mercoledì 20 gennaio 2010

Il C.d.A. cavalca ancora!

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Sabato ci si riprova. Dopo il flop di sabato scorso – a proposito, niente danni permanenti, solo sue colli un po’ malconci – il Cavalierato torna alla carica. Tuttavia, prima di correre su eBay alla ricerca di rifugi antiatomici in offerta e di fare incetta di provviste, v’informo che cavalcheremo a ranghi ridotti. Quindi non è prevista nessuna Apocalisse per il fine settimana. Certo, qui mette gelo e nebbia fino a sabato e poi neve da domenica a martedì, ma son dettagli.

lunedì 18 gennaio 2010

Avatar, finalmente!

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Dopo il primo tentativo fallito – causa blackout – di venerdì 15, domenica 17 sono andato a vederlo al cinema del paese con Polideuce, dove – a parte una sagra di coglioni seduti dietro di noi – ci siamo goduti lo spettacolo e tutelati da eventuali altre brutte sorprese della sala 3D guardandoci questo benedetto film “così come ce l’ha sempre passato il convento”, o il cinema.

Dopo una prima visione “normale” (ossia niente 3D) posso dire che Avatar è un bel film. Una storia lineare, semplice e d’impatto. In fondo tutti i film a cui è accusato di fare il verso (Star Wars, Balla coi Lupi, Dune, ecc.) hanno un impianto lineare e – per certi versi – prevedibile. Allora sì, Avatar rientra in questo range di trame “facili”. Un attimo, però. Ricordiamoci che le storie che restano nella memoria e che ricordiamo per tutta la vita godono di un impianto simile. Le fiabe, per esempio. E Avatar è una grandiosa fiaba sul rispetto per la natura e per il diverso, gioca con l’Ipotesi di Gaia dandole un volto alieno ma comprensibile e si avvale di personaggi che se a un primo impatto possono sembrare meri stereotipi, sanno mostrare nella loro individualità (o nel quadro generale) un aspetto più profondo. Ad aiutare molto in questo è la trasposizione digitale delle espressioni facciali e dei movimenti dell’attore nel personaggio in CGI – quindi della sua recitazione tout court – tanto che nel corso del film lo spettatore dimentica di assistere a un’animazione e si arrende con piacere alle immagini di un mondo alieno che sembra filmato così com’è. Non mi dilungo sulla trama, che ormai conoscerete a memoria per averla letta un po’ ovunque (da Ciak a Donna Moderna, passando per Uncinetto Oggi) e vado quindi alle mie impressioni.

Bel film, una storia coinvolgente e un pianeta creato fino all’ultimo dettaglio dalla mania perfezionista di Cameron. Anche i personaggi, malgrado i timori iniziali di non vedere altro che un pretesto di trama per mettere in campo effetti speciali dell’ultima generazione (magari solo per far vedere chi ce l’ha più lungo), hanno superato le mie aspettative. Molto è dovuto a quanto già detto sulla mimica eccetera, ma anche alla sceneggiatura e alla regia. Quindi andate tranquilli, questo aspetto è salvo. A dir la verità, tutto il film vale sia la spesa che le due ore e quaranta di durata (che tra l’altro passano in scioltezza). Inoltre, di suo, Avatar mi ha portato ad alcune riflessioni.

La prima riguarda l’abbondanza di bioluminescenza su Pandora (il mondo alieno), presente in ogni forma di vita, che ho trovato immediatamente strana visto che orbita intorno a un enorme pianeta (Pandora è una luna, N.d.R.) dotato di almeno altri tre satelliti che di notte riflettono un’illuminazione più che sufficiente sulla superficie di questo mondo (molto più di una notte di Luna piena sulla Terra, per dire). Quindi, a che pro? Beh, tutto sommato non importa. Certo, la bioluminescenza si evolve in luoghi in cui la luce è scarsa (fondali marini, grotte, ecc.), ma in questo caso – di fronte alla bellezza del risultato, e riflettendo che in fondo è un film di fantascienza e non un documentario – si può ben fare un passo indietro e ammirare l’opera. Pandora, dopotutto, è stata creata e dipinta come un quadro, generando una suggestione d’insieme che gode di ogni piccolo frammento, come un mosaico complesso nel quale anche le piccole contraddizioni sembrano solo affascinanti capricci di una natura aliena.

