giovedì 30 settembre 2010

Appunti ritrovati (o come vi pare)

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Qualche giorno fa ho trovato un foglio sulla mia scrivania, né io né le mie colleghe sappiamo di chi sia o chi l’abbia lasciato (se l’autore passasse di qui, sarei lieto di rimuovere il testo, assegnargli un link o altro, come preferisce). Oggi mi sono ricordato di prenderlo su e ho pensato di condividerlo con voi, perché sembra fatto a posta per la rete, e magari è anche già a spasso da un po’, ma io non l’avevo ancora letto. Bene, il testo è quello che segue:
SILVIO DAPPERTUTTO

Mi chiamo Antonio, vivo a Milano 2 in un palazzo costruito dal PRESIDENTE DEL CONSIGLIO e lavoro a Milano in un’azienda di cui è azionista principale il PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Anche l’assicurazione dell’auto con cui mi reco al lavoro è del PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, così come è del PRESIDENTE DEL CONSIGLIO l’assicurazione che gestisce la mia previdenza integrativa. Mi fermo tutte le mattine a comprare il giornale, di cui è proprietario il PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Quando devo andare in banca, vado da quella del PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Al pomeriggio, esco dal lavoro e vado a fare la spesa in un supermercato del PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, dove compro prodotti realizzati da aziende partecipate dal PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Alla sera, se decido di andare al cinema, vado in una sala del circuito del PRESIDENTE DEL CONSIGLIO e guardo un film prodotto e/o distribuito dal PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Se invece decido di stare a casa, guardo spesso la TV del PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, dove i film sono continuamente interrotti da spot realizzati dall’agenzia del PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Soprattutto, guardo i risultati delle partite, perché faccio il tifo per la squadra del PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Quando non guardo Mediaset, guardo la RAI, i cui dirigenti sono nominati dai parlamentari che il PRESIDENTE DEL CONSIGLIO ha fatto eleggere. Allora mi stufo e vado a navigare un po’ in internet, con il provider del PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Se però non ho proprio voglia di TV o di navigare in internet, leggo un libro e mi accorgo che la casa editrice è del PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Naturalmente, come in tutti i paesi democratici, anche in Italia è il PRESIDENTE DEL CONSIGLIO che predispone le leggi che vengono approvate in Parlamento dove la maggioranza è saldamente* in mano al PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, che ovviamente governa nel MIO esclusivo interesse. Per fortuna.
Sì, okay, sono tutte cose palesi che sappiamo eccetera, ma vedermele elencate lì e con un bel maiuscolo chiaro ogni volta che spunta lui, ecco... mi ha fatto un certo effetto. Niente, tutto lì.

* Questo punto dimostra che l’articolo/pezzo/testo o come vi pare non è recentissimo, ma tant’è. Personalmente, cerco di non abbandonarmi a moti d’ottimismo quando si tratta di Silvio. Se gli scarafaggi non temono una guerra termonucleare, figuratevi lui con un manipolo di bolscevichi contro. Vorrei (tanto) credere che stia vacillando, ma ho (tanta) paura d’illudermi e basta.

lunedì 27 settembre 2010

Vogue (dadaista)

7 commenti
Premesso che non ballo, e se anche dovesse capitare, l’effetto sarebbe quello della porta del cancello che pencola da un lato per via dei cardini arrugginiti; detto questo, non so perché ma il vogue o voguing o mi do un tono senza ballare per davvero, m’ha sempre fatto simpatia. Poi di recente ho visto una puntata di Glee, in cui veniva rifatto l’omonimo video di Madonna (eccolo qui in un “confronto all’americana” con la versione Glee), che mi ha rinfrescato la memoria di quel gran agitar di mani e darsi delle pose. Dulcis in fundo, ho anche scoperto di ricordare il testo più o meno a memoria.
«Gulp!» direte voi, «stai messo bene...».
Sì, grazie, non c’è male.

Ecco, ma dove volevo arrivare?
Come farebbe un salmone, alla fonte originale: sebbene questa strampadanza sia diventata popolare grazie a Madonna, che qualunque cosa tocchi trasforma in “ultimo grido” (è riuscita a far diventare trendy la Cabala, non so se rendo), in principio, come alcuni di voi sapranno e altri no, fu Malcolm McLaren – scomparso l’8 aprile di quest’anno – che nel 1989 produsse il singolo Deep in Vogue (video) e il relativo album Waltz Darling che lo conteneva.
Ora, cosa mi viene a significare?
Assolupuffamente nulla, Grande Puffo!

