venerdì 28 gennaio 2011

Sunshine Award: l’ho vinto io e… beh, potreste averlo vinto anche voi. Check the list!

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Sì, lo so che è un premio che ci si passa tipo Catena di Sant’Antonio, che non è un contest ma una cosa tra blogger amici e tutte quelle cose lì, ma fa piacere perché a dartelo è comunque chi ti legge, e se lo fa è perché gli piace quello che scrivi al di là del fatto che tu faccia mille mila utenti al giorno o giusto tua zia Filomena che su Internet sa collegarsi solo all’homepage, dove tu – bastardo – hai messo il blog per assicurarti almeno le sue visite, perciò il Sunshine Award a me mi piace anche perché me l’ha dato Michela, che mi legge da poco (e magari è per questo che m’ha votato, ma noi non ce lo diciamo) e già s’è convinta che valeva la pena darmi questo premio. Non posso ricandidarti a mia volta, eh? Va beh. Grazie, non ho parole. Anzi, le ho e infatti devo finire il post.

Allora, le regole del Sunshine Award sono facili facili: 
  1. Riporta il logo del premio nel post. Fatto!
  2. Ringrazia chi ti ha votato. Fatto!
  3. Nomina altri dodici blog. Ostia!, dodici?
Va beh, speriamo di farcela e vai col rigoroso ordine alfabetologico!

So, the Sunshine Award goes to…
Alex Girola McNab, che da quando lo seguo infila un post interessante dietro l’altro, e poi s’è inventato il Survival Blog tutto da solo e a ‘sto ragazzo non gli puoi proprio negare un premio, se li merita tutti.

Eva Luna, che l’ho scoperta da poco e trovo interessati le sue recensioni e piacevole il modo in cui scrive.

Ferruccio Gianola, che li colleziona e magari con questo riesce a finire la cartella punti per avere la coperta merinos col cambio Shimano. Oh, e poi chi lo segue lo ama, c’è poco da fare.

gelostellato (tutto minuscolo, per l’amor di Belzebù!, che ci tiene, invece Gelo va bene così con la maiuscola – va’ che roba, mi manca solo di sapere come vuoi il caffè e poi siamo anitre gemelle), solo perché è lui ma anche perché gli toccherà – forse (ma lo farà, poi?) – scrivere un altro post sul Sunshine Award, e questo lo irriterà piacevolmente. Oh, e bada bene che non è una vendetta trasversale perché non mi vuoi dire cosa significa Cagunzio! E adesso scusa, che devo limarmi il naso se no mi gratta le pareti e tira giù i quadri.

Jonlooker, che commenta in modo divertente e brillante le più orripugnanti pubblicità che ci passa la TV. Grazie per il sacrificio, ma soprattutto per gli esilaranti risultati. 
Polideuce, che aggiorna quotidianamente il suo blog con la costanza di un monaco certosino. O bizantino, che ci tiene di più!

Regina dei Tucani, che scrive dal canyon e racconta la vita di frontiera tra lil deserto civilizzato e la selvaggia Los Angeles. O era il contrario? No no, mi sa che è più giusto così.

Simone Corà, che scrive tante di quelle recensioni che mi domando dove trovi il tempo per i suoi racconti e-- beh, anche per vivere, insomma. E poi è anche bravo, dannato lui!

Snefru, che tra interessanti post storici sul periodo di Maria Antonietta e altri decisamente più mondani e di cazzeggio, è uno dei più piacevoli da seguire.
Eh!, e poi? Oh, non è che ne segua tanti. Sì, ci sarebbero quelli grossi, seguiti da legioni di persone… però a dargli un premio di questo tipo mi sembra di portare le uova alle galline. Che senso ha? No, preferisco premiare quelli piccoli o che conosco meglio, con l’augurio non di diventare grossi e seguiti da mille mila persone – massì, gli auguro anche quello, ché se lo meritano – ma soprattutto di continuare a divertirsi nel fare quello che fanno, che poi è la cosa più importante.

