampante ha pensato bene di ammalarsi gravemente per non doverci avere a che fare. Qualcosa provoca l’apertura del toner, che perde all’interno della stampante e di conseguenza dura come la carta nel caminetto. Il tecnico è stato telefonato, messaggiato, emailato e mancano giusto i segnali di fumo, ma oggi non s’è visto (il lato positivo è che ho chiuso un quarto d’ora prima), certo che se non si fa vivo neanche domani posso pure stare a casa, visto che prenotando visite mediche ho “appena un po’ bisogno” di consegnare materiale cartaceo ai pazienti. Io non provo neanche a metterci mano per due bei motivi: a) non saprei dove guardare; b) visto che la stampante non è mia, non vorrei essere accusato di riparazione non autorizzata nel caso si scassasse del tutto, che poi mi tocca pagarla! E va beh, questo era lo sfogo del giorno.

Allora, avete indovinato la citazione all’inizio?
Va beh, la risposta era:
Zaphod: «Questo è quello giusto! Me lo sento dentro!»
Arthur: «Ford!»
Ford: «Se se lo sente dentro, beh… Arthur, diamogli retta!»
Arthur: «Dobbiamo dar retta a un demente col cervello che funziona a limoni? Questo è suicidio!»
(“Guida Galattica per Autostoppisti”, di Douglas Adams)
* No, non lo faccio neanche oggi. Oh, ma sapete mica leggere? c’è scritto “pigro e negligente” mica stacanovista e insonne! Sta a vedere che mi prendono anche per una persona seria… ah, che gente!

martedì 1 marzo 2011

Escono dalle fottute stampanti!

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Lei, il Male!
Niente, c’è la collega A che non è una cima, e va beh, alcuni di voi lo sanno perché mi son sfogato di persona o in forum, mentre qui è da tempo che non ne scrivo, ma l’ultima è troppo bella, quindi rompo il silenzio.

Il fatto stavolta riguarda la stampante, aggeggio demoniaco che trae godimento dal metterla in difficoltà. «Mi stampa i fogli al contrario, guarda!» si lamenta mostrandomi come le pagine escano ordinatamente dall’uno al due eccetera.
Non vedendo il problema, le faccio presente che i fogli escono già fascicolati. Quindi, come potrebbero “uscire al contrario”? Presto detto. Osservando il suo metodo scopro che la A prende il primo foglio, lo mette sulla scrivania (a faccia in su), ci poggia sopra il secondo e così via. E te credo, allora!
«No, escono già in ordine», le dico. «Guarda, devi solo aspettare che finisca di stampare tutto e te li fascicola lei, poi li graffi insieme e sei a posto».
Mi guarda poco convinta. «Ma no, sono tutti scombinati e li devo sistemare io».
Niente, non c’è modo di farglielo capire, almeno così pare. Invece giovedì, zitta zitta, la vedo fare come dicevo io, e quasi mi commuovo per questo gesto che un po’ mi ricorda l’esperimento dello scimpanzé che – dai che ti ridai – capisce il meccanismo della scatola per prendere le noccioline. Sì, ma la A non è uno scimpanzé – magari! –, infatti oggi pomeriggio siamo tornati al vecchio metodo. 

Ora, non so voi, ma da un giorno all’altro temo di vederla colpire la stampante con un osso o una pietra, lanciando grida scimmiesche finché i fogli non usciranno davvero al contrario. Si accettano scommesse.

P.S. Purtroppo – alé! – giovedì non viene, quindi se ne parlerà martedì prossimo. Stay tuned!
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