È solo che senti un motivo, scattano dei collegamenti, ricordi delle cose e ti ritrovi a scrivere un post perché il tuo blog langue per colpa del tuo culo pesanterrimo che neanche una tirata di pose (per restare in tema) convincerebbe a darsi almeno un tono. Beh, invece eccomi qua a condividere con voi informazioni inutili in un futile tentativo di postare almeno qualcosa. Non è meraviglioso? Magari anche un filo prossimo al dadaismo? Ecco, adesso mi bullo e metto in posa, vai col voguing da seggiola.

martedì 21 settembre 2010

Kyashan

7 commenti
Sono nato nel 1973, l’anno in cui la Tatsunoko produsse Kyashan, uno dei cartoni animati (all’epoca non li chiamavamo anime) preferiti della mia infanzia, infatti da noi venne trasmesso con un sensibile ritardo rispetto al Giappone. Non so perché mi piacesse tanto, forse perché Kyashan faceva tutti a pezzi pur andandosene in giro in pigiama e casco della moto, o magari perché anche se Luna gli sbavava dietro, lui era sempre a spasso con Flender a far fuori robot cattivi – e questo un bambino lo può capire, perché delle ragazze non sa che farsene – e poi c’erano le esplosioni, i robot e le trasformazioni di Flender, il cigno Suami che in realtà era sua madre, ecc. Tanta di quella carne al fuoco che un bimbo se la mangia con gli occhi.
Forse però dovrei raccontare un minimo di trama, per quei quattro gatti che non l’hanno visto. Ah, cosa vi siete persi!
In breve, il Dottor Azuma costruisce quattro androidi allo scopo di bonificare il pianeta dall’inquinamento. Non chiedetemi perché abbia fabbricato dei robot invece di una macchina depuratrice, in Kyashan non c’è spazio per futilità come la logica spicciola. Ma in una notte buia e tempestosa, un fulmine attiva Briking, che diventerà il capo dei robot, assistito dai suoi luogotenenti Sagure, Akubon e Barashin, giurando di distruggere l’inutile umanità. Simbologie e somiglianze col nazifascismo si sprecano.

L’unico modo per batterli è dare a Tetsuya – l’unico figlio di Azuma – un corpo androide, seguendo la logica del “per battere un robot super forte ci vuote un robot ancora più forte”.

Fortunatamente, quella mattina un robot delle truppe di Briking ha spiaccicato Lucky, l’alano di Tetsuya, un attimo prima di esplodere per un morso del suddetto cane. Fortuna perché, dopo aver visto trasformare il suo cucciolotto in un cane robot capace di trasformarsi in jet, sottomarino, trivella – e Amaterasu sola sa che altro –, Tetsuya insiste perché papino lo trasformi nel ragazzo androide che tutti amiamo secondo la sua personalissima teoria del “un essere umano è più intelligente di un robot, quindi Tetsuya/Kyashan è l’unico che può fermarli”.

Va beh, accidentalmente poi Azuma inventa la pistola MC che distrugge gli androidi, ma invece di fabbricarla in serie l’affida a Luna (fidanzatina wannabee di Tetsuya) mandando un po’ a puttane e quarantotto la teoria della superiorità intellettuale dell’uomo sulla macchina. Cosa vi avevo detto dell’inutile logica?

Intanto, per spiare i robot, la mente di Midori – madre di Tetsuya/Kyashan – viene infilata dentro Suami, il cigno robot che è il favorito di Briking, e il suo corpo lasciato in stasi colà ove non mi ricordo. Così, quando tutto sarà finito e i robot (si spera) sconfitti, se la buccia di Midori sarà ancora integra, potrà tornare nel suo corpo. Invece, non si capisce perché, il processo che ha trasformato Tetsuya in Kyashan è irreversibile, quindi Pinocchio non diventerà mai un bimbo vero.
Questo Kyashan lo sa dall’inizio e, facendo il figo, accetta il suo destino.