martedì 25 gennaio 2011

Fiato corto

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Il mio problema è che ho il fiato corto. Oh, e non dipende mica dal fatto che sono un po’ sovrappeso, e quindi di correre non se ne parla neppure. No, ho il fiato corto in generale. Per dire, nei giorni passati ho buttato fuori un post dietro l’altro dopo non ricordo neanche quanto tempo. Dico, mi sono spaventato anch’io! Oh, sta a vedere che prendo il ritmo e adesso scrivo ogni giorno come quelli seri. No, macché, il fiato mi ha tirato di nuovo corto e son capitombolato a neanche metà della maratona. Sì, ma poi, dove si corre? Va beh, non ne faccio un problema, è la stessa cosa quando non scrivo per il blog. Io, racconti davvero lunghi tipo quasi romanzo non ne ho mai sfornati, anche lì dopo un po’ mi tira il fiato e addio, se non mi fermo rischio di allungare con tanta di quell’acqua che faccio prima a versare la storia in mare. Stessa roba un con le passioni del momento, le brucio alla svelta salvo riprenderle poi in mano col tempo.
Ecco, ho un bel cioppo d’interessi che saltuariamente tornano a galla, tipo cattiva digestione o bolle di gas sottomarine. Ci sono i neanderthal e un po’ tutto ciò che concerne il paleolitico, poi, se andiamo indietro, tutta la storia evolutiva dell’uomo, e anche più in là i dinosauri e i loro contemporanei pterosauri (i miei preferiti fin da quand’ero bimbo), invece se riavvolgiamo rapidamente in avanti ci sono alcune civiltà sparpagliate per il mondo, una di queste è quella azteca su cui mi sto documentando più approfonditamente in questo periodo, ma già noto che cala la frequenza di lettura e quindi anche lì si vede che ho spinto troppo sull’acceleratore. Funziono così, un po’ male, ma ormai è un difetto di fabbricazione difficile da correggere. Tanto poi ritorna ciclicamente questa o quella curiosità, e allora diciamo che mi aggiorno su tutte queste cose secondo uno schema a dir poco erratico, tipo quelli che bendano un bambino e gli mettono la mano in una boccia per pescare i numeri. Sì, esattamente come al lotto – o alla lotteria (non ho mica capito la differenza, e visto che non m’interessa non ho mai colmato questa lacuna). Anche la voglia di scrivere è vagabonda, anzi più che altro si tratta dell’ispirazione.
Quella figlia di sultana è un gatto di strada, potete scommetterci i baffetti da sparviero che non avete. Ti fa le fusa e poi si distrae, mollandoti perché ha visto qualcosa che l’ha distratta, dal passero fuori dalla finestra alla cena pronta. Sta via per giorni e quando torna ti guarda come per dire, «Mi cercavi?». Oppure sono io che non ho disciplina – eh, su questo potete scommetterci l’ipofisi che invece avete per forza – non mi so gestire e vivo allo stato brado, mi comporto un po’ come quella miagolante figlia di una tigre nana, ecco perché tutto sommato non me la prendo e l’aspetto (magari anche perché essendo stato addestrato dalla mia gatta a vivere in funzione di una creatura adorabilmente dittatoriale), ormai sono di un accomodante che fa spavento. Ecco sì, magari ho il fiato corto proprio perché sono placido come un gatto. O un lago. O un lago di gatti. Se qualcosa attira la mia attenzione non lo mollo finché non ne sono stufo, spesso lasciando lì qualcos’altro che invece dovrei fare o terminare. Sarà per questo che tirare in lungo un racconto non è da me, anche se mi piacerebbe riuscire a scrivere un libro, e ho intenzione di provarci prima o poi, magari partendo da una serie di storie che si uniscono. Ecco sì, potrebbe essere l’unico modo per tirar fuori da me qualcosa del genere. Che poi è come funziono in ogni cosa, a piccole porzioni unite fra loro. Ecco, ma questo post non so come finirlo perché, appunto, mi tira il fiato, perciò chiudo qui e miao.

venerdì 21 gennaio 2011

I 100 LIBRI PER SEMBRARE FIGHI

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Io sparpaglio la voce, più che spargerla, sull’iniziativa di quel gran Cagunzio di gelostellato – tutto minuscolo, che ci tiene (al Cagunzio invece no, mi sa, però a quello non ho saputo resistere) – riguardo ai 100 LIBRI PER SEMBRARE FIGHI di cui ha parlato qui e qui e insomma un po’ ne ho accennato già anch’io, perché diciamolo, a me sembra un’idea che poteva avere solo lui, quindi tanto fiqua quanto folle. E bravo Gelo, ti faccio Pat-pat! sul capino!
Sì, ma per voi che non ne sapete nulla e vi sento che fate Tonf! giù dal pero (oh, farete bene un tonfo cadendo, o no?), sarà bene spendere due parole.  E allora cosa sono questi libri per sembrare fighi? Beh, sono quelli di cui tutti parlano ma che in pochi hanno letto, quei best sellers che hanno influenzato la cultura popolare, che vengono citati più dei vangeli in chiesa e così via. Libri che qualcuno neanche sa esser stati libri prima che film, tipo Tarzan e King Kong, per dire. E voi, quanto siete fighi, o – per restare in tema – quanto lo sembrate grazie alle vostre letture? Oh, ma non correte a leggervi la lista, ché il progetto è ancora in corso (e poi ho lavato davanti alle uscite, e occhio che si scivola), anzi potete partecipare alla discussione sui 100 che formeranno la classifica definitiva sul blog di gelostellato, prima però leggetevi ben bene i due post che vi ho linkato all’inizio, ché poi Gelo s’incazza che deve rispiegare tutto a tutti, uno per uno, ogni volta. Poveretto. 

