Oggi è ripassata l’autrice della celeberrima marmellata di merda sotto spirito. Mentre eravamo lì a prenotare, tremavo al pensiero della domanda che è poi puntualmente giunta: «Ti è piaciuta la marmellata?» Dispiaciuto e un po’ intenerito, mi è uscito un “sì...” credibile come una promessa elettorale di Berlusconi. Ma per lei è stato sufficiente, così non s’è fatta pregare: «Ah, ne sto preparando una all’arancia, che fa bene ed è piana di vitamine!» Brivido. «Adesso ho solo un barattolo con me, e l’ho promesso alla C». “Che culo”, mi dico. «Però», riprende lei, «la prossima volta la porto anche a te per ringraziarti, perché siete tutti bravi e non voglio fare preferenze». Intanto io penso: “La prego, le faccia!” E invece niente, la signora tornerà armata di buone intenzioni e cattive marmellate. Aiuto. Menomale che ho i bidoni (raccolta differenziata compresa) dietro l’ufficio.
«Io, la gente non provo neanche più a capirla. Mi siedo, la guardo, e aspetto le risate registrate».
lunedì 23 marzo 2009
venerdì 20 marzo 2009
Ordinaria incompetenza
Mercoledì la N mi fa: “Perché non chiamiamo la SI per sentire se i moduli sono arrivati?” e così ha fatto. I moduli sono quelli che la SI ci doveva dare a inizio mese, visto che servono per il conteggio delle ore svolte. Sento la N al telefono con la SI: “Ah, ho capito... sì, va bene. Ciao”. Mette giù e si gira verso di me, con espressione eloquente: “Non solo non ha i moduli nuovi, ma dice che nessuno è andato a prendere quelli del mese scorso per fare i conteggi, quindi non ci saranno i soldi in banca”. Concordiamo che la SI è peggio che inutile, anche perché se il mese sta per finire e nessuno si fa vivo, glieli porti tu, magari. Niente, alla SI manca evidentemente la capacità di prendere decisioni autonome – o quantomeno, decisioni intelligenti – anche se è dotata di una proprietà mistica che mi lascia stupefatto ogni volta che si manifesta. In condizioni normali, la SI ha l'espressione vispa e arguta di una triglia sotto sale e l'elasticità intellettuale di un sottaceto, ma in presenza di superiori o personalità di spicco, calza la sua maschera di competenza che la trasforma in un'intraprendente impiegata modello. Poi, appena il pezzo grosso si allontana, la maschera cade chissà dove e la triglia sale a galla da quel pesce morto che è. Giuro che ha del metafisico! Con questa scenetta, la SI ha le mani in pasta in un sacco di cose, frequenta la giunta, i sindacati e tutte le personalità del luogo, mostrandosi sempre entusiasta di farsi carico di nuovi progetti o iniziative del comune, salvo poi svolgerle male una per una, con la perizia che solo una catastrofe naturale riesce a esibire. Ovviamente, la SI è talmente ben ammanicata che anche se ha fatto le elementari con Cleopatra nessuno la scalza dal suo posto, perché vuoi mai che vada a qualcuno di più sveglio di un cavatappi... no, sarebbe un peccato. Intanto, questo mese cinghia – e meno male che avevo qualcosa da parte, così non devo fare necessariamente il recluso –, e il prossimo (se dio vuole) paga doppia. Che dire? Niente. Mi mancano le parole.