La seconda riflessione è figlia della prima, ossia l’interconnessione delle biodiversità di Pandora. Un lavoro che non esito a definire magistrale. Ogni cosa, su Pandora, è collegata. E intendo proprio “collegata”. Non voglio rovinarvi la sorpresa, ma date un’occhiata a come i Na’vi si interconnettono con la fauna e la flora, poi ascoltate quello che dice la Dott.ssa Grace Augustine (Sigourney Weaver) sulla Rete Vivente, e ditemi se non hanno trovato il modo perfetto per realizzare l’Ipotesi di Gaia e ricordarci che anche il nostro pianeta è vivo e che ogni forma di vita è legata alle altre. Nel quadro generale solo una cosa mi ha dato, ecco... non proprio “fastidio”, ma “di che ragionare”, ossia alcune evidenti diversità tra i Na’vi e le altre forme di vita di Pandora. La maggior parte degli animali è dotato di sei arti, quattro occhi e “orifizi respiratori” (difficile definirli di volta in volta come narici, sfiatatoi o branchie) sul collo o sullo sterno. I Na’vi invece hanno sue occhi, un naso, due braccia, due gambe, quattro dita per mano/piede, una coda e una treccia che... ma lasciamo stare. Insomma, sembrano, come ho letto giustamente in giro, alieni al loro stesso mondo. Anche questo però – vi assicuro – cade di fronte alla perfetta integrazione che i concept designers hanno saputo creare. Mi sono accorto di quanto funzionava bene mentre cercavo di farmi un quadro su questa evoluzione super convergente tra le varie specie animali e vegetali, per poi ricordarmi che è un film di fantascienza e nulla più.

La mia terza e ultima (lo giuro) riflessione riguarda il ruolo dell’Avatar nel film, qualcosa che va al di là della pellicola stessa. Perché Avatar è il corpo alieno che i terrestri utilizzano per muoversi nell’atmosfera inospitale di Pandora, ma Avatar è anche l’alter-ego digitale degli attori e per estensione una specifica forma di recitazione concepita in questi anni e condotta da questo film al livello successivo. Un gioco di scatole cinesi che sono sicuro sta facendo gongolare Cameron, tanto che uno potrebbe anche (e forse giustamente) vedere questo film come il Manifesto di un nuovo Cinema dove tutto è possibile. Ora però, prima di gridare alla brasfemia e far volare parole grosse, ricordiamoci di chi guardava al sonoro con orrore e sospetto, sostenendo che non avrebbe mai avuto un futuro. Questa nuova tecnica non ucciderà il cinema spazzando via i film “tradizionali”, ma offrirà l’opportunità di raccontare altre storie che possiamo solo sognare o che – magari leggendo un libro – non abbiamo mai pensato di poter vedere sul grande schermo. Io ci conto.

Dopo averne parlato tanto bene però va anche detto ciò che in Avatar manca o poteva essere fatto meglio, per esempio il conflitto interiore di questo soldato preso fra due mondi. Bene, la situazione è che la Terra è rimasta senza fonti di energia e l’unica risorsa è questo minerale che si trova solo a 4,4 milioni di anni luce da casa. Che culo! Sì, però il fatto che sulla Terra la situazione sia disperata si capisce solo “fra le righe dello spazio fra le righe”, mentre tutto si concentra su un piglio da padroni del mondo e grandi colonizzatori di questo squadrone di mercenari e burocrati, fra cui il personaggio della Weaver funge da Grillo Parlante preso neanche a scarpate ma ignorato e basta. Poi arriva il nostro eroe, preso fra il dovere e l’amore e che poi – lo sapete – opta per il secondo. Per fortuna la svolta non è repentina (e di questo ringrazio Cameron), ma una volta preso l’anda dell’alienitudine gliene sbatte niente del suo pianeta morente. Sì, i militari stanno facendo cose orribili e meritano sicuramente la rivolta degli alieni e anche di più, ma qualcosa manca dall’equazione. Possibile che nel conflitto interiore non ci sia neanche un frammento che gli dica, «Questo mondo e le sue risorse sono l’ultima speranza per la mia specie», tanto da causargli un dubbio? No, i suoi pensieri ruotano tutti attorno al presente: i soldati cattivi e l’aliena gnocca con la sua tribù. Che, per carità – lo ripeto, se non l’avessi già detto – è sacrosanto, specie in considerazione di quello che vede succedere, però manca quel pezzo di equazione che secondo me brilla per la sua assenza. Si capisce che è deluso dalla sua gente, dal mondo, ecc. ma quello che si lascia alle spalle è un altro pianeta morente che ha bisogno di aiuto (anche più di quello che serve a Pandora). Un carico da novanta come questo dilemma avrebbe dato uno spessore in più a tutta la pellicola, ma questa è la mia opinione.