Ah, e ci ha pure il Gruppo su Facebook!

mercoledì 19 gennaio 2011

Gli Ingrattabili di Cornelius Kane

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Vi siete mai chiesti come sarebbe il mondo se al nostro posto ci fossero cani e gatti domestici? No? Neanch’io, ma l’ha fatto Cornelius Kane (che poi è lo pseudonimo di Anthony O’Neal, autore australiano di altre cose che potete scoprire sul suo sito) con Gli Ingrattabili. Io l’ho scoperto per caso mentre facevo shopping natalizio – era il 2009, se non erro – e mi è capitato in mano questo libro, così dopo aver letto la quarta di copertina e un po’ di incipit ho pensato andasse bene come regalo per un’amica. Fatto l’acquisto però non sono riuscito a levarmelo dalla testa, così il giorno dopo o giù di lì sono andato a prenderne una copia anche per me. Cavolo, se ho fatto bene! Oltre a essere divertente, è in qualche modo satirico verso la società umana contemporanea, coi nostri animali domestici che ricalcano vizi e virtù – come si dice in questi casi – dei loro padroni. Dai bassifondi dei Canili ai graffiacieli di Gathattan, se ne vedono di tutti i colori e tutte le razze, compresi i protagonisti Crusher McNash, bull terrier della Squadra Scannamenti che indaga su misteriosi carnicidi con l’aiuto di Cassius Lap, un siamese dell’FBI (Feline Bureau of Investigation), e questo già dovrebbe incuriosirvi, ma c’è anche di meglio, tutto un mondo trasformato eppur riconoscibile in tutte le sue luci e ombre.
Adesso poi ho appena finito Il braccio felino della legge, una nuova avventura tra noir e giallo, cane e gatto, bassifondi e graffiacieli. Davvero, capita di rado di divertirsi così tanto e bersi praticamente un libro, o non vedere l’ora di trovare il tempo per divorare un’altra generosa manciata di pagine. In più i libri sono slegati fra loro, anche se godono di una certa continuità che però non è indispensabile conoscere per goderseli. Altro punto interessante è lo stile, visto che Gli Ingrattabili viene raccontato in prima persona da Crusher mentre Il braccio felino della legge è farina del sacco di Cassius, quindi si può dire che cambiando la voce narrante cambi anche quello. Duro e puro l’incorruttibile bull terrier, più sottile e ragionato l’astuto felino. In ogni caso non dovete credermi sulla parola, anzi vi invito a cercarli in libreria e sfogliarne un paio di pagine. Si entra in un mondo di animali parlanti che mai e poi mai potrebbe essere disneyano, coi suoi efferati carnicidi, la prostituzione interspecie, ecc. divertente e affascinante, ricorda più Fritz il gatto che Tom & Jerry, Pippo e Topolino e compagnia, con l’aggiunta di quest’atmosfera fumosa da film noir che si stempera ma non si ridicolizza nell’ambientazione. Qualcosa di mai letto prima. Sì, La fattoria degli animali di Orwell, direte voi... okay, ma io non l’ho letto e amen, quindi pace all’anima mia e anche alla vostra.

martedì 18 gennaio 2011

Libri Interrotti

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Ecco, mentre siamo tutti reduci del Meme libresco, e Gelo prepara l’imponente progetto dei 100 LIBRI PER SEMBRARE FIGHI (il maiuscolo ce l’ha messo lui e ce lo metto pure io, ché il progetto è grosso per davvero), mi viene a galla qualche riflessione sui libri che ho letto, ma soprattutto su quelli che no, con tutta la buona volontà, non ci sono arrivato in fondo.
Ecco, capitano periodi – a me, a voi, a tutti quanti – di non imbroccare un libro neanche a tirarli nel carrello tipo yogurt al banco frigo. Quest’anno – va beh, l’anno scorso ormai – ho messo gli occhi su Le mappe dei miei sogni di Reif Larsen, che per impostazione grafica (è corredato di schemi e mappe “disegnate dal protagonista”) e idee mi affascinava di brutto, poi con la raccomandazione di Stephen King: «I grandi libri sono un dono per i lettori che hanno la fortuna di scovarli. Questo libro è un dono enorme», mi ero convinto – di più, infatuato in anticipo – che fosse il Libro Giusto.
Ecco, poi l’ho iniziato e devo dire che… bello, eh! Sì, ma insomma… dico, va bene tutto, ma troppi flashback, ragionamenti in forma di subordinata o quasi, ricordi e voli pindarici (che anche Pindaro direbbe: «Che ti voli a fare?») per arrivare (o anche no) al punto. Per dire, mi sono fermato a pagina 44 e tutto quel che è successo dall’inizio è il protagonista che stava fuori a sbucciare pannocchie con la sorella finché la madre non l’ha chiamato in casa per rispondere al telefono. Tutto lì. Sì, tra una pannocchia e un «Pronto?» al telefono, questo s’è raccontato la storia della sua famiglia, intrecciando aneddoti sul padre cowboy, la madre entomologa, la sorella preadolescente eccetera, ma non è che il ritmo lo supportasse poi così bene (anche se la storia, lo ammetto, è originale e intrigante), infatti senza neanche accorgermene l’ho mollato lì per andare avanti con altro, e solo qualche giorno fa m’è venuto in mente di averlo ancora lì in sospeso. Beh, per ora non ho voglia di riprenderlo in mano, poi si vedrà.