Certo, il fatto che abbiano inventato quella caspio di pistola rendendo il suo sacrificio ridicolo come un numero di vaudeville, un po’ deve urtarlo... aggiungiamoci poi che il suo colpo più forte è provocato dal rilascio improvviso dell’energia solare che lo sostiene, e che una volta effettuato cade a terra come un pezzo di stoffa bagnata (dopodiché deve restare al sole per ricaricarsi come il fotovoltaico), ecco... allora si capisce che l’eroe tragico che mi ricordavo io è anche un bel pirla impulsivo (ci mette un petosecondo a decidere di trasformarsi in bambolotto, e un altro petosecondo per convincere il padre a farlo), ma va beh, erano gli anni ‘70 ‘80 e il mondo ci sembrava diverso, più semplice e cazzaro.
Comunque, questo è quanto. Non vi dico come va avanti o come finisce, anche perché in effetti c’è un sacco di roba che non mi ricordo, e infatti ho deciso di rivedermi le puntate. Quello che però manca da raccontare è il film del 2004, Kyashan: la rinascita, che io attendevo con religiosa devozione, nostalgia e una punta di curiosità da lasciarci lo zampino di tutti i gatti da proverbio. Invece mi sono ritrovato, dopo aver acquistato il DVD (perché al cinema, col cippirimerlo dal ciuffo a batuffolo che riuscivi a vederlo), ad assistere alla più penosa tirata di pretenzionaggine, stupratrameggiamento e fottipersonaggismo che potessi immaginare.
Va beh, se non altro si parte da una certezza: Azuma è rimasto un cretino.
Cercando cellule in grado di adattarsi e cambiare in base alle necessità mediche, invece di studiare le staminali inizia la ricerca di una fantomatica specie umana originale – suggeritagli da Giacobbo – da cui discenderebbero tutte le altre (che poi, invece di essere in Africa, scovano in Asia, in una distretto a un tiro di bomba dalla capitale). Tetsuya, invece di offrirsi come eroe tragipirla e romantico, muore in guerra, così gli restituiscono il cadavere. Azuma, dopo che dalle vasche si svegliano i “neuroidi” (è inutile che fate quelle facce, li chiamano così) nati dalla pozzanghera non-staminale, inzuppa anche Tetsuya nel brodino primordiale Knorr.
Nel frattempo, Midori è gravemente malata di buco nella trama. La sua malattia non viene spiegata né approfondita, sta diventando cieca e poi morirà, e tanto basta. Così, durante la fuga dei neuroidi dal laboratorio – che vengono ammazzati alla brutto muso perché non si sa mai (un po’ alla Frankenstein, tranne i forconi e le torce) – Midori, che mostra pietà per queste scimmie di mare nate dal brodo, viene tirata su e va con loro.
Ci sono rovesci di governo, lunghissime tirate retoriche da tutte le parti con pretenziosissimi discorsi sul valore della vita (rigorosamente declamati in tono Studio Luce), effetti visivi che distraggono ma non abbastanza – come le piacevoli citazioni infilate qua e là, tipo il casco del cartone animato su una mensola o il letto a forma di cigno di Midori –, insufficienti di fronte all’arcipeso malloppo di “ci sentiamo grossi e la facciamo fuori dal secchio”, con rivelazioni tragiche quanto inutili sull’origine delle cellule non-staminali e i neuroidi, roba che vi risparmio perché dovrei intortarvi per ore su roba che è già peso sentire in un film.
Insomma, a me Kyashan piace un sacco, invece il film m’ha causato un orchite a grappolo. Se il cartone era ingenuo, il film è oltre. Uno aveva la scusante della sua epoca, lo stile di allora che era esagerato dalla A alla Z ma che ti lasciava qualcosa, il film è un onanismo registico per piazzare penosissime arringhe che in un film di due ore e venti massacrano gli zebedei come un branco di chichuahua-piraña. Anche i cosplay sono un tot sopra le righe rispetto alle scenografie, con questa voglia mal contenuta di Power Ranger sul personaggio e di fantascienza cupa sullo sfondo. Non lo consiglio, neanche un po’. Anzi, come diceva Gandalf: «Fuggite, sciocchi!». Adesso mi resta da vedere l’OAV, poi ho fatto tutto... chi lo sa, uno può sempre sperare.
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