giovedì 19 marzo 2009
mercoledì 18 marzo 2009
L'ira funesta della babbiona razzista
Rabbiosa e acida come solo una cariatide incattivita dalla vita riesce a essere, oggi la babbiona ha colpito. Eravamo ormai sul filo della chiusura e stavo prenotando un paio di cose per una signora marocchina, quando la babbiona spalanca la porta esclamando: «E allora, dobbiamo aspettare ancora!?» Sbalordito, rispondo: «Signora, ci vuole il tempo che ci vuole...» Ancora furibonda (forse per aver involontariamente scoperto di non essere più una teen-ager a causa della data di nascita stampata sulla tessera sanitaria) esce in malo modo, esclamando qualcosa di poco carino sugli extracomunitari che fanno perdere tempo alla brava gente. Indignato, mi scatta un: «Basta, eh!» che era lì lì nel farsi insulto, ma l'ho trattenuto per la collottola prima che mi sfuggisse. Lei non mi fila di mezza pezza, e invece esce in corridoio blaterando a gran voce: «Ma non è possibile! Questi stranieri che vengono qui a curarsi... ma andassero al loro paese! E poi è colpa anche dell'impiegato, che li lascia passare! Dovrebbero fargli uno sportello separato, mica mescolarli con noi brava gente che paghiamo le tasse!» eccetera. Forse la signora aveva una voglia di apartheid che la sfigurava, e già pianificava gli autobus con posti separati per italiani ed extracomunitari o i cartelli alle fontanelle per proibire agli immigrati di abbeverarsi alla stessa fonte cui si ristorano i “bravi cittadini” secondo la concezione della babbiona. Io ero pietrificato, e con imbarazzo – vergognandomi a morte per quel discorso, che dal corridoio arrivava comunque a volume alto anche in ufficio – ho guardato la signora che avevo davanti, dispiaciuto per lei che certe cose (da certa gente) deve sentirle fin troppo spesso. Allora lei, serafica come il monaco che medita sotto la cascata, mi fa: «La lasci parlare, basta non ascoltarli». Una volta finito tutto, aspettiamo la stampa, ed ecco la seconda interruzione: «E allora? Ci vuole molto? Dobbiamo andare di là?» riferendosi all'altro CUP. Rispondo: «Guardi, avrei dovuto chiudere dieci minuti fa. Perciò, se crede di far prima...» come a dire: non è la signora qui presente a rompere i coglioni, ma lei, «ad ogni modo stiamo aspettando che completi la stampa, dopodiché riesco a fare anche il suo». Beccati la mia superiorità, razzista rompi cazzo! Risposta di cui mi sono pentito un nanosecondo dopo, ma ormai era fatta. Quindi, una volta terminata la stampa e consegnati i documenti alla gentile signora dotata di Santa Pazienza coi contro cosiddetti, procedo rapidamente alla babbiona per poi andarmene a casa, fotografandomi l'arpia nella memoria con l'aggiunta di un bigliettino recante la dicitura “vecchia di merda”, che non sarà politically correct, ma è sicuramente corretto a livello etimologico.
lunedì 16 marzo 2009
Il culo in fronte
Dopo il casino combinato la settimana scorsa dalla A, ci aspettavamo una piazzata per 'sta mattina da parte dell'utente interessata, invece la N - che ha aperto con un quarto d'ora d'anticipo, aspettandosi di litigare - ha trovato una gentile signora che ha detto che non c'erano problemi e che tutti possono sbagliare. Be', la A deve avere il culo foderato d'oro, perché se una cosa del genere l'avesse fatta a un utente meno tollerante, a quest'ora avremmo le orecchie ancora intronate dalle grida cariche di giusto sdegno. Roba da matti! Pensavo che le botte di culo non esistessero più, e invece scopro che sono ancora in circolazione, ma che a usufruirne sono i pirla! Neanche a dire quanto questa scoperta mi lasci interdetto. Domani comunque vedo la A e mi farò raccontare com'è andata la sua ricerca per il week-end appresso alla signora, anche se ormai è chiaro che se manca cervello da una parte, grazie a dio, c'è pazienza dall'altra.
Ah, come ultima nota, stamattina ho gettato la merda sotto spirito che passava per marmellata, visto che, chiusa nell'armadio dove l'avevo lasciata venerdì, poteva essere confusa per un reperto o un misterioso campione biologico rubato a chissà quale laboratorio.
Ah, come ultima nota, stamattina ho gettato la merda sotto spirito che passava per marmellata, visto che, chiusa nell'armadio dove l'avevo lasciata venerdì, poteva essere confusa per un reperto o un misterioso campione biologico rubato a chissà quale laboratorio.
venerdì 13 marzo 2009
La Collega A, o l’insostenibile pesantezza di essere CUP
Scrivo questo post con una certa ansia, visto che nel corso dei precedenti tentativi è prima crashato due volte Word e poi tutta la baracca. Tuttavia, non pago delle frustrazioni fin qui accumulate, e imparata l’amara lezione, procedo al salvataggio ad ogni capoverso. Hai visto mai che la sfiga m’abbia riconosciuto e stia anche cercando di farmi il filo.
Ora, ecco i fatti che cercavo di narrare prima che ogni accidente si concentrasse sul PC come una Spada di Murphy. Naturalmente, riguardano la collega A. Ciò che l’universo c’insegna è che ogni forma di vita perseguirà il suo scopo, tant’è grande l’istinto che la sostiene, e la A non è da meno. Guidata dall’istinto plurimillenario di miliardi e miliardi di pirla prima di lei, la A riesce a fare il danno maggiore quand’è convinta di far bene, e in assoluta certezza si appresta a svolgere la sua funzione primaria: mandare qualcosa a puttane e quarantotto producendo il massimo del danno col minimo dello sforzo. È una dote non rara ma che sicuramente richiede un’abilità soprannaturale. I fatti, in breve (si fa per dire) sono i seguenti.