Un altro buco nell’acqua è stato Manituana del collettivo Wu Ming, che a me – dovevo saperlo – porta male, infatti nella sua precedente incarnazione di Luther Blissett avevo provato a leggere Q, ma anche lì ho capitolato (più che altro m’è capitolata la testa dalla noia, cascando in avanti con un accenno di bauscina da semi-coma). Di loro non ho letto altro, e quindi magari sbaglio, ma quel che non ha funzionato tra me e i loro libri è quel senso di compitino ben studiato, di ricerche approfondite fatte a casa dai primi della classe, tutte infuse in un libro che poi soffre della sindrome del saggio appena romanzato. Ecco, io quelle cose lì non le digerisco. O mi scrivi un romanzo con un’ambientazione credibile oppure mi dai un saggio zeppo d’informazioni ghiotte, tentare di metterli insieme è come accoppiare un gatto con un pappagallo; mi piacciono tutti e due – separatamente – ma dubito ne possa venire qualcosa di meglio di un verboso e irritante pappagatto, come in effetti è IMHO ciò che hanno prodotto Wu Ming, Luther Blissett o Comunque Si Chiameranno Domattina.

Anche Sweeney Todd, devo dire… bestia, che noia! In questo caso però la colpa può essere del periodo in cui è stato scritto, e quindi l’irritante stupidità delle protagoniste femminili sarebbe forse ascrivibile alla misoginia dell’autore Anonimo. Resta il fatto che è ancora lì, in vana attesa d’esser ripreso in mano. Beh, Sweeney, mettici una pietra sopra. Io l’ho posata su di te.
Ecco, questo è il mio podio dei Libri interrotti per l’anno appena passato. Quello che mi domando, è: anche voi avete sbattuto il muso su uno scoglio brossurato o rilegato? Mi piacerebbe sapere quali sono i titoli sul vostro podio e perché vi hanno deluso, magari confrontare quelli che a voi son piaciuti da impazzire e a me hanno fatto allungare le palpebre, o viceversa. Insomma, farmi un mazzetto di fatti vostri. Dai, che sicuramente nel 2010 (o anche questo mese) avete chiuso almeno un libro con la stessa soddisfazioni con cui si sbatte la porta in faccia a un rompicoglioni, dovete solo fare i nomi.