Immagino siano partite da questo punto le polemiche intorno al messaggio del film e quant’altro. Qualcuno ci ha visto solo la parabola ambientalista, altri hanno parlato di integralismo ambientalista, qualcun’altro ha accusato il film (e anche Cameron) di essere anti-americano, altri ci hanno visto l’apologia del buon selvaggio e sono persino piovute, contemporaneamente e da più fronti, accuse e interpretazioni sia di messaggi razzisti che di esortamento all’integrazione. Poi ci sono quelli che si sono detti sconvolti dalla visione del film e non hanno saputo tornare alla vita di tutti i giorni, parlando perfino di suicidio e depressione, e da cui è anche partita un’accusa di pericolosità della pellicola. Ora, a me non ha fatto per nulla quell’effetto e immagino che, se uno sta messo così, i problemi se li portava dietro già prima di entrare al cinema, quindi un’altra tacca da aggiungere al cinturone del gossip intorno ad Avatar. Una schizofrenia globale che sarebbe piaciuta a Oscar Wilde, perché comunque – nel bene e nel male – ne stanno parlando fino allo sfinimento e oltre. Perciò non so e non vi dico cosa ci ho visto io – potete estrapolare il tutto da questo post infamemente lungo –, quello che mi permetto di dire è che se è riuscito a scatenare i due argini e farli tracimare nella corrente, allora vuol dire che vale qualcosa. Perciò guardatelo e fatevi un’opinione vostra, che poi è il modo migliore per fare qualsiasi cosa.

sabato 16 gennaio 2010

AVATAR interruptus

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Ieri sera il programma prevedeva cena fuori e visione di Avatar, ultimo capolavoro tecnologico/cinematografico di James Cameron. Sì, magari. In realtà verso le 20:00 la luce comincia ad andare e venire come un’orda d’impiegati in una porta girevole. Incrociando le dita si va a cena, ma un altro blackout durante il pasto annuncia – ce ne fosse stato ulteriore bisogno – che butta male. Infatti uscendo dal ristorante sentiamo una signora che si lamenta della cancellazione di tutti gli spettacoli della serata. Cosa? Eh, sì. Alla fine i biglietti varranno da buono per una visione futura, ma intanto la serata si conclude così (mi domando se non ci sia lo zampino del Cavalierato dell’Apocalisse), perciò Avatar aspetterà la settimana prossima. Intanto ho letto l’articolo della Gazzetta di Parma sul fattaccio. Pare che il danno, come già dettoci ieri sera, sia imputabile all’Enia e che Cinecity voglia fargli causa, visto che il problema si è già presentato altre volte in passato. Ora, già ieri sera si commentava che un multisala dovrebbe avere almeno un generatore d’emergenza, un gruppo elettrogeno o quello che è, specie se sai che ogni tre per due ti va via la luce e tu su quella ci campi. Sì, ieri hanno perso un bel po’ di soldi con la prima di Avatar e tutto quanto, ma farsi furbi prima, magari li costava meno.