Ieri un signore è venuto a prenotare degli esami per la moglie, tra i quali un tampone faringeo. Ahi lui, era il pomeriggio della A! Le analisi del sangue non hanno prodotto problemi, se non si tiene conto della lentezza della A che getta verde invidia sui bradipi (che già son verde alga di loro, ma al pensiero della A acquisiscono un’intensa fosforescenza), il guaio è giunto con precisione chirurgica quand’è stato il turno del tampone. Io avevo provveduto a farle prenotare un prelievo microbiologico e una coltura del tampone faringeo. Non l’avessi mai fatto! Eresia! La A è insorta, argomentando che la coltura non è l’esame faringeo ma l’antibiogramma (che viene eseguito a descrizione del laboratorio, e non è pertanto prenotabile da noi). Ho provato a farle notare che le due cose non si conoscono se non per sentito dire, ma non ha dato cenno di arrendersi, con l’aggravante d’aver convinto il tizio che dopotutto “la signora” aveva ragione (c’è ancora gente che dà retta a chi è più vecchio solo perché sì, ma ancora non han capito che “cent’anni in più non fanno mezza ragione”). E vabbè, dopo aver timidamente fatto notare che la sigla per l’antibiogramma è ABG e quella per la coltura è TAMFAR (che sta per tampone faringeo, magari?), sono stato messo all’angolo. Ho detto al tizio di fare come voleva, e una volta lì di sentire le infermiere perché avrebbe eventualmente pagato qualcosa in più a parte. Lui s’è detto soddisfatto e tanti saluti.
Proprio perché il cervello dei pirla funziona in modo diverso dagli esseri umani, dopo un po’ (una mezz’oretta, diciamo) la A sviluppa un dubbio. Io la guardo come aspettando le lingue di fuoco della Pentecoste o la colomba splendente dello Spirito Santo che le reca un’illuminazione tardiva. Invece niente, solo un leggero disperdersi delle nebbie nello sguardo che io accolgo con un serafico “lo sapevo”. E lei attacca: «Ma sai che forse mi sono sbagliata?» Io, senza farmi pregare, butto lì: «Te l’avevo detto». Lei ci riflette su, torna a guardarsi la prenotazione, fa un altro tentativo, mi chiede due o tremila volte i codici per i tamponi, e alla fine esclama giubilante:«Ecco, è così che si fa!» Io la guardo come a un criceto che scopre la ruota: «E infatti quello è come l’avevo fatto io all’inizio». È costretta a capitolare: «Ah». Ma, signori e signore, qui sta il guizzo di genio che si annida in ogni pirla facendone principi tra gli idioti: «Eh, be’… si aggiusterà» liquida apparentemente.
Ma non sarebbe la A se tutto finisse qui, oh no… infatti stamattina mi telefona quando sono appena smontato dal letto: «Giuda, eh ma sai che quello che abbiamo fatto ieri non va mica bene…?» trattengo un istintivo “abbiamo?” e opto per un lapidario: «Io te l’avevo detto». Tentenna: «Sì, be’…» insomma, mi chiede di sistemare tutto in mattinata, correggendo la prenotazione e avvertendo la signora, dopodiché dovrei richiamarla per dirle com’è andata. Ossia lei fa i danni e io metto le toppe. O le pentole e i coperchi, come vi pare. Fatto sta che non ho molta scelta, perciò arrivo in ufficio e comunico tutto alla collega N, che porta le mani a coprirsi il viso esclamando: «Oh, Signùr…!» gesto che la N ripete ormai con costanza matematica (ci puoi regolare l’universo) quando si parla della A o della SI. Vado pertanto a sistemare il danno, non fosse per il fatto che adocchio la data: questo lunedì. In più, per ineluttabile e murphiana legge del danno cui si aggiunge la beffa, non risponde nessuno al telefono quando chiamo per avvertire. Chiamo allora la A, informandola di come il piccolo danno si stia rapidamente evolvendo in una partitella a domino tra lei e i miei coglioni. Lei, con la sicumera dei pirla in battaglia, afferma che la chiamerà ripetutamente per tutto il fine settimana finché non la troverà, per dirle di passare lunedì mattina… e io a questo punto eseguo il sacro lavacro delle mani mentre la N torna a regolare l’universo sul meridiano giusto. Poi mi sorge una riflessione: noi apriamo alle 08:30 e l’ambulatorio chiude alle 09:00, la signora ha quindi mezz’ora di tempo per passare da noi a ritirare l’impegnativa giusta, andare in banca a pagare e precipitarsi in ambulatorio per il tampone. E le va bene che siamo tutti in centro e che il centro è pure piccolo! Enuncio quindi queste riflessioni alla collega N (che lunedì aprirà l’ufficio), facendole presente che una signora con la bava alla bocca e il senso dell’umorismo di un ayatollah potrebbe far capolino in cerca di sangue o carne umana… lei si assicura un attimo che l’universo sia ben diritto sul suo asse, dopodiché fa: «Oh, quando mi vede si accorgerà che non sono la A…» ma non bisogna sottovalutare la tendenza dell’utente medio di fare di tutta l’erba un fascio (noi, d’altra parte, lo facciamo abbastanza spesso con le loro categorie) e incazzarsi col primo operatore a tiro, anche se non è quello che t’ha mandato a puttane e quarantotto l’appuntamento o quant’altro. In ogni modo, la N ha detto che aprirà dieci minuti prima per dare alla signora un po’ di margine in più in caso si presentasse immediatamente (e anche per fare un po’ di training autogeno in previsione della grandinata di madonne che potrebbe venire giù).