venerdì 14 gennaio 2011

Post accazzo

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Quello che potrebbe dirsi il mio problema principale nello scrivere un post (e di conseguenza aggiornare il blog) è il solito, benedetto – o più opportunamente, maledetto: «E adesso, di cosa parlo?». Spesso preferisco commentare piuttosto che scrivere post miei (se ne sarà accorto chi di voi s’è ritrovato un mio commento quasi più lungo del suo post). Non lo faccio apposta, giuro, è che m’hanno scarabocchiato così. Anche male, per giunta. In più, quest’anno non ho visto film o letto libri che m’abbiano ispirato il desiderio di buttare giù un cineracconto o una parodia per lo spreco di carta o pellicola subite.
Intendiamoci, ho visto robaccia da far arricciare i peli del naso di Satana, però mai una che mi desse la voglia di scrivere o commentare al riguardo. Ecco, roba tipo 2012 – che in realtà è del 2009 ma io l'ho visto quest'anno (fatemi causa) – quel film insulso catastrofico maya friendly con John Cusack, che a me piace anche come attore (forse per quella faccia un po’ così, da uno che s’è svegliato la mattina in una trama già fatta e improvvisa passo passo, rendendo in qualche modo credibile il fatto che lui ne sa quanto noi). Io, giuro, non sapevo se ridere o passare la pomice sui tulipani, tanto per far qualcosa di più utile della mia vita in quelle due ore circa o quello che è. 
Poi, ecco, quest’anno ho letto Firmino di Sam Savage, che a me se c’è una cosa che fa simpatia sono i topi e i ratti (va beh, diciamo che non gli assegnerei il podio della coccolabilità, però son creature che ammiro per capacità di adattamento e strategie evolutive), eppure, se ci ripenso oggi, non è che ricordi molto di quel libro. Sì, qualche buona idea come la descrizione del sapore diverso delle pagine dei libri in base all’autore, e la sua testona enorme che me lo faceva immaginare come un topo deforme alla Quasimodo, schifato dal mondo e perciò simpatico per antonomasia, ma poi c’è questa cosa, ossia che non riesco più a ricordare come finisce, e questo è grave, perché quando chiudi un libro che ti piace, quello ti lascia qualcosa, di quel momento ti rimane una sensazione o un ricordo. Invece niente. Boh, si vede che in fondo non m’è piaciuto così tanto. Peccato, perché c’erano una flotta di buone idee, come la sua fissazione per i film osé e quindi un’attrazione irrazionale e inquietante per le umane, ma il resto poi… Puf! Va beh, adieu Firmino.
Ecco, ma c’è un suo illustre predecessore, scoperto per caso secoli fa grazie a Euroclub (da cui mi sono poi disimpegnato con fatica), l’introvabile – o faticosamente reperibile – Memorie di un ratto di Andrzej Zaniewski, che scopro proprio in questo momento essere stato recensito tempo fa (2004) da Horror Magazine, visto che stavo cercando di scoprire come accipugnetta si scrive il nome dell’autore. Ecco, quello è un ratto ratto, un topo di fogna che non legge e non s’intristisce, che fa la pantegana a tempo pieno e “racconta” se stesso in una sorta di flusso di coscienza, e a me quel libro piacque parecchio all’epoca. Ogni tanto mi vien voglia di rileggerlo, ma poi troppi ce ne sarebbero e quindi addio ai libri nuovi.
Sì, ho libri che ogni tanto ho voglia di rileggere (il Meme mi ci ha fatto riflettere), che per me sono come i testi sacri per un religioso. Non è che mi stia votando al fanatismo libresco liturgico, eh! È che su certi tomi s’è formato il mio gusto di lettore, e non solo, ho abbandonato vecchie idee per sposarne di nuove o mi hanno dato una mano a far la punta a quelle spuntate e rifinire quelle un po’ grossolane, che poi uno legge-- va beh, Io leggo… per completare me stesso, per cercare nelle idee altrui le parole giuste per raccontare quel che ho tumultuosamente e confusamente dentro (si, ho usato due avverbi in -mente uno dietro l’altro, pace). Ecco, per me, libri come questi, sono (tra gli altri) la trilogia Queste oscure materie di Pullman e Gli anni del riso e del sale di Kim Stanley Robinson, e non saprei neppure da che parte iniziare per dirvi cosa significano per me. 
Certo hanno avuto un peso sul mio passaggio da una fede fai-da-te (mai stato cattolico o cristiano neanche per cinque minuti nella mia vita) attraverso un agnosticismo sempre curioso della natura religiosa dell’uomo (più che di dio) all’ateismo confortevole degli ultimi tempi. Sì, perché ciò su cui già m’interrogavo prima e che in quelle pagine ho visto raccontato con altre voci e altri toni ha portato avanti il rimuginamento e in qualche modo aiutato a mettere in ordine i pensieri. Ve beh, non ve la faccio lunga perché ci vorrebbe un post apposito (che magari scriverò anche, se riesco a mettere le idee in ordine a sufficienza).

Ecco, un ultima cosa, tanto per assicurarmi di non dare alcun senso logico di continuità a questo post, è il “va beh” che – lo avrete notato – è un mio intercalare tipico, una locuzione con la quale faccio scorrere le cose fuori dal pantano in cui sovente faccio i fanghi. Non vi chiedo neanche se dà fastidio o vi disturba, tanto lo userei comunque. Lo tiro in ballo perché so di farne un uso abbondante, insieme a “beh”, “boh” e “bene” – le tre B del “sì, ma andiamo avanti” – all’unico scopo di tirarla fastidiosamente in lungo per quelli che si stanno domandando «Sì, ma qual è il punto? E ci arriverà mai?». Allora, fate pace con voi stessi: il punto non c’è. Questo è dichiaratamente un post “a cazzo”, no?
Ecco, volevo solo mettere lì che da quando mi sono messo a scrivere sono diventato più cosciente del mio modo di esprimermi, delle farsi che uso e della loro frequenza nel mio parlato oltre che nello scritto. Capita anche a voi? Giuro, a volte mi correggo mentalmente le frasi prima di dirle, o dopo averle dette, cercando la composizione migliore per esprimere il concetto. Dev’essere patologico, però finché non mi mandano dall’infermiera Ratched, va bene così. Il problema – o il vantaggio – delle locuzioni ricorrenti è che mi piacciono e non le mollo finché la nostra relazione non arriva a un dead end. Il fatto poi che scriva in modo colloquiale – anzi, esattamente come parlo – aiuta a sfruttare tutte queste espressioni che raccolgo in giro e di cui talvolta abuso.
Va beh (eccallà), in quest’ultima parte non ci avrete capito nulla o giù di lì, ma a me pareva bello finire così, lasciandovi quel senso di: «Non c’ho capito una mazza; o è un deficiente o è un genio!». Beh, non sarò io a svelare l’arcano, comunque i bookmakers di Londra danno “genio” solo 80 a 1, per dire.