Le tre Cavallerizze dell’Apocalisse più uno

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Ebbene, sappiate che ho tre carissime amiche che vedo ogni tanto, spesso lottando con probabilità contrarie ed esiti spesso perigliosi. I fatti – in breve – sono questi: le poche volte che ci mettiamo d’accordo tutti e quattro (più un marito e un fidanzato) per l’uscita di gruppo, succedono calamità e disgrazie. Senza andare a scavare troppo nel passato, l’anno scorso abbiamo totalizzato un’ustione da acqua bollente sul braccio della prima, una o due costole incrinate per la seconda e il decesso di una delle due amate cagnolone della terza Cavallerizza. Io, per una botta di culo che penso di aver scontato in seguito con una brutta influenza (ah, la memoria... avercela!), me la sono cavata. Se ho sbagliato i calcoli, qualcosa mi pioverà addosso a sorpresa. Quest’anno, al primo tentativo (di solito dobbiamo farne un po’ prima che si riesca a quagliare, tra calamità e incidenti assortiti), è venuto giù quel culo di neve che ci ha bloccati tutti a casa. Ehi, non prendetevela con me! Di solito i danni provocati dal Cavalierato si abbattono esclusivamente sul cavalierato stesso. Chi avrebbe potuto prevederlo? Bene, proseguiamo. Pareva l’avessimo scontata così, perciò stasera ci saremmo dovuti vedere... senonché qualche ora fa ho saputo che il fratello di una delle Cavallerizze (quella ustionata) stamattina ha avuto un incidente d’auto. Niente di grave in apparenza, ma per buone ragioni assortite su cui non è il caso che mi dilunghi l’uscita prevista è stata cancellata. Ogni tanto scherziamo sul fatto che per l’incolumità del pianeta dovremmo smetterla di vederci, o per lo meno evitare di uscire tutti insieme, perché una squadra di due o tre Cavallerizze non causa alcun danno, ma se i Quattro cavalcano insieme, allora l’Inferno li segue.

giovedì 7 gennaio 2010

Meteopazzie

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Mio fratello e mia madre sono meteoropatici, o meteo umorali, o quello che è. Insomma, se c’è brutto tempo sono giù di morale e se fa bello si tirano su. Io no, anzi, fin da piccolo il sole mi è stato sulle scatole. Raccontano che nel portarmi in passeggino sembravo Baby Dracula, mi coprivo la faccia e gridavo di riportarmi a casa. Se poi qualche zia o amica di mia madre tentava di forzare il blocco per vedere il “bel faccino”, quella ragazzina dell’esorcista doveva andarsi a nascondere. No, il clima di mio gradimento è fresco e nuvolo. Adoro il vento, mi piacciono la pioggia e la neve (quando sono bardato alla bisogna) e non sopporto il sole, il caldo e tutta quella robaccia estiva lì. Poi da quando sono diventato fotofobico è anche peggio, la luce mi abbaglia più di prima e l’estate m’ispira la simpatia di un candelotto di dinamite nel forno. Quando al meteo dicono che avremo bel tempo lo prendo con beneficio d’inventario. Perciò quando c’è quel bel grigio, e l’aria è fresca al punto che ti devi coprire un po’ di più e accoccolarti in casa, magari davanti a un bel film con una tazza di tè, sto una meraviglia. In generale però il clima non riesce a influenzare il mio umore, a meno che non faccia un caldo da altoforno e allora sto male pure fisicamente. Loro (mamma e fratello, N.d.R.) no, tutto il contrario. Piove per qualche giorno e s’immalinconiscono. Mio fratello pazienza, si gestisce da sé, è un bravo ometto, mia madre invece non è particolarmente ottimista neanche quando c’è il sole e gli uccelli cinguettano, colpa dell’educazione non proprio gioiosa ricevuta da piccola e dalle mazzate raccolte. L’unico che non ho capito è mio padre, ma lui vive un po’ distaccato, come se sul suo pianeta il tempo fosse sempre uguale, tanto che ultimamente – sarà l’età – accusa un po’ di freddo per tutto l’anno. Chissà se la genetica e il meteo ne verranno mai a capo.
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