Questi, ad ora, sono i fatti. Ogni evoluzione si avrà lunedì, nella speranza che la A venga mandata affanculo. Ora invece spiego meglio perché, lì per lì, non ho dato del pirla alla A e al tizio zittendoli con violenza: la A ha esperienza di laboratorio, essendo stata infermiera prima di passare alla mansione attuale, io invece sono sempre stato qui e non conosco le modalità interne dell’ambulatorio, anche se ho un’esperienza di logica che invece alla A difetta abbondantemente. Ma tant’è… La gente le dà ascolto per l’età e l’esperienza. Qui però la A è neofita, e in genere quando le dico di saltare, lei, male, ma lo fa. Su ciò che ha a che fare col suo precedente ruolo, invece, apriti cielo e fatti cattedrale perché la A sale in pulpito. E allora non ce n’è per nessuno, perché tu sei giovane o non sai come vanno le cose in ambulatorio… mentre lei, dall’alto della sua esperienza, conosce vita, morte e miracoli di ogni provetta. Impossibile comunque, visto che le disposizioni cambiano giornalmente e che abbiamo il raccoglitore delle circolari con novità e aggiornamenti che si gonfia di giorno in giorno, perciò figurati se è tutto rimasto uguale anche solo all’anno scorso… ma lei resta salda nella sua fede, per l’Onore, la Gloria e l’Azienda Sanitaria! Tanto che, tempo fa, un paziente aveva rinunciato ad una data dall’otorino, e a lei serviva per il marito, quindi l’ha presa… niente, il giorno dopo, in preda a lancinanti sensi di colpa, mi chiama per toglierla perché non vuole approfittarsi di un posto lasciato da un altro utente. Ho tralasciato di farle notare che anche suo marito è un’utente del Sistema Sanitario Nazionale perché so bene quanto la logica le resti indigesta, e l’ho accontentata facendo quella che secondo me era una cazzata annunciata. Ma questa è la A e bisogna farci i conti.
Bene, esaurito l’argomento A ho una nota divertente da aggiungere alla mattinata. È passata una signora che ha voluto a tutti i costi lasciarmi un barattolo di marmellata fatta in casa: «L’ho fatta con uva americana», ha trillato con orgoglio, «buonissima e ottima per le torte!» Ringrazio, un po’ sorpreso perché è la prima volta che mi capita, e prometto di portare il secondo barattolo alla C al piano di sopra, come richiesto. Quando la signora se ne va, faccio quanto detto e vengo accolto dalla C con un: «Oh, Signore, è arrivata la marmellata?» inizio a insospettirmi per la mancanza d’entusiasmo mostrata dalla C, ma non ci faccio troppo caso e la metto in borsa e riprendo il mio lavoro. Dopo un po’, scende la C: «Ma hai guardato il tuo barattolo?» Io: «No, perché?» Mi fa: «Guarda il mio» ed esibisce un vasetto che sembra contenere vomito liquido, allorché estraggo prontamente il mio barattolo dalla borsa e scarto con ansia. Be’, il mio era colmo di una sostanza marrone e solida immersa in un liquido rosso brillante, praticamente alla C era toccato il vomito di gatto e a me la merda sotto spirito… in fine, leggiamo gli ingredienti: arance, mele, limone, peptina (peptina?), ecc. insomma, tutto tranne uva, americana anche meno. Ovviamente il barattolo non è arrivato fino a casa.
Bene, qui si concludono le avventure del venerdì, e come dice Porky Pig alla fine di ogni cartone animato Warner: Questo è tutto, gente!
Ora, ecco i fatti che cercavo di narrare prima che ogni accidente si concentrasse sul PC come una Spada di Murphy. Naturalmente, riguardano la collega A. Ciò che l’universo c’insegna è che ogni forma di vita perseguirà il suo scopo, tant’è grande l’istinto che la sostiene, e la A non è da meno. Guidata dall’istinto plurimillenario di miliardi e miliardi di pirla prima di lei, la A riesce a fare il danno maggiore quand’è convinta di far bene, e in assoluta certezza si appresta a svolgere la sua funzione primaria: mandare qualcosa a puttane e quarantotto producendo il massimo del danno col minimo dello sforzo. È una dote non rara ma che sicuramente richiede un’abilità soprannaturale. I fatti, in breve (si fa per dire) sono i seguenti.