mercoledì 12 gennaio 2011

Un bilancio sui libri letti nel 2010

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Bene, parliamo un po’ di libri, che fa bene alla salute e allunga la vita. Va beh, tranne quando stai leggendo Il Signore degli Anelli a letto, ti addormenti un attimo e quello ti cade sul naso con la forza di un mazzetto di megatoni. Lasciatemi dire, Ahia! Ecco, invece lo scopo di questo post – che poi è un meme passatomi da Michela – non è quello di farsi il più male possibile con tomi poderosi (darsi Guerra e Pace sulle balle come Tafazzi con la bottiglia non vi farà guadagnare punti) ma ciacolare liberamente di quel che si è letto durante l’anno e così via, niente d’impegnativo o che debba necessariamente condurvi al traumatologico. Bene, dopo aver fatto alpinismo su Monte Polveroso (la mia libreria adesso ha un nome e le vostre no, pàppappéro) per vedere cos’ho letto nel 2010 – figurarsi se me lo ricordavo così su due piedi, specie se non sono i miei (scusi, adesso scendo) – posso finalmente rispondere a queste domande. Oh, naturalmente se volete condividere il meme e postare sul vostro blog questa stessa lista siete invitati a farlo, Michela è stata molto più brava di me perché l’ha chiesto prima e mi ha anche spiegato come procedere, ma io sono indisciplinato come una scimmia in un bananeto (si dirà così, poi? Boh!), così vi invito a fare altrettanto solo adesso.

Bene, dopo essermi assicurato che tutti i miei lettori e passanti occasionali siano al corrente che sono un deficiente, si comincia.
Quanti libri hai letto nel 2010?
Dopo una faticosa e polverosa indagine posso dire, con un’approssimazione ragionevole (alcuni non ricordo bene se li ho letti nel 2010 o nel 2009), che sono poco meno di una quarantina. Questo è stato un anno fiacco per la lettura, specie d’estate quando di solito perdo la voglia di fare qualunque cosa e tendo all’apatia in ogni sua lussureggiante forma.

Quanti erano fiction e quanti no?
Quasi tutti romanzi di fiction, solo tre o quattro erano saggi su argomenti vari.

Quanti scrittori e quante scrittrici?
In effetti, ora che mi viene fatto notare, scopro che le scrittrici erano solo quattro e mezza. La mezza sarebbe poi Jane Austen, che con Orgoglio e Pregiudizio e Zombie, rimaneggiato da Seth Gerahame-Smith, fa totalizzare quasi un cinque alla categoria autrici.

Il miglior libro letto?
Difficile, sono indeciso fra tre titoli, quindi baro spudoratamente e li metto tutti e tre:
  • Il Sindacato dei poliziotti yiddish, di Michael Chabon.
  • Buona Apocalisse a tutti!, di Neil Gaiman e Terry Pratchett.
  • Non mordere il sole, di Tanith Lee.
Sono talmente diversi che è difficile farne un distinguo, stabilire quale mi sia piaciuto di più eccetera. Tanith Lee è un genio che venero da tempo con faticosi risultati e scarsi volumi reperiti, questo in particolare è stato trovato per caso e in condizioni non ottimali in una libreria che stava praticamente buttando fuori i saldi. È il primo romanzo di fantascienza della Lee che leggo e una volta di più è riuscita a stupirmi con un genere che credevo ormai sfruttato e raccontato da ogni angolazione, invece Tanith scopre e utilizza nuovie prospettive, punti di fuga e imprevedibili scorci per raccontare un futuro talmente lontano da apparire irreale. Di Gaiman e Pratchett ho apprezzato lo stile narrativo, divertente e coinvolgente, la storia che scivola su vari binari che convergono alla medesima stazione e l’ironia con cui il tutto riesce a parlare di cose serie e facete facendole pesare con altrettanto equilibrio sulla bilancia della trama. Il Sindacato mi ha aperto un mondo ucronico di possibilità, ossia cosa sarebbe successo se dopo la seconda guerra mondiale gli USA avessero effettivamente – com’era stato proposto e poi bocciato – offerto ai profughi ebrei una Terra Promessa nei territori dell’Alaska, nella fattispecie il distretto di Sitka. Ecco, un mondo così, in cui comunità e shtetl ortodossi vivono fianco a fianco con ebrei riformati – così diversi nei modi e nelle usanze religiose (o nell’assenza di queste) – e ai nativi locali, come inuit e nazioni indiane dell’interno, poteva nascere solo in queste pagine zeppe di un mondo che non avrei mai immaginato, e che, una volta chiuso il libro, diventa nostalgia per un Paese delle Meraviglie da cui si è tornati indietro troppo in fretta.