Ieri un signore è venuto a prenotare degli esami per la moglie, tra i quali un tampone faringeo. Ahi lui, era il pomeriggio della A! Le analisi del sangue non hanno prodotto problemi, se non si tiene conto della lentezza della A che getta verde invidia sui bradipi (che già son verde alga di loro, ma al pensiero della A acquisiscono un’intensa fosforescenza), il guaio è giunto con precisione chirurgica quand’è stato il turno del tampone. Io avevo provveduto a farle prenotare un prelievo microbiologico e una coltura del tampone faringeo. Non l’avessi mai fatto! Eresia! La A è insorta, argomentando che la coltura non è l’esame faringeo ma l’antibiogramma (che viene eseguito a descrizione del laboratorio, e non è pertanto prenotabile da noi). Ho provato a farle notare che le due cose non si conoscono se non per sentito dire, ma non ha dato cenno di arrendersi, con l’aggravante d’aver convinto il tizio che dopotutto “la signora” aveva ragione (c’è ancora gente che dà retta a chi è più vecchio solo perché sì, ma ancora non han capito che “cent’anni in più non fanno mezza ragione”). E vabbè, dopo aver timidamente fatto notare che la sigla per l’antibiogramma è ABG e quella per la coltura è TAMFAR (che sta per tampone faringeo, magari?), sono stato messo all’angolo. Ho detto al tizio di fare come voleva, e una volta lì di sentire le infermiere perché avrebbe eventualmente pagato qualcosa in più a parte. Lui s’è detto soddisfatto e tanti saluti.
Proprio perché il cervello dei pirla funziona in modo diverso dagli esseri umani, dopo un po’ (una mezz’oretta, diciamo) la A sviluppa un dubbio. Io la guardo come aspettando le lingue di fuoco della Pentecoste o la colomba splendente dello Spirito Santo che le reca un’illuminazione tardiva. Invece niente, solo un leggero disperdersi delle nebbie nello sguardo che io accolgo con un serafico “lo sapevo”. E lei attacca: «Ma sai che forse mi sono sbagliata?» Io, senza farmi pregare, butto lì: «Te l’avevo detto». Lei ci riflette su, torna a guardarsi la prenotazione, fa un altro tentativo, mi chiede due o tremila volte i codici per i tamponi, e alla fine esclama giubilante:«Ecco, è così che si fa!» Io la guardo come a un criceto che scopre la ruota: «E infatti quello è come l’avevo fatto io all’inizio». È costretta a capitolare: «Ah». Ma, signori e signore, qui sta il guizzo di genio che si annida in ogni pirla facendone principi tra gli idioti: «Eh, be’… si aggiusterà» liquida apparentemente.
Ma non sarebbe la A se tutto finisse qui, oh no… infatti stamattina mi telefona quando sono appena smontato dal letto: «Giuda, eh ma sai che quello che abbiamo fatto ieri non va mica bene…?» trattengo un istintivo “abbiamo?” e opto per un lapidario: «Io te l’avevo detto». Tentenna: «Sì, be’…» insomma, mi chiede di sistemare tutto in mattinata, correggendo la prenotazione e avvertendo la signora, dopodiché dovrei richiamarla per dirle com’è andata. Ossia lei fa i danni e io metto le toppe. O le pentole e i coperchi, come vi pare. Fatto sta che non ho molta scelta, perciò arrivo in ufficio e comunico tutto alla collega N, che porta le mani a coprirsi il viso esclamando: «Oh, Signùr…!» gesto che la N ripete ormai con costanza matematica (ci puoi regolare l’universo) quando si parla della A o della SI. Vado pertanto a sistemare il danno, non fosse per il fatto che adocchio la data: questo lunedì. In più, per ineluttabile e murphiana legge del danno cui si aggiunge la beffa, non risponde nessuno al telefono quando chiamo per avvertire. Chiamo allora la A, informandola di come il piccolo danno si stia rapidamente evolvendo in una partitella a domino tra lei e i miei coglioni. Lei, con la sicumera dei pirla in battaglia, afferma che la chiamerà ripetutamente per tutto il fine settimana finché non la troverà, per dirle di passare lunedì mattina… e io a questo punto eseguo il sacro lavacro delle mani mentre la N torna a regolare l’universo sul meridiano giusto. Poi mi sorge una riflessione: noi apriamo alle 08:30 e l’ambulatorio chiude alle 09:00, la signora ha quindi mezz’ora di tempo per passare da noi a ritirare l’impegnativa giusta, andare in banca a pagare e precipitarsi in ambulatorio per il tampone. E le va bene che siamo tutti in centro e che il centro è pure piccolo! Enuncio quindi queste riflessioni alla collega N (che lunedì aprirà l’ufficio), facendole presente che una signora con la bava alla bocca e il senso dell’umorismo di un ayatollah potrebbe far capolino in cerca di sangue o carne umana… lei si assicura un attimo che l’universo sia ben diritto sul suo asse, dopodiché fa: «Oh, quando mi vede si accorgerà che non sono la A…» ma non bisogna sottovalutare la tendenza dell’utente medio di fare di tutta l’erba un fascio (noi, d’altra parte, lo facciamo abbastanza spesso con le loro categorie) e incazzarsi col primo operatore a tiro, anche se non è quello che t’ha mandato a puttane e quarantotto l’appuntamento o quant’altro. In ogni modo, la N ha detto che aprirà dieci minuti prima per dare alla signora un po’ di margine in più in caso si presentasse immediatamente (e anche per fare un po’ di training autogeno in previsione della grandinata di madonne che potrebbe venire giù).