E il più brutto?
Tutti quelli della Meyer (Twilight & Co.), che ho letto all’inizio per curiosità – che c’avranno ‘sti vampiri che fanno ammattire le ragazzine?, mi sono detto – e poi per coercizione da parte di alcuni “amici” (dico a voi, maledetti!) che volevano leggere i Bignami della saga completa, e ancora mi alitano sul collo per Breaking Dawn. Ecco, quindi potrei dire (beh, sempre se l’avessi finito) che il peggior libro del 2010 è stato proprio Breaking Dawn di Stephenie Meyer, però sarebbe ingiusto (ma solo perché non l’ho finito) verso altre piombature sfogliate l’anno scorso. Ecco, il problema è che nel 2010 mi sono capitati certi titoli che proprio per pesantezza ho messo da parte, in attesa di tempi migliori o che possono anche morire di polvere per quel che mi riguarda. Perciò, se vogliamo contare anche questi disgraziati con cui mi sono lasciato in malo modo, ci sarebbe Manituana, del collettivo Wu Ming, un’interessante – almeno pareva – escursus nella guerra d’indipendenza americana vista per una volta dalla parte delle nazioni indiane irochesi, ma che si è poi rivelata di una pesantezza insostenibile. A questo punto avrei preferito un onesto saggio o un romanzo storico ben raccontato, non un’agonia in sospeso tra queste due strade. Pare, lasciatemelo dire, che i buoni intenti e gli spunti interessanti siano stati impiccati al crocicchio tra un saggio tout court e un romanzo d’appendice. Indigeribile.

Il libro più vecchio che hai letto?
Credo di aver iniziato il 2010 con Gli Ingrattabili, di Cornelius Kane, se è questo che s’intende, ma se parliamo di data di pubblicazione… allora è sicuramente Lo Hobbit, di J. R. R. Tolkien (1937), che anche se sono un nerdone mi mancava all’appello.

E il più recente?
L’ultimo letto l’anno scorso è stato Around the World with Auntie Mame, ma lo sto ancora leggendo perciò non so se vale. Hm, allora… dev’essere Il primo miracolo di George Harrison, di Stefania Bertola, che invece ho finito prima d’iniziare Auntie Mame. Se poi si parla di pubblicazione recentissima, allora è Mistero!

Quale il libro col titolo più lungo?
Credo sia Il primo miracolo di George Harrison, di Stefania Bertola, che batte Il Sindacato dei poliziotti yiddish di una sola lettera.

E quello col titolo più corto?
Eh, qui devo farmi di nuovo pubblicità, perché è Mistero, una raccolta di racconti a cui ho partecipato anch’io. Però se vogliamo guardare agli altri autori, quelli che vendono davvero e campano di scrivere, dev’essere Firmino, di Sam Savage, che comunque conta sempre sette lettere.

Quanti libri hai riletto?
Ho sempre voglia di rileggerne alcuni, ma quest’anno non credo di averlo fatto. Sempre la memoria che mi frega! Ah sì, forse ho riletto Wolfen, di Whitley Strieber, che da ragazzino mi terrorizzò a morte e adesso invece… boh, noto solo qualche goffaggine nella trama e nei personaggi, le buone idee spese non benissimo e così via (però non ci metterei la mano sul fuoco che fosse il 2010 e non il 2009, ecco).

E quali vorresti rileggere?
Sicuramente Il mondo in un tappeto di Clive Barker perché è un caposaldo della mia formazione fantastica, tutti i romanzi della Bertola perché mi divertono e rilassano, tutta Tanith Lee perché è Dio… poi ce ne sarebbero altri che adesso non mi vengono in mente, ma spesso ho nostalgia dei libri passati e una gran voglia di tornarli a trovare.

I libri più letti dello stesso autore quest’anno?
Ehm, mi fa due etti di memoria? Di quella buona, mi raccomando!
No, non lo so… forse Patrick Dennis, ecco.

Quanti libri scritti da autori italiani?
Mi vengono in mente solo Mistero, Il primo miracolo di George Harrison, di Stefania Bertola, e L’Acchiapparatti, di Francesco Barbi (di cui ho già parlato).

E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Nessuno.