Questi, ad ora, sono i fatti. Ogni evoluzione si avrà lunedì, nella speranza che la A venga mandata affanculo. Ora invece spiego meglio perché, lì per lì, non ho dato del pirla alla A e al tizio zittendoli con violenza: la A ha esperienza di laboratorio, essendo stata infermiera prima di passare alla mansione attuale, io invece sono sempre stato qui e non conosco le modalità interne dell’ambulatorio, anche se ho un’esperienza di logica che invece alla A difetta abbondantemente. Ma tant’è… La gente le dà ascolto per l’età e l’esperienza. Qui però la A è neofita, e in genere quando le dico di saltare, lei, male, ma lo fa. Su ciò che ha a che fare col suo precedente ruolo, invece, apriti cielo e fatti cattedrale perché la A sale in pulpito. E allora non ce n’è per nessuno, perché tu sei giovane o non sai come vanno le cose in ambulatorio… mentre lei, dall’alto della sua esperienza, conosce vita, morte e miracoli di ogni provetta. Impossibile comunque, visto che le disposizioni cambiano giornalmente e che abbiamo il raccoglitore delle circolari con novità e aggiornamenti che si gonfia di giorno in giorno, perciò figurati se è tutto rimasto uguale anche solo all’anno scorso… ma lei resta salda nella sua fede, per l’Onore, la Gloria e l’Azienda Sanitaria! Tanto che, tempo fa, un paziente aveva rinunciato ad una data dall’otorino, e a lei serviva per il marito, quindi l’ha presa… niente, il giorno dopo, in preda a lancinanti sensi di colpa, mi chiama per toglierla perché non vuole approfittarsi di un posto lasciato da un altro utente. Ho tralasciato di farle notare che anche suo marito è un’utente del Sistema Sanitario Nazionale perché so bene quanto la logica le resti indigesta, e l’ho accontentata facendo quella che secondo me era una cazzata annunciata. Ma questa è la A e bisogna farci i conti.
Bene, esaurito l’argomento A ho una nota divertente da aggiungere alla mattinata. È passata una signora che ha voluto a tutti i costi lasciarmi un barattolo di marmellata fatta in casa: «L’ho fatta con uva americana», ha trillato con orgoglio, «buonissima e ottima per le torte!» Ringrazio, un po’ sorpreso perché è la prima volta che mi capita, e prometto di portare il secondo barattolo alla C al piano di sopra, come richiesto. Quando la signora se ne va, faccio quanto detto e vengo accolto dalla C con un: «Oh, Signore, è arrivata la marmellata?» inizio a insospettirmi per la mancanza d’entusiasmo mostrata dalla C, ma non ci faccio troppo caso e la metto in borsa e riprendo il mio lavoro. Dopo un po’, scende la C: «Ma hai guardato il tuo barattolo?» Io: «No, perché?» Mi fa: «Guarda il mio» ed esibisce un vasetto che sembra contenere vomito liquido, allorché estraggo prontamente il mio barattolo dalla borsa e scarto con ansia. Be’, il mio era colmo di una sostanza marrone e solida immersa in un liquido rosso brillante, praticamente alla C era toccato il vomito di gatto e a me la merda sotto spirito… in fine, leggiamo gli ingredienti: arance, mele, limone, peptina (peptina?), ecc. insomma, tutto tranne uva, americana anche meno. Ovviamente il barattolo non è arrivato fino a casa.
Bene, qui si concludono le avventure del venerdì, e come dice Porky Pig alla fine di ogni cartone animato Warner: Questo è tutto, gente!
- Nota: nel corso della produzione di questo post il PC è crashato 4 volte (attualmente sto scannerizzando con l'antivirus), sono pertanto portato a credere che parlare della A porti sfiga o che il mio PC stia tirando le zampine in aria... in ogni caso, speriamo in meglio.
Baci,
Giuda.
mercoledì 4 marzo 2009
My Office
Allora, nel mio lavoretto come servo della gleba AUSL ho a che fare con la Coordinatrice Responsabile, che nel giro di neanche una settimana (in cui m’ha sballato la data del corso di aggiornamento, incasinato gli orari d’ufficio più altre castronate varie) è stata ribattezzata Scoordinata Irresponsabile. Per gli amici, la SI. Poi ci sono le colleghe: la N, che per fortuna è sveglia (una che si salva), e la A, che secondo me è rotta ma non si capisce il guasto né a chi mandarla per il reso di fabbrica. Poi, per bontà divina o cattiveria diabolica, ci sono gli utenti.
Però è giusto esordire con qualche racconto di gente capitatomi quando ero nel vecchio ufficio della Prefettura F della Città F. All’epoca stavo in uno stabile occupato solo da me e dalla CGIL, eppure:
Poi c’è stato il caso della stronza che s’era messa in coda e già rompeva le balle sbraitando che la fila era lenta, che in centro erano più veloci (certo, ma hanno code di quaranta persone e io no, vacci!), e quando arriva il suo turno fa la difficile, si lamenta, rompe i coglioni e ciao, mentre se ne va le tiro un canchero che le tenga compagnia. Bon. Qualche mese dopo ripassa, tutta tranquilla, fin gentile e remissiva. Leggo l’impegnativa: «Richiedo Visita Neurologica per la paziente, in quanto colpita da un fulmine». Non so se scoppiare a ridere o sbiancare, ma prenoto e la saluto.
Una settimana fa…
Ogni volta che faccio il pomeriggio con la collega A mi cadono le braccia e mi sale l’incazzatura. Ma porco zio, tutte le volte che risponde al telefono sbaglia (e il telefono è pure dalla sua parte, perciò arriva sempre prima lei).
Vabbè, per fortuna la tizia non è passata perché probabilmente pensava di essere al telefono con l’altro CUP (una telefonata fra alti intelletti, insomma). C’è di buono che via Roma è dietro l’angolo, sfortunatamente hanno file di venti o trenta persone (quando non toccano le quaranta).
Poi c’era da prendere la visita oculistica per un tizio che di solito va dalla Dott.ssa G e quando lei non c’è va dalla Dott.ssa T, così le dico di fare una semplice ricerca incrociata. Dopo qualche passaggio sbagliato, imbrocca e trova la G, che però ha posto troppo in là. Allora le dico di cercare la T e lei sbotta come una ragazzina: «Ah no, io adesso non cerco più niente!» E lì sento pulsare la vena, così rispondo piccato: «Cosa? No, adesso vediamo quando c’è la T, perché se il signore deve andare da lei, noi gliela troviamo». Al che non ha risposto, allora le ho detto i passaggi che doveva fare, passo passo, per evitare che rispondesse facendomi uscire parole grosse. Vabbè, alla fine anche la T aveva date troppo lontane, e così l’abbiamo dirottato su un ambulatorio locale per fine mese. Ma resta il fatto che il nostro lavoro è quello, e se ti rifiuti di farlo allora puoi anche stare a casa. Poi se deve fare i capricci, prima o poi mi tira fuori un vaffanculo. E per cavarlo fuori a me, ci vuole un impegno che non avete idea.
Ah, sì. Mi ha chiesto: «Se quest’estate vado via per un po’, è un problema?» Trattenendomi dal rispondere: «Problema? No, è la soluzione!» ho detto che era okay.
Questa settimana…
Ieri la collega A non m’ha fatto incazzare (anche se è vero che sono andato via un’ora prima) e domani non ci sarà per via di un impegno, così me ne potrò stare tranquillo per i fatti miei.
In compenso, stamattina sono andato dalla SI per comunicare le ore svolte nel mese di febbraio, e lei non si ricordava se aveva ancora gli attestati che doveva darci o se li aveva consegnati alla collega N (attestati inutili, fra l’altro). Ovviamente ce li aveva la N, che quando ha saputo della SI, ha commentato: «Ma se me li ha dati apposta ieri per non scordarsene?» Si commenta da sé.
Naturalmente, la SI non aveva i moduli di marzo (quelli che invece ci servono), e ha concluso il nostro breve colloquio dicendo: «Vi chiamo quando ce li ho». La N ha chiosato: «Sì, cioè: la chiamiamo noi, perché non si ricorderà mai».