Dei libri letti, quanti erano e-book?
Uno, lo schermo mi ammazza la vista e non ho ancora preso un lettore portatile o come si chiamano. Tanto poi prenderò un Kindle, lo so, è solo questione di far pace col portafogli e con me stesso.
Bene, io ho finito e adesso tocca a voi. Se volete continuare, rispondete a queste stesse domande nel vostro blog mettendo un link a questo post per avervi dato l’idea. Se poi non lo fate, io non piango perché non mi viene in tasca nulla, ma voi soffrirete acuti tormenti nel Girone dei Saltatori di Meme e Catene di Sant’Antonio, dove sarete condannati a sentire le poesie di Bondi per l’eternità. Amen!

venerdì 7 gennaio 2011

Un po' di svacco, e un pensiero allo Stronzale

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Perché mi sono messo a fare Willy Wonka con questo template da cioccolataio? Boh, sarà che immergendomi nel Survival Blog avevo bisogno di un contrasto, una valvola contraria che… boh, mica sono ingegnere, io. E adesso perché scrivo a vanvera? Eh, perché ogni tanto mi sale una carogna di senso di colpa o di manifesta insofferenza per la mia pigrizia a dire, «Scrivi qualcosa, Cagunzio!». Aspetta… “Cagunzio”, hai detto? Ma allora non sei la Carogna, sei Gelo! Vaffanpresepe!… Anzi, smontalo, che io non c’ho voglia.


Ho tutto il Natale ancora lì, addobbato per casa. Che poi mi trafiggo le balle di noia ogni anno per mettere su i cazzilli assortiti, e tutto il mio spirito natalizio resta nella scatola con la polvere e le decorazioni vecchie che uno dovrebbe anche buttare via ma chissà mai che un giorno le aggiusti o prese da un atto di pietà si tuffino da sole nel bidone togliendoti l’incomodo. Ecco, l’atto di fare e smontare le decorazioni è la parte più straccia tolini (mia zia gli zebedei li chiama tolini da quand’ero piccolo, non so perché né quale sia l’origine etimologica ma ogni tanto ‘sto termine lo uso anch’io perché mi diverte, certo poi i soprammobili o i ninnoli qui sono i batolini – che è dialettale, quindi magari anche tolini ha a che fare con l’idea di qualcosa che sta inutilmente appeso su una mensola a fare polvere – grazie zia, eh!), dicevo… che dopo un tra-parentesi del genere è meglio tornare a bomba, che l’albero, il presepe e gli addobbi sono la cosa che mi scassa di più delle feste. Mi rompo a farli, mi rompo a smontarli, e non contribuiscono in alcun modo all’evento. Non credo in dio, quindi come esperienza religiosa per me il Natale è un po’ come una gita a Gardaland: c’è casino, luci e movimento, dolciumi e scazzo. Con tutto che ormai a Gardaland non mi diverto più come una volta, e il Natale è uguale. Insomma, a parte i regali che mi fa piacere fare e gli amici da vedere, il contorno è solo un po’ più colorato (e colorito) del solito.

Ecco, magari quello che mi piace del Natale è che è kitsch. Ma lo è un sacco! Pensateci, la gente si riempie la casa di roba improponibile, accosta colori vistosi che farebbero vomitare un camaleonte, si nutre di dolciumi e pataccume da infarto come solo Willy Wonka – appunto – farebbe, o magari Michael Jackson (ma lui è morto e adesso porta i doni ai bimbi cattivi), insomma la gente regredisce o prova a regredire a un’infanzia innocente e spensierata. Ma quale? Non la mia, che dovevo schivare i bulli come le trappole di Indiana Jones. Però a Natale tutti – dicono – si sentono più buoni. Io no, anzi voglio la festa di Stronzale, perché il buono, a mandar giù roba, lo faccio tutto l’anno, invece una giornata o una settimana a dar della merda grattata dal piede di un elefante al capo, al tizio che quasi m’investe sulle strisce, alla vicina rumorosa, alla collega deficiente eccetera, mi manca! Ne ho bisogno! Si può mica fare una petizione? Un’imboscata a Frate Indovino? Lo incaprettiamo come un agnello, e se non collabora gli diciamo che Pasqua è arrivata in anticipo e di controllare il calendario, anzi no, facciamo noi. Basta coi bimbi buoni. Facciamo l’accipotta che ci passa per la mente! Dai, una settimana l’anno in cui mandare a catafottersi chi c’ha straziato i maroni nei restanti 358 giorni. E poi, ma qui lo voglio nero su bianco – carta canta, verba volant, scripta manent – una legge che non renda perseguibile chi, in pieno spirito stronzalizio, ha tracciato la genealogia del suo capufficio partendo dalla palla di umido sterco cagata dal primo pesce semi-terricolo strisciato in superficie fino alla sua reverendissima madre che ha battuto più tangenziali di un’asfaltatrice della manutenzione stradale. Ti sfoghi per 7 giorni come non ci fosse un domani, e poi, puf! Come niente fosse, si ricomincia da capo. Perché “What happens in Stronzale, stays in Stronzale”. Ecco, quella sarebbe una festa coi fiocchi!
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