Quando la N mi va in ansia e pensa di mollare, tremo… perché ho PAURA al pensiero d’essere lasciato con le altre due.
Però è giusto esordire con qualche racconto di gente capitatomi quando ero nel vecchio ufficio della Prefettura F della Città F. All’epoca stavo in uno stabile occupato solo da me e dalla CGIL, eppure:
Signora (dopo aver prenotato): «Ma dopo, i raggi, li vengo a fare qui da lei?»
Io: «Eh, no, signora… va in ospedale». Sì, guardi… viene qui e la sdraio sulla fotocopiatrice, poi la mando di sopra a farsi leggere la fotocopia da un sindacalista. Ma andiamo!
Poi c’è stato il caso della stronza che s’era messa in coda e già rompeva le balle sbraitando che la fila era lenta, che in centro erano più veloci (certo, ma hanno code di quaranta persone e io no, vacci!), e quando arriva il suo turno fa la difficile, si lamenta, rompe i coglioni e ciao, mentre se ne va le tiro un canchero che le tenga compagnia. Bon. Qualche mese dopo ripassa, tutta tranquilla, fin gentile e remissiva. Leggo l’impegnativa: «Richiedo Visita Neurologica per la paziente, in quanto colpita da un fulmine». Non so se scoppiare a ridere o sbiancare, ma prenoto e la saluto.
Una settimana fa…
Ogni volta che faccio il pomeriggio con la collega A mi cadono le braccia e mi sale l’incazzatura. Ma porco zio, tutte le volte che risponde al telefono sbaglia (e il telefono è pure dalla sua parte, perciò arriva sempre prima lei).
A (al telefono): «No, adesso non posso guardare perché ho gente, venga domattina. Va bene, buon giorno». Clic!
Io: «Cosa volevano?»
A: «Voleva sapere i tempi per una TAC, gli ho detto di passare domattina».
Io: «Ma se la TAC non possiamo prenderla? Lo sai che la prenotano in via Roma».
A: «Ma ha detto di essere passata stamattina».
Io: «Stamattina? Ma se martedì mattina siamo chiusi?»
Vabbè, per fortuna la tizia non è passata perché probabilmente pensava di essere al telefono con l’altro CUP (una telefonata fra alti intelletti, insomma). C’è di buono che via Roma è dietro l’angolo, sfortunatamente hanno file di venti o trenta persone (quando non toccano le quaranta).
Poi c’era da prendere la visita oculistica per un tizio che di solito va dalla Dott.ssa G e quando lei non c’è va dalla Dott.ssa T, così le dico di fare una semplice ricerca incrociata. Dopo qualche passaggio sbagliato, imbrocca e trova la G, che però ha posto troppo in là. Allora le dico di cercare la T e lei sbotta come una ragazzina: «Ah no, io adesso non cerco più niente!» E lì sento pulsare la vena, così rispondo piccato: «Cosa? No, adesso vediamo quando c’è la T, perché se il signore deve andare da lei, noi gliela troviamo». Al che non ha risposto, allora le ho detto i passaggi che doveva fare, passo passo, per evitare che rispondesse facendomi uscire parole grosse. Vabbè, alla fine anche la T aveva date troppo lontane, e così l’abbiamo dirottato su un ambulatorio locale per fine mese. Ma resta il fatto che il nostro lavoro è quello, e se ti rifiuti di farlo allora puoi anche stare a casa. Poi se deve fare i capricci, prima o poi mi tira fuori un vaffanculo. E per cavarlo fuori a me, ci vuole un impegno che non avete idea.
Ah, sì. Mi ha chiesto: «Se quest’estate vado via per un po’, è un problema?» Trattenendomi dal rispondere: «Problema? No, è la soluzione!» ho detto che era okay.
Questa settimana…
Ieri la collega A non m’ha fatto incazzare (anche se è vero che sono andato via un’ora prima) e domani non ci sarà per via di un impegno, così me ne potrò stare tranquillo per i fatti miei.
In compenso, stamattina sono andato dalla SI per comunicare le ore svolte nel mese di febbraio, e lei non si ricordava se aveva ancora gli attestati che doveva darci o se li aveva consegnati alla collega N (attestati inutili, fra l’altro). Ovviamente ce li aveva la N, che quando ha saputo della SI, ha commentato: «Ma se me li ha dati apposta ieri per non scordarsene?» Si commenta da sé.
Naturalmente, la SI non aveva i moduli di marzo (quelli che invece ci servono), e ha concluso il nostro breve colloquio dicendo: «Vi chiamo quando ce li ho». La N ha chiosato: «Sì, cioè: la chiamiamo noi, perché non si ricorderà mai».
Quando la N mi va in ansia e pensa di mollare, tremo… perché ho PAURA al pensiero d’essere lasciato con le altre